Archivio mensile:aprile 2016

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Quando avrai quarant’anni, ricorda che molte cose non saranno più come prima. Improvvisamente scoprirai di non avere tempo. Tempo per questo o per quello. Gli amici, prima fitti e numerosi, si dilegueranno ciascuno nel proprio piccolo inferno domestico, cosicché avrai occasioni (perlopiù pranzi o cene) via via sempre più scarse e spesso piene di oppresso rancore. A quarant’anni, se non avrai già una relazione stabile direi che potresti tranquillamente dimenticarti di allacciarne una nuova. E a meno che tu non sia una persona bellissima, difficilmente farai ancora sesso. Se non hai più una vita sociale dopo i quaranta, ma hai un lavoro, i tuoi colleghi e i tuoi superiori (che magari sotto sotto detesti) fatalmente diverranno la tua cerchia. Dopo i quaranta dovrai badare a persone che frattanto sono invecchiate e, benché tu ti sentirai ancora un ventenne nel profondo, non troverai corrispondenza nel mondo intorno a te (bensì, un minimo, nel virtuale: i social infatti rallentano molto il nostro processo di invecchiamento). Insomma, arriva ai quaranta cercando di far tutto e di farlo prima. Poiché dopo sarà la Terra di Adelaide.

Patrick Gentile

 

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TTIP: chi ne parla in Italia?

 

 

Siamo alle solite: quando qualcosa è suscettibile di stravolgere la vita di milioni di cittadini, nel nostro Paese si evita scientemente di parlarne, sia mai che qualcuno di troppo riesca a farsi un’idea su chi stia combinando cosa e con quali effetti! TTIP è l’acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership e trattasi dell’accordo di libero scambio tra UE e USA, definito il più grande della storia (cd. “NATO economica”). L’intesa nasce nel 2007, con l’istituzione del Consiglio Economico Transatlantico. barroso-obama-van-rompuy-419x270Successivamente, nel febbraio 2013, il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso, il presidente statunitense Barack Obama e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy (in foto da sinistra a destra) annunciano l’avviamento delle procedure interne per lanciare il negoziato. Infine, il 14 giugno 2013, il Consiglio Europeo investe la Commissione del mandato per negoziare, a nome dell’UE, sul TTIP. In base a quanto trapelato, l’accordo prevede l’eliminazione dei dazi e delle barriere non tariffarie tra Stati Uniti ed Unione Europea, la semplificazione della compravendita di beni e servizi fra le due aree e, come conseguenza, lo sviluppo economico delle due macroaree, favorendo la creazione di nuovi posti di lavoro e l’abbassamento dei prezzi. Tutti obiettivi lodevoli ma, nella sostanza, cosa sarebbe necessario per il loro perseguimento? La loro realizzazione prevede obbligatoriamente una sostanziale deregulation che passi per l’allineamento e l’armonizzazione delle norme sul commercio, sull’ambiente, sulla salute e sul lavoro. imagesS6ML61PALe fonti ufficiali dell’UE indicano quale uno dei punti alla base della partnership quello della formulazione di nuove regole comuni, nei settori interessati dall’accordo, che abbiamo il preciso scopo di sanare le divergenze, attualmente  esistenti tra le due legislazioni. Nell’annunciare quest’intenzione hanno, comunque, assicurato il rispetto degli standard esistenti a livello europeo nei settori ambiente, salute, sicurezza, privacy, diritti dei lavoratori e dei consumatori. L’UE ha affermato come le politiche già intraprese in questi ambiti “non siano sul tavolo delle negoziazioni”. C’è da credergli? Il sistema europeo è iper-regolato e, in generale, presenta tutele e ammortizzatori più solidi rispetto a quello americano, proveniente da anni di deregulation. Un’armonizzazione dei due sistemi è molto complicata e potrebbe causare, soprattutto in una prima fase, vuoti normativi che favorirebbero le grandi multinazionali americane a discapito delle nostre piccole e medie imprese (PMI), che vedrebbero, così, messa a rischio la loro stessa sopravvivenza. Stando sempre alle indiscrezioni (giova qui ricordare che le trattative sono condotte in gran segreto), uno dei principali problemi dell’accordo è il mutuo riconoscimento, secondo cui se una cosa è commerciabile in USA lo sarà anche in Europa. CHAPA-11-OCT-TTIPVia libera, dunque, a OGM senza etichettatura, a carne gonfia di ormoni e antibiotici e a pesticidi attualmente vietati in Europa… con tanti saluti alle promesse sbandierate. Non bastasse, se uno Stato membro non dovesse essere d’accordo, dovrà comunque piegarsi alle multinazionali, le quali, attraverso l’ISDS (Investor to State Dispute Settlement), una sorta di camera arbitrale, potranno citare in giudizio, per danni, enti locali e Stati sovrani che dovessero ostinarsi a vietare la commercializzazione di determinati beni. Ben vengano, quindi, le iniziative dei soliti cittadini disfattisti e malpensanti. È grazie alle loro pressioni se oggi possiamo giovare di un minimo di trasparenza in più su questo argomento.

Anche in Italia, pian piano, si sta muovendo qualcosa e le adesioni alla campagna “Stop TTIP” continuano a crescere. Per quanti la pensassero allo stesso modo, è possibile firmare la petizione attraverso questo link: http://stop-ttip-italia.net/

 Giuseppe De Simone

 

 

Kunta Kinte

 

 

Mi sono innamorato parecchie volte nella mia vita. Ma se misuro questo innamorarmi sull’ordinata della tragedia ebbene ci trovo sempre e solo una persona. Con Claudio la sperimentazione del dolore raggiunse l’acme in quanto lo amavo bambinescamente. Fu un biennio decorticante. Senza scappatoie. Una tagliola. Ero condannato alla dialisi perenne. Trasfusioni di lui per poter sopravvivere. Lavaggi del sangue e poi di nuovo tutto da capo. Conobbi il tremore kierkegaardiano. Fui larvale e fui Kunta Kinte.

Patrick Gentile

 

 

Phoebe Cates

 

 

Io ad esempio fui tratto fuori dall’infanzia – per le orecchie, come un coniglio nascosto fra le lattughe -, quando al caschetto innocente di Sophie Marceau si sostituirono pruriginosamente le natiche tonde e sode di Phoebe Cates. La domenica a “Superclassifica Show” mandavano in onda la sua canzone, “Paradise”, ormai in testa alle classifiche. Il video era un collage di spezzoni del film, con questa sequenza in cui Willie Aames le stringeva le natiche, entrambi nudi.
Nel 1982 non c’era l’Isis ma le Falkland e Nikka Costa, e la cosa più bella che potesse succederti era di scavalcare i giochi e le fiabe di prima per approdare all’isola selvaggia della fase numero due. Come un magnifico rito di iniziazione. C’era stato un velo e Phoebe Cates lo tagliò per tutti noi. Che fiduciosi andammo dall’altra parte. Chi a vivere, chi a morire.

Patrick Gentile

 

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22 aprile 2016. Massa Lubrense. Sala delle Sirene

 

 

Terzo e ultimo dei tre appuntamenti, organizzati dal Forum dei Giovani di Massa Lubrense, presieduto da Giovanna Savarese, con gli studenti delle classi quarta e quinta della sede massese dell’Istituto Polispecialistico “San Paolo”, diretto dalla professoressa Rosa Cirillo, dal titolo: “Massa Lubrense: i luoghi, la storia e il futuro”. Ospite di questo incontro conclusivo, condotto e moderato da Riccardo Piroddi, dedicato alla Punta della Campanella, il Maestro Alfonso Iaccarino, chef pluristellato, patron del ristorante “Don Alfonso 1890” di Sant’Agata sui Due Golfi, il quale, appassionatamente, ha testimoniato sulla storia del suo ristorante, fornendo notevoli spunti di riflessione, anche tecnici, sui percorsi che lo hanno portato ad essere tra i più apprezzati ambasciatori della cucina mediterranea nel mondo. Un appuntamento stimolante per gli studenti, che hanno avuto occasione di approfondire tematiche di grande interesse per il loro percorso scolastico.

 

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Tornare

 

 

A quarantatré anni sono un uomo perfettamente (e tragicamente) diviso tra il pessimismo catastrofista indotto dalla crudeltà cieca del mondo in cui vivo e una più ottimistica, ingenua tensione verso il buono che posso essere in grado io per primo di generare con le mie sole mani. Così, sapete, spesso la sera rientro dal lavoro e immagino che alla fine non creperò di stenti o di una malattia devastante o accoltellato in un vicolo senza uscita da un rumeno marchettaro a cui soffio i vecchi nonni perduti. E poi però mi ripeto che forse non ho fatto bene abbastanza, che ho disprezzato un sacco di gente, e ogni tanto mi compiaccio dei nemici che ho oggi, ché chi trova un amico trova un tesoro e chi un nemico, la misura di sé. E allora, tra i fari rossi del traffico, nell’imbrunire che cresce, mi scuso per tutto e mi dico che sarebbe da stronzi ingrati non dichiararmi una persona tutto sommato compiuta. Uno insomma che ha capito che la vita è bella solamente quando si può tornare. Esatto, tornare.

Patrick Gentile

 

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Aderenza

 

 

Tasca di sole scucita sulle pareti delle palazzine. Montesacro all’andata e senso di aderenza. Aderenza, sì. Alla bastarda puttana sbracata voglia di vivere. Alla certezza dei disastri di fronte ai quali la soluzione migliore resta da sempre quella di scrollar le spalle. E aprirsi un varco. Per rifare tutto da capo, ripensarsi, darsi un voto, un calcio alle chiappe e poi un premio. Se alla fine meriterò il primo posto dopo potrò gustarmi l’estate. Come uno sbarbatello testa di cazzo. Un leprotto tra le verze. Il figlio illegittimo di James Dean e Franz Kafka.

Patrick Gentile

 

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Faust

 

 

Tra i maggiori esponenti del kraut rock tedesco degli anni ‘70, i Faust hanno avuto il grande merito di allargare i confini della musica tutta, proponendo un rock tanto folle quanto “tecnologico”, avanti di almeno un paio di decenni rispetto al sound dell’epoca. Faust_(early_1970s)I Faust sono stati tante cose insieme: tentazioni cosmiche, viaggi nello spazio, destrutturazione, sperimentazione oltraggiosa e anche rumore, tanto rumore. La band si formò ad Amburgo, nel 1969, e, ascoltandoli, si potrebbe dire che, forse, vendettero l’anima al diavolo. Ma è molto più probabile che l’avessero data in prestito al caos e alla follia, ricevendo, in cambio, il dono di creare una musica a dir poco terribile e anarchica, una miscela esplosiva di suoni folli e perversi. Non credo di esagerare nel ritenere i Faust una delle band più influenti di tutti i tempi, assieme a Pink Floyd e Velvet Underground. L’unico peccato è che, mentre questi ultimi sono conosciuti in ogni angolo del globo, i Faust restano ancora una realtà sconosciuta al grande pubblico. Il progetto iniziale della band fu un rock tecnologico, portato alle estreme conseguenze. “In ogni paese – raccontano i musicisti nelle interviste dell’epoca – le band stanno cominciando a sintetizzare nuovi suoni. Il problema è che non viene fatto abbastanza. Un musicista, oggi, deve avere delle conoscenze di elettronica, per costruire lo strumento in grado di produrre esattamente il suono che vuole. L’ideale, per ogni musicista, è sapersi costruire gli strumenti da solo”. Per mettere in pratica questa teoria, la band si ritirò in una sorta di isolamento monastico, in un piccolo paese di campagna, nel nord della Germania, utilizzando una vecchia scuola abbandonata come studio di registrazione, con innumerevoli equipaggiamenti elettronici all’avanguardia e un registratore a otto piste. Giornate su giornate di prove e jam session e prese vita il sound mostruoso e anarchico, destinato a Faustdivenire un vero e proprio marchio di fabbrica e influenzare una moltitudine di musicisti, fino ai nostri giorni. I testi, poi, surreali e sarcastici, erano in gran parte suggestionati dal pensiero hippie dell’epoca. Nacque così, nel 1971, il primo album della band, intitolato semplicemente “Faust“, Polydor (copertina a sinistra). L’opera è una magniloquente operazione di sperimentazione, in cui tutto venne spinto all’estremo, ed è suddivisa in tre lunghi brani: “Why don’t you eat carrots?”, “Meadow meal” e “Miss Fortune“. Si parte con un fischio assordante, sotto il quale si percepiscono alcune note di “All you need is love” dei Beatles e “Satisfaction” dei Rolling Stones. Più che un omaggio alla due band storiche, i Faust vollero lanciare un chiaro messaggio: decapitare la musica che il pubblico aveva sempre ascoltato. Si trattò di una chiara scelta stilistica con la quale i Faust dichiararono guerra all’orecchio. Intendevano stravolgere l’ascoltatore con un sound malato e ricco di rumore, caotico e confuso. “Why don’t you eat carrots?” (ascolta) comincia, poi, a destrutturarsi con dei cori strampalatiage-old-shot-of-the-early-members-of-can e alcune note di pianoforte sconnesse, che avviano un jazz-rock in stile Frank Zappa. Voci demoniache si rincorrono bloccando la marcia, che riprende con calma, ma sempre più malata e caotica. La tromba fischia un motivetto quasi demenziale, al quale si susseguono altri fischi e rumori di ogni tipo, creando un caos disumano che spiazza letteralmente l’ascoltatore il quale, confuso e disorientato, non capisce su cosa doversi soffermare. A cosa serve tutta questa confusione? Molto probabilmente, i Faust miravano a far perdere il contatto con la realtà al cervello, creando un trip malefico alla fine del quale non si poteva che rimanere perdutamente innamorati. Il secondo brano, “Meadow meal” (ascolta), inizia con rumori elettronici, sui quali si inseriscono suoni del tutto casuali, sparsi qua e là. Arriva, poi, il solito assordante sibilo, dopo il quale parte una chitarra che ricorda vagamente lo stile flamenco e accompagna un cantato che non riesce ad essere classico per più di qualche secondo, perché sussulta in continuazione, con dei botta e risposta, che fanno da apripista a una jam blues-rock, dominata da chitarre elettriche strampalate e sconnesse. Quando la jam finisce, riparte il tema iniziale, col suo arpeggio inquietante e i soliti rumori sparsi. Il terzo e ultimo brano, “Miss Fortune” (ascolta), parte con delle percussioni ossessive, una chitarra tanto acida quanto completamente sconnessa e il synth, che massacra letteralmente tutta la jam. Terminata questa, arrivano voci che sembrano quasi venire dall’aldilà, sostenute da una pigra Faust_03batteria. Si aumenta di ritmo pian piano e, infine, inevitabilmente si ritorna al caos puro, che si spegne lentamente, lasciando spazio a un coro che sembra cantato da zombie. Il brano si conclude simbolicamente con un “Nobody knows if it really happened”. Nessuno sa se sia davvero accaduto. E, in effetti, terminato l’ascolto, viene quasi da chiedersi se sia stato tutto sogno o realtà. Faust rimane, in assoluto, uno dei dischi più belli del filone kraut rock e della musica tutta, una vera e propria opera d’arte, avanti di almeno due decenni rispetto alla musica del tempo, un disco malato e ossessivo, astratto, confuso, anarchico, dal sound massiccio e fortemente psichedelico, un’esperienza musicale da vivere a pieno, magari chiusi in camera e a luci spente, per poterne assorbire a pieno l’immensa portata rivoluzionaria. Dopo “Faust” la band pubblicò vari dischi, tutti più o meno validi, fino allo scioglimento, avvenuto nel 2009.

Pier Luigi Tizzano

 

Selfie

 

 

Il solo modo che abbiamo di guarire dall’infelicità consiste nel raccontarci a noi stessi. Senza scuse o aureole o piagnistei. Equi e morbidi nella pena, ma generosi se occorre. Rimetterci in prospettiva e nudi davanti alle nostre armi e a tutto quello che abbiamo ammazzato. O ha ammazzato noi.

Patrick Gentile

 

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15 aprile 2016. Sant’Agata sui Due Golfi. Risto-Bar Centrale

 

 

Ciak, si legge! Sesto appuntamento con la rassegna letteraria-cinematografica, organizzata dall’Associazione Giovanile “361°”. Dal romanzo di Tracy Chevalier, “La ragazza con l’orecchino di perla” (1999), al film di Peter Webber, “La ragazza con l’orecchino di perla” (2003), con Colin Firth, Scarlett Johansson e Tom Wilkinson.
Un filo tra i libri e il cinema, tra la letteratura e i grandi film. Un filo che lega tutta la serie di appuntamenti: si comincia con la proiezione di un film, tratto da un romanzo di successo e, in conclusione dello stesso appuntamento, sarà suggerito il libro da cui è tratta la pellicola presentata nel successivo. L’acquisto del libro, oggetto dell’incontro susseguente, sarà possibile alla fine di ogni appuntamento!
Conduzione e moderazione di Riccardo Piroddi. Letture di Rosaria Langellotto. Organizzazione generale di Ilaria Ferraro, in collaborazione, per la parte tecnica, con i giovani dell’Officina “361°”.

 

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