Massa Lubrense (NA). Giornata di studi folenghiani 2018 Intervento integrale di Riccardo Piroddi

 

 

IL “MACARONICO” TRA STORIA, IPERBOLE E PARADOSSO

 

 

Signore e Signori, buon giorno.

 
Grazie per essere intervenuti. Permettetemi di ringraziare il presidente dell’Archeoclub Massa Lubrense per aver organizzato, insieme con gli amici di Bassano del Grappa, questa lodevole iniziativa. Celebriamo, infatti, un gemellaggio ideale tra la nostra bella Massa Lubrense e l’altrettanto bella Bassano, in nome di due fratelli, Teofilo e Giambattista Folengo, due letterati che hanno condiviso alcune vicende delle loro esistenze con le nostre cittadine. Grazie!
Permettetemi, altresì, brevemente, di rivolgere un pensiero al dottor Fabris. Caro dottore, ho avuto il piacere di conoscerla di persona soltanto qui, ma la sua fama l’aveva ben preceduta. Qualche giorno fa, infatti, Stefano mi ha girato una sua mail, a lui indirizzata, nella quale lei rivolgeva un accorato plauso al fatto che in questa iniziativa fossero stati coinvolti dei giovani. Nonostante io abbia già quarant’anni, mi sento ancora giovane e posso ritenere, quindi, che quelle parole fossero rivolte anche a me. Ciò, tuttavia, che mi ha maggiormente colpito è stato l’equilibrio formale della sua scrittura. Il mio intervento tratterà del “macaronico” il quale è, sotto molti aspetti, una lingua, per cui, queste mie parole non sono una mera captatio benevolentiae, quanto invece, tendono a porre l’accento su una questione che mi corruccia oltremodo in questi tempi: il sostanziale imbarbarimento dei registri della nostra comunicazione linguistica, verbale e scritta, non già a causa dell’adozione, da parte della nostra lingua italiana, di esterismi, quanto di quelle pratiche esiziali di sostituire parole con lettere, con simboli, con disegni, emoticon, che impoveriscono un patrimonio linguistico di cui dobbiamo andare fieri e che abbiamo il dovere di conservare. Pensate, ad esempio, alla comunicazione istantanea, quella degli sms, delle email e capirete bene il senso di queste mie parole. Le giunga, quindi, il mio personale ringraziamento, affinché molti possano seguire il solco che lei continua a tracciare.
Bene, come avrete potuto intuire, l’argomento della mia relazione è costituito dal “macaronico”, la lingua “macaronica”, quella con cui Teofilo Folengo ha composto alcune tra le sue opere più famose, il “Merlin Cocaii macaronicon”, ad esempio. Quindi, avventuriamoci in una breve storia di questo registro linguistico, non inventato, ma certamente reso famoso dal nostro Teofilo.
Cominciamo con una data: il 1525. Folengo aveva 34 anni. Cosa successe di così importante nel 1525? Pietro Bembo, patrizio veneziano, non ancora cardinale (lo sarebbe stato creato nel 1539 da papa Paolo III), diede alle stampe, a Venezia, per i tipi dello stampatore Tacuino, un’opera fondamentale per la storia della lingua italiana: le “Prose della volgar lingua”. In questo dialogo in tre libri, Carlo Bembo, fratello di Pietro, Ercole Strozzi, umanista di Ferrara, Giuliano de’ Medici duca di Nemours e Federigo Fregoso, futuro cardinale, discutono sulla lingua volgare, fornendo il pretesto all’autore per ritenere che, quale modello per la composizione in poesia, si ci dovesse rifare a Petrarca, mentre per la prosa, a Boccaccio. Con molta sorpresa, il cardinale non incluse Dante tra i modelli (di cui, nel 1501 pure aveva curato una edizione della Divina Commedia) ma qui il mio discorso prenderebbe una piega troppo vasta da affrontare, per cui lascio correre.
Pietro Bembo non fu un caso isolato di intellettuale dedicatosi alle questioni formali della lingua. In quegli anni, infatti, tutta la penisola era pervasa da questa ossessione per la purezza della lingua. Il futuro cardinale fu uno dei più eminenti rappresentanti dei ciceroniani, gruppo che si prefiggeva la restaurazione di uno stile ispirato alla classicità romana, contrassegnato dall’imitazione dei due modelli principali della lingua latina (trasposti anche in quella volgare): Cicerone per la prosa e Virgilio per la poesia. Fu anche l’iniziatore del Petrarchismo, proponendo lo stile del poeta aretino come esempio di purezza lirica e come modello assoluto. Su questa indicazione, la poesia dell’epoca avrebbe preso esempi e imitazioni dalle rime petrarchesche, aprendosi anche alla composizione da parte delle donne: Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Isabella di Morra. Anche Michelangelo Buonarroti avrebbe composto le sue liriche seguendo questo modello.
Mi piace fare un paragone con la pittura: da un lato, quindi, il petrarchismo lirico, l’idealizzazione dei temi naturalistici, dell’amore, dall’altro, la pittura di Raffaello Sanzio, l’idealizzazione della natura e dei personaggi ritratti in essa. Tra l’altro, fu proprio Bembo a comporre l’epitaffio, poi, inciso sulla tomba del pittore, al Pantheon, a Roma: “Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”.
Cosa c’entra tutta questa perfezione formale, visiva, artistica con Folengo e il “macaronico”? Cosa c’entra un ricco signore veneziano, poi principe della chiesa, con un monaco benedettino, dalla vita vagabonda e spesso vissuta in povertà?
C’entra tutto e anche molto. Ho sempre amato, nel corso dei miei studi, creare, cercando però di non forzare oltremodo, paragoni, simmetrie ed equilibri tra i vari movimenti culturali che si sono succeduti nel corso della storia. Mi sia concesso di autocitare il titolo di uno dei capitoli del secondo volume della mia “Storia della letteratura italiana”, in uscita, spero, il prossimo dicembre. “I ribelli”, nel quale tratto proprio di Folengo, di Angelo Beolco, detto Ruzzante, e di Pietro Aretino. Perché ribelli? Perché ciascuno di questi, a modo suo, si ribellò ai canoni formali della letteratura coeva, tracciando e percorrendo nuove strade: Folengo, anche se non era fu il primo (si pensi al “Morgante” del fiorentino Luigi Pulci, 1478) con la parodia dell’epica classica (il “Baldus”), corroborata dall’uso della lingua macaronica; Ruzzante, rivoluzionando il teatro classico con i suoi tipi e personaggi, portando in scena i vizi e le pulsioni dei contadini e dei poveri rispetto agli eroi classici dei teatri delle corti signorili italiane; e Aretino, il famoso e licenziosissimo Aretino, il quale capovolse i canoni lirici in quanto a tematiche, spingendo la poesia fino d’amore alla celebrazione degli istinti sessuali (dal petrarchesco “Chiare, fresche et dolci acque,/ ove le belle membra/ pose colei che sola a me par donna” al “Fottiamci, anima mia, fottiamci presto”). Ora posiamo entrare più nel dettaglio, seppure brevemente, dell’argomento che ha dato il titolo a questo mio intervento: il macaronico.
Per lingua macaronica si intendeva, originariamente, un modo, per lo più scherzoso di imitare, la lingua latina, utilizzando desinenze e assonanze proprie del latino, applicate, però, a radici e lemmi delle varie lingue volgari che si parlavano nella penisola italiana. L’uso di questo particolare registro linguistico si sviluppò nel ‘400, con il “Carmen Macaronicum de Patavinisis” di Tifi degli Odasi (pubblicata, a Padova, nel 1488), un carme nel quale, in esametri, l’autore racconta di uno scherzo tirato da un gruppo di universitari (macaronea secta) a uno speziale.
Fu nel ‘500 che questo registro si diffuse più largamente, quando, molti scrittori, tra cui lo stesso Folengo, si diedero a poetare o a narrare di argomenti popolari o allusivi in una forma resa pomposa dalla sonorità latineggiante, che aveva l’effetto di traslare le miserie del quotidiano alla sontuosità para-liturgica della lingua degli imperatori e, più ancora, dei preti.
Era un tempo nel quale la separazione fra i ceti al potere e il proletariato si nutriva anche della distanza culturale, di cui il latino era il principale simbolo ed insieme strumento. L’invenzione del latino maccheronico, quindi, poggiava, infatti, per un verso, sulla cupezza del linguaggio ufficiale, percepito come oscuro e classista dal popolino, che lo poneva in ridicolo “facendolo proprio” appropriandosene” per ragioni la cui modestia è la prima ragione d’irriverenza, per un altro verso, consentiva e un illusorio accesso proprio a questa lingua esclusiva, con un effetto di gratificazione apparente. Come per tutte le metodiche dissacranti, anche il macaronico raggiunse il duplice obiettivo di mettere alla berlina, denunziando in forma di satira, l’uso di una lingua criptica da parte del ceto dominante, ma, insieme, era puro lazzo, mera leva ludica, veicolo di lievi come di grevi giochi dialettici.
Nel caso specifico di Folengo, da latinista raffinato quale era, seppe creare un impasto linguistico, come una teglia di gnocchi, i macaroni, come ha suggerito il dottor Fabris, conditi variegatamente, dove, accanto al dialetto piegato al latino, comparivano parole e immagini “dotte”, tipiche del latino classico. Ascoltate un breve esempio: “Baldovina tamen cartam comprarat, et illam/litterarum tolam, supra quam diceret A.B./ Unde scholam Baldus nisi spontaneus ibat;/ nam quis erat tanti seu mater sive pedantus/ qui tam terribilem posset sforzare putinum?” (“Baldus”, III, vv. 85-86). “Tuttavia Baldovina aveva comprato la carta e la tabella delle lettere (“tolam”), sulla quale Baldo doveva imparare l’alfabeto. Baldo non andava a scuola se non spontaneamente. Infatti, chi avrebbe mai potuto, fosse pure sua madre o il maestro, sforzare un ragazzino tanto terribile come Baldo?”.
Come avete potuto notare, il linguaggio “macaronico” fa largo uso del dialetto, il che corrisponde in pieno all’ambiente contadino dove si svolgono gli eventi del “Baldus”. Inoltre, le tradizioni linguistiche che si incontrano nel “macaronico” folenghiano, pur essendo tra loro differenziate, non sono tra loro così ripugnanti da portare alla creazione di qualcosa di incomprensibile. L’invenzione linguistica di Folengo aveva coerenza stilistica, in quanto aveva una fondamentale coerenza storica.
Desidero concludere questa mia breve relazione con le parole di Ernesto Parodi, un pioniere degli studi folenghiani: “Poiché l’italiano era uno strumento ribelle e l’anima sua non lo sentiva, il Folengo ricorse al dialetto, nel quale quella realtà era come immedesimata, col quale soltanto essa viveva in una perfetta comunione di vita. Il vero fondo di quella lingua maccheronica è il dialetto”. Io ritengo questa una verità sacrosanta!

Grazie.

 

 

 

               

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