Canto

 

 

Io canto il tuo corpo,
lo declamo.
Terra promessa
nella quale mi abbandono
fino a raggiungerne le viscere
profonde,
per baciarne l’odore.
Ne lambisco i confini,
abbraccio il calore che avvinghia,
che scioglie,
e torno lì,
dove tutto ha inizio,
a bere il tuo sudore
tremante,
che avvampa la giogaia assetata.
E poi su,
a riverso,
tra i petali scuri e sottili
del fiore negato,
tra due ali di vento
e una forra incavata,
umida,
nivea,
affondo l’idioma dinamico
mentre il resto impietrisce
al tuo ritmico andare.
Mi alzo
e percorro
lentamente,
una per una,
con passo sicuro,
le stanze della notte,
fino a far deflagrare il tuo respiro
madido,
tormentato,
canne di un organo
ad un accordo in maggiore,
sacra rappresentazione
cadenzata,
modulata,
danza primigenia di anime possedute.
E a quel punto
muoio con te
e lascio morire anche il mio corpo
distrutto e disfatto,
strappato,
trafitto,
da ciò che tu sola, tu sola
tu sola
mi hai saputo svelare.

(Marzo 2010)

 

ssss

Gustave Coubert, L’origine del mondo (1866), Parigi, Museo d’Orsay

 

 

 

               

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