Archivio mensile:febbraio 2015

La Guerra fredda

 

 

INTRODUZIONE

Il termine guerra fredda è stato coniato dal giornalista americano Walter Lippman per descrivere la situazione, presente a livello mondiale, in seguito all’esplosione della bomba atomica ad Hiroshima. La fine della Seconda guerra mondiale segnò il declino dell’egemonia europea sul mondo. Le due reali potenze vincitrici, ciascuna detentrice di una propria ideologia e di una propria promessa di benessere universale, risultarono essere gli USA e l’URSS, destinate a dominare gli equilibri mondiali del dopoguerra. Il modello statunitense si fondava sul capitalismo e sull’affermazione dell’economia di mercato su scala mondiale, mentre il modello di origine sovietica (socialismo), basato sulla filosofia marxista, prevedeva una lotta di classe sul piano internazionale, ovvero, uno scontro fra Paesi proletari e Paesi capitalisti. Durante il periodo degli anni ’50, noto, appunto col termine di guerra fredda, i due modelli e i relativi progetti di egemonia si fronteggiarono su scala planetaria. Si definì guerra, per la contrapposizione tra i contendenti e la mobilitazione militare sviluppatasi all’interno dei Paesi coinvolti, fredda, perché le armi prodotte e accumulate in realtà non furono utilizzate. Ciascuna delle due potenze possedeva armamenti distruttivi e sofisticati, sia convenzionali che nucleari. La competizione nell’accumulo di tali armi sostituì il loro uso effettivo e garantì il mantenimento dell’equilibrio. Tali armi, quindi, ebbero, principalmente, una funzione di dissuasione: minacciare l’avversario in modo da impedirgli qualsiasi azione aggressiva. Come affermato dal politologo francese Raymond Aron, la guerra fredda, tuttavia, vide anche l’utilizzo di altre armi: strumenti di persuasione e di sovversione. I due strumenti di persuasione furono rappresentati dalla diplomazia e dalla propaganda, basata, quest’ultima, su un uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa, tra cui la radio, e finalizzata a condizionare l’opinione pubblica dei Paesi avversari. La sovversione, invece, utilizzò strumenti clandestini, per infiltrarsi imagesnell’area dell’avversario e minarne le capacità di controllo: ne sono esempi la CIA (agenzia americana di intelligence, cioè di spionaggio e controspionaggio), e il KGB (agenzia sovietica di spionaggio e controspionaggio, interno e internazionale). Il periodo compreso tra il 1945 e gli anni ‘70 fu contrassegnato da una situazione di mobilitazione psicologica, economica e politica, come in precedenza si era verificata solo in periodi di guerra. Nel blocco sovietico, la mobilitazione consistette in una restrizione permanente delle libertà fondamentali, al fine di contrastare la minaccia imperialista; nel blocco occidentale, invece, nell’anticomunismo, con pesanti misure repressive, che portarono all’estromissione dal pubblico impiego di tutti i sospetti simpatizzanti comunisti (una vera caccia alle streghe!) e alla repressione delle minoranze, a partire dai neri, potenzialmente sovversive. Il periodo della guerra fredda presentò diverse fasi: una prima fase di guerra fredda vera e propria, 1947 ai primi anni ‘60, una seconda fase di distensione, dagli anni ‘60 ai primi anni ’70, e una terza fase di tensione internazionale, successiva al 1973.

 

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IL BLOCCO SOVIETICO

Nel dopoguerra, l’URSS era presente, militarmente, nei Paesi dell’Europa orientale, distrutti dalla guerra e che aveva liberato dal nazismo, ma, nello stesso tempo, rappresentava il Paese maggiormente devastato economicamente e demograficamente. Quindi, per garantire la propria sicurezza e la propria ripresa economica, creò una sfera di influenza su quei Paesi, caratterizzati da un regime analogo al socialismo. Il piano sovietico, nel periodo 1945-48, si basò sull’idea delle cosiddette democrazie popolari. I Paesi interessati non passarono direttamente al socialismo (stato a partito unico, collettivizzazione dell’agricoltura, nazionalizzazione images (2)dell’economia) ma attraversarono una fase transitoria, che vide insediarsi governi di coalizione, nei quali, il partito comunista assumeva un’influenza superiore rispetto agli altri e avviava una progressiva introduzione di elementi di socialismo. Nel 1947, tale progetto gradualistico di controllo sui Paesi orientali subì una brusca svolta, dovuta all’offerta americana di estendere ad essi gli aiuti del Piano Marshall. Questo progetto di finanziamento alla ricostruzione dei Paesi distrutti dal conflitto, interessò numerosi governi dell’Europa orientale e, in tal modo, l’egemonia economica statunitense minacciò di estendersi oltre l’Elba. Andrej Zdanov, stretto collaboratore di Stalin e presidente del Soviet supremo (organo legislativo dell’URSS) definì il Piano Marshall, durante un discorso pronunciato a Varsavia, in occasione del convegno di fondazione del Cominform (organismo che prese il posto del Comintern, cioè la Terza Internazionale), “un’arma dei disegni imperialistici americani“. Invitò, pertanto, tutti i Paesi amici dell’URSS ad opporvisi. Nello stesso 1947, si verificò un grave dissidio tra URSS e Jugoslavia, la quale mirava alla costruzione di un regime socialista autonomo e non direttamente condizionato dall’influenza sovietica. Tale contrasto comportò una rottura clamorosa nella sinistra internazionale e nel blocco sovietico. Nel blocco sovietico nacquero regimi di tipo staliniano, in Cecoslovacchia fu soppresso, nel 1948, il governo di coalizione e il leader comunista Klement Gottwald assunse la presidenza della Repubblica, guidando la trasformazione del Paese in una images (3)democrazia popolare, in cui non era previsto il pluralismo dei partiti. In altri Paesi, il regime a partito unico si impose, di fatto, salvaguardando (Polonia e Ungheria) la facciata di partiti socialdemocratici o contadini. Tra il 1948 ed il 1953, si potenziò il controllo sovietico sui Paesi satelliti dell’URSS. Sul piano economico, si assistette alla nascita del Comecon (1949), un organismo centralizzato di coordinamento, che comportò la chiusura degli scambi con l’Occidente e favorì lo sviluppo dell’URSS. Sul piano politico, ebbe luogo il processo già avvenuto in URSS: in Ungheria (processo Rajk), così come in Cecoslovacchia (processo Slansky) si effettuarono grandi purghe di comunisti, che il regime reputava eccessivamente nazionalisti. Fu, così, negata, all’interno dei partiti comunisti, qualsiasi possibilità di dibattito. Nel 1953, si verificò la prima crisi politica del blocco sovietico, pochi mesi dopo la morte di Stalin, avvenuta nel mese di marzo. La prima rivolta in cui i lavoratori manifestarono contro le proprie misere condizioni di vita, fu a Pilsen (Cecoslovacchia), seguita da Berlino Est, capitale della Germania Orientale (Repubblica Democratica Tedesca). Nel 1955, il Patto di Varsavia comportò un potenziamento delle alleanze militari tra gli stati dell’Europa orientale, nei quali la leadership sovietica tentò una sorta di liberalizzazione. Si concesse, quindi, qualche spazio a leader emergenti (Imre Nagy, in Ungheria), si ridimensionarono i capi di stato più compromessi e si intraprese una graduale riconciliazione con la Jugoslavia.

L’EUROPA NEL 1956:NATO E PATTO DI VARSAVIA. IL SISTEMA DI ALLEANZE AMERICANO

Durante gli anni ‘40 e i primi anni ’50, gli USA realizzarono un sistema di alleanze politiche, militari ed economiche, mirato a contrastare la minaccia comunista e a risolvere il problema del declino degli imperi coloniali e della trasformazione degli equilibri economici, presenti a livello mondiale. Nei primi anni del dopoguerra, gli USA diventarono il Paese-guida di uno dei due grandi blocchi, formatisi contemporaneamente durante quel periodo: il blocco sovietico e il blocco occidentale, entrambi aspiranti ad ottenere l’egemonia planetaria. A partire dal 1947, la politica di contenimento del comunismo, lanciata dal presidente Harry Truman, permise agli USA di abbandonare l’isolazionismo e fu ritenuta la più idonea a realizzare, nella migliore images (4)maniera, gli interessi economici e politici americani. Si aprì, così, una fase in cui, negli USA, politica estera e finanza si muovevano di pari passo. Il 5 giugno 1947, il Segretario di Stato americano, George Marshall, annunciò il Programma per la ripresa economica europea (ERP), destinato a fornire aiuti economici per i Paesi europei, per oltre 13 miliardi di dollari: tale Programma è conosciuto con il nome di Piano Marshall. Il piano, originariamente ideato per favorire anche l’Unione Sovietica e la sua crescente sfera di influenza, prevedeva che l’offerta di aiuto economico all’URSS fosse accompagnata da un cambio di politica, comportando, quindi, negli anni immediatamente successivi al lancio del piano, una netta rottura tra i due blocchi. Il Piano Marshall, tuttavia, non aveva soltanto un fine economico, quanto anche politico: mirava, infatti, a far crescere, all’interno dei Paesi europei, l’influenza dei gruppi politici moderati, a discapito di quelli comunisti, e auspicava di ottenere una riconciliazione con la Germania (privata della sua parte orientale). A distanza di due anni nacque un’alleanza militare tra gli USA e i Paesi Europei ad ovest di Trieste: l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). Con la progressiva fine del colonialismo e la conseguente dissoluzione degli imperi coloniali, si temeva un allargamento della sfera di influenza sovietica. Sulla base di questa situazione, la politica degli USA prevedeva di non intervenire nelle aree di rivolta considerate meno rischiose (Nordafrica e India), di convincere Gran Bretagna e Francia ad aprire le loro aree imperiali al commercio internazionale, a potenziare la propria influenza economica e politica a livello europeo e mondiale, come in Grecia e in America Latina, unita agli USA, dal 1948, nell’Organizzazione degli Stati Americani, e di sostenere il colonialismo nelle aree a rischio di espansione del comunismo (colonie francesi dell’Indocina). In seguito alla vittoria del comunismo in Cina, avvenuta alla fine degli anni ‘40, gli USA costruirono, in Asia orientale, un sistema di alleanze politico-militari più complesso e agguerrito di quello creato in Europa, finalizzato a contenere il comunismo. In Giappone, inizialmente occupato dalla potenza americana al fine di disarticolare le basi economiche, politiche e ideologiche del militarismo nipponico, e come forma punitiva per la guerra, si passò, dal 1948-49, durante il governatorato di Douglas MacArthur, ad una politica di incoraggiamento della ripresa economica analoga a quella prevista dal Piano Marshall. A cinque anni da Hiroshima, Giappone e USA passano da Paesi nemici a stretti partner economici e politici. In molti Paesi asiatici, attraversati dalla crisi del colonialismo, gli USA tentarono di sperimentare una soluzione analoga a quella adottata in Germania: la Corea fu divisa in una Repubblica Democratica Socialista (Nord) e in una Repubblica di Corea (Sud), fortemente sostenuta dall’aiuto economico e militare americano; il Vietnam, dopo il 1954, fu suddiviso in Repubblica Democratico-Socialista, al nord, e in uno stato filoamericano al sud; in Cina, dopo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, a Pechino, gli USA tentarono di sostenere economicamente la Repubblica Cinese, insediatasi nell’isola di Taiwan, come unica vera rappresentante del popolo cinese. Questa politica aveva l’obbiettivo di opporre al comunismo degli stati socialisti, nati per via rivoluzionaria nei Paesi colonizzati, un sano nazionalismo asiatico, ispirato ad un modello di Stato nazionale libero (in realtà, quasi sempre dittatoriale).

 

Rage Against The Machine

 

Figli della Los Angeles ribelle degli anni ‘90, i Rage Against The Machine, spesso abbreviati in R.A.T.M., sono famosi per aver mescolato il sound duro dell’heavy metal al funk e all’hip hop. La band è stata fondata nel 1991 dal chitarrista Tom Morello e dal cantante Zack de la Rocha. OLYMPUS DIGITAL CAMERANel corso degli anni, si sono distinti per le violente invettive politiche a ritmo di rap nelle loro canzoni. Appartenenti alla sinistra, da sempre si sono battuti contro il capitalismo e l’imperialismo e a favore delle minoranze etniche. Siamo agli inizi degli anni ‘90, negli Stati Uniti, e non c’è cosa più sbagliata che pensare a Seattle e al grunge. I R.A.T.M. vivono a Los Angeles, città distante milioni di anni luce dalle sonorità di Nirvana e soci. La band della città degli angeli ha tutt’altro sound e, più o meno come i Clash, unisce l’impegno sociale al divertimento della musica. La band ha sfornato in tutto quattro album e in coda ai crediti di ognuno dei quattro lavori in studio c’è scritto: “No samples, keyboards or synthesizers used in the making of this recording.” La cosa può apparire puritana e, magari, poco credibile, fin quando non si assiste a un loro live, fatto di una musica essenziale e minimalista, alla quale si aggiunge il rap furioso e rabbioso del cantante Zack de la Rocha, che non esita mai ad usare un linguaggio tanto crudo quanto aggressivo nei confronti del capitalismo. Dopo quattro lavori in studio, nel novembre del 2000, in seguito all’elezione di George W. Bush, il leader e cantante della band annuncia la fine dell’esperienza musicale R.A.T.M. 120814_ratm_albuma causa del totale fallimento degli obiettivi politici fissati il giorno della loro nascita. Il primo omonimo album del 1992 (foto copertina a destra), per l’etichetta Epic Records, è probabilmente il loro lavoro meglio riuscito. All’epoca fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno nel panorama rock mondiale. Il disco contiene alcune canzoni passate alla storia, come “Bullet in the head(ascolta) e la famosissima “Killing in the name(ascolta), divenuta l’inno rivoluzionario per eccellenza dei R.A.T.M. L’uscita del disco fu seguita da non poche polemiche. La band fu bollata come sovversiva e pericolosa, antiamericana e comunista. Il “Saturday night live”, celebre programma televisivo americano che ospitava le principali rock band, censurò una loro performance perché Zack e soci avevano disposto sul palco una bandiera americana al contrario. Non mancarono, poi, concerti in cui i ragazzi salutavano la platea a pugni chiusi ed esibivano sul palco enormi disegni di Che Guevara. Addirittura, nel gennaio 2000, alle 15.00 circa, la Borsa di Wall Street fu costretta a chiudere i battenti. La colpa non fu di attentati, crisi economiche o scioperi selvaggi, ma di un cataclisma con un nome preciso: Rage Against the Machine. Giunta all’apice del successo, la band voleva ad ogni costo suonare il proprio “rock anticapitalista” di fronte al tempio della finanza mondiale, soprattutto dopo che le autorità municipali avevano proibito l’esibizione. Il blitz fu un successo. La folla, radunatasi a guardare il concerto improvvisato attorno alla statua di George Washington, fu tale che, prima di essere dispersa dalla polizia, costrinse Wall Street ad abbassare le saracinesche. Dalla performance, il regista Michel Gondry, coadiuvato da Michael Moore (che al termine delle riprese fu anche arrestato), ricavò il video per il singolo Sleep now in the fire (guarda), estratto da “The battle of Los Angeles” (1999), terzo album dei Rage. L’album “Rage Against The Machine”, può essere tranquillamente annoverato tra le pietre miliari della musica rock. Rage-Against-The-Machine-wallpaper-1Come già accennato, il capolavoro è “Killing in the name”, una canzone cadenzata e a tratti tenebrosa, un inno alla disobbedienza civile e alla diserzione militare. L’album è diventato ben presto una sorta di monumento della contaminazione tra metal, funk e hip hop. Con questa fusione la band ha creato un sound esplosivo e violento, originalissimo e del tutto genuino. La forza d’urto della musica di questo disco è impressionante. Una sezione ritmica perfetta e quanto mai appropriata. La batteria suona semplice, ma bada al sodo ed è pesante il giusto. Il basso, invece, è metallico e possente, e va a delineare uno stupendo sottofondo di note su cui si appoggia la chitarra metal di Morello. E, infine, c’è il cantante, che con la sua voce isterica e sdegnata, inveisce a ritmo di rap contro il capitalismo e i potenti del mondo. E’ un disco che andrebbe ascoltato e riascoltato per capirne a pieno la forza e la grandezza, indipendentemente dalle proprie idee politiche. E’ un disco che ha stile, carattere, personalità. Potente come una cannonata, ribelle come pochi.

Pier Luigi Tizzano

 

 

 

Cinquanta sfumature di…

 

Cinquanta sfumature di frustrazione, di desideri repressi, di inadeguatezza a scegliere il proprio partner, anche sessuale. Cinquanta sfumature di cose proibite che non saranno mai capaci di fare, seppure le sognano. Cinquanta sfumature di bisogno di evasione, che viene soddisfatto nel modo più sbagliato possibile, cioè, spesso, col tradimento. Cinquanta sfumature di “carampane”… Ecco perché queste ultime immondizie editoriali e cinematografiche hanno successo presso un certo pubblico femminile!

 

 

L’origine delle lingue (mica troppo seria, però!)

 

Secoli e secoli fa, si raccontava che il linguaggio fosse stato donato da Dio agli uomini, ma, poiché questi si capivano fin troppo bene tra loro e avevano imparato subito le parolacce, il Padreterno decise di mischiare un po’ le carte in tavola. A quel tempo, su tutta la Terra, si parlava una sola lingua e si usavano le stesse parole. Emigrando dall’Oriente, gli uomini giunsero in una pianura nel paese di Sennaar, dove si stabilirono. Un bel giorno, però, cominciarono ad annoiarsi perché non sapevano proprio più cosa fare. Mangiavano, bevevano, contavano le pecorelle prima di addormentarsi e dormivano. Così, qualcuno disse a tutti gli altri, tanto si capivano benissimo: “Amici miei, ho trovato il modo per passare la giornata: ci alziamo quando il sole sorge, andiamo a bere al fiume, facciamo colazione e ci mettiamo a fare mattoni. A mezzogiorno, li cuociamo col fuoco. Di pomeriggio, costruiamo una città e una torre così alta, ma così alta, che arrivi fino al cielo, toccandolo”. “Sì!”, lo interruppe un altro. “Finalmente sapremo cosa fare domani e dopo domani e dopo domani ancora”. “Poi”, concluse il primo, “di notte, riempiremo di baci le nostre mogli e ci riposeremo!”. Il giorno dopo, non l’avessero mai detto, la piana di Sennaar cominciò a diventare un cantiere più grande di quello della Salerno-Reggio Calabria. imagesM27YN1OVChi impastava paglia e fango, chi cuoceva mattoni, chi costruiva case, chi beveva al fiume, chi correva, chi si affannava. E più si spargeva la notizia nei dintorni, più gente arrivava lì per passarvi la giornata. Qualche tempo dopo, però, mentre la costruzione della torre procedeva spedita, Dio, affacciatosi al balcone del suo palazzo paradisiaco e accortosi che gli uomini stavano quasi arrivando alle porte della sua proprietà, trasalì: “Mio Me Stesso! Questi mo’ verranno a scocciarmi ogni momento per l’eternità. Vorranno stare sempre vicino a me a guadarmi risplendere, mi raccomanderanno i loro partenti vivi, mi chiederanno miracoli, si organizzeranno in un unico sindacato ultraterreno e avrò sempre i loro rappresentanti a seccarmi! No, no. Per Me Stesso non posso permetterlo, altrimenti perdo la pace e la serenità. E sì! Io passo il mio tempo infinito a sentire i loro lamenti? Tanto, li ho creati e passano la loro vita a lamentarsi, figurati se non mi rompono per la mia vita eterna? No, no. Devo trovare un rimedio!”. E pensa, pensa, Dio escogitò un piano: “Se confondessi la loro lingua in modo che non si capiscano più l’un l’altro, impedirei loro di comunicarsi reciprocamente qualsiasi cosa, a meno che, ognuno, non impari tre o quattrocento lingue. Così, non potranno più costruire questa maledetta torre e io me ne resterò tranquillo. E poi, visto che ci sono, li disperdo pure, tanto ho creato abbastanza terra per tutti, e chissà quanto tempo passerà prima che si possano rincontrare, provare a farsi capire e prendersi a brutte parole”. In un batter di fulmine, Dio scese sulla Terra per attuare il suo piano. Gli uomini non riuscirono più a capirsi e smisero di costruire la torre, che fu chiamata di Babele, proprio perché nessuno ci capiva niente. Questa è una leggenda ma, come tutte le leggende, ha certamente un fondo di verità.
Anche in altre zone del mondo circolavano favole simili. In India, si narrava che al centro della Terra crescesse un meraviglioso albero, chiamato Albero del mondo o Albero della conoscenza. Era così alto che quasi raggiungeva il cielo. imagesALIEO9BGUn giorno, questa pianta straordinaria disse tra sé: “Terrò la mia chioma nel cielo, allargherò i miei rami su tutta la Terra, manterrò tutti gli uomini radunati insieme sotto la mia ombra e li proteggerò, affinché non si separino. Amen! Andate in pace!”. Brama, il dio locale, un tipetto scontroso e permaloso, volle punire quell’albero, a suo dire, tanto superbo. Gli tagliò tutti i rami e li scagliò a terra, dove germogliarono come alberi Wata e, non ancora contento, fece sì che gli uomini cambiassero fede, speranza e carità, lingua e usanze, disperdendosi per il mondo come dei miserabili (alla faccia dell’albero!). Gli indiani Kaska del Nord America, invece, raccontavano quanto capitato ai loro antenati. Questi, una sera, al tramonto, nelle loro tende, mentre fumavano il calumet, che, evidentemente, non era caricato solo con il tabacco, furono sorpresi da una grande oscurità e un vento tanto impetuoso, tipo l’uragano Katrina, spazzò via loro, animali, tende, calumet, tabacco, quello che ci avevano mischiato, baracche, burattini, musica e musicanti. Molto tempo dopo, vagabondando tra canyon, fiumi, praterie e la Monument Valley, incontravano gente sconosciuta, che veniva da posti lontani, parlava lingue diverse e nessuno era in grado di comprendere quello che dicessero gli altri, proprio come sul set del film C’era una volta il West. Infine, anche sulle rive del Rio delle Amazzoni, si ascoltavano cose analoghe. untitledGli indigeni Tikuna, intanto che pescavano, perché la caccia era stata bandita, si ripetevano, fino ad averla imparata a memoria in tutti i particolari, questa incredibile storia: alcuni uomini di ritorno al villaggio dopo una battuta di caccia (l’ultima!), stanchi, affamati e con il carniere e la saccoccia vuoti, sicuri che sarebbero stati messi a pane e cipolla dalle mogli, mangiarono, di nascosto, due uova di colibrì. All’improvviso, tutti, anche quelli che non avevano neppure assaggiato i parti dell’uccello, cominciarono a parlare lingue diverse e si separarono, disperdendosi per il mondo. Hai voglia a dare la colpa al disgraziato che aveva suggerito di papparsi quelle uova. La frittata, ormai, era fatta.
Nei tempi antichi, quindi, era credenza diffusa che tutti i popoli della Terra fossero stati, all’alba della storia, una sola tribù, avessero vissuto insieme e avessero parlato la stessa lingua. Poi, però, qualcosa accadde. Se vi raccontassi la verità, questo mio articolo varrebbe 10 milioni di euro. Per cui, anch’io mi limito ad accettare questi racconti mitici, facendo finta che corrispondano al vero. E consiglio a voi di fare lo stesso. Ma, se avete 10 milioni di euro a testa, possiamo anche riparlarne!

 

 

 

Tajine (racconto di un sogno)

 

Una credenza molto antica riferisce che i sogni fatti all’alba, poi, si avverino.

Sono a Roma, in una Roma non reale, in un luogo che mi sembra essere la rampa che, dall’uscita della tangenziale, attraverso un tunnel, conduce allo stadio San Paolo di Napoli. Si sta preparando una sfilata di carri allegorici per il Carnevale. Lo spazio è pieno di gente in costume. È mattina. Il cielo è coperto. Sono con il mio secondo cugino Ivan, sua moglie Anna e le loro due bambine, Renata e Mariangela. All’improvviso, Mariangela, la più piccola, comincia a correre, allontanandosi, così, dai genitori, e seguita dalla sorella. Vedo il padre che esita a rincorrerla e io, con una manovra che ho visto fare molte volte agli agenti di scorta dei ministri, non mi precipito su di lei, ma allargo la mia corsa verso l’esterno, seguendola, però, con lo sguardo, per raggiungerla, poi, tagliandole la strada. Mariangela si scontra con una bimba ed entrambe cadono per terra. Mi avvicino, non affaticato dalla corsa, e le trovo sorridenti. L’altra bimba, cascando, perde un biglietto da visita, protetto da una foderina di plastica. Mi sembra essere quello di una ambasciatrice. Sopraggiunge la madre, che la prende per mano, quasi a portarla subito via. Mi inginocchio dinanzi a lei. È vestita con uno di quegli abitini bianchi, che molte volte ho visto indossare a mia sorella da bambina, il cui collo reca un orlo dorato. Ha i capelli boccolati, lunghi quel tanto da lasciarle l’esile nuca scoperta, il viso chiaro e le gote rosee. E due occhi grandi. La accarezzo e, per sincerarmi che stia bene, le domando: “Ti sei fatta male?”. Rimane impassibile. “Come ti chiami?”, aggiungo. “Tajine”. E mi dice: “Oggi devo lasciare l’Italia!”. Mi accorgo che pronuncia la erre blesa. Ciò mi frastorna. La sua voce ha qualcosa di fiabesco, ma, insieme, di maturo. “L’Italia puoi lasciarla domani. È bella. Ma quando diventerai grande, non rimandare mai ciò che devi fare, capito? Le cose importanti devi sempre farle oggi e mai domani!”. Mi guarda senza dire nulla e senza sorridere. Le chiedo, abbracciandola molto delicatamente, di darmi un bacio. Si avvicina alla mia guancia, sfiorandola appena, ma non nuove le piccole labbra.  2 Sono le 7.53 del 17 febbraio 2015. Tajine potrebbe essere mia figlia!

 

 

     

I left my heart in your lap under a starry sky along the Thames (now give it back to me!)

 

Lyrics by Riccardo Piroddi

 

When I fell in love with you
the grey clouds turned blue,
a dog barked to the moon,
and around was muggy as noon.

On the next day met your sister
and I thought she was a mister,
she was chubby like a bubble
and I said her, it’s time for a double.

I left my heart in your lap
under a starry sky along the Thames,
now give it back to me,
give it back to me.

One week later it was raining,
it was going on my training,
thinking of you got on a train
but it didn’t stop my pain.

I left my heart in your lap
under a starry sky along the Thames,
now give it back to me,
give it back to me.

Then I saw you two once more
my smelly oysters on the shore
my love was rotting, I can’t deny
cause you’re like two seaweeds dried.

I started wandering about the pearls
my two countess with no earls,
silky skin like horseradish
scented breath like drunken Irish.

I left my heart in your lap
under a starry sky along the Thames,
now give it back to me,
give it back to me.

I left my heart in your lap
under a starry sky along the Thames,
now give it back to me,
give it back to me.

In the end what can you do?
Don’t forget your sister too
and bin my heart along with you!

The bone of swine broth

 

(The Beatles “The long and winding road” cover)

Lyrics by Riccardo Piroddi

 

The bone of swine broth
that I had the night before,
do not ever digest
I still have it in me,
please leave me, dear broth,
let me go to bog.

You were so hot and bright
swallowin’ you was a fight,
a little piece of bone
got stuck in my teeth,
why did you do it to me
I’ve got spasms, you see.

Parsley overgrown,
potatoes as big as scone,
spicy, what a moan!
I felt like broken stone,
but kept on having you
till I run to the loo,
and nothing out of here
my tummy seems a sphere.
I’m sitting, waitin’ mmmh,
waitin’ in the bog.

But kept on having you
till I run to loo,
and nothing out of here
my tummy like a sphere.
I’m struggling, waitin’ mmmh,
waitin’ in the bog.

 

 

I wanna fudge you

 

Lyrics by Riccardo Piroddi

 

My everlasting dream
in a can of creamy cream
I wanna fudge you.

Sweet butter and chocolate,
sugar and gleam,
I wanna fudge you.

Tender caramel, soft steam,
lickable drop of supreme,
I wanna fudge you.

I wanna fudge you
when you come in and go out,
when you come up and get down.
So, get down now and let me fudge you.
I wanna fudge you.
I wanna fudge you.
I wanna fudge you.

When I bite you,
I wanna fudge you.
While I’m tasting you,
I wanna fudge you.
When I spread you,
I wanna fudge you.

I wanna fudge you
when you come in and go out,
when you come up and get down.
So, get down now and let me fudge you.
I wanna fudge you.
I wanna fudge you.
I wanna fudge you.

 

 

Pensiero della notte

 

L’Amore materno è l’archetipo di tutto ciò che gli uomini chiamano amore. È il modello con cui la Natura ha vivificato qualsiasi tipo di affezione positiva leghi tra loro le creature viventi: l’amore fraterno, parentale, amicale, relazionale, carnale e omosessuale. L’Amore materno è il canto della Natura, il germoglio della vita. Esso è fatto di carne e di sangue, di cuore e di battiti, non di versi dei poeti, perché l’amore dei poeti non dà la vita, celebra soltanto ciò che dà la vita. L’Amore materno è la prova naturale del fatto che la Donna-Madre sia stata incoronata e messa a sedere sul trono dell’esistenza. Nella religione della Natura, di cui io sono fedele, la Donna-Madre è l’unica divinità da adorare. Benedetta, dunque, la Donna-Madre, seme della storia del mondo, fiore della passione, origine e fine della vita.