Archivi categoria: Intervista

Don Alfonso 1890. Nel nuovo romanzo di Raffaele Lauro, dedicato al famoso ristorante stellato di Sant’Agata sui Due Golfi, la saga familiare e imprenditoriale della “dinastia” Iaccarino, dalla fine dell’Ottocento ad oggi, nel campo dell’ospitalità alberghiera e della ristorazione d’eccellenza

 
 
di Riccardo Piroddi

Nel nuovo romanzo dello scrittore sorrentino Raffaele Lauro, “Don Alfonso 1890 – Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi”, edito da GoldenGate Edizioni di Roma, in uscita a fine giugno prossimo, viene celebrata la saga familiare e imprenditoriale della “dinastia” Iaccarino, dalla metà dell’Ottocento ad oggi, attraverso quattro generazioni, operanti, con successo, nel campo dell’ospitalità alberghiera di qualità e della ristorazione d’eccellenza. La storia prende l’avvio, nel 1872, con la nascita, a Sant’Agata sui Due Golfi, del fondatore, Alfonso Costanzo Iaccarino, la cui vicenda umana, familiare e imprenditoriale si intreccia intimamente con lo sviluppo sociale ed economico del borgo collinare della Penisola Sorrentina e, nel secondo dopoguerra, con la stessa vita politico-amministrativa di Massa Lubrense. Ne abbiamo parlato con l’Autore, da sempre legatissimo a Sant’Agata sui Due Golfi, al nipote del fondatore, don Alfonso Iaccarino, e alla moglie Livia.

D.: Lei ha dichiarato che la figura del fondatore della “dinastia” Iaccarino, Alfonso Costanzo, l’ha affascinata, rapita. In che senso? Può essere più esplicito, per i lettori del suo nuovo romanzo, “Don Alfonso 1890 – Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi”?

R.: Il mio intento originario era dimostrare soltanto come don Alfonso Iaccarino, il nipote, a differenza di tanti altri chef stellati, anche di fama internazionale, non fosse arrivato al successo planetario dal nulla, cioè senza avere una solida storia alle spalle, una storia familiare nel campo gastronomico e della cucina mediterranea, il suo fiore all’occhiello, in cui si è affermato, come un vero maestro, di più generazioni, a livello mondiale. Dalla lettura dei libri su don Alfonso, i riferimenti a questa autorevole ascendenza, le origini, risultavano quasi fugaci, con generici riferimenti alla vicenda umana, familiare e imprenditoriale del nonno, all’invenzione degli “strascinati” e con un corredo di dati temporali, sulla sua vita, del tutto contraddittori, se non addirittura errati. Allora ho deciso, con l’aiuto determinante di amici, santagatesi e massesi, di documentarmi presso l’anagrafe e l’archivio comunale, al fine di ricostruire, in primis, un quadro storico certo. Qualche dubbio è rimasto, non tale, tuttavia, da inficiare la straordinarietà della vicenda. Le conversazioni successive con don Alfonso e Livia Iaccarino mi hanno aperto, poi, delle fonti di ispirazione e degli spunti narrativi, degni della massima cura e di ulteriori approfondimenti. In particolare, il lavoro di Alfonso Costanzo bambino, dopo che divenne orfano del padre, la successiva partenza, a quattordici anni circa, come un piccolo emigrante meridionale, per “La Merika”, alla ricerca del lavoro, le occupazioni a New York per cumulare risparmi, il rientro, dopo quattro anni, a diciotto anni, e l’inizio dell’impresa, con l’apertura della Pensione Iaccarino, in società con un finanziatore tedesco, Max Brandemaier, originario di Stoccarda e innamorato del borgo.

D.: Partiamo, allora, dal quadro storico, prima di chiarire ciò che nel romanzo rispetta fedelmente la realtà, frutto di documentazione o di testimonianze, e ciò che appartiene all’invenzione narrativa, ancorché verosimile, di ispirazione manzoniana, tipica dei romanzi biografici.

R.: La costruzione di tutti i dialoghi di don Alfonso Costanzo Iaccarino con i suoi interlocutori è necessariamente frutto di invenzione narrativa, anche perché collegata a personaggi non storici, anch’essi inventati. Ci tengo, tuttavia, a chiarire che, essendo rimasto molto affascinato dalla figura di don Alfonso Costanzo, mi sono calato, psicologicamente, sociologicamente e culturalmente, nel personaggio, per cui i pensieri, i progetti, le riflessioni, gli accadimenti e le osservazioni risultano assolutamente aderenti alla sua personalità.

D.: Torniamo al quadro storico.

R.: Alfonso Costanzo Iaccarino nacque il 16 agosto 1872, nella casa familiare di via Canale, la stradina, che scende dal viale principale di Sant’Agata sui Due Golfi, asse viario del borgo, tra la Chiesa di Santa Maria delle Grazie e La Pedara, fino alla Fonte di Canale. I genitori, Luigi Iaccarino, un muratore-contadino, nato nel 1840, e Maria Rosa Persico, una casalinga, nata nel 1841, provenivano da famiglie, entrambe modeste, entrambe lavoratrici, che abitavano sulla stessa via. Per questa ragione Luigi e Rosa si conoscevano fin da ragazzi. Dal loro matrimonio nacque un unico figlio, al quale imposero due nomi, Costanzo e Alfonso, anche se, fin da piccolo, lo chiamavano tutti con un diminutivo, “Alfonsino”. L’evento-chiave, drammatico, è costituito dalla morte prematura di Luigi e dalla ferma volontà della giovane vedova di non risposarsi, per dedicarsi completamente al figlioletto. La donna si industria, affittando le due camere della propria abitazione ai soggiornanti estivi di Napoli e svolgendo servizi di pulizia e di cucina, per gli stessi, forte anche dell’esperienza maturata nella piccola trattoria di famiglia, la trattoria dei Persico, di via Canale. Nel momento del dolore e della difficoltà, non risolta con la scorciatoia di un nuovo matrimonio, una soluzione di compromesso, si cementa il rapporto tra il figlio e la madre, dalla quale Alfonsino eredita un carattere forte e deciso. La determinazione spinge il bambino a trovarsi, all’insaputa della madre, un lavoro e racimolare qualche spicciolo per aiutarla: scenderà, ogni giorno, prima dell’alba a Crapolla per prelevare il pesce fresco da consegnare, di prima mattina, alle pescherie di Sorrento, lungo il Circumpiso, un percorso sterrato e accidentato, che collega, a piedi, Sant’Agata a Sorrento.

D.: Perché decide di partire, come emigrante, per l’America, alla ricerca del lavoro, e perché la madre glielo consente?

R.: Alfonsino, oltre ad essere, come la madre, forte di carattere, è un autentico visionario, un sognatore, un dreamer. Vuole rompere il circolo vizioso della povertà, vuole cumulare un gruzzolo, vuole imprendere, per se stesso, per la madre Rosa e per il suo borgo natio. Non gli resta che emigrare, ma…, ma… per ritornare, appena si renderà necessario. La madre è molto combattuta, sa che resterà sola, ma è certa che il figlio ritornerà. Che non tradirà il loro patto segreto, rassicurata anche da fatto che una sua parente, zia Carolina, con il marito Luigi, detto Parapalle, è già emigrata a New York e proteggerà il figlio da tutti i pericoli.

D.: Quanti anni resta in America?

R.: Circa quattro anni, cambia più mestieri (l’incredibile epopea americana di Alfonso Costanzo, la lascio ai lettori!), cumula dei risparmi e decide di rientrare, trova un socio tedesco disponibile, e apre, nel 1890, la Pensione Iaccarino, all’inizio del Circumpiso. Da quel momento, i santagatesi, nonostante la giovane età, non lo chiameranno più “Alfonsino”, ma “don Alfonso”. Una pensione, con poche camere, ma con un ristorante, che diviene presto molto rinomato. Sposa una ragazza di Sant’Agata, Rosa d’Esposito, di otto anni più giovane, la quale collabora con lui e gli darà ben undici figli: Olga (1899), Fernanda (1901), Maria (1902), Luigi (1904), Ernesto (1906), Guglielmo (1908), Carlo (1910), Vladimiro (1912), Laura (1914), Anna (1916) e Renato (1920). Gli premoriranno, in tenerissima età, Vladimino (1912), e, in giovane età, prima Fernanda (1923) e, poi, Guglielmo (1928). Man mano che i figli sopravvissuti crescono, collaborano con il padre e la madre, la quale scompare nel 1925, nell’albergo: le donne addette alla camere, gli uomini alla gestione degli altri servizi, dalla cucina alla sala. Così, la Pensione Iaccarino, di anno in anno, si ingrandisce, cresce, diventa un’azienda alberghiera di tutto rispetto, non tanto, tuttavia, da dar da mangiare a tanti figli, ormai pronti al matrimonio. Inizia il primo tentativo di espansione, che fallisce in maniera drammatica. Tre figli, Carlo, Laura e Renato, aprono a Roma una seconda Pensione Iaccarino, nella speranza di creare un’azienda parallela, ma non stagionale. Gli eventi bellici della seconda guerra mondiale, collegati alla caduta del regime fascista e a Roma, città aperta, risucchieranno questa iniziativa nel vortice della guerra civile, con accuse del tutto infondate, rivolte ai fratelli Iaccarino, di collusione con bande criminali nazi-fasciste.

D.: Questa situazione generò molta amarezza in don Alfonso Costanzo?

R.: Legittimamente, prima angoscia per la sorte dei figli e, poi, amarezza, anche perché gli alleati gli avevano requisito la sua creatura, la Pensione Iaccarino. Alla fine, i figli ritornarono salvi e le maldicenze si arresero di fronte alla verità storica e processuale. Gli fu chiara, tuttavia, l’esigenza di suddividere il patrimonio tra i potenziali eredi. Secondo le prassi (oggi inconcepibili!) dell’epoca, le donne ottennero proprietà e denaro. Gli uomini l’azienda alberghiera, anche se ciascuno cominciò a pensare in grande per il proprio futuro e per quello della rispettiva famiglia. Nel giugno del 1952, l’ormai mitico fondatore ebbe anche la soddisfazione di vedere eletto il figlio Luigi a sindaco di Massa Lubrense, elezione che gli confermò il profondo legame della famiglia Iaccarino con Sant’Agata e con Massa Lubrense. Prima e, particolarmente, dopo la morte del fondatore, intervenuta il 4 agosto del 1952, pochi giorni prima che compisse il suo ottantesimo compleanno, tra divisioni e successioni, la seconda generazione degli Iaccarino di Sant’Agata sui Due Golfi, si ampliò, nel secondo dopoguerra, verso Sorrento e verso Roma. Carlo continuò il progetto romano, con l’apertura di più alberghi. Il primogenito maschio, Luigi, e l’ultimogenito Renato acquistarono l’Imperial Hôtel Tramontano. Costruirono il Grand Hôtel Hermitage. Laura e il marito Angelo Foddai iniziarono la gestione dell’Europa Palace a Sorrento. Anna non volle abbandonare l’attività alberghiera ed aprì l’Albergo delle Palme a Sant’Agata. Ernesto, padre di don Alfonso, ereditò la Pensione Iaccarino e, da lì, iniziò il cammino della terza generazione. Il cammino di don Alfonso jr., al quale il nonno aveva passato idealmente il testimone della cucina mediterranea, prima di morire.

D.: Fu una cammino a due, quello di don Alfonso, non solitario?

R.: Esattamente. Se un visionario era il nonno, ancor più visionario era il nipote, che aveva sposato una bella ragazza santagatese, Livia, anch’ella visionaria, come lui, e che lo sosteneva in tutti i suoi coraggiosi progetti. I due viaggiarono dapprima in Europa e in Oriente e, poi, sfidando vecchi preconcetti, anche familiari, aprirono il Don Alfonso 1890, nella proprietà ereditata dalla zia americana, vendettero l’albergo di famiglia e si dedicarono completamente all’alta cucina, raggiungendo i risultati e ottenendo i riconoscimenti, che tutti conosciamo. Comprarono e coltivarono la tenuta Le Peracciole, del tutto complementare alla loro filosofia gastronomica. Per questo, il ristorante Don Alfonso 1890 viene giudicato, oggi, dalle preferenze della clientela, come il quinto al mondo e don Alfonso come uno dei più quotati chef, con una ramificazione, tra ristoranti e consulenze, a livello mondiale. Una gloria nazionale e un’eccellenza italiana, come diceva Carlo Azeglio Ciampi.

D.: E il futuro della “dinastia” degli Iaccarino?

R.: Non dormire sugli allori, ripete don Alfonso. Gli alberghi della galassia Iaccarino sono brillantemente gestiti dalla terza generazione, dai figli di Luigi, di Renato, di Ernesto e di Anna, in attesa della quarta generazione. Il Don Alfonso 1890 è già saldamente nelle mani degli figli di Alfonso e Livia: Ernesto, brillantissimo in cucina e già famoso, e Mario, brillantissimo in sala, seguiti amorevolmente dai genitori.

D.: Allora non è vero che le terze generazioni distruggono sempre quello che hanno costruito le prime e le seconde? Thomas Mann e I Buddenbrook?

R.: Non sempre. Il decadimento generazionale, negli imperi economici a carattere familiare, non sembra riguardare gli Iaccarino di Sant’Agata sui Due Golfi.

 

Intervista di Vincenzo Califano allo scrittore Raffaele Lauro

 

 

2017. INTERVISTA ALLO SCRITTORE RAFFAELE LAURO SULLE NOVITÀ EDITORIALI DEL NUOVO ANNO, DOPO IL SUCCESSO DE “LA TRILOGIA SORRENTINA”. NELLA TARDA PRIMAVERA, IN USCITA UN NUOVO ROMANZO, DAL TITOLO “DON ALFONSO 1890 – SALVATORE DI GIACOMO E SANT’AGATA SUI DUE GOLFI”, DEDICATO ALL’EPOPEA IMPRENDITORIALE E GASTRONOMICA DI ALFONSO COSTANZO IACCARINO E A QUELLA INTERNAZIONALE DEL NIPOTE, LO CHEF PLURISTELLATO, ALFONSO IACCARINO. IN ANTEPRIMA LA COVER DELLA NUOVA OPERA.

Abbiamo intervistato, in questo inizio d’anno, come da nostra tradizione, lo scrittore sorrentino Raffaele Lauro, il quale, dopo un lungo periodo di soggiorno a Londra, ha trascorso a Roma le vacanze di Natale e di Capodanno e ci risponde, dopo lo straordinario successo de “La Trilogia Sorrentina”, sulle novità, culturali ed editoriali, del 2017.

 

D.: Da due mesi, lei risulta alquanto silente a quanti la seguono e la stimano, sia a livello nazionale che a Sorrento e nella Penisola Sorrentina. Qualcuno parla di un suo “distacco” dalla nostra costiera, alla quale ha dedicato ben tre appassionati romanzi celebrativi, che resteranno nella storia, culturale e turistica, della Terra delle Sirene.

R.: Nessun distacco. Al contrario. Chi scrive non può diventare un automa, una macchina. Ha bisogno di ispirazione e di riflessione, per evitare di cadere nelle banalità, sempre in agguato. In realtà, sono stato a Londra per alcuni incontri con editori londinesi, interessati a pubblicare “La Trilogia Sorrentina”, in lingua inglese, a beneficio di intere generazioni di ospiti anglosassoni, passate, presenti e future, innamorate della nostra terra meravigliosa. Ho avuto delle proposte, ma deciderò, nel merito, solo dopo la risposta della Fondazione Sorrento al progetto di pubblicazione di un pocket-book, in inglese, con le pagine più belle della trilogia, riguardanti Sorrento, Massa Lubrense, Sant’Agnello, Piano di Sorrento, Meta, Vico Equense e Capri, da offrire gratis, free copy, ai turisti, anche, in formato digitale, sul sito istituzionale della Fondazione, degli alberghi e dei comuni peninsulari, collegato ad una iniziativa promozionale, di customer satisfaction, cioè come migliorare la qualità dei servizi attraverso la rilevazione dei bisogni e della soddisfazione della clientela di lingua inglese. Un primo esperimento di monitoraggio, mediato culturalmente.

D.: Un’idea veramente eccellente, moderna, aperta ai new media, di cui già discutemmo in passato e che è stata riproposta, di recente, a Piano di Sorrento, dal giornalista Fabrizio d’Esposito. Quali sono i tempi?

R.: Dipenderà dalle valutazioni della Fondazione, presieduta autorevolmente da comandante Gianluigi Aponte e gestita dall’avvocato Gaetano Milano. Confido anche nell’interesse, suscitato dall’iniziativa nel sindaco di Sorrento, Giuseppe Cuomo. Se la decisione interverrà prima della fine di gennaio, il progetto potrebbe diventare operativo fin dalla prossima stagione estiva 2017. Il tempo necessario per le traduzioni, l’editing e la campagna promozionale connessa. In caso negativo, aderirò ad uno dei progetti londinesi o mi rivolgerò, privatamente, ad alcuni amici, ristoratori e albergatori sorrentini, i quali hanno sempre sostenuto, con intelligente generosità, le mie iniziative culturali, finalizzate alla promozione dell’immagine internazionale di Sorrento, in una chiave non provinciale.

D.: A parte questa brillante iniziativa sul già scritto, cosa bolle nella sua “pentola”, per il 2017, sul piano culturale ed editoriale?

R.: Sul piano culturale, come già annunziato, sarò a Sorrento il 21 gennaio per presentare il best-seller di Fiorella Donati, dal titolo “Beauty Coach”, un manuale, non solo scientifico, sulla chirurgia plastica, estetica e ricostruttiva, edito dalla Sonzogno Editori, presentato, con grande successo, a Milano, a Mantova e a Napoli. Una meritoria iniziativa dell’amministrazione comunale di Sorrento. La dottoressa Donati, per me Fiorella, rappresenta una “gloria” della nostra terra, perché si è affermata, con la sua volontà, a livello internazionale. Lo dico con amichevole orgoglio. Spero, per tale ragione, in un grande concorso di pubblico per festeggiarla. Successivamente, in primavera, parteciperò ad un’assemblea generale del Liceo Scientifico Salvemini di Sorrento, nel corso della quale gli studenti discuteranno del mio ultimo romanzo, “Dance The Love – Una stella a Vico Equense”, dedicato alla danzatrice russa Violetta Elvin, nata Prokhorova, nell’ambito di uno spettacolo, organizzato dai docenti e dagli studenti, di musica, di canto e di danza. Come avvenne per l’assemblea su Lucio Dalla, un eccellente spettacolo, educativo e formativo, che mi emozionò profondamente.

D.: E sul piano editoriale?

R.: Nella tarda primavera del 2017, uscirà, in duplice versione, italiana e inglese, il mio nuovo romanzo, dal titolo “Don Alfonso 1890 – Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi”, dedicato all’epopea, imprenditoriale e gastronomica, di Alfonso Costanzo Iaccarino, fondatore della dinastia alberghiera degli Iaccarino, e alla fama internazionale del nipote, lo chef pluristellato, Alfonso Iaccarino. I coprotagonisti di questa epopea saranno personaggi celebri della canzone classica napoletana, della lirica, della cultura e della politica, legati a don Alfonso Costanzo, alla Pensione Iaccarino e a Sant’Agata sui Due Golfi, nonché ad Agerola: Enrico Caruso, Salvatore Di Giacomo, Francesco Cilea, Roberto Bracco, ministri, scrittori e poeti, come Norman Douglas e il sorrentino Saltovar. Nella seconda parte del romanzo, entreranno in scena gli estimatori del nipote, Alfonso, e della moglie Livia: mio fratello Nello, i presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, il mitico Lucio Dalla e la celebre cantante francese, Mireille Mattieu. Tanto per citarne alcuni.

D.: Si tratta di un lavoro molto imponente. Come si è documentato?

R.: La mia invenzione narrativa, di rigorosa impronta manzoniana, è basata, come sempre, su una solida documentazione storica (pubblicazioni di storia patria, su Sant’Agata e su Agerola, epistolari inediti, collezioni di foto d’epoca, bibliografia sui personaggi storici, memoriali, pubblicistica e, in particolare, testimonianze dirette). Mi sono state di grande aiuto, ad esempio, le ricerche documentali di Riccardo Piroddi, su Salvatore Di Giacomo, presso la sezione Lucccchesi Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli, le testimonianze dirette del sindaco di Agerola, Luca Mascolo, quelle preziosissime di Alfonso e di Livia Iaccarino, di Donato Iaccarino, di Stefano Ruocco, di Luigi Poi, di Lello Ravenna e di Antonino Siniscalchi. L’emigrazione del giovanissimo Alfonso Costanzo in America, a soli quattordici anni, da solo, alla ricerca di lavoro, mi ha consentito di inquadrare, in termini economici, sociali e psicologici, il dramma dell’emigrazione italiana di fine Ottocento e le origini della questione meridionale. L’amore dei santagatesi, anche delle donne, per la caccia alle quaglie, mi ha offerto, inoltre, uno strumento indiretto per analizzare, per la prima volta, lo sviluppo economico del borgo, dall’Ottocento al Novecento, e per esaltare i piatti popolari della cucina santagatese: ad esempio, il brodino di tordo per svezzare i neonati! La cucina come espressione della cultura del popolo.

D.: Come mai questa scelta sulla dinastia Iaccarino e non su altre, che pure hanno recato molto allo sviluppo economico e turistico di Sorrento e della Penisola Sorrentina?

R.: Don Alfonso Iaccarino è ormai un personaggio di livello mondiale e la sua storia gastronomica viene da lontano, non è un vicenda improvvisata, come tante altre. Una storia che si intreccia intimamente con quella di un luogo unico, come Sant’Agata sui Due Golfi, e di una comunità umana notevole, alla quale sono molto grato. La magica tenuta “Le Peracciole”, alla Punta della Campanella, con una vista fantastica su Capri, il panorama più bello del mondo, non rappresenta un artificio, un vezzo, ma esprime la sostanza della filosofia gastronomica di don Alfonso, la cucina mediterranea, ereditata direttamente dal nonno Alfonso Costanzo e che consegnerà ai figli, Ernesto e Mario. Nella mia scelta, quindi, hanno giocato anche i sentimenti: in primis, una fraterna amicizia con Alfonso e la moglie Livia, preceduta da quella con mio fratello Nello. Ci vogliamo bene. Questo, per me, conta molto. Mi hanno sempre sostenuto. Sono lieto, quindi, di poter elevare, con questo emozionante lavoro, un monumento letterario di gratitudine, personale e collettiva, alla dinastia degli Iaccarino, a Salvatore Di Giacomo e a Sant’Agata sui Due Golfi.

D.: Quella degli Iaccarino, tuttavia, non rappresenta l’unica dinastia meritevole di una tale attenzione, storica e culturale. Siamo forse di fronte all’esordio di un’ampia collezione di figure imprenditoriali della costiera? Dalla celebrazione dei luoghi, lei sta passando a quella delle personalità dell’economia e del turismo sorrentino?

R.: Se ne avessi la forza e il tempo (mi servirebbero, perlomeno, altre due vite!), mi dedicherei a questo ambizioso progetto: le dinastie dell’economia sorrentina. Uomini e donne straordinari, passati, spesso, dal lavoro alberghiero, come dipendenti, all’impresa alberghiera; dalla cucina, come lavapiatti, a famosi ristoratori. L’elenco sarebbe molto lungo. Storie meravigliose di sacrifici, di lavoro, di passione, di determinazione, di successo e di creatività, la vera ricchezza, questa, insieme con i lavoratori del settore, di Sorrento e della Penisola Sorrentina: i Manniello, i Russo, i Fiorentino, gli Acampora, gli Apreda, i Colonna, gli Jannuzzi, i Di Leva, i Pane, i Savarese, gli Aponte, i Cuomo, i Maresca e tanti altri. Ci sono figure di donne veramente esemplari: per tutte, ricordo, con memore affetto, donna Maria Russo, l’indimenticabile madre di Mariano, di Anna, di Pupa e di Giovanni Russo. Mi piacerebbe, comunque, riuscire almeno a scrivere di personaggi, come don Peppino Manniello, don Martino Di Leva e don Antonino Stinga. Tre persone, tra l’altro, a me molto care. Dei primi due, scomparsi, ammiravo la loro sobrietà, coniugata con la creatività. Di don Antonino Stinga continua a colpirmi la concretezza e la fattività.

D.: Le necessiterebbero tre vite, non due! Possiamo passare a trattare di politica, della quale lei non parla più, da quando, un anno fa, ha aderito al Partito Democratico? Renzi le ha forse imposto il silenzio stampa? Le ha messo la mordacchia? Nessun parlamentare, ad esempio, denunzia più, in Parlamento, come faceva lei, lo scandalo del gioco d’azzardo, mentre i suoi nemici delle lobby corrotte vanno in galera! Non sente il dovere di ricandidarsi e di continuare la sua battaglia? Lei tifa per le elezioni anticipate, come Renzi, o vuole rinviarle, come Berlusconi? Il suo giudizio su Grillo e sul movimento 5S? Cosa pensa delle tante aspirazioni alle candidature parlamentari, che pullulano in Penisola Sorrentina?

R.: Questa non è una domanda, piuttosto una raffica di domande, sulle quali non riuscirei a rispondere con poche parole. Le prometto, comunque, dopo un anno di silenzio, una seconda intervista, anche a breve, sulle prospettive politiche, internazionali, nazionali e locali, senza rete e senza troppe diplomazie. Le posso soltanto assicurare, fin d’ora, che nessuno ha mai osato impormi uno stop sulle mie battaglie ideali e nessuno mai oserà farlo.

D.: La prendo in parola, allora! Politica senza rete! Buon 2017 e buon lavoro!

 
 
 
 

Intervista a Raffaele Lauro sui luoghi del romanzo “Dance The Love – Una Stella a Vico Equense”

 

 

“DANCE THE LOVE – UNA STELLA A VICO EQUENSE”. I LUOGHI AMATI DA VIOLETTA ELVIN NELLA TERRA DELLE SIRENE, OLTRE A VICO EQUENSE: MASSA LUBRENSE, SORRENTO, POSITANO (ISOLE LI GALLI) E CAPRI

Dopo la pubblicazione dell’intervista di Vincenzo Califano a Raffaele Lauro (leggi) sul terzo romanzo de “La Trilogia Sorrentina”, dal titolo “Dance The Love – Una Stella a Vico Equense”, dedicato alla grande danzatrice russa Violetta Elvin, nata Prokorova, vedova Savarese, in uscita nel prossimo luglio, con la notizia  della mia collaborazione alle ricerche storiche di quest’opera, sono stato investito, ieri, da decine di richieste di amici, cittadini e lettori, per svelare i luoghi più amati da Violetta Elvin, nella Terra delle Sirene. Lo faccio, intervistando l’autore, come mio personale omaggio a donna Violetta, dalla cui personalità sono rimasto incantato, fin dal primo incontro, come unico e silenzioso testimone (con il registratore!) delle conversazioni tra la grande artista e lo scrittore. Parto proprio dal mio paese, Massa Lubrense, per continuare, poi, con Sorrento, Positano e Capri.

 

35_1437084183_11Violetta Elvin nel salotto di casa, 2015
(Foto Michele Martucci)

 

D: Il radicamento affettivo di donna Violetta nella costiera sorrentino-amalfitana si limitava a Vico Equense, da Monte Faito alla Marina d’Aequa?

R: Il radicamento affettivo di Violetta Elvin non riguarda soltanto la costiera sorrentino-amalfitana, ma l’intera Italia, con il suo patrimonio di beni artistici, in particolare il Rinascimento, nutrito, fin dall’infanzia, a Mosca, dai racconti del padre, Vasilij Vasil’evič, coltivato da lei, nel corso delle tournèe, nei principali teatri italiani, in particolare a Firenze, e consolidato nei frequenti viaggi in tutto il nostro paese, con il marito Fernando Savarese, dopo l’abbandono delle scene. Naturalmente, Vico Equense occupa il posto centrale, per la scelta di vita fatta, ma l’amore di quest’artista straordinaria per la nostra terra si estende, per ragioni diverse, a Massa Lubrense, a Sorrento, a Positano e a Capri.

D: Massa Lubrense, il mio paese, è un arcipelago di luoghi meravigliosi. Quali di questi luoghi attraeva di più donna Violetta?

R: La Chiesa di Santa Maria della Neve, il luogo più amato da Violetta, sul piano dei ricordi, perché in quella chiesa fu celebrato, all’alba di un giorno meraviglioso, il suo matrimonio cattolico con Fernando. Perché nel cimitero di Santa Maria della Neve riposa, dopo la scomparsa, l’uomo della sua vita. La vita e l’amore, in un intreccio che spero i lettori apprezzeranno, esaltante una delle località, dal punto di vista paesaggistico, più spettacolari di Massa Lubrense.

 

santa-maria-della-neve-massa-lubrenseLa chiesa di Santa Maria della Neve a Massa Lubrense

 

D: Donna Violetta, in tanti anni, ha frequentato anche Sorrento. Esiste un posto della memoria che la leghi anche alla città del Tasso?

R: Il posto della memoria esiste ed è quello al quale fanno riferimento tutti i russi del passato, del presente, e, credo, del futuro, innamorati di Sorrento e della Penisola Sorrentina: il monumento-sepolcro, al cimitero comunale di Sorrento, che conserva le spoglie del pittore paesaggista russo Sil’vestr Feodosievič Ščedrin, che feci restaurare, da assessore alla Cultura di Sorrento, nei primi anni ’80. Ščedrin si innamorò dell’Italia, da bambino, a San Pietroburgo, attraverso i dipinti del Canaletto, esposti all’Hermitage. Soggiornò nel Bel Paese, a Venezia e a Roma, fino a quando, giunto a Napoli e, poi, a Sorrento, decise di rimanervi fino alla morte, alla giovane età di 39 anni. La sua tomba consta di un piccolo altare, sormontato da un arco, sotto il quale è stato posto un altorilievo di bronzo, raffigurante il pittore seduto, in posizione ricurva, con una tavolozza e dei pennelli nella mano sinistra e il braccio destro abbandonato verso il basso.

 

downloadLa tomba di Sil’vestr Ščedrin al Cimitero Comunale di Sorrento

 

D: Da Sorrento a Positano, cosa unisce donna Violetta a questa meravigliosa località della divina costiera e alle Isole Li Galli, che la fronteggiano?

R: A Positano e a Li Galli, entra in gioco la storia artistica di Violetta e la sua amicizia con il grande coreografo russo, Léonide Massine, che comprò gli “scogli” de Li Galli, nel 1924, dalla famiglia positanese dei Parlato, per 300.000 lire, intendendo farne un centro mondiale della danza. Il legame di Violetta con il celebre coreografo, interprete dei Balletti Russi di Sergej Djagilev, risale alla loro collaborazione, al Royal Ballet, per la rappresentazione de “Il cappello a tre punte” del coreografo Frederick Ashton. Nel mio romanzo descrivo una giornata trascorsa su Li Galli da Violetta con Massine e con Charles Forte, il grande imprenditore alberghiero italo-britannico. Una giornata piena di ricordi dei due artisti, dalla Scuola di Ballo del Teatro Bol’šoj, dalla quale entrambi erano usciti, alla loro collaborazione alla Royal Opera House di Covent Garden, sotto la direzione di Ninette de Valois.

 

MASSINE + Brigante 000133 (Copia) (2)Lèonide Massine a Li Galli (Foto Giulio Rispoli)

 

D: Al triangolo Vico Equense, Massa Lubrense e Positano non poteva mancare l’Isola di Capri.

R: Non poteva assolutamente mancare, perché Capri, con Sorrento, divenne il luogo di esilio e di soggiorno della colonia cultural-politica russa, che faceva capo allo scrittore Maksim Gor’kij e alla scuola bolscevica, frequentata anche da Lenin. Esiste una foto storica, sulla terrazza di Villa Blaesus, che ritrae proprio Gor’kij, mentre osserva Lenin e Aleksandr Bogdanov che giocano a scacchi. Quando la madre di Violetta, Irene, venne in viaggio in Italia, negli anni Sessanta, la figlia la condusse proprio a Capri, sui luoghi frequentati dai celebri artisti russi, nonché da coloro che sarebbero divenuti, in Russia, i capi della rivoluzione bolscevica, che abbatté il regime zarista.

 

Lenin_-_Bogdanov_-_GorkijBogdanov, Lenin e Gor’kij sulla terrazza di Villa Blaesus, a Capri, 1908

 

D: La vicenda di donna Violetta, dunque, attraversa, non solo i posti più belli della costiera sorrentino-amalfitana, ma anche la cultura e la storia di queste località?

Certamente. Violetta, come tutti gli inglesi, o naturalizzati inglesi, aveva letto “Siren Land” di Norman Douglas e, quindi, quando arrivò, per la prima volta, a Vico Equense, nel 1951, per un soggiorno di riposo di pochi giorni, alloggiando all’Hôtel Aequa, aveva già una conoscenza letteraria dei luoghi che sarebbero diventati, dal 1956 ad oggi, i percorsi della sua anima: Vico Equense, Sorrento, Massa Lubrense, Positano e Capri.

 

tumblr_m6dzzarSSe1qbwmhko1_500Violetta Elvin in una foto degli anni ’50