Archivi categoria: Politica

Filosofia politica e attualità

 

 

di

Franco Palazzi

 

La filosofia moderna – scriveva Simon Critchley in Responsabilità illimitata – nasce non dalla meraviglia, ma dalla delusione, dal “rendersi conto di vivere in un mondo profondamente ingiusto, attraversato dall’orrore della guerra; un mondo in cui, dice Dostoevskij…

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John Locke azionista delle compagnie coloniali. Una chiave di lettura del “Secondo trattato sul governo”

 

di

Francesco Galgano

 

Si suole attribuire a John Locke il merito indiscusso d’avere, per primo nella storia del pensiero politico, costruito un modello ideale di Stato come comunità di uguali, governata dalla volontà della maggioranza. Ma non c’era nel suo Secondo trattato sul governo, apparso nel 1690, dove si trova delineata questa costruzione, null’altro se non la rappresentazione concettuale del sogno di un filosofo? Questa conclusione domina la storiografia politica…

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John Locke (1632-1704)

 

 

Gentile, Machiavelli e lo Stato etico di Campanella. Individuo e popolo negli archetipi della modernità politica italiana

 

di

Gennaro Maria Barbuto

 

La riflessione gentiliana sulle origini della modernità politica italiana fu imperniata sulla dicotomia fra individuo e popolo, che egli attraversava mediante lo studio di due pensatori eponimi del Rinascimento: Machiavelli e Campanella. In questa età, che insieme a quella risorgimentale fu al centro della meditazione storiografica di Gentile sul carattere italiano…

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Giovanni Gentile (1875 – 1944)

 

 

 

Il problema Rousseau e i diritti dell’uomo. La pratica politica dei diritti tra natura e cultura, individuo e comunità, «stato di pura natura» e società civile

 

di

Vincenzo Ferrone

 

Jean-Jacques Rousseau padre nobile dei diritti dell’uomo e della politica dei moderni? Recentemente è stata attribuita al grande ginevrino e alla sua opera di romanziere dallo straordinario successo la qualifica di protagonista della creazione, in Europa, di una nuova mentalità empatica tra gli esseri umani…

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Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)

 

 

 

Thomas Hobbes, la storia e la politica

 

di

Daniela Coli

 

Storia e politica sono così annodate da noi da essere famosi per la revisione ininterrotta del passato: basta pensare al volume di Albert Russell Ascoli e Krystyna von Hennenberg intitolato Making and Remaking Italy: The Cultivation of National Identity. All’estero si discute con una certa bonaria ironia dei dibattiti italiani sui miti del Risorgimento e della Resistenza…

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Thomas Hobbes (1588-1679)

 

Possibilità e necessità della democrazia

 

di

Giangiuseppe Pili

 

 

Non è semplice districarsi nella realtà dei fatti soprattutto quando l’argomento riguarda proprio i fatti. E se ciò è già difficile, la situazione si aggrava quando, al posto della ragione, si mette in moto la fantasia e il desiderio: e così spesso vanno le cose quando si ha a che fare con la politica.

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Filosofia e Politica: la genesi di un rapporto controverso dall’antica Grecia all’età moderna

 

 

di

Nicola Castaldo

 

 

Parlare dei rapporti fra filosofia e politica, della loro genesi e della loro storia, vuol dire percorrere un arco temporale che parte dall’età classica e arriva fino ai nostri giorni incrociando una molteplicità di rapporti negli ambiti più disparati: storia, filosofia, sociologia, teologia, diritto, etica….

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Mosè, Cristo e Maometto: tre impostori o tre grandi politici?

 

 

Una lunga tradizione di pensiero si è concentrata in un libello dalle origini leggendarie e dalla storia redazionale molto vivace, intitolato Trattato dei tre impostori, dove Mosè, Cristo e Maometto sono stati definiti con l’epiteto del titolo: impostori, appunto. Ne ripercorro, brevemente, le fasi redazionali. L’esistenza di un trattato latino, De tribus impostoribus, sebbene sia stata molte volte affermata e data per certa fin dal XIII secolo, non è mai stata dimostrata, non essendo giunta fino a noi alcuna copia. I probabili autori sono stati identificati, nel tempo, con AverroèFederico IIPier delle VignePoggio BraccioliniErasmo da Rotterdam, Pietro AretinoGuillaume PostelMichele ServetoJean Bodin, Bernardino OchinoGirolamo CardanoPietro PomponazziGiordano BrunoTommaso Campanella, Giulio Cesare VaniniBaruch Spinoza e altri. Un secondo trattato latino, sempre intitolato De tribus impostoribus, anonimo, è stato composto nel 1688 e stampato, a Vienna, nel 1753. Un terzo trattato, intitolato La Vie et l’Esprit de Mr Benoît de Spinosa, è stato pubblicato, per la prima volta, anonimo e in francese, a L’Aia, nel 1719. Solo le successive edizioni avrebbero assunto il titolo di Traité des trois imposteurs.
Eccone alcuni passaggi (tratti da Trattato dei tre impostori. La vita e lo spirito del signor Benedetto De Spinosa, Einaudi, 1994): “La stessa nozione di Dio è incerta per coloro che pure ne sostengono l’esistenza, i quali danno «la definizione di Dio ammettendo la loro ignoranza», senza comprendere «chi lo ha creato» o affermando «che è lui stesso il principio di sé», sostenendo così «una cosa che non capiscono. Dicono: non comprendiamo il suo inizio; dunque l’inizio non esiste». Avviene che la sua nozione sia «il limite di un’astrazione intellettuale», e venga definito a volte Natura, a volte Dio, avendone idee disparate. Chi chiama Dio «la connessione delle cose», chi «un essere trascendente, perché non può essere visto né compreso». Si sostiene, poi, che Dio sia amore, benché egli, in quanto creatore, abbia dotato l’uomo di una natura opposta alla sua e lo abbia sottoposto «alla tentazione dell’albero, sapendo che avrebbe commesso una trasgressione fatale a se stesso e ai suoi discendenti». Per riscattare poi la colpa dell’uomo, Dio farà subire a suo figlio i peggiori tormenti: «nemmeno i barbari credono a storie così menzognere». Ci si deve chiedere, allora, perché mai bisognerebbe tributare un culto a Dio, regolato da un’istituzione religiosa, oltre tutto in considerazione del fatto che un essere perfetto non dovrebbe averne bisogno: «il bisogno di essere onorato è segno d’imperfezione e d’impotenza». In realtà, «ognuno comprende che è interesse dei governanti e dei potenti stabilire una religione per mitigare gli istinti violenti del popolo». Si dice che la presenza di una coscienza morale sarebbe la prova che Dio ha dato all’uomo la nozione del bene e del male e conseguente timore della punizione, ma in realtà le cattive azioni alterano l’armonia sociale e chi le commette teme le sanzioni della società umana. È la ragione naturale a illuminare il comportamento morale dell’uomo. Il resto è «un’invenzione dei nostri oziosi sacerdoti, che così accrescono considerevolmente il loro tenore di vita». Nessuna religione è in grado di dimostrare né l’esistenza né la natura di un’essenza divina, anche se sempre vi è chi ha preteso di conoscerla: i pagani dell’antichità, il re Numa, Mosé, Maometto, i bramini indiani, i cinesi, ciascuno contraddicendo gli altri. «Si credette che il giudaismo correggesse il paganesimo, il cristianesimo il giudaismo, Maometto entrambi, e si attende il correttore di Maometto e dell’islamismo». È, dunque, naturale sospettare che i fondatori delle religioni siano tutti degli impostori. Del resto, ogni religione accusa tutte le altre di impostura e, in particolare nel cristianesimo, ogni setta cristiana «accusa l’altra di aver corrotto il testo del Nuovo Testamento». Occorrerebbe, poiché non è evidentemente possibile credere a ogni religione, non credere a nessuna, «finché non si sia trovata la vera religione». Pertanto, per stabilire la verità di ogni singola religione, bisognerebbe esaminare con cura le affermazioni dei loro singoli fondatori: «non bisogna prendere affrettatamente per dogma o per testimonianza sicura quel che il primo che passa abbia asserito». Operazione molto difficile, che si può dubitare possa mai giungere a una conclusione effettiva”.
Io credo che Mosè, Cristo e Maometto siano stati sì, impostori, ma filosofici, considerata la sostanziale fallacia dei loro insegnamenti metafisico-teologici, e, allo stesso tempo, li ritengo i più grandi politici della storia, visti gli “iscritti” ai loro “partiti” e quanto questi hanno fatto e continuano a fare in nome loro. Niente di divino o rivelato, quindi. Solo ignoranza, superstizione e credulità da parte di chi, ancora oggi, segue questi tre “segretari di partito” e i loro diktat, da un lato, antivitali, per dirla alla Nietzsche, e, dall’altro, espansionistici. Tutto ciò non fa altro che dimostrare, dunque, la natura esclusivamente politica dell’azione dei tre fondatori di religioni (Ebraismo, Cristianesimo e Islam), come enunciato nel pamphlet, “veri e propri impostori dediti alla gloria personale e all’asservimento dei popoli”.

 

 

 

Il lavapiedi di Amasi

 

 

Detronizzato Aprieo, governò Amasi, originario del nomo di Sais e più precisamente della città di Siuf. In un primo momento gli Egiziani disprezzavano Amasi e non lo stimavano affatto, in quanto era del popolo e non di una casata illustre; ma poi Amasi, con accortezza e prudenza, riuscì a guadagnarsi il loro favore. Possedeva una enorme quantità di oggetti preziosi: fra gli altri un bacile d’oro nel quale lui e tutti i suoi invitati erano soliti lavarsi i piedi in ogni circostanza; egli lo ridusse a pezzi per ricavarne la statua di un dio, collocata poi nel punto più adatto della città; e gli Egiziani vi si affollavano attorno con grande venerazione; Amasi, informato del comportamento dei suoi sudditi, li convocò e rivelò loro che l’immagine era stata fabbricata con un bacile e che ora gli Egiziani veneravano con profonda devozione un oggetto in cui si erano lavati i piedi e avevano vomitato e orinato. Seguitò dicendo che lui si era trovato in una situazione paragonabile a quella del catino: se prima era uno del popolo ora invece era il loro sovrano e perciò li esortava a rispettarlo e a onorarlo. In questo modo si guadagnò la stima degli Egiziani, che accettarono di essere suoi sudditi.

(Erodoto, Storie, II, 172)

Questo passo erodoteo è ancora attuale e spiega bene l’atteggiamento di molti nei confronti del potere!

 

 

 

 

 

Breve storia dell’idea democratica nell’antichità

 

Parte III

 

 

La democrazia in tale triplice schema (v. articolo precedente) o modello ideale in senso scientifico appare, dunque, secondo questa sequenza: come teoria del (fondamento del) potere ad indicare la sovranità popolare; come teoria del governo fondata sul soggetto popolare, e cioè come il governo di tutti, dei molti, dei poveri, dei produttori-lavoratori, dei cittadini; infine, come teoria del governo fondata sulla legalità e sulla legge ed a essa sottoposto, caratterizzato dalla partecipazione, non solo legittima ma legale, cioè sotto la legge, dei cittadini della repubblica, cittadini che sono liberi ed uguali (nel senso di tutti liberi e uguali; altrimenti siamo nella repubblica aristocratica dove tali sono solo i pochi.

 

 

Sicché si potrebbe dalla prospettiva della duplice (anzi triplice) classificazione, definire la democrazia, secondo una prima generalizzazione, come quella forma di governo repubblicana, fondata sul principio della sovranità popolare (primo significato) e consiste nella partecipazione (in qualche modo o forma) di tutti i cittadini, uguali e liberi – dunque nella partecipazione libera ed eguale dei cittadini – all’esercizio attraverso il voto (appunto libero, uguale) periodico (esercizio da intendere anche nella semplice forma del controllo) del potere sotto la legge, cioè limitato dalla legge.
A sua volta, la legge può assumere due significati: come legge di Dio o naturale e come legge fatta degli uomini. In questo secondo caso, sono gli stessi uomini che governano ad autolimitare con la legge (di cui sono autori) l’esercizio del potere da loro stessi gestito: la democrazia diventa qui (sempre secondo questo modello ideale) governo delle leggi per eccellenza (ma è un’eccellenza – e quindi coincidenza – appunto “ideale”, tenendo sempre presente e valida l’affermazione di Livio che “imperia legum potenti ora quam hominum”).
Per concludere: mentre il presupposto della democrazia sta nel principio (e valore) della libertà e dell’uguaglianza, cioè nel principio (ideale) dell’uguale libertà dei “tutti” – princìpi e valori che subito illustreremo -, il suo carattere istituzionale saliente si può (formalmente) individuare nel principio consensuale di legittimità e legalità (ma si tratta di due elementi strettamente connessi: il principio consensuale deriva, implicitamente, dal titolare del consenso.
È da questo (come principio sia generale che specifico di legittimità e di legalità) che derivano, poi, gli altri riguardanti: il libero e previo dibattito proposto alle deliberazioni (siano esse prese direttamente o dai rappresentanti; dibattito, in ogni caso, non solo istituzionale in senso stretto, perché comunque giocato nella pubblica opinione), la elettività delle cariche, la loro periodicità, la responsabilità e la responsività, per cui cioè si deve sia render conto dell’operato sia tener conto del consenso (cioè di quanto esso via via richiede), ancora, il ricambio o alternanza al governo, ecc..
Vogliamo, a questo punto precisare un concetto. Se l’essenza della democrazia consiste nella elettività popolare (quando non, secondo una interpretazione letterale dell’uguaglianza, nella estrazione a sorte) delle cariche politiche e, contestualmente, nel controllo (popolare) del loro esercizio – cioè, in concreto, dell’operato dei rispettivi titolari che le esercitano – nelle forme e secondo le procedure accennate, non è chi non veda la legittimità viene dal consenso – più precisamente, attraverso la verifica periodica del consenso – (popolare): è questo il principio di legittimazione specifico della democrazia. Ma poiché il presupposto di questa forma di governo risiede in quel principio generale di legittimazione della sovranità popolare (a sua volta, una specie delle teorie ascendenti del potere), a cui, cioè, spetta la scelta delle forme di governo, si può a buon diritto sostenere che nella (e con la) democrazia il più generale principio di legittimazione dell’obbligazione politica (primo o più ampio significato) tende, idealmente, se non proprio a coincidere, in ogni caso a convergere con quello specifico (significato stretto e tecnico).
Insomma, pure astrattamente potendosi ipotizzare una democrazia “ottriata”, ossia concessa dall’alto, ciò storicamente per lo più non si verifica perché, nella realtà la democrazia di fatto non viene mai o quasi mai concessa e, dunque, la richiesta dal basso, o popolare, della democrazia è già espressione di una sovranità popolare quand’anche implicita o latente (il popolo cioè che, come affermano i manifesti delle prime rivoluzioni democratiche moderne, si riappropria dall’autorità o sovranità ): ma precisamente in quanto si è così manifestata, in effetti e alla fine, è pur sempre esplicitabile. Il titolare del potere tradizionale che pare concederla, in realtà è costretto a concederla e, se è costretto (dalla pubblica opinione o dalla forza tout court dei “molti” o “tutti”), dunque è più effettivamente e sostanzialmente titolare o, nel migliore dei casi, è titolare puramente nominale ma contestato: e contestato dal dissenso popolare; dunque è il consenso popolare – sotto forma di dissenso verso il potere stabilito tradizionalmente – l’effettivo albero motore o la vera sorgente della forma democratica di potere.
Tutto ciò va tenuto presente perché, nonostante la grande diversità di contesto storico che caratterizza la democrazia degli antichi – protesi costantemente (ma ciò vale per ogni forma di governo ) alla ricerca della stabilità politica – rispetto a quella dei moderni -cui è familiare invece il mutamento -, la democrazia è sempre preceduta e/o accompagnata – si è visto – da una presa non pacifica del potere, si tratti pure di quella rivoluzione istituzionale che tuttavia, è pur preparata da quella civile, sociale ed economica.
Non mancano gli esempi a conferma di queste distinzioni – in particolare di quella fra i due principali significati del termine – che non sono di scarsa portata, ma rimandano ai principi e valori, da una parte, e a istituzioni e regole del gioco, dall’altro, che insieme (quelli e queste) ci offrono un concetto integrato di democrazia.