Archivi categoria: Critica d’Arte

Leonardo da Vinci, l’Ultima Cena e la scelta della damnatio

 

 

Esiste un aneddoto nella storia dell’arte italiana secondo il quale a Leonardo da Vinci mancasse soltanto un ultimo personaggio da dipingere alla sacra mensa dell’Ultima Cena: Giuda. Ebbene, il sommo artista si recò in una taverna malfamata, l’unico luogo confacente, insieme con una galera, atto a rintracciare il modello cui ispirarsi per ritrarre uno degli uomini più vituperati dell’umanità. Vi trovò un baro ubriaco, col viso e l’anima segnati dagli eccessi. Lo ritenne perfetto. Terminato il suo celeberrimo capolavoro parietale, scoprì che quello stesso uomo, ridotto, ormai, ad una carogna, gli aveva fatto da modello, precedentemente, per dipingere, al medesimo desco benedetto, il viso di Gesù Cristo
Che sia vero o meno, questo racconto può divenire metafora dell’esistenza di alcuni uomini. Quegli uomini i quali, seppure destinati all’elezione, hanno scelto di vivere la damnatio, la dannazione!

 

cenacolo100Leonardo Da Vinci, l’Ultima Cena, 1495-1498
Milano, Refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie

 

ultima_cena_da_vinci_partParticolare dall’Ultima Cena
In primo piano, Giuda Iscariota

 

 

Bellezza e delicatezza nella Venere del Botticelli

 

 

È talmente bella che perfino il suo appena percettibile strabismo diviene una meravigliosa virtù. Simonetta Cattaneo Vespucci, la modella che Botticelli utilizzò per dipingere la Venere nella sua celeberrima tela. L’epitome universale della bellezza femminile. Il pittore fiorentino quattrocentesco ha così dimostrato al mondo che bellezza e delicatezza possono, anzi, devono essere sinonimi.
(Un taglio di occhi così bello l’ho riscontrato, certamente per altre caratteristiche, soltanto nei volti femminili di Amedeo Modigliani!).

 

Picasso ed Einstein. Cubismo e Relatività. Il superamento delle tradizioni pittoriche e scientifiche

 

 

Il tema di questo numero mi suggerisce un paragone tra due menti illuminate, le quali ruppero, in maniera netta, nei rispettivi campi, con tutta la tradizione precedente. Parigi, 1906. Un giovane pittore spagnolo, Pablo Picasso, 25 anni, dà la prima pennellata a Les Damoiselles d’Avignon. Le cinque damigelle (in realtà, prostitute in un bordello di Calle Avignon, a Barcellona) rivivono sulla tela in una prospettiva spaccata, frantumata in volumi, incidenti l’uno nell’altro, proposte in simultanea, sebbene ciascuna viva in una sua dimensione spaziale. Il quadro inaugura la stagione del Cubismo e manda definitivamente in pezzi la concezione tradizionale dello spazio. Berna, 30 giugno 1905. Un giovane fisico tedesco, Albert Einstein, 26 anni, invia alla rivista “Annalen der Physik”, l’articolo Elettrodinamica dei corpi in movimento, in cui assume che la velocità della luce sia costante in qualsiasi sistema di riferimento e che il principio di relatività galileano sia valido per ogni sistema fisico in moto relativo uniforme. L’articolo unifica parzialmente la meccanica e l’elettrodinamica, rompendo la concezione tradizionale del tempo e dello spazio. Le due opere, il quadro e l’articolo, con strumenti affatto diversi, affrontano il medesimo problema: la natura della simultaneità. E, negli stessi mesi, giungono alla pari conclusione iconoclasta: la degradazione della tradizionale concezione plurimillenaria dello spazio, quale assoluto e ineffabile contenitore degli eventi cosmici. C’è qualcosa che connette Les Damoiselles d’Avignon all’Elettrodinamica dei corpi in movimento. C’è una qualche correlazione tra queste due opere che aprono una nuova era nell’arte figurativa e nella fisica. C’è qualcosa che lega il più grande pittore del XX secolo al più grande fisico del XX secolo. Gli storici dell’arte hanno riconosciuto che, nel dipingere Les Damoiselles d’Avignon, il genio di Picasso abbia interpretato e si sia fatto partecipe dello spirito del tempo. Ivi compreso quello spirito scientifico che, a inizio ‘900, stava sottoponendo a seria critica la concezione newtoniana dello spazio e del tempo. Riconoscimento tutt’altro che banale perché implica l’esistenza di un ponte tra la dimensione artistica e quella scientifica della cultura umana. Una correlazione diretta, forte, che va ben oltre una generica adesione allo spirito dei tempi, tra il quadro e l’articolo, tra il genio della pittura e il genio della fisica.

 

Pubblicato il 15 dicembre 2016 su La Lumaca

 


Per una interpretazione poetica della pittura impressionista

 

 

La poesia, come l’arte figurativa, deve essere interpretabile, deve stimolare sensazioni, emozioni, ricordi, attraverso le parole. Essa è nell’aria, è dentro di noi, è intorno a noi. La poesia libera l’animo e riesce ad esprimerlo, poi, in parole. L’istinto poetico dell’uomo si perde nella notte dei tempi, per alienarsi e ricomporsi in frammentarie bramosie liriche. La poesia svela l’impulso ancestrale, dominato dal sentimento, che diffonde misteri in ogni verso. La poesia diviene schizzo d’immenso e non concede all’autore, né al lettore, autorevoli o ragionevoli garanzie estetiche. La sua potenza, spesso inespressa, deve essere amata coi sensi e carezzata con gli occhi, affinché ci parli.

Claude Monet, “I papaveri” (1873) Parigi, Musée d’Orsay

La poesia dell’arte impressionista diventa soggettiva rappresentazione della realtà. Essa, infatti, evita qualsiasi costruzione ideale, per occuparsi soltanto dei “phoenomena”, quali essi “appaiono” nell’ispirazione artistica. Non c’è, nella pittura impressionista, alcuna evasione verso mondi idilliaci o esotici, quanto piuttosto, la volontà di calarsi interamente nella concretezza estetico-sentimentale che la anima, che l’assedia, evidenziandone le caratteristiche che la compongono. Il soggetto artistico, inanimato o animato, trasborda sulle tele, direttamente dagli occhi e dal cuore del pittore. Il linguaggio pittorico degli impressionisti, ricercato ma sempre poetico, con variegate tonalità, si alimenta, soprattutto, dell’uso del colore e della luce.

Édouard Manet, “Colazione sull’erba” (1862-1863), Parigi, Musée d’Orsay

Luci e colori costituiscono gli elementi fondanti della visione artistica impressionista. Ciò consente allo spettatore, inizialmente, di percepirli e, poi, pian piano, attraverso l’elaborazione concettuale, di distinguere le forme e gli spazi, in cui gli impressionisti li trasfondono e li trasfigurano. Questi “distinguo” costituiscono il riflesso degli “oggetti”, ritratti dagli artisti. La pittura impressionista si nutre principalmente di luce, perché nasce “en plein air”, all’aperto. Non rappresenta il frutto di un chiuso atelier di osservazione e di ispirazione, quanto piuttosto un paesaggio dell’anima, in cui germoglia l’artista. Esso coglie tutti gli effetti luministici che la visione diretta gli fornisce. Le sue pennellate diventano, di conseguenza, estremamente mutevoli, come mutevoli sono i colori e la luce dei paesaggi.

Paul Cézanne, “La casa dell’impiccato” (1873), Parigi, Musée d’Orsay

Questa sensazione di mutevolezza rappresenta la caratteristica più significativa del “modus pingendi” impressionista, che si caratterizza come la pittura dell’attimo fuggente, senza un prima, senza un dopo, in quanto coglie l’assoluto nella realtà, attraverso impressioni istantanee. La realtà, infatti, muta continuamente di aspetto. La luce varia ad ogni istante. Gli oggetti e le cose fluttuano. Si muovono nell’eremo della dimensione interiore dell’artista. Il momento sintetizza la sensazione e la sorprende in una particolare inquadratura, come fosse una fotografia d’autore. 

Pierre-Auguste Renoir, “Le Pont-Neuf” (1872), Washington, National Gallery of Art

La pittura impressionista cattura, anche in poche pennellate, le emozioni dell’artista, contrapponendole in immagini contrastanti, che sfuggono al tempo e al luogo, a fugaci e vivide impressioni, in una sintesi che scoperchia gli strati profondi dell’animo, provocando, così, sensazioni di realismo, di naturalezza, di complicità, ma, al tempo stesso, anche di distaccata e indifferente leggerezza. Lo spettatore, in tal modo, fa ricorso alla sensazione e all’identificazione con le impressioni suggerite. E oblia la ragione! Si libera, adunque, delle sovrastrutture della mente, dei concetti inutili e superflui, i quali si affollano intorno ad una veduta, ad una esperienza. Lo spettatore coglie, così, l’essenza di una visione, la sostanza di un’esperienza, il nucleo di un’emozione.

Edgar Degas, “Cavalli da corsa davanti alle tribune” (1866-1868), Parigi, Musée d’Orsay

 

 

Amedeo Modigliani e le sue modelle: una brevissima analisi poetica

 

 

Amedeo Modigliani, misero, senza un soldo, perennemente ubriaco o stordito dall’oppio, ma artista immenso e maledetto, terminato un nudo, nel suo studio cadente a Montparnasse, soleva fare all’amore con la modella che aveva posato per lui. Misera anch’ella, vendeva le grazie di cui la Natura l’aveva dotata, per farsi ritrarre e guadagnare dei soldi, salvo poi preferire in compenso mezz’ora d’amore, anteponendo, così, la passione al danaro di cui, senza dubbio, aveva bisogno. Gli si concedeva, perché la baciasse quella bocca dalla quale erano uscite parole impastate di eccessi, perché la toccassero quelle mani che l’avevano così mirabilmente dipinta e perché entrasse in lei, attraverso il passaggio che pure gli aveva mostrato, l’immensa arte di quel giovane straccione italiano. Questo è quanto percepisco in certi quadri di Modì.

 

 

Amedeo_Modigliani_-_Le_Grand_Nu“Grande nudo disteso”, 1917, New York, Museum of Modern Art

 

Amedeo_Modigliani-nudo-disteso-768x465“Nudo disteso”, 1917, Collezione privata

 

572“Nudo”, 1917, New York, Solomon R. Guggenheim Museum

 

Amedeo_Modigliani_012“Nudo Rosso”, 1918, Milano, Collezione Gianni Mattioli

 

 

Il Futurismo e Filippo Tommaso Marinetti

 

 

Una decina di anni fa, mi trovavo a casa di alcuni amici dei miei genitori per festeggiare il Capodanno. Dopo aver generosamente dato fondo, insieme con uno dei loro figli, ad una bottiglia di Martini Bianco, mi aggiravo, brillo, nel salotto, aspettando che il padrone di casa ci invitasse a tavola, per dare inizio al banchetto, quando notai una stampa multicolore, sistemata sul muro, dietro un tavolo finemente intarsiato. “Quelli sono i futuristi a Parigi!”, esclamai, ricordandomi di una loro fotografia, vista qualche tempo prima in un libro sul Fascismo Futuristi-a-Parigi-nel-1912e che, molto probabilmente, l’autore della stampa aveva copiata. Chi erano, dunque, questi futuristi fotografati a Parigi, nel 1912? Da sinistra: Luigi Russolo, Carlo Carrà, Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e Gino Severini. Cosa fu il Futurismo? Il caposcuola fu, senza dubbio, Marinetti, il quale riuscì a contagiare altri artisti, non solo poeti o scrittori, ma anche pittori, architetti e musicisti e artisti. Il Futurismo quindi, non fu soltanto un movimento letterario, bensì interessò tutti i campi dell’arte e della cultura. Marinetti stesso, in un articolo apparso sul quotidiano francese Le Figaro, il 20 Febbraio 1909, intitolato Manifesto del Futurismo, ne aveva dato le linee generali: in primo luogo, affermò il ribrezzo per le idee del passato, spostando l’indagine artistica agli elementi della recente modernità, dalla tecnologia alla velocità, fino alla guerra, perché tutti questi elementi, a suo parere, costituivano la prova della definitiva vittoria dell’uomo sulla natura. Inoltre, quello per la modernità e la distruzione di tutto ciò che il passato rappresentava, fu un vero e proprio culto, tributato dai futuristi attraverso le loro opere. È interessante leggere alcuni punti del Manifesto di Marinetti, perché sono illuminanti per capire aspetti importanti di questo movimento:

Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità penosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. […]
Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.
La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo. […]
Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.
E’ dall’Italia che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari. Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri.

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Marinetti redasse anche altri manifesti, tutti volti ad affermare, con forza, le nuove linee della poesia e dell’arte, del rapporto dei poeti e degli artisti con la realtà. Tra questi, il più interessante è il Manifesto tecnico della Letteratura Futurista, dell’11 maggio 1912, di cui riporto alcune parti:

Bisogna distruggere la sintassi, disponendo i sostantivi a caso, come nascono.
Si deve usare il verbo all’infinito, perché si adatti elasticamente al sostantivo e non lo sottoponga all’io dello scrittore che osserva o immagina. Il verbo all’infinito può, solo, dare il senso della continuità della vita e l’elasticità dell’intuizione che la percepisce.
Si deve abolire l’aggettivo perché il sostantivo nudo conservi il suo colore essenziale. L’aggettivo avendo in sé un carattere di sfumatura, è incompatibile con la nostra visione dinamica, poiché suppone una sosta, una meditazione.
Si deve abolire l’avverbio, vecchia fibbia che tiene unite l’una all’altra le parole. L’avverbio conserva alla frase una fastidiosa unità di tono.
Ogni sostantivo deve avere il suo doppio, cioè il sostantivo deve essere seguìto, senza congiunzione, dal sostantivo a cui è legato per analogia. Esempio: uomo-torpediniera, donna – golfo, folla – risacca, piazza – imbuto, porta – rubinetto. […]
Abolire anche la punteggiatura. Essendo soppressi gli aggettivi, gli avverbi e le congiunzioni, la punteggiatura è naturalmente annullata, nella continuità varia di uno stile vivo, che si crea da sé, senza le soste assurde delle virgole e dei punti. Per accentuare certi movimenti e indicare le loro direzioni, s’impiegheranno i segni della matematica: + – – x: = > <, e i segni musicali.

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In accordo con i contenuti di quest’ultimo manifesto è la composizione che segue, tratta da Zang Tumb Tuuum, poemetto ispirato all’assedio di Adrianopoli, durante la prima guerra dei Balcani, nel 1913:

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Incredibile a dirsi, questa è una poesia, anche se sembra un quadro. Le parole e i versi, disposti sulla pagina, in libertà, paiono descrivere un’immagine, come se il foglio fosse una tela e le parole i colori. Marinetti tuttavia, insieme con gli altri futuristi, scrisse anche poesie “normali”, secondo lo stile consolidato dall’inizio della storia dell’uomo, ovvero versi lineari di parole, con senso compiuto, senza errori di grammatica e, soprattutto, senza costringere il lettore ad acrobazie fisiche per poter leggere il tutto. Eccone una:

Veemente dio d’una razza d’acciaio,
Automobile ebbra di spazio,
che scalpiti e fremi d’angoscia
rodendo il morso con striduli denti…
Formidabile mostro giapponese,
dagli occhi di fucina,
nutrito di fiamma
e d’olî minerali,
avido d’orizzonti, di prede siderali…

(Filippo Tommaso Marinetti, All’automobile da corsa, 1908, vv. 1-9)

 

Boccioni_LaCittaCheSaleUmberto Boccioni, “La città che sale”, 1910, New York, Museo Guggenheim

 

 

 

Il pianto dinanzi a un’opera d’arte, William Turner e le mie donne

 

 

Si può piangere dinanzi ad un’opera d’arte, esposta in una mostra? Certamente! Soprattutto se una riproduzione fotografica di questo capolavoro è stata usata, qualche anno prima, come immagine di copertina di un libretto di poesie, scritte per celebrare una donna. Si piange perché, ammirandola, quell’opera d’arte diventa quella donna, i suoi occhi, la sua bocca, i suoi seni, le sue mani. Quegli occhi, quella bocca, quei seni, quelle mani diventano versi e letteratura. Quei versi e quella letteratura diventano William Turner e La valorosa Tèmèraire. William Turner e La valorosa Tèmèraire diventano quella donna, i suoi occhi, la sua bocca, i suoi seni, le sue mani.
Ecco il miracolo dell’arte e della letteratura! Ecco la funzione dell’arte e della letteratura! Ecco cos’è l’arte, cos’è la letteratura e cosa sono per me (lo rivendico con orgoglio), le donne!

 

william-turner-the-temeraire-towed-to-her-last-berth-aka-the-fighting-temraire-sea-ships-artworkWilliam Turner, “La valorosa Téméraire trainata al suo ultimo ancoraggio per essere demolita”, 1839
Londra, National Portrait Gallery

 

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Gli artisti letterati del Rinascimento italiano: Giorgio Vasari e Benvenuto Cellini

 

 

Giorgio Vasari

Il Rinascimento ha mostrato i suoi frutti soprattutto nelle arti figurative. Un’opera d’arte (di ogni epoca!) parla di sé soltanto ad ammirarla, ma spesso racconta poco della vita del suo autore. Ci fu un uomo, pittore, architetto e letterato, che pensò bene di raccogliere le biografie e le tecniche artistiche di tutti quei personaggi i quali, lungo il Rinascimento, regalarono iGiorgio_Vasari_Selbstporträt loro capolavori all’umanità. Questi fu Giorgio Vasari. Nato ad Arezzo nel 1511, giovanissimo, fu a bottega da Michelangelo, da Andrea del Baccio e da Baccio Bandinelli. Fu l’artista ufficiale di Cosimo I a Firenze, per il quale progettò gli Uffizi e affrescò la volta della cupola della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Il titolo della sua raccolta di biografie illustri è: “Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani da Cimabue insino a’ tempi nostri“, cioè suoi, cioè fino a Michelangelo, in cui colleziona 195 biografie, concludendo con la propria. Ma non solo. Racconti e curiosità arricchiscono la narrazione dell’esistenza di questi uomini eccezionali. Anche se molte date non risultano essere precise e tanti aneddoti sono stati inventati da lui stesso, come, ad esempio, quella secondo cui Cimabue provasse ripetutamente a scacciare la mosca che Giotto aveva disegnato su un suo quadro, l’opera ha avuto e ha, ancora oggi, valore di guida fondamentale per la storia dell’arte italiana dal Trecento al Cinquecento. Da toscano, Vasari pone in ottima luce gli artisti della sua regione ed è sempre parziale anche quando, nella seconda edizione, inserisce maestri di altre parti d’Italia.

 

Benvenuto Cellini

Chi è stato a letto con una donna o con un uomo dello spettacolo, scrive la propria biografia; chi è uscito da un centro di recupero per tossicodipendenti e fa parte sempre dello spettacolo, downloadscrive la propria biografia; chi ha commesso uno o più omicidi, scrive la propria biografia o, almeno, se la fa scrivere; chi ha vinto una medaglia, scrive la propria biografia; chi ne ha combinate di grosse, veramente grosse, scrive la propria biografia… Chiunque potrebbe scrivere la propria biografia, raccontare di quando è nato, di quanto i suoi genitori gli abbiano voluto bene, di come si sia divertito non sempre in modo troppo sano, eccetera, eccetera. Non sarebbe il primo e nemmeno l’ultimo. C’è comunque stato qualcuno, il primo, appunto, che scrisse la storia della propria vita: fu un artista, Benvenuto Cellini. Quando nacque, il 3 Novembre 1500, a Firenze, suo padre Giovanni, fabbricatore di strumenti musicali, aspettava una femmina, ma non appena lo vide, strillò: “Benvenuto!” e quello fu il suo nome. Fu a bottega da vari maestri a Firenze, Bologna, Siena e Pisa. Ad averlo conosciuto, si sarebbe capito immediatamente che era una testa calda, anzi caldissima. Risse, botte, coltellate, schioppettate, con lui erano cose comuni. Pare che, quando partecipò alla difesa di Castel Sant’Angelo, durante il sacco di Roma del 1527, con le palle del suo di archibugio uccidesse il comandante dell’esercito imperiale, Carlo di Borbone, e ferisse, poi, Filiberto di Chalons, principe d’Orange, che aveva preso il suo posto. Era uno che sapeva bene come usare le armi da fuoco. Per quel che riguarda la sua carriera d’artista, fuse il famoso Perseo, download (1)una statua di bronzo alta 5 metri e 20 centimetri, cesellò l’altrettanto celebre Saliera per Francesco I di Francia (immagine a destra) e creò tante altre belle opere d’arte. Giunto a 58 anni (per la vita che condusse un incredibile traguardo!), decise di mettere per iscritto la parabola della sua esistenza: “La vita di Benvenuto Cellini fiorentino, scritta (per lui medesimo) in Firenze“. L’Autore, sebbene fosse un artista, racconta se stesso, non le sue opere d’arte.  Per la prima volta, egli mette in scena la sua vita, nella sua crudezza, nelle sue avventure, senza metafore e senza voler insegnare nulla. Questa è stata la novità. Momenti belli e momenti brutti, brave persone e farabutti, sangue, donne e cortigiani, amore e odio, fame, sete, ubriachezza e sazietà, puttane e ruffiani, invidia e generosità, fughe, prigioni e colpi a serramanico, ce n’è per tutti i gusti. La sua storia, insieme all’indubbio valore letterario, è avvincente e incredibile. Sono certo che essa piacerebbe non solo ai “tecnici” della letteratura, ma anche a lettori abituati a sfogliare libri impegnativi e istruttivi (sicuro!) come “Cigno” (Naomi Campbell, “Cigno“, Mondadori, 1995), “Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda” (Paolo Villaggio, “Vita morte e miracoli di un pezzo di merda“, Mondadori, 2002), “Costantino Desnudo” (Alfonso Signorini, “Costantino Denudo“, Maestrale Company, 2004), “Io e me stessa” (Lory del Santo, “Io e me stessa“, Sperling&Kupfer, 2006) e via dicendo.