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Burchiello, il barbiere-poeta

 

I Medici, signori di Firenze, ebbero il loro circolo di intellettuali, poeti e filosofi (Poliziano, Pico della Mirandola, Pulci, solo per citare i più famosi). Allo stesso modo, un barbiere ne creò uno nella sua bottega: il Burchiello. Domenico di Giovanni nacque a Firenze nel 1404. Il padre, un umile legnaiolo, non poté certo mandarlo a scuola e il figlio dovette arrangiarsi, imparando a tagliare barbe e capelli. Il suo salone a Calimala, però, divenne una vera e propria associazione culturale e politica contro i Medici. Vi partecipavano tutti quelli che avevano la passione per i versi e quelli non sopportavano i padroni della città. Proprio per questo, il povero barbiere fu costretto a lasciare la città dell’Arno trasferendosi prima a Siena, dove, evidentemente, per arrotondare, si diede ai furti e fu più volte pizzicato, e, poi, a Roma, dove cercò di aprirsi un negozietto, ma morì come un miserabile, nel 1449. Le sue poesie, a dire la verità, sono abbastanza incomprensibili. Eccone una, ad esempio:

Nominativi fritti e mappamondi
e l’arca di Noè fra due colonne
cantavan tutti chirieleisonne
per l’influenza dei taglier mal tondi.
 
La Luna mi dicea: Ché non rispondi?
E io risposi: “Io temo di Giasonne,
però ch’io odo che ‘l diaquilonne
è buona cosa a fare i capei biondi.”
 
Per questo le testuggini e i tartufi
m’hanno posto l’assedio alle calcagne
dicendo: “Noi vogliam che tu ti stufi”.
 
E questo sanno tutte le castagne:
pei caldi d’oggi son sì grassi i gufi,
ch’ognun non vuol mostrar le sue magagne.
 
E vidi le lasagne
andare a Prato a vedere il Sudario,
e ciascuna portava l’inventario.
 
(Nominativi fritti e mappamondi)


 
Il poeta intendeva prendere in giro gli umanisti e la loro perfezione linguistica. Come avrebbe potuto farlo meglio se non costruendo un linguaggio che non esprimesse proprio niente? In altri sonetti se la prese con la sorte, che, a suo dire, gli aveva riservato una vita schifosissima, piena di malattie, pidocchi, galera. In altri, con Petrarca e i suoi seguaci.

 

 

Giovanni Pico della Mirandola e la sua memoria prodigiosa

 

Giovanni Pico nacque a Mirandola, in provincia di Modena, il 24 febbraio 1463, dal conte Giovan Francesco I e da Giulia Boiardo, zia di Matteo Maria Boiardo, insigne letterato e poeta quattrocentesco. Pico fu un vero prodigio della natura: passò la sua breve vita, morì a soli 31 anni, a studiare e raccogliere libri di ogni specie. Parlava latino, greco, ebraico e arabo. Conosceva la filosofia platonica e aristotelica a menadito, forse meglio degli stessi Platone e Aristotele. Fu studioso rigoroso della cabala ebraica che, grazie a lui, fu introdotta in Europa. Aveva una memoria portentosa, si diceva che conoscesse a memoria tutta la “Divina Commedia” di Dante (circa 4000 versi) e che, una volta terminata, riuscisse a recitarla al contrario, dall’ultima parola alla prima, utilizzando degli stratagemmi e delle tecniche, rivelati in alcuni suoi scritti. Già durante la sua esistenza, quindi, fu considerato un personaggio mitico. Per quanto riguarda il pensiero, Pico, come Marsilio Ficino, tentò avvicinare tutte le filosofie del mondo, attraverso alcune verità generali, in modo che i dotti si potessero mettere d’accordo all’insegna della pace e del sapere universale (servirebbe oggi un uomo del genere!) Per questo, cercò di organizzare, a Roma, una sorta di congresso, al quale avrebbero dovuto partecipare autorità, luminari, professori e scienziati del mondo allora conosciuto, per discutere novecento tesi che lui aveva elaborato, “proposizioni dialettiche, morali, fisiche matematiche, teologiche, magiche, cabalistiche, sia proprie che dei sapienti caldei, arabi, ebrei, greci, egizi e latini”. Allo scopo, scrisse, nel 1486, l’“Oratio hominis dignitate” (Orazione sulla dignità dell’uomo), un’introduzione all’incontro. Papa Innocenzo VIII, però, non solo si oppose alla cosa, ma lo costrinse a fuggire in Francia, dove fu arrestato e rilasciato dopo un mese, grazie all’intervento di Lorenzo de’ Medici. Rientrato a Firenze, se la prese con gli umanisti della sua compagnia, perché questi gli ripetevano che la filosofia, da lui tanto amata, fosse linguisticamente barbara. Rispondeva: “Ragazzi, il linguaggio è come la gonna di una donna, serve soltanto a vestire i concetti. L’importante è quello che c’è sotto!” (Questo esempio, ovviamente, è mio. Il sommo letterato si espresse in tutt’altro modo!”). Il 17 febbraio 1494, dopo due settimane di febbre strana, Pico morì. Si pensò ad un avvelenamento, da parte del suo segretario, ma niente fu mai provato. Sulla lapide della tomba fu inciso l’epitaffio degno di un re: “Joannes iacet hic Mirandola. Cetera norunt et Tagus et Ganges forsan et Antipodes”, ovvero, “Qui giace Giovanni di Mirandola. Il resto lo sanno sia il fiume Tago, sia il Gange e forse anche gli Antipodi!”. Un personaggio davvero unico e ancora troppo poco conosciuto!

 

Pubblicato l’1 febbraio 2017 su La Lumaca

 

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis e l’utilità della Letteratura

 

 

L’animo inquieto, le delusioni amorose, lo sconforto, la lontananza dagli affetti familiari, l’amore per la patria che non esisteva più. È tutto concentrato in questo romanzo epistolare di Ugo Foscolo. Sono lettere che Jacopo Ortis spedisce all’amico Lorenzo Alderani il quale, dopo la sua morte, le stampa, precedute da un’introduzione e seguite da una conclusione. Foscolo trasse l’ispirazione per scrivere quest’opera, non solo dalla sua esperienza e dalle passioni che lo consumavano, ma anche dal romanzo di Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, scritto che aveva avuto un enorme successo in tutta Europa. Forse fu plagio, eppure, fu un plagio di altissimo livello.

foscoloUgo Foscolo

Il giovane Ortis in esilio, triste e disperato come non mai, si ritira sui Colli Euganei:

“Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia.
(Lettera a Lorenzo Alderani dell’11 ottobre 1797, dai Colli Euganei)

Colà, incontra la famiglia del signor T., la figlia Teresa, e Odoardo, il suo promesso sposo. Si innamora di Teresa e quell’amore cresce di giorno in giorno, soprattutto quando scopre che lei non ama Odoardo ma lo sposerà per compiacere il padre, il quale ha combinato quelle 5682806-Mnozze per interesse. Poco dopo, Jacopo va a Padova, ma vi resiste solo due mesi. Ritorna, in fretta, da Teresa. Profittando dell’assenza di Odoardo, può starle vicino e riprendere le conversazioni con lei, sotto gli alberi di pino, al tramonto. Si rende definitivamente conto che sarebbe felice soltanto se la potesse sposare. Il destino, purtroppo, gli è avverso. I due giovani arrivano anche a scambiarsi un bacio. Ma non c’è niente da fare, non potrà esservi seguito. Jacopo si ammala e, al padre di Teresa che va a visitarlo, confessa il suo amore per la figlia. Ristabilitosi, scrive una lettera d’addio alla sua amata e parte. La sua disperazione raggiunge i livelli massimi ogniqualvolta, custodita nel taschino della giacca, stringe la sua immagine e la contempla. Giunto a Nizza, viene a sapere che Teresa si è sposata e decide, così, di farla finita: torna sui Colli Euganei per rivederla e lì, dopo aver scritto le ultime due lettere, una all’amico Lorenzo e l’altra a Teresa:

“Ma io moro incontaminato, e padrone di me stesso, e pieno di te, e certo del tuo pianto. Perdonami, Teresa, se mai – ah consolati, e vivi per la felicità de’ nostri miseri genitori; la tua morte farebbe maledire le mie ceneri. Che se taluno ardisse incolparti del mio infelice destino, confondilo con questo mio giuramento solenne ch’io pronunzio gittandomi nella notte della morte: Teresa è innocente. – Ora accogli l’anima mia
(Lettera a Teresa del 25 marzo 1799)

si pianta un coltello nel cuore.

“Teresa visse in tutti que’ giorni fra il lutto de’ suoi in un mortale silenzio. – La notte mi trascinai dietro al cadavere che da tre lavoratori fu sotterrato sul monte de’ pini”.
(Dalla conclusione di Lorenzo Alderani)

colliColli Euganei

Quand’ero all’Università, mi innamorai di una ragazza dai lunghi capelli neri. Si chiamava Melissa ed era bella, molto bella. Per poco più di un anno, soffrii molto il fatto di non poterla avere, poi, pian piano, me ne feci una ragione e la mia vita continuò. Il tempo, a volte, lenisce le pene d’amore più delle carezze di una madre! Jacopo Ortis, almeno, baciò Teresa. Io non riuscii ad avere da Melissa nemmeno un bacio. La mia disperazione era tale che, tra le tante cose poco sensate che in questi casi si fanno, comprai un’altra copia delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, ne avevo già due da qualche parte nella mia biblioteca, e la rilessi tutta d’un fiato, un sabato pomeriggio di gennaio, proprio per trovare qualcuno con cui condividere la mia sofferenza. Immaginate il sollievo e la consolazione, quindi! La sera dopo, telefonai Melissa e la invitai a casa mia, soltanto per darle un fiore, una rosa rossa che avevo rubato dal giardino di un finanziere vicino casa mia (rischiando pure di andare in galera!), e per dirle grazie, perché l’essere innamorato di lei, mi aveva comunque inondato la vita di passione. Ebbi cura di sistemare la copia dell’Ortis in bella vista sopra il televisore, sperando che lei ne conoscesse il contenuto e provasse, per me, almeno un po’ di pietà. Quando arrivò, dopo i quindici minuti che impiegai per trovare il coraggio di riferirle quelle parole che ho riportato qualche rigo più sopra, si avvicinò al televisore, prese in mano il libro, si girò e mi chiese:
“Di che parla?”.
“Di me”, risposi.
“Come di te, che significa?”.
“Parla della fine che uno ha fatto per amore di una donna che si chiamava Melissa e aveva i capelli neri”.
“Non fare lo stupido”, mi interruppe. “Che fine ha fatto questo?”.
“Quando lei gli ha chiesto di cosa trattasse il libro, ha capito che forse sarebbe stato meglio cercarsi un’altra donna. Ma, siccome sapeva già che non sarebbe riuscito a trovarne nessuna che avesse potuto amare come amava lei, si è ucciso!”.
“Vieni qua, scemo!”.
Mi abbracciò, mentre io le carezzavo i lunghi capelli neri. Durò pochi secondi, ma fu bellissimo.

Grazie alla morte di Jacopo Ortis e a Ugo Foscolo che ne hascrisse la tristissima storia, riuscii ad avere un abbraccio da Melissa.

A volte la Letteratura è molto più utile di quanto possa sembrare!

 

 

Dante Alighieri, Francesco Petrarca, la superbia e la fama: il Canto XI del Purgatorio e i Trionfi

 

 

Nell’XI Canto del Purgatorio, Dante incontra le anime penitenti dei superbi, le quali avanzano lentamente trasportando pesanti massi sulle spalle. Il contrappasso è evidente: come in vita ebbero lo sguardo diritto e altezzoso della superbia, così, ora, sono costretti a guardare tutto dal basso, piegati dal peso del carico che trasportano. Il tema del canto è manifesto nel dialogo di Dante con Oderisi da Gubbio, celebre miniatore, nato nel 1240 e morto nel 1299. L’incontro si apre con il riconoscimento di Oderisi da parte del sommo poeta, “l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte ch’alluminar chiamata è in Parisi”. L’anima mostra subito il suo pentimento, rifiutando con umiltà le lodi del poeta, poiché, sostiene, in Terra c’è chi lo ha già superato: il miniatore Franco Bolognese. L’alluminatore, quindi, dà a Dante una lezione di umiltà. Non si limita, però, a raccontare la sua esperienza personale di peccatore, accecato dall’orgoglio per la propria arte. Amplia la sua analisi alla vanità della gloria terrena. Ai versi 91-93 Dante esprime la materia principale del canto: “Oh vana gloria de l’umane posse! Com’ poco verde in su la cima dura, se non è giunta de l’etati grosse!”. La metafora delle foglie verdi che durano poco sulla cima degli alberi dimostra la caducità della gloria terrena, a meno che non sopraggiungano età di decadenza, in cui le glorie passate rimangono insuperabili. Oderisi esemplifica questa dura sentenza ricorrendo ad esempi molto noti già all’epoca in cui Dante compone il poema: a Cimabue è subentrato il suo discepolo Giotto; Guido Guinizzelli è stato superato da Guido Cavalcanti e, addirittura è “forse nato chi l’uno e l’altro caccerà dal nido”. È evidente come in questi versi Oderisi alluda al poeta stesso. Dopo aver sentenziato la fugacità della gloria terrena, quindi, Dante commette un vero e proprio atto di superbia? La contraddizione è forte, perché il poeta è certamente molto affascinato da quella stessa fama che pochi versi prima aveva condannato. Da un altro punto di vista, invece, questi ultimi versi possono rappresentare la conferma delle precedenti parole di Oderisi: Dante è consapevole della propria grandezza artistica ma anche del fatto che qualcun’altro potrebbe superare lui. Il miniatore, infine, considera la fama in rapporto all’eternità, per mostrarne l’assoluta inconsistenza. Dante si rende conto che quella gloria su cui basava la sua esistenza è del tutto priva di valore. La sua fede, però, lo conforta, poiché l’anima sarà nobilitata dal giudizio e dal perdono di Dio. Una particolare interpretazione allegorica dei meccanismi della superbia e della fama la fornisce, circa quarant’anni dopo Dante, Francesco Petrarca, nei Trionfi, un’opera in versi, composta tra il 1351 e il 1374. Il poeta ha una visione: il dio Amore su un carro, seguito da coppie di celeberrimi amanti dell’antichità e del suo tempo. D’improvviso, appare Laura, la sua amata, bellissima. Le corre dietro, arrivando fino a Cipro, dove Amore celebra il suo trionfo e rende tutti prigionieri, amanti e amate. Laura riesce a non farsi rinchiudere e, con l’aiuto di eroine famose per il loro pudore, libera tutti, conducendo, poi, Amore nel tempio di Venere, a Roma. Da lì, torna nei pressi di Avignone, dove trova la Morte ad attenderla. Questa la prende con sé. La Fama, però, sconfigge la Morte, tra due schiere di condottieri e filosofi. Il Tempo, invidioso della Fama, accelera il corso del sole nel cielo, in modo che sulla Terra si ci dimenticasse presto di Laura. Ma la Terra gioca in favore del poeta, scomparendo e lasciando il posto al mondo senza Tempo, il mondo dell’Eternità, che trionfa su tutto: “E quei che Fama meritaron chiara,/ che ’l Tempo spense, e i be’ visi leggiadri/ che ’mpallidir fe’ ’l Tempo e Morte amara,/ l’obblivïon, gli aspetti oscuri et adri,/ più che mai bei tornando, lasceranno/ a Morte impetuosa, a’ giorni ladri;/ ne l’età più fiorita e verde avranno/ con immortal bellezza eterna fama”.

 

Pubblicato l’1 ottobre 2017 su La Lumaca

 

 

 

Francesco d’Assisi: santo e letterato

 

 

Francesco di Pietro Bernardone dei Moriconi, l’uomo del secolo, anzi, del millennio, eletto non dal magazine americano Time, ma da tutti i cattolici del mondo, si sarebbe dovuto chiamare Giovanni. Questo il nome che gli aveva dato la madre, Pica Bourlemont, quando lo aveva portato a battezzare. Suo marito Pietro, però, di ritorno dalla Francia, dove si recava periodicamente per affari, era stato irremovibile: “Diletta moglie, pecunia non olet! Li danari non puzzano. Chiamerollo Francesco, dacché commerciamo grande co’ i franceschi! (così, gli italiani del Medioevo chiamavano i francesi). Pica dovette sottostare. Poco più che adolescente, Francesco fu avviato dal padre al commercio nella boutique di famiglia. Ne fu contento perché guadagnava bene e poteva spassarsela un sacco con gli amici. Bevute, fanciulle (rigorosamente maggiorenni!), divertimento sfrenato, non si faceva mancare proprio niente, fino a quando accadde qualcosa che gli cambiò la vita. Cosa, esattamente, bisognerebbe chiederlo a lui o a Dio! Nel 1202, scoppiò la guerra tra Perugia e Assisi. Il nostro baldo giovane, come tutti i rampolli di buona famiglia, andò a combattere. Nella battaglia di Collestrada il suo esercito le prese di santa ragione dai perugini e lui cadde prigioniero. Fu liberato dopo un anno, solo perché si era ammalato e dietro pagamento di un ingente riscatto. Tornato a casa, dimenticò gli amici e i loro stravizi e, per rimettersi prima possibile, si chiuse in camera, trascorrendo le giornate in completa solitudine. Proprio allora, cominciò a pensare che, forse, sarebbe stato meglio fare una inversione a U e percorrere altre strade nella sua esistenza. Da quel momento, a detta di chi lo conosceva (io non mi permetterei neppure di pensarlo!), principiò a manifestare segni di squilibrio mentale: raccolse le stoffe più preziose dal negozio paterno, le vendette e diede tutto ai poveri; lo stesso fece col suo bel cavallo, consegnando il ricavato al parroco; spesso parlava con i crocifissi nelle chiese; fu mandato, per affari, dal padre, a Roma, provvisto di un gruzzolo di monete, che, allegramente, distribuì ai bisognosi e, non ancora pago, scambiò i suoi vestiti con quelli di un mendicante, sedendosi, poi, accanto al portone principale della chiesa di San Pietro (l’imponente basilica che possiamo ammirare oggi non era stata ancora costruita!), a chiedere la carità. Il babbo, disperato, si vide costretto di denunciarlo alla pubblica autorità per rovina del patrimonio familiare, sperando, così, che la smettesse con quella sfrenata beneficenza e tornasse ad essere normale. Niente da fare. Il processo a Francesco si svolse nella piazza principale, ad Assisi. C’erano proprio tutti: il sindaco, i consiglieri comunali, il vescovo, il capo delle guardie, gli amici, le sue donne affrante. Pietro strillava che voleva giustizia e il rinsavimento del suo erede ma il figlio, appena il genitore smise di sbraitare, si tolse tutti i vestiti, glieli restituì, rimanendo come lo aveva fatto la mamma, cioè nudo, e gli disse: “Fino a oggi ho chiamato voi papà. Da questo istante, cambio genitore e mi affido al Padre che è in Cielo!”.Il povero Pietro dovette rassegnarsi. Francesco, così, cominciò il tour nella provincia di Perugia, confortando oppressi, curando lebbrosi, ammaestrando lupi, ricostruendo chiese, parlando a uccelli e augurando a tutti “pace e bene”. Tornò ad Assisi e, insieme con gli uomini che in quegli anni si erano uniti a lui, fondò un ordine di frati, chiamato Ordo fratrum Minorum (ordine dei frati minori), la cui regola fu approvata da papa Innocenzo III, nel 1210. Una sua cara amica, Chiara, anch’ella, poi, santa, gli chiese aiuto per organizzare un ordine femminile sul modello di quello suo: nacquero le Clarisse. Qualche anno avanti la morte, allestì il primo presepe vivente della storia, a Greccio, e, nel 1225, ricevette le stigmate sul Monte della Verna. Polverizzando ogni record precedente e seguente, soltanto due anni dopo aver raggiunto la casa del Padre, fu proclamato santo da papa Gregorio IX. Alla cerimonia parteciparono la madre Pica, il fratello Angelo, cardinali, vescovi e una folla interminabile. Durante la vita, Francesco scrisse poche cose, tutte in latino: la Regula non bullata cioè non approvata, la Regula bullata, le Admonitiones, consigli per un comportamento da buon cristiano, e il Testamentum, redatto qualche mese prima di morire, nel quale invitò i suoi frati a non aggiungere spiegazioni ridondanti alla regola dell’ordine ma ad osservarla semplicemente, come lui l’aveva scritta. Il motivo per cui lo troviamo anche nella storia della Letteratura Italiana, addirittura tra gli iniziatori, è il Cantico delle Creature o Laudes Creaturarum, scritto in volgare umbro, dopo una notte di fortissime sofferenze fisiche e dolori, nella cella invasa dai topi. In quest’inno Francesco loda la potenza e la grandezza di Dio, attraverso le sue opere meglio riuscite: le creature, il sole, la luna, le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco e la madre Terra. Glorifica Dio per quegli uomini che sanno perdonare per amor suo, che sopportano tormenti e afflizioni. Un pensiero va anche alla morte, che arriva per tutti e distingue i buoni dai cattivi:

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: […]
 
Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba. […]
 
Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Una nota: avendo avuto come padrino un sant’uomo del genere, poteva la nostra Letteratura Italiana essere inferiore alle altre? Certo che no!

 

 

Il lirismo e lo stile di Manzoni: “La madre di Cecilia”

 

 

Per chi è in grado di ravvisarli, un lirismo e uno stile da far tremar le vene e i polsi!!! Seppure dovesse mancarci tutto basta meditare una pagina del genere per urlare a se stessi di essere vivi e di percepirlo!!!

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo.“…

 

Renato Guttuso, “Cecilia e la madre”

 

 

 

Le tragedie di Alessandro Manzoni

 

 

Alessandro Manzoni, universalmente noto per aver scritto i Promessi Sposi, è stato anche autore di tragedie, che hanno rivoluzionato la struttura classica di questo particolare genere teatrale. Manzoni 4Il letterato milanese avrebbe fatto molto arrabbiare Aristotele, massima autorità del campo, se quest’ultimo avesse potuto leggere le sue due opere drammatiche, “Il conte di Carmagnola” (1820) e “Adelchi” (1822), perché, in esse, le unità di tempo, di luogo e d’azione, come teorizzate dal filosofo greco nella Poetica e sulle quali era strutturata la tragedia greca classica, non sono assolutamente prese in considerazione. Aristotele, infatti, sosteneva che la rappresentazione tragica dovesse svolgersi nello stesso luogo e, al massimo, in due giorni. L’esposizione degli antefatti e di altre eventuali chiarificazioni sarebbero state compito del coro che avrebbe, così, informato gli spettatori. Manzoni, in barba al Filosofo, impiega sette anni per far morire il conte di Carmagnola e tre per Adelchi; situa le azioni in campi coltivati e campi di battaglia, nel palazzo del Senato Veneto per la prima tragedia e nell’accampamento di Carlo Magno, nella reggia del re Desiderio e nel convento dove langue Ermangarda per la seconda. All’Autore, evidentemente, interessava dimostrare altro, non la sua bravura ad accordarsi ad un modello che aveva fatto scuola per più di 2000 anni, quanto dar voce a virtù, atteggiamenti e modi di fare, passioni pure e rovinose, azioni spregiudicate, drammi interiori e collettivi, da lui descritti in modo impareggiabile e profondo, spesso velando riferimenti all’Italia del suo tempo. In più, sempre contro la lezione di Aristotele, adoperò i cori per esprimere, in versi, le sue personali riflessioni e il suo punto di vista, tanto che questi potrebbero essere eliminati dal dramma, senza impedirne la comprensione dello sviluppo. Anche nelle antologie scolastiche, infatti, sono i cori, anziché le restanti parti delle tragedie, ad essere solitamente letti e studiati. Capita, non di rado, che gli studenti ne confondano i versi con poesie indipendenti, piuttosto che considerarli parti di opere composte, comunque, più per la lettura che per la rappresentazione a teatro.

Il conte di Carmagnola

Francesco Bussone è un contadino di Carmagnola che diventa soldato di ventura e mercenario al servizio del duca di Milano, Filippo Maria Visconti. Il_conte_di_Carmagnola_HayezLa sua abilità con le armi gli permette una brillante carriera, culminante con la nomina a conte e col matrimonio con la figlia del suo signore. L’invidia dei colleghi, la quale è sempre stata una malattia vecchia come il mondo, fa sì che questi riescano a convincere il duca a cacciarlo da Milano. Il conte di Carmagnola non si perde d’animo e va al servizio dei Veneziani, che stanno preparando la guerra ai milanesi. Valoroso in battaglia come al solito, sbaraglia le truppe meneghine a Maclodio ma non fa rincorrere, per fare prigionieri, i nemici che si erano ritirati e neppure avanza per sfruttare la vittoria. Tutto questo viene considerato un tradimento dal Senato Veneziano che, attiratolo con una scusa a Venezia, lo processa e condanna a morte. L’Autore intende dimostrare come un uomo dallo spirito nobile e generoso, giunto all’apice del successo personale e del potere, possa, poi, cadere in disgrazia, travolto dalla forza malvagia che governa il mondo, trovando, infine, conforto nella fede cristiana.

Adelchi

Ermengarda, moglie ripudiata da Carlo Magno, torna a Pavia dal padre Desiderio, re dei Longobardi. Questi, avendo invaso i territori del papato, ora alleato dei Franchi, e non avendo dato seguito all’ultimatum di Carlo, che gli intimava di ritirarsi, gli dichiara guerra. Ermengarda si reca dalla sorella badessa di un convento a Brescia. Qui, sapute delle nuove nozze del suo ancora amato Carlo, muore per il dispiacere. A questo punto, il famosissimo canto del coro, meglio noto come “La morte di Ermengarda“:

Sparsa le trecce morbide
sull’affannoso petto,
lenta le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
giace la pia, col tremolo
sguardo cercando il ciel“.

(Adelchi, Atto IV, scena I, vv. 1 – 6)

Giuseppe Bezzuoli, Svenimento di Ermengarda, 1837 - Firenze, Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe

L’esercito franco, intanto, grazie alla spia di un traditore longobardo, riesce a valicare le Alpi, attraverso un passaggio non difeso, giungendo a Verona. Adelchi, il quale si era sempre opposto alla guerra, ma che niente aveva potuto contro il fermo volere del padre, viene ferito gravemente in battaglia ed è portato nella tenda di Carlo, dove si trova pure Desiderio, fatto prigioniero. Muore tra le braccia del padre.

Adelchi: “O Re de’ re tradito
da un tuo Fedel, dagli altri abbandonato!…
Vengo alla pace tua: l’anima stanca
accogli”.
Desiderio: “Ei t’ode: oh ciel! tu manchi! ed io…
In servitude a piangerti rimango“.

(Adelchi, Atto V, scena X, vv. 6-11)

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L’Adelchi è, innanzitutto, la tragedia della lotta dei personaggi contro i propri sentimenti. Bellissima la figura di Ermengarda, la quale, seppure ripudiata, vittima sacrificale della ragion di Stato, prova ancora forte e delicata passione per Carlo. Allo stesso modo, Adelchi, il quale, sottomesso alla volontà del padre, combatte, con valore, una guerra ingiusta e senza speranza di vittoria, trovandovi la morte. Chiaro è anche il contributo che Manzoni, con quest’opera, volle dare al risveglio degli italiani del Risorgimento. L’Adelchi, infatti, rappresenta il dramma di tre popoli: il longobardo in fuga, il franco vincitore, a prezzo, però, di grandi sacrifici, e l’italico, da sempre diviso, nell’illusione di poter riacquistare la libertà grazie agli stranieri i quali, invece, lo dominano ferocemente. L’indipendenza, secondo il futuro senatore del Regno d’Italia, sarebbe potuta essere conquistata soltanto se il popolo italiano si fosse unito e disposto a combattere qualunque invasore straniero.

 

 

Lectura Dantis: INFERNO. I Personaggi

 

 

Sin dai decenni immediatamente successivi alla morte di Dante cominciarono a tenersi pubbliche letture dei suoi versi, sovente accompagnate da interventi analitici di commentatori. Tra i primi, Giovanni Boccaccio, nel 1373, a Firenze. La grandezza e l’immutato fascino dell’opera di Dante si aprono, oggi, alla tecnologia, pur nella secolare tradizione della lectura espressiva e della lectura esegetica. Questo è lo spirito che anima la  realizzazione di Riccardo Piroddi. Immagini, musiche, effetti sonori e gli stessi versi danteschi, magistralmente interpretati dalla potente voce recitante di Giulio Iaccarino, danno vita ad alcuni tra i più celebri personaggi dell’Inferno, prima cantica del Divino Poema (Paolo e FrancescaFarinata degli Uberti, Pier delle VigneUgolino della Gherardesca e altri).

 

Lectura Dantis: INFERNO. I Personaggi”

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Il mio personale tributo a Dante Alighieri nel 696° anniversario della morte (14 settembre 1321)

 

dedicato a tutte le mie Beatrici

 

Quanto riportato di seguito è soltanto un infinitesimo aspetto della grandezza di quest’uomo e della sua opera (dalla mia Storia della Letteratura Italiana – Dalle origini al Trecento, SteMi Editrice, 2017):

Ci pensò proprio Dante, comunque, a prendersi la rivincita, per sé stesso e per tutti i poeti amanti non corrisposti (me compreso!).

Leggete questi versi:

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.
Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui.
(Inf., Canto II, vv. 70-74)

Ci troviamo nel II Canto dell’Inferno. È il tramonto. Superata la selva oscura e le tre fiere, il poeta è immobile, impaurito e ormai deciso a non intraprendere più il viaggio nell’aldilà, nonostante la presenza rassicurante di Virgilio, sua guida. A quel punto, l’autore dell’Eneide gli riferisce che la sua salvezza sta a cuore a tre donne: alla Madonna, a Santa Lucia, e sì, proprio a lei, a Beatrice: “Una donna beata e bella, con gli occhi più lucenti di una stella, si è rivolta a me, con voce soave e angelica, chiedendomi di soccorrerti, perché ella, dopo aver udito che ti eri smarrito, è arrivata troppo tardi. Anima gentile e onesta – mi ha pregato – ti imploro di aiutarlo, affinché io ne abbia consolazione. Io sono Beatrice ed è per amore che te lo chiedo”.
La donna, infatti, dal Paradiso, era scesa nel limbo, dove dimorava l’anima di Virgilio, per esortarlo a proteggere e seguire colui che io, qui e adesso, secondo quanto riferiscono i suoi meravigliosi versi, posso finalmente definire il suo amato!
Dopo essere stata celebrata lungo tutta la sua breve vita e molto oltre, seppure andata in sposa ad un altro uomo, alla fine, Beatrice ricambia l’amore di Dante.
Dante ce l’ha fatta!
Vi giuro che, scrivendo questi ultimi righi, non sono riuscito a trattenere la commozione!
È una mia opinione, ma mi piace ritenere che tutto, proprio tutto, lo slancio dal quale è nata la Divina Commedia, sia contenuto in questi cinque versi del II Canto dell’Inferno, pronunciati da Beatrice.

John William Waterhouse, “L’incontro di Dante con Beatrice”, 1915

 

C’è poco da fare. È stato il più grande di tutti. Al di là di quanto abbiate potuto conoscere di lui e delle sue opere sfogliando le pagine a lui dedicate in questo libro, vi consiglio di andare a prenderli i suoi libri e di leggerli voi stessi. Ho sempre pensato che la migliore storia della letteratura sia quella che ognuno di noi si “fa” da solo, semplicemente leggendone e meditandone le opere, senza la mediazione e i filtri interpretativi di quanti, seppure con competenza, esplicano i contenuti di ciò che è stato scritto da altri. Cominciate proprio con Dante. In fondo, sarebbe un bel modo per essergli grati, per esprimere riconoscenza a quella mente eccelsa, instillata in un uomo di mediocre statura, d’onestissimi panni sempre vestito, col volto lungo, il naso aquilino e gli occhi grossi, le mascelle grandi e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato, i capelli e la barba spessi, neri e crespi e sempre nella faccia malinconico e pensoso (Giovanni Boccaccio, Trattatelo in laude di Dante, XX), che io immagino ancora passeggiare lungo l’Arno e per i suoi ponti, nell’amata Firenze, immerso nei propri pensieri, tutti per Beatrice e per i versi che, di lì a poco, le avrebbe composto, solo, nella sua piccola stanza, attraverso il cui lucernario, ogni notte, rivolgendo lo sguardo sognante e incantato verso il cielo, avrebbe, poi, scorta, meravigliosa, risplendere tra le stelle.

 

Henry Holiday, “Dante e Beatrice”, 1884

 

 

Papa Adriano V e l’avarizia: due malintesi letterari

 

 

Non di rado capita che, nella storia della letteratura, possano essere generati malintesi che eternano immagini e caratteristiche di personaggi storici non sempre rispondenti al vero. È il caso di papa Adriano V, al secolo Ottobono Fieschi, genovese, asceso al soglio di Pietro, settantenne, l’11 luglio del 1276 e morto dopo soltanto 39 giorni di pontificato. Molto poco, data l’estrema brevità del suo regno, ebbe occasione di compiere, riuscendo appena a convocare un concistoro segreto, nel quale sospese la costituzione apostolica Ubi periculum, contemplante le norme per l’elezione papale, riservandosi di riformarla successivamente, cosa che, però, non ebbe il tempo di fare. Nonostante non vi siano affatto conferme della sua presunta avarizia, Adriano V è stato vittima di due singolari equivoci letterari. È stato, infatti, collocato da Dante nella quinta cornice del Purgatorio, tra gli avari e i prodighi: “Spirto in cui pianger matura/ quel sanza ‘l quale a Dio tornar non pòssi,/ sosta un poco per me tua maggior cura./ Chi fosti e perché vòlti avete i dossi/ al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri/ cosa di là ond’io vivendo mossi”./ Ed elli a me: “Perché i nostri diretri/ rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima/ scias quod ego fui successor Petri./ Intra Sïestri e Chiaveri s’adima/ una fiumana bella, e del suo nome/ lo titol del mio sangue fa sua cima./ Un mese e poco più prova’ io come/ pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,/ che piuma sembran tutte l’altre some./ La mia conversïone, omè!, fu tarda; /ma, come fatto fui roman pastore,/ così scopersi la vita bugiarda./ Vidi che lì non s’acquetava il core,/ né più salir potiesi in quella vita;/ per che di questa in me s’accese amore./ Fino a quel punto misera e partita/ da Dio anima fui, del tutto avara;/ or, come vedi, qui ne son punita./ Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara/ in purgazion de l’anime converse;/ e nulla pena il monte ha più amara./ Sì come l’occhio nostro non s’aderse/ in alto, fisso a le cose terrene,/ così giustizia qui a terra il merse./ Come avarizia spense a ciascun bene/ lo nostro amore, onde operar perdési,/ così giustizia qui stretti ne tene,/ ne’ piedi e ne le man legati e presi;/ e quanto fia piacer del giusto Sire, /tanto staremo immobili e distesi” (Pur. XIX, 91-126). In modo simile, Francesco Petrarca, nel suo Rerum Memorandum Libri (III, 95), asseconda il peccato del pontefice, salvo, poi, nella raccolta epistolare Rerum Familiarium Libri (IX, 25-28), rettificare il suo sbaglio. L’errore, in entrambe le “Corone fiorentine”, potrebbe aver avuto origine dalla lettura della Historia Pontificalis di Giovanni di Salisbury, scrittore inglese, vescovo di Chartres nella seconda metà del XII secolo, il quale attribuì a papa Adriano IV, il connazionale Nicholas Breakspear, grande avarizia, unita ad una smisurata sete di potere, vizi che, poi, sarebbero scomparsi proprio in seguito all’elezione papale, come risulta anche nei citati versi di Dante. Il duplice malinteso, quindi, sarebbe stato generato dalla sostanziale omonimia tra i due vicari di Cristo in terra.

Pubblicato l’1 agosto 2017 su La Lumaca