Archivio mensile:marzo 2018

La perla e il pescatore

 

 

Seppure raccogliessi tutto il silenzio
che ti è succeduto
per farne un’unica parola d’amore
che recasse il tuo nome.
Seppure avessi la possibilità
una sola possibilità ancora
di averti davanti e guardarti sorridere.
Seppure pensassi di annegare il mio cuore
nel dolore che piango
al ricordo incomparabile dei tuoi occhi.
Seppure maledicessi
quelle mani che mi carezzavano,
quelle labbra che baciavano le mie
e i raggi di luna in una notte d’inverno
e seppure permettessi alla rabbia di gridare
per provare a trovare una ragione
che sia pure vana e illusoria,
non potrò mai dimenticarti.
Non voglio!
Non voglio che il silenzio diventi parola,
che il tuo sorriso, i tuoi occhi,
le tue mani, le tue labbra,
siano solo ricordo.
Non voglio una perla.
Voglio pescare dove il mare è profondo.
Lì mi troverai
quando risalirò dall’abisso
in cui la tua assenza
mi ha fatto sprofondare.

(Febbraio 2010)

 

(guarda la videopoesia)

 

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La bellezza sacrale delle donne

 

 

Quanto segue può sembrare frivolezza. Invece no. Amo molto le donne che hanno cura del proprio aspetto perché la sacralità dell’apparire bella non è mera vanità. È parte dell’anima di una donna. Lo dico da uomo che le adora come dee e da poeta che le celebra come muse!

 

 

 

 

 

               

Notturno senza effetto di luna

 

 

Primo movimento: il sogno
 
Con le mani disegnavo ombre
alla luce di un’abat-jour
e tra il sonno e la veglia
ti vedevo ballare leggera
sola, per me,
tra gli alberi d’ulivo sui clivi ondulati
al tramonto
e i ciottoli tondi bagnati dal mare.
Il tuo corpo
tracciava volute di spuma
bianche movenze tra ombre
lievemente accennate.
D’improvviso
sparivi in quello spazio impalpabile
e tornavi a colmarlo
coi tuoi passi di danza
rubando e rendendo vigore
al mio sogno incantato,
intermittenza d’umore e passione
nel mio cuore sedotto.
A lungo ho atteso che ballassi dal vero
sola, per me
e io lì a guardarti,
a seguirti con gli occhi
e non più, soltanto in un sogno…
 
 
Secondo movimento: la promessa
 
Sento una carezza sul viso
delicata, impercettibile, sei tu?
Brezza soave in questa notte stellata
luce, barlume, chiarore
raggio di luna riflesso
sulle acque calme del lago del cuore,
cintura d’Orione
con la quale ho legato il mio amore,
Pleiade splendente,
voglio restare per sempre con te
a guardare le stelle.
Per tutta la vita.
Bocciolo che t’apri
al levarsi dell’astro notturno
e racchiudi la volta infinita
al di sopra di noi
in un bacio.
Stella polare nei miei giorni smarriti,
creatura lunare,
astrolabio dei sensi
misura perfetta della distanza
tra il desiderio e l’amplesso,
e l’orizzonte, sereno…
 
 
Terzo movimento: l’incubo
 
Una falena scura vola qua e là
intorno a una candela accesa.
“Stupida falena, che fai?
Così brucerai le tue ali.
Vai via dalla fiamma!
Allontanati.
Torna a volar nella notte.
Vai via, vai via, maledetta falena
non posso salvarti, né piangerti.
Vai via!”.
Un soffio di vento muove la fiamma.
La falena colpita, cade nella cera bollente.
Un sinistro rumore
ne accompagna la lenta agonia.
Torcendosi tra spasmi indicibili
l’insetto muore.
La candela si spegne
si è consumata.
La falena è inerte nella cera solida,
come un fossile d’ambra.
Solo un tenue riflesso,
luccica attraverso la cera.
 
 
Quarto movimento: l’alba
 
Mi sveglio. Inquieto.
Il cielo livido
preavverte di un giorno piovoso.
Sono sudato ma no sento il tuo calore.
Ho freddo.
Il tuo respiro è muto.
Tremo.
Mi giro.
“Dove sei? – grido.
Dove sei? Dove sei?”.
Silenzio.
“Dove sei?”.

(Febbraio 2010)

 

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Oceano

 

Mi dici di essere a riva
anche se siamo in mare.
Ti porto allo specchio
e ti costringo ad accettare.
Sei tu quella sirena
che prese Nettuno
sul suo trono.
Mi sorridi tristemente
e la mia rabbia svanisce.
La tua bocca di cartone
scivola attraverso il mio petto.
Così, ci tuffiamo velocemente
e assaliamo il letto dell’oceano.

(Gennaio 2015)

 

(guarda la videopoesia)

 

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Giosuè Carducci

 

Nacque a Valdicastello, un borgo di Pietrasanta, in Versilia, quando questa, però, non era ancora famosa per i locali notturni e la movida, il 27 Luglio 1835. Trascorse l’infanzia tra prati, colline e boschi, lunghe passeggiate nel verde e le calde serate estive a giocare all’aperto col fratello e gli amichetti. Ma anche tra i libri, che il papà Michele gli faceva leggere. Michele Carducci, medico condotto e uomo di buona cultura, aveva idee liberali e non disdegnava l’azione.carducci Per questo, fu accusato di attività antigovernative e dovette trasferirsi con la famiglia a Firenze. Nella città dell’Arno Giosuè continuò i suoi studi e, nel 1853, entrò alla Scuola Normale Superiore di Pisa, laureandosi, in soli tre anni, in Filosofia e Filologia. Dopo la laurea e il primo insegnamento in un ginnasio di San Miniato, la vita gli si cominciò a presentare in tutta la sua durezza: il fratello Dante si suicidò o, molto più probabilmente, fu ammazzato involontariamente dal padre dopo una lite, e lo stesso genitore, poco dopo, forse per la disperazione, forse per il rimorso, volle volontariamente raggiungere il figlio morto. Il futuro poeta dovette farsi carico della madre e dell’altro fratello, arrangiandosi come poté. Nel 1859, sposò Elvira Menicucci e parve trovare un po’ di sollievo alla sua tristezza. L’anno successivo, ottenne la cattedra di Eloquenza italiana alla prestigiosa Università di Bologna e, anche se tra mille difficoltà e pochi soldi, si dedicò con passione all’insegnamento. Nel 1870, altre sciagure si abbatterono sulla sua vita: la morte della madre e del figlio Dante. Tentò di consolarsi, allora, con una relazione amorosa con Carolina Cristofori Piva, donna intellettualmente molto vogliosa, e si mise a far politica, candidandosi al Parlamento per le elezioni del 1876. Conobbe personalmente i sovrani, dedicò alla regina Margherita, moglie di Umberto I, l’ode Alla regina d’Italia e non perse mai occasione per lodare e celebrare la reale coppia. Nel 1890, fu nominato senatore del Regno e nel 1906, fu il primo italiano a ricevere il premio Nobel per la letteratura. Morì nel 1907.

Le opere

Per meglio comprendere l’opera di Carducci, è necessario raccontare ciò che gli capitò durante gli studi all’Università: insieme con un gruppo di colleghi, costituì la società degli 09_grAmici Pedanti, una sorta di accademia in cui si riunivano poeti o quanti ambivano ad esserlo, che avevano la poesia del romanticismo sulle scatole. Di più, ne erano proprio oppositori! Contro Manzoni, contro gli scapigliati, contro la poesia moderna, essi predicavano un ritorno al classicismo, alle forme di una volta. La maggior parte della produzione poetica di Carducci, quindi, è proprio orientata in questo senso: classicismo, classicismo, classicismo! Effettivamente, questo rigore nel suo modo di verseggiare si mostra bene già soltanto guardando un suo ritratto: il volto austero, lo sguardo severo, sembra sempre arrabbiato, senza ridere mai, pronto a sgridare. Certo, i suoi alunni dovettero sudarseli i bei voti, pare che non mettesse mai più di 6 e ben volentieri meno di 5. A scuola, poi, lo chiamavamo il mietitore, perché a fine anno falciava con le bocciature che era un piacere, anzi, un dispiacere, per chi ci incappava.

Nella sua prima raccolta di versi, “Juvenilia” (cose di gioventù), i modelli poetici antichi sono ben riconoscibili, per lui che si definì “lo scudiero dei classici”.

“Qual sovra la profonda
pace del glauco pelago
uscì Venere, e l’onda
accese e l’aer e l’isole,
quando al ciel le divine
luci alzò raccogliendo il molle crine;

(“Juvenilia”, Canto di primavera, vv. 1 – 6)

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A questa, seguì il florilegio intitolato “Levia Gravia” (cose leggere e cose pesanti), che, però, non è l’apice della sua creatività. Poi, “Giambi ed Epodi“, la raccolta delle polemiche, dove, ispirandosi alla satira del poeta greco antico Archiloco e a quella del latino Orazio, distribuisce la sua dose di rimbrotti a tutte quelle cose le quali, secondo lui, non vanno affatto bene. Le “Rime nuove” invece, contiene alcune tra le sue più belle e famose liriche. Il poeta è ormai maturo, ha un proprio stile e la consapevolezza di essere riconosciuto come grande verseggiatore. Questa, di seguito, è “Pianto antico“, dedicata del figlioletto Dante, morto di tifo a soli tre anni:

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior.

Sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor“.

Le “Odi barbare” sono il curioso tentativo dell’Autore di riproporre i metri della poesia classica, adattati a quelli della poesia italiana. Il titolo gli venne in mente pensando a come le sue odi sarebbero state giudicate dagli antichi greci e latini, barbare, appunto. Non soddisfatto di queste prima serie di “barbarie”, ne volle comporre ancora e le inserì, insieme ad altri versi, nella raccolta “Rime e Ritmi“.

“La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

(“Rime e Ritmi”, San Martino)

nebbia

Quando frequentavo la quarta elementare, ricordo di aver passato un intero pomeriggio ad imparare a memoria questa poesia, di essermi svegliato un’ora prima la mattina dopo per ripassarla e, comunque, di aver pianto davanti alla maestra perché non la rammentavo tutta. Ho sempre odiato il dover imparare le cose a memoria. Che utilità c’è a conoscere il testo di una poesia senza, poi, riconoscerne e capirne i temi? Questo vorrei chiederlo al professor Carducci. Chissà cosa mi risponderebbe!