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Nel nome di Giordano Bruno, il diritto alla dignità

di

Maria Mantello

 

Il 17 febbraio del 1600, dopo lunghi anni di carcere e terribili violazioni alla sua dignità, Giordano Bruno veniva fatto bruciare vivo perché “eretico, pertinace, impenitente”, come recitava la condanna del tribunale della Santa Inquisizione Romana, presieduto personalmente dal papa. Nello stesso giorno del suo martirio anche i suoi libri venivano dati alle fiamme sul sagrato della basilica di S. Pietro… 

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Sulla funzione catartica della bestemmia

 

 

2500 anni di dottissime e spesso astruse speculazioni filosofiche sulla natura della “catarsi” (il processo di liberazione dalle esperienze traumatizzanti o da situazioni conflittuali), da Aristotele alla contemporanea psicologia post-freudiana, non sono state in grado di mettere in luce come la più alta e praticata forma di catarsi, per il genere umano, sia la bestemmia, somma, seppure spesso soltanto momentanea, purificazione dell’animo dalle negatività che lo appesantiscono! Sarebbe proprio il caso di affermare: bestemmiate e la vita vi sorriderà!!!

 

 

 

 

 

 

Letteratura e religione

 

 

Eppure mi chiedo, da tempo, perché mai il racconto di Orione, trasformato da Zeus in costellazione a splendere nel cielo, sia rimasto letteratura, mentre quelli di Cristo, risorto dopo la morte, e di Maometto, asceso al cielo per essere ammesso al cospetto di Allah, siano diventati religione!

 

 

 

Il ruolo del Mediterraneo nella geopolitica e nella geostrategia

 

Parte VII

 

Il Mediterraneo e la geopolitica etnico-religiosa

 

Anche la geopolitica etnico-religiosa contribuisce alla instabilità dell’area mediterranea, determinando occasioni di conflitto interno e interstatuale. Le differenze culturali e religiose sono più profonde e radicate nella natura umana di quanto lo siano quelle politiche ed economiche. L’identità religiosa è più forte di quella etnica: un individuo può essere per metà italiano e per metà arabo, ma non può essere per metà cattolico e per metà musulmano. Cinque, inoltre, sono le differenziazioni storiche: cristiano-cattolica (Mediterraneo nord-occidentale); cristiano-ortodossa (Balcani e Eurasia russa); islamica (Nord Africa, Grande Medio Oriente, Corno d’Africa, parte dei Balcani, Caucaso, Asia Centrale); giudaica (Israele e comunità minoritarie in altri paesi); cristiano-copta (Etiopia e parte del Sudan e dell’Egitto). I conflitti, che ne sono derivati, non si contano: arabo-israeliano; israelo-palestinese; curdo; greco-turco; turco-armeno e quello interno al Sudan tra governo islamico e cristiani animisti. Da queste premesse, pur trattate sinteticamente, ne discende che il “Mediterraneo allargato” si presenta, per la geopolitica e la geostrategia, come il luogo geometrico di numerosi contrasti e di potenziali conflitti.

 

 

 

Giovanni Pico della Mirandola e la sua memoria prodigiosa

 

Giovanni Pico nacque a Mirandola, in provincia di Modena, il 24 febbraio 1463, dal conte Giovan Francesco I e da Giulia Boiardo, zia di Matteo Maria Boiardo, insigne letterato e poeta quattrocentesco. Pico fu un vero prodigio della natura: passò la sua breve vita, morì a soli 31 anni, a studiare e raccogliere libri di ogni specie. Parlava latino, greco, ebraico e arabo. Conosceva la filosofia platonica e aristotelica a menadito, forse meglio degli stessi Platone e Aristotele. Fu studioso rigoroso della cabala ebraica che, grazie a lui, fu introdotta in Europa. Aveva una memoria portentosa, si diceva che conoscesse a memoria tutta la “Divina Commedia” di Dante (circa 4000 versi) e che, una volta terminata, riuscisse a recitarla al contrario, dall’ultima parola alla prima, utilizzando degli stratagemmi e delle tecniche, rivelati in alcuni suoi scritti. Già durante la sua esistenza, quindi, fu considerato un personaggio mitico. Per quanto riguarda il pensiero, Pico, come Marsilio Ficino, tentò avvicinare tutte le filosofie del mondo, attraverso alcune verità generali, in modo che i dotti si potessero mettere d’accordo all’insegna della pace e del sapere universale (servirebbe oggi un uomo del genere!) Per questo, cercò di organizzare, a Roma, una sorta di congresso, al quale avrebbero dovuto partecipare autorità, luminari, professori e scienziati del mondo allora conosciuto, per discutere novecento tesi che lui aveva elaborato, “proposizioni dialettiche, morali, fisiche matematiche, teologiche, magiche, cabalistiche, sia proprie che dei sapienti caldei, arabi, ebrei, greci, egizi e latini”. Allo scopo, scrisse, nel 1486, l’“Oratio hominis dignitate” (Orazione sulla dignità dell’uomo), un’introduzione all’incontro. Papa Innocenzo VIII, però, non solo si oppose alla cosa, ma lo costrinse a fuggire in Francia, dove fu arrestato e rilasciato dopo un mese, grazie all’intervento di Lorenzo de’ Medici. Rientrato a Firenze, se la prese con gli umanisti della sua compagnia, perché questi gli ripetevano che la filosofia, da lui tanto amata, fosse linguisticamente barbara. Rispondeva: “Ragazzi, il linguaggio è come la gonna di una donna, serve soltanto a vestire i concetti. L’importante è quello che c’è sotto!” (Questo esempio, ovviamente, è mio. Il sommo letterato si espresse in tutt’altro modo!”). Il 17 febbraio 1494, dopo due settimane di febbre strana, Pico morì. Si pensò ad un avvelenamento, da parte del suo segretario, ma niente fu mai provato. Sulla lapide della tomba fu inciso l’epitaffio degno di un re: “Joannes iacet hic Mirandola. Cetera norunt et Tagus et Ganges forsan et Antipodes”, ovvero, “Qui giace Giovanni di Mirandola. Il resto lo sanno sia il fiume Tago, sia il Gange e forse anche gli Antipodi!”. Un personaggio davvero unico e ancora troppo poco conosciuto!

 

Pubblicato l’1 febbraio 2017 su La Lumaca

 

I fondamenti religiosi della finanza islamica

 

Parte VII

Conclusioni

 

In conclusione di questa serie di indagini sulla finanza islamica può essere interessante accennare, in sintesi, alle sue future prospettive a livello internazionale, in Europa e in Italia, dopo aver enunciato i principali ostacoli, che ancora sussistono, per una forte espansione della finanza islamica: la mancanza di expertise (ridotto numero di professionisti applicabili a questa attività); la mancanza di consenso uniforme (manca un corpus codificato di leggi e l’interpretazione è soggetta alle diverse scuole coraniche); la mancanza di veri standard operativi (troppo lungo l’iter di verifica islamica di ogni operazione di rilievo); la limitatezza del mercato secondario (troppo ristretto); il bisogno di asset reali (vantaggio rispetto alla finanza creativa, ma anche freno all’espansione); le restrizioni alla creazione di strumenti derivati (la finanza islamica, comunque, si sta ponendo il problema e sta sviluppando alternative); l’illiceità del contratto di assicurazione (l’alternativa è il takaful, una specie di mutua assicurazione); gli svantaggi fiscali (non tutti i paesi europei sono disponibili, come la Gran Bretagna e la Francia, a creare un ambiente fiscalmente appetibile per la finanza islamica). La finanza islamica può avere una ulteriore espansione internazionale, in alcuni paesi “core” (Malesia, Indonesia, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar), che vedono la compresenza di banche islamiche e banche convenzionali (islamic windows), dove le istituzioni hanno sviluppato: una regolamentazione ad hoc; la formazione di figure professionali, specializzate in Shari’ha compliant, e l’educazione finanziaria della clientela. I paesi nord-africani “non core” (Egitto, Tunisia, Marocco e Libia), al contrario, non hanno supportato lo sviluppo della finanza islamica, perché la regolamentazione risulta insufficiente e i regimi fiscali non sono favorevoli. In Europa, il centro nevralgico dell’espansione della finanza islamica rimane, per ora, il Regno Unito. Per il futuro, risultano condivisibili le conclusioni di Rodney Wilson della Durham University (UK), nel saggio “Islamic Finance in Europe” (European University Institute for MUSMINE, pagg. 34-35, 2007), che individua nella Turchia il più grande potenziale di sviluppo e futuro ponte tra l’UE e tutto il mondo islamico: “The greatest potential for Islamic finance, in Europe, is undoubtedly, in Turkey, where Islamic banking has been established since 1980s although it remains on the fringes of the financial system, accounting for less than five percent of deposits, and opinions in its merits are politicised as already indicated… Turkey has the greatest potential for expansion of banking in Europe, including Islamic banking… Turkey can serve as a bridge between European Union and the wider Muslim World and, in the longer term, it is likely to be Istanbul, not London, which becomes Europe’s leading centre for Islamic banking and finance.” In Italia, nonostante i musulmani siano circa 1,6 milioni (un terzo degli stranieri residenti in Italia e il 3% degli italiani), la finanza islamica non si è sviluppata, pregiudicando, finora, la competitività del sistema paese, quale opportunità di business e capacità di attirare capitali dai mercati del Golfo. Si sta puntando sul Mediterranean Partnership Fund, relativo ai paesi dell’Europa mediterranea e meridionale, per aprire ai fondi islamici, come pure agli investitori privati islamici, sostenuti dalle Islamic Financial Institutions.

I fondamenti religiosi della finanza islamica

 

 

Parte VI

La finanza islamica tra i principi religiosi e la realtà

 

Dall’esame dettagliato delle regole coraniche che governano la finanza islamica, ruotanti intorno ai fondamentali divieti di riba, di gharar e maysir, nonché alla logica associativa, risulta evidente come la finanza tradizionale, ai primi approcci con quella islamica, sia rimasta molto perplessa, ma la globalizzazione dell’economia ha imposto, progressivamente, una convivenza, una sorta di meticciato culturale, sempre più interessato alla conoscenza dell’esperienza della finanza islamica, meritevole di attenzione per le suggestioni etiche e per la propensione alla stabilità. L’Islam non è soltanto una religione, ma una civilizzazione, fondata sull’identità tra religione, mondo e Stato (Din, Duniya wa Dawla), che identifica la legge, la morale, lo stile di vita, la cultura e l’economia: una concezione integrale della vita, che regola le relazioni tra uomo e Dio, tra uomo e la Natura e tra uomo e uomo. Le fonti del diritto islamico, il Corano e la Sunnah, in particolare, contengono la cornice dei valori, che ispirano le istituzioni musulmane e la vita di ogni singolo credente in Allah, secondo i principi di solidarietà, di giustizia, di responsabilità, di cooperazione, di equità, di fiducia, di armonia e di equilibrio. L’obiettivo è una concezione umano-centrica dell’economia, non disgiungibile dalla giustizia economico-sociale e dal benessere, per tutte le creature di Dio, che richiede una risposta conforme da parte di ogni credente, come vicario di Allah, nella gestione dei beni materiali. Mancando la distinzione tra sacro e profano, come in Occidente, viene enfatizzata, al massimo, la natura sociale e collettiva dell’azione umana. L’Islam incoraggia, quindi, il profitto lecito, in quanto frutto di operosità e non di sfruttamento e speculazione, e raccomanda all’uomo d’affari, gestore di beni in nome di Allah, di tenere sempre presente, nel perseguire il profitto, il desiderio di servire l’umanità, attraverso la moderazione, la sobrietà, l’indulgenza, la fratellanza, l’amicizia, anche sul lavoro, nonché l’aiuto verso il prossimo bisognoso, senza aspettarsi nulla in cambio. L’Islam disapprova il tesoreggiamento, il facile arricchimento e l’accumulazione eccessiva, che si traduce nel divieto di monopolio e nell’apertura alla concorrenza, come scoraggia gli eccessi della finanziarizzazione dell’economia e la sconnessione della finanza dall’economia reale. La finanza islamica rivela, quindi, un senso della misura e si pone come parte organica di un più complesso disegno istituzionale, interamente conforme all’etica dell’Islam. Non mancano le criticità (lo scarto tra i principi e la realtà; la complicazione dei contratti partecipativi; l’aggiramento di alcune prescrizioni; la difficile gestione della liquidità), che imporranno, in futuro, un adeguato sviluppo della struttura, dell’organizzazione e dell’attività della finanza islamica, a partire dalle banche islamiche, per poter dare adeguate soluzioni ai problemi della trasparenza, della governance, della gestione dei rischi e della compatibilità contabile, premesse per una integrazione nella finanza internazionale e per diventare un’alternativa globale valida. Ci si chiede, comunque, come un sistema, tanto fortemente connotato dalla promozione di uno sviluppo economico-sociale, responsabile e antropocentrico, non riesca a eliminare, dalla propria realtà, intollerabili diseguaglianza, distorsioni, povertà, speculazioni, corruzione, dissipazione delle ricchezze e stili di vita inaccettabili da parte dei ceti dominanti: uno squilibrio tra principi e realtà! La finanza islamica non è riuscita, finora, a diventare una realtà originaria e innovativa, ispirata dal principio della condivisione del rischio, ma si potrebbe definire, ad oggi, un processo problematico in divenire, nella difficoltà di conciliare tradizione e modernità. Va ripensata in una visione globale, che riesca a mediare il carattere lecito dei mezzi, ad essa offerti, con la moralità dei fini e dei risultati, in un approccio collaborativo con il modello finanza tradizionale, che essa pretendeva (e pretende) di superare. La finanza islamica, quindi, oltre ad offrire alternative microeconomiche alla finanza internazionale, conformi ai dettami del Corano, potrebbe aspirare a diventare una nuova opportunità macroeconomica, per l’economia globale.

 

 

 

I fondamenti religiosi della finanza islamica

 

 

Parte V

 La gestione dei fondi azionari islamici

 

Di grande interesse, in relazione all’applicazione della legge coranica, diventa la gestione del risparmio nella finanza islamica, con particolare riferimento alla gestione dei fondi azionari islamici, cioè all’attività dell’asset management islamico. I primi fondi comuni islamici sono apparsi sulla scena negli anni ‘80, ma soltanto di recente hanno suscitato l’attenzione del mondo accademico, legato alla finanza, per quattro ordini di ragioni: il primo: da poco, hanno assunto una dimensione quantitativa, tale da poter rappresentare un’asset class; il secondo: l’asset management islamico è piuttosto giovane; il terzo: le pratiche di gestione risultano poco trasparenti e la scarsità di dati disponibili non consente un’agevole analisi comparativa tra i portafogli; il quarto: la maggior parte dei fondi islamici sono gestiti da società, con sede in mercati diversi da quelli europei, con differenti regole di gestione e, quindi, con difficoltà di comparazione (Malesia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait). In mancanza di una solida letteratura sul tema, posso qui trattare semplicemente gli aspetti più rilevanti del mercato dell’asset management islamico, sul piano qualitativo (gestionale) e quantitativo. Va premesso, quindi, che anche la gestione dei fondi azionari islamici è soggetta alle prescrizioni coraniche (i cinque pilastri), senza eccezioni, imputabili a qualche interpretazione soggettiva, applicabile, da paese a paese, a causa dell’appartenenza a scuole coraniche diverse. Il fondi di investimento islamici sono nati e si sono sviluppati, principalmente: sotto la spinta delle élite finanziarie musulmane, arricchitesi con i capitali delle estrazioni petrolifere, le quali non volevano più rivolgersi al mercato finanziario di Londra; per intercettare e mantenere in patria questi capitali; per corrispondere alla domanda della clientela islamica di poter investire i propri risparmi, in modo conforme alla Shari’ha, senza doversi spostare su piazze finanziarie estere. Su 930 miliardi di dollari, gestiti dalla finanza islamica, secondo i principi della Shari’ha, al 2010, una quota del 5,5% competeva alla gestione dei fondi comuni islamici, per un valore di 52 miliardi di dollari. Gli Islamic Funds erano, nel 2010, circa 700, così distribuiti per domicilio: Malesia 27% (180), Arabia Saudita 22% (174), Kuwait 12%, Emirati Arabi Uniti 7%, Indonesia 4%, Regno Unito 4%, Pakistan 4%, Sud Africa 3%, Bahrain 3%, Singapore 2% e Altri 12%. Prevalevano e prevalgono, tutt’ora, gli asset managers del Medio Oriente e dell’Africa. Per quanto riguarda la diversificazione di questi fondi, per asset class, gli investimenti azionari erano e sono i più popolari, seguiti dall’investimento a reddito fisso e dalle commodities, specificamente: Equities 40%, Fixed income 22%, Commodities 18%, Other 12%, Cash 10%, Real Estate 6%e Balanced 3%. Va precisato anche che i due terzi dei veicoli di investimento lanciati sul mercato, negli ultimi anni, sono stati prevalentemente destinati a clientela istituzionale e, quindi, pur essendo strutturati, come fondi comuni, non sono rivolti, nella maggior parte dei casi, agli investitori retail. Per tale ragione faticano a gestire masse di capitali tali da garantire il punto di break-even (almeno 100 milioni di dollari per fondo). Ma avranno bisogno, comunque, di consolidamento e di concentrazione, e, quindi, risultano destinati a potenziali di crescita molto elevati. In questa crescita, anche gli Islamic Funds dovranno attenersi ai seguenti precetti religiosi: il divieto di riba non consente di promettere un rendimento garantito ai sottoscrittori del fondo. Il rendimento dipenderà esclusivamente dall’andamento del fondo; il divieto di riba non consente di investire in titolo obbligazionari tradizionali, a tasso fisso; il divieto di riba non consente di investire in azioni privilegiate, quando il privilegio si riferisce ad un diritto di prelazione per gli azionisti, in sede di liquidazione della società e di distribuzione dei dividendi; l’investimento azionario è consentito, purché rispetti, in tutte le fasi, la conformità alle regole coraniche e le società emittente azioni, da includere nel portafoglio del fondo, devono essere “coerenti” con i fondamenti etico-religiosi islamici, per il tipo business trattato e per i ratios finanziari; l’attività di gestione del fondo deve essere costantemente monitorata e controllata dallo “Shari’ha Board”, il comitato di giurisperiti islamici, la cui importanza, come si può intuire, per la credibilità e la reputazione islamica del fondo, risulta superiore alle performances di gestione; la determinazione sulla “accettabilità” islamica dei titoli avviene, attraverso uno screening, collegato alla business industry e al rispetto di alcuni financial ratios; l’attività di investimento dei gestori del fondo può anche riguardare società che, parzialmente e marginalmente, hanno un’attività non lecita (haram); l’attività di investimento deve poter far leva anche sui processi di innovazione finanziaria, anche derivati, purché rispettosi dei divieti di riba, di qimar (scommessa), e di gharar (incertezza e rischio). I principali punti critici dell’asset management islamico riguardano la scarsa diversificazione dell’offerta (mancanza di sufficienti asset classes e prodotti, ristretti, agli inizi, solo ai depositi infruttiferi e agli investimenti immobiliari), l’assenza di un effettivo servizio di wealth management (a fronte della necessità di innovazione finanziaria nella gestione dei rischi), l’eccessiva frammentazione dell’industria (mancanza di una effettiva partecipazione al mercato retail) e il problema della composizione degli Shari’ha Board (diversità di vedute tra le diverse scuole coraniche e potenziali conflitti di interesse). Affinché, quindi, l’asset management islamico possa arrivare al grande pubblico, diventa necessario superare, nel rispetto della legge coranica, almeno alcune delle enunciate criticità, a partire dalla costruzione condivisa di nuovi strumenti finanziari, senza che gli Shari’ha Board possano, per motivi estranei al rispetto dei precetti religiosi, influenzare la concorrenza tra gli operatori del risparmio, gestito dagli Islamic Funds.

 

 

 

I fondamenti religiosi della finanza islamica

 

 

Parte IV

Le banche islamiche: tra tradizione e innovazione

 

Le banche islamiche non sono quelle che operano esclusivamente nei paesi islamici o le loro filiali all’estero, ma (solamente) quelle banche che scelgono di agire, nel modo della finanza e del credito, nel rispetto assoluto dei precetti religiosi della Shari’ha, cioè la “via della salvezza, segnata da Dio e rivelata agli uomini dal Profeta”. A causa degli ingenti flussi finanziari che vengono scambiati tra il mondo islamico e quello occidentale, la finanza islamica, da realtà di nicchia, sta assumendo, a partire dalla fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni settanta, un ruolo significativo nella finanza mondiale, sia sul piano qualitativo, che sul piano quantitativo. Si è già analizzato come tutto l’edificio della finanza islamica si regga sul concetto del divieto di riba e della pratica dell’interesse bancario: “Dio ha proibito il riba (Corano, II, 275) e quel che voi prestate a riba, perché aumenti sui beni degli altri, non aumenterà presso Dio”. Il riba (etimologicamente: aumento, accrescimento), quindi, non rappresenta soltanto un semplice divieto, ma assume il significato di principio religioso, etico e sociale, fondante la solidarietà, che ispira tutta la società islamica. La scelta degli intermediari bancari, per la raccolta del risparmio e per la concessione del credito, è diventata un passaggio obbligato per operare nel rispetto della legge coranica. Le banche islamiche, quindi, consentono di coniugare i vantaggi collettivi con il rispetto delle prescrizioni religiose: ne è esempio il contratto di assicurazione, che viene trasformato in mutualità collettiva, anche se alcune scuole di diritto coranico continuano a sollevare perplessità sull’elevato grado di incertezza. Come è intuibile, nella finanza islamica non trovano alcuna cittadinanza gli strumenti finanziari derivati, a causa della loro eccessiva volatilità e del disancoraggio dagli asset concreti, visibili e tangibili, dell’economia reale. Ciò non ha impedito, anzi favorito, l’espansione della finanza islamica in alcune capitali occidentali, già citate in articoli precedenti, e anche in Svizzera, dove sono proliferati gli sportelli del maggior gruppo bancario islamico mondiale, il saudita Dar al-Mal al-Islami, che ha la sede operativa a Ginevra. Anche se il motivo del ricorso alla finanza islamica, da parte degli occidentali, non va riferito certo alle virtù salvifiche dell’agire religioso, ma ad una particolare modalità di investimento, collegate alle comunità islamiche presenti nelle realtà europee, le cui rimesse sono in costante crescita, tanto da costituire una quota rilevante dei flussi finanziari verso i paesi di origine (alle rimesse ufficiali, tramite i canali in chiaro, vi sono rimesse non registrate, per un importo totale doppio, che transitano attraverso canali informali, secondo le regole non scritte dalla hawala). La hawala è la transazione più informale della finanza islamica. Si realizza quando un migrante si rivolge ad un intermediario (in genere, il titolare di un esercizio commerciale della stessa comunità etnica e religiosa), il quale regola la transazione sulla base della compensazione periodica del saldo complessivamente trasferito. Non vi è passaggio di denaro, ma l’assicurazione, sulla parola, dell’intermediario sulla consegna del denaro a destinazione, che avviene attraverso una fitta rete di fiduciari, presenti sul territorio di origine. Su questo segmento operativo, al fine di evitare il finanziamento occulto di movimenti fondamentalisti, sta diventando alta la guardia delle autorità di sicurezza occidentali. Man mano che la finanza islamica si afferma anche in occidente, molti studiosi tendono a stabilire analogie tra le banche islamiche e le nostre banche di credito cooperativo e le popolari, che mantengono un legame privilegiato tra i soci, con il fine, quasi mutualistico, dell’efficienza operativa. Le banche islamiche, sul mercato italiano, in futuro, potrebbero beneficiare, sia dal punto di vista normativo che organizzativo, proprio della grande esperienza maturata dalle banche di credito cooperativo e dalle banche popolari. Molti guardano al bacino del Mediterraneo allargato, come luogo di liberalizzazione del commercio e di associazionismo commerciale tra paesi europeo-mediterranei e paesi arabo-mediterranei, che trovi la sua leva protagonistica nella finanza islamica e nella cooperazione con le banche di credito cooperativo e banche popolari.  L’Italia è in grave ritardo su questo fronte, ma una politica finalizzata potrebbe far recuperare, in breve, il tempo perduto.

 

 

 

Francesco d’Assisi: santo e letterato

 

 

Francesco di Pietro Bernardone dei Moriconi, l’uomo del secolo, anzi, del millennio, eletto non dal magazine americano Time, ma da tutti i cattolici del mondo, si sarebbe dovuto chiamare Giovanni. Questo il nome che gli aveva dato la madre, Pica Bourlemont, quando lo aveva portato a battezzare. Suo marito Pietro, però, di ritorno dalla Francia, dove si recava periodicamente per affari, era stato irremovibile: “Diletta moglie, pecunia non olet! Li danari non puzzano. Chiamerollo Francesco, dacché commerciamo grande co’ i franceschi! (così, gli italiani del Medioevo chiamavano i francesi). Pica dovette sottostare. Poco più che adolescente, Francesco fu avviato dal padre al commercio nella boutique di famiglia. Ne fu contento perché guadagnava bene e poteva spassarsela un sacco con gli amici. Bevute, fanciulle (rigorosamente maggiorenni!), divertimento sfrenato, non si faceva mancare proprio niente, fino a quando accadde qualcosa che gli cambiò la vita. Cosa, esattamente, bisognerebbe chiederlo a lui o a Dio! Nel 1202, scoppiò la guerra tra Perugia e Assisi. Il nostro baldo giovane, come tutti i rampolli di buona famiglia, andò a combattere. Nella battaglia di Collestrada il suo esercito le prese di santa ragione dai perugini e lui cadde prigioniero. Fu liberato dopo un anno, solo perché si era ammalato e dietro pagamento di un ingente riscatto. Tornato a casa, dimenticò gli amici e i loro stravizi e, per rimettersi prima possibile, si chiuse in camera, trascorrendo le giornate in completa solitudine. Proprio allora, cominciò a pensare che, forse, sarebbe stato meglio fare una inversione a U e percorrere altre strade nella sua esistenza. Da quel momento, a detta di chi lo conosceva (io non mi permetterei neppure di pensarlo!), principiò a manifestare segni di squilibrio mentale: raccolse le stoffe più preziose dal negozio paterno, le vendette e diede tutto ai poveri; lo stesso fece col suo bel cavallo, consegnando il ricavato al parroco; spesso parlava con i crocifissi nelle chiese; fu mandato, per affari, dal padre, a Roma, provvisto di un gruzzolo di monete, che, allegramente, distribuì ai bisognosi e, non ancora pago, scambiò i suoi vestiti con quelli di un mendicante, sedendosi, poi, accanto al portone principale della chiesa di San Pietro (l’imponente basilica che possiamo ammirare oggi non era stata ancora costruita!), a chiedere la carità. Il babbo, disperato, si vide costretto di denunciarlo alla pubblica autorità per rovina del patrimonio familiare, sperando, così, che la smettesse con quella sfrenata beneficenza e tornasse ad essere normale. Niente da fare. Il processo a Francesco si svolse nella piazza principale, ad Assisi. C’erano proprio tutti: il sindaco, i consiglieri comunali, il vescovo, il capo delle guardie, gli amici, le sue donne affrante. Pietro strillava che voleva giustizia e il rinsavimento del suo erede ma il figlio, appena il genitore smise di sbraitare, si tolse tutti i vestiti, glieli restituì, rimanendo come lo aveva fatto la mamma, cioè nudo, e gli disse: “Fino a oggi ho chiamato voi papà. Da questo istante, cambio genitore e mi affido al Padre che è in Cielo!”.Il povero Pietro dovette rassegnarsi. Francesco, così, cominciò il tour nella provincia di Perugia, confortando oppressi, curando lebbrosi, ammaestrando lupi, ricostruendo chiese, parlando a uccelli e augurando a tutti “pace e bene”. Tornò ad Assisi e, insieme con gli uomini che in quegli anni si erano uniti a lui, fondò un ordine di frati, chiamato Ordo fratrum Minorum (ordine dei frati minori), la cui regola fu approvata da papa Innocenzo III, nel 1210. Una sua cara amica, Chiara, anch’ella, poi, santa, gli chiese aiuto per organizzare un ordine femminile sul modello di quello suo: nacquero le Clarisse. Qualche anno avanti la morte, allestì il primo presepe vivente della storia, a Greccio, e, nel 1225, ricevette le stigmate sul Monte della Verna. Polverizzando ogni record precedente e seguente, soltanto due anni dopo aver raggiunto la casa del Padre, fu proclamato santo da papa Gregorio IX. Alla cerimonia parteciparono la madre Pica, il fratello Angelo, cardinali, vescovi e una folla interminabile. Durante la vita, Francesco scrisse poche cose, tutte in latino: la Regula non bullata cioè non approvata, la Regula bullata, le Admonitiones, consigli per un comportamento da buon cristiano, e il Testamentum, redatto qualche mese prima di morire, nel quale invitò i suoi frati a non aggiungere spiegazioni ridondanti alla regola dell’ordine ma ad osservarla semplicemente, come lui l’aveva scritta. Il motivo per cui lo troviamo anche nella storia della Letteratura Italiana, addirittura tra gli iniziatori, è il Cantico delle Creature o Laudes Creaturarum, scritto in volgare umbro, dopo una notte di fortissime sofferenze fisiche e dolori, nella cella invasa dai topi. In quest’inno Francesco loda la potenza e la grandezza di Dio, attraverso le sue opere meglio riuscite: le creature, il sole, la luna, le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco e la madre Terra. Glorifica Dio per quegli uomini che sanno perdonare per amor suo, che sopportano tormenti e afflizioni. Un pensiero va anche alla morte, che arriva per tutti e distingue i buoni dai cattivi:

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: […]
 
Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba. […]
 
Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Una nota: avendo avuto come padrino un sant’uomo del genere, poteva la nostra Letteratura Italiana essere inferiore alle altre? Certo che no!