Il conte Attilio, ritratto di un’anima frivola

di

Giorgio Bàrberi Squarotti

 

 

In questo saggio dedicato al conte cugino di don Rodrigo, lo studioso sottolinea il carattere giocoso e beffardo del personaggio che si presenta come “doppio” del tutto opposto al malvagio del romanzo, che invece si incaponisce nella persecuzione ai danni di Lucia per un puntiglio che sembra completamente assente nel suo compagno di stravizi (anche se, a dire il vero, è proprio Attilio a spingere don Rodrigo nella sua azione e dunque la sua responsabilità morale è forse meno lieve di quanto appaia nell’analisi citata).
G. Bàrberi Squarotti (1929-2017) è stato ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Torino ed autore di numerosi saggi critici sui principali autori della nostra tradizione, inclusi Dante, Machiavelli, Pascoli, D’Annunzio. Esponente della scuola cattolica, ha messo in luce nei suoi studi il pessimismo di fondo di Manzoni accentuatosi dopo il romanzo, come è evidente dal titolo del libro da cui è tratto il passo seguente (“Le delusioni della letteratura”)…

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Il lavapiedi di Amasi

 

 

Detronizzato Aprieo, governò Amasi, originario del nomo di Sais e più precisamente della città di Siuf. In un primo momento gli Egiziani disprezzavano Amasi e non lo stimavano affatto, in quanto era del popolo e non di una casata illustre; ma poi Amasi, con accortezza e prudenza, riuscì a guadagnarsi il loro favore. Possedeva una enorme quantità di oggetti preziosi: fra gli altri un bacile d’oro nel quale lui e tutti i suoi invitati erano soliti lavarsi i piedi in ogni circostanza; egli lo ridusse a pezzi per ricavarne la statua di un dio, collocata poi nel punto più adatto della città; e gli Egiziani vi si affollavano attorno con grande venerazione; Amasi, informato del comportamento dei suoi sudditi, li convocò e rivelò loro che l’immagine era stata fabbricata con un bacile e che ora gli Egiziani veneravano con profonda devozione un oggetto in cui si erano lavati i piedi e avevano vomitato e orinato. Seguitò dicendo che lui si era trovato in una situazione paragonabile a quella del catino: se prima era uno del popolo ora invece era il loro sovrano e perciò li esortava a rispettarlo e a onorarlo. In questo modo si guadagnò la stima degli Egiziani, che accettarono di essere suoi sudditi.

(Erodoto, Storie, II, 172)

Questo passo erodoteo è molto attuale e spiega bene l’atteggiamento di molti nei confronti del potere!

 

 

 

 

 

Sulla funzione catartica della bestemmia

 

 

2500 anni di dottissime e spesso astruse speculazioni filosofiche sulla natura della “catarsi” (il processo di liberazione dalle esperienze traumatizzanti o da situazioni conflittuali), da Aristotele alla contemporanea psicologia post-freudiana, non sono state in grado di mettere in luce come la più alta e praticata forma di catarsi, per il genere umano, sia la bestemmia, somma, seppure spesso soltanto momentanea, purificazione dell’animo dalle negatività che lo appesantiscono! Sarebbe proprio il caso di affermare: bestemmiate e la vita vi sorriderà!!!

 

 

 

 

 

 

Arazzo di primavera

 

 

Guarda.
Il glicine è già fiorito.
E tu, filo tessuto
in un arazzo
di primavera,
non smettere mai
di sbocciare per me.
Sono alla fine
dei versi
e reggo
il mio vodka&lime.
Il cielo
ha tonalità comprensibili
e, per terra,
screziature
d’azzurro…

(Aprile 2016)

 

glicine

 

Letteratura e religione

 

 

Eppure mi chiedo, da tempo, perché mai il racconto di Orione, trasformato da Zeus in costellazione a splendere nel cielo, sia rimasto letteratura, mentre quelli di Cristo, risorto dopo la morte, e di Maometto, asceso al cielo per essere ammesso al cospetto di Allah, siano diventati religione!

 

 

 

La perla e il pescatore

 

 

Seppure raccogliessi tutto il silenzio
che ti è succeduto
per farne un’unica parola d’amore
che recasse il tuo nome.
Seppure avessi la possibilità
una sola possibilità ancora
di averti davanti e guardarti sorridere.
Seppure pensassi di annegare il mio cuore
nel dolore che piango
al ricordo incomparabile dei tuoi occhi.
Seppure maledicessi
quelle mani che mi carezzavano,
quelle labbra che baciavano le mie
e i raggi di luna in una notte d’inverno
e seppure permettessi alla rabbia di gridare
per provare a trovare una ragione
che sia pure vana e illusoria,
non potrò mai dimenticarti.
Non voglio!
Non voglio che il silenzio diventi parola,
che il tuo sorriso, i tuoi occhi,
le tue mani, le tue labbra,
siano solo ricordo.
Non voglio una perla.
Voglio pescare dove il mare è profondo.
Lì mi troverai
quando risalirò dall’abisso
in cui la tua assenza
mi ha fatto sprofondare.

(Febbraio 2010)

 

(guarda la videopoesia)

 

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La bellezza sacrale delle donne

 

 

Quanto segue può sembrare frivolezza. Invece no. Amo molto le donne che hanno cura del proprio aspetto perché la sacralità dell’apparire bella non è mera vanità. È parte dell’anima di una donna. Lo dico da uomo che le adora come dee e da poeta che le celebra come muse!

 

 

 

 

 

Notturno senza effetto di luna

 

 

Primo movimento: il sogno
 
Con le mani disegnavo ombre
alla luce di un’abat-jour
e tra il sonno e la veglia
ti vedevo ballare leggera
sola, per me,
tra gli alberi d’ulivo sui clivi ondulati
al tramonto
e i ciottoli tondi bagnati dal mare.
Il tuo corpo
tracciava volute di spuma
bianche movenze tra ombre
lievemente accennate.
D’improvviso
sparivi in quello spazio impalpabile
e tornavi a colmarlo
coi tuoi passi di danza
rubando e rendendo vigore
al mio sogno incantato,
intermittenza d’umore e passione
nel mio cuore sedotto.
A lungo ho atteso che ballassi dal vero
sola, per me
e io lì a guardarti,
a seguirti con gli occhi
e non più, soltanto in un sogno…
 
 
Secondo movimento: la promessa
 
Sento una carezza sul viso
delicata, impercettibile, sei tu?
Brezza soave in questa notte stellata
luce, barlume, chiarore
raggio di luna riflesso
sulle acque calme del lago del cuore,
cintura d’Orione
con la quale ho legato il mio amore,
Pleiade splendente,
voglio restare per sempre con te
a guardare le stelle.
Per tutta la vita.
Bocciolo che t’apri
al levarsi dell’astro notturno
e racchiudi la volta infinita
al di sopra di noi
in un bacio.
Stella polare nei miei giorni smarriti,
creatura lunare,
astrolabio dei sensi
misura perfetta della distanza
tra il desiderio e l’amplesso,
e l’orizzonte, sereno…
 
 
Terzo movimento: l’incubo
 
Una falena scura vola qua e là
intorno a una candela accesa.
“Stupida falena, che fai?
Così brucerai le tue ali.
Vai via dalla fiamma!
Allontanati.
Torna a volar nella notte.
Vai via, vai via, maledetta falena
non posso salvarti, né piangerti.
Vai via!”.
Un soffio di vento muove la fiamma.
La falena colpita, cade nella cera bollente.
Un sinistro rumore
ne accompagna la lenta agonia.
Torcendosi tra spasmi indicibili
l’insetto muore.
La candela si spegne
si è consumata.
La falena è inerte nella cera solida,
come un fossile d’ambra.
Solo un tenue riflesso,
luccica attraverso la cera.
 
 
Quarto movimento: l’alba
 
Mi sveglio. Inquieto.
Il cielo livido
preavverte di un giorno piovoso.
Sono sudato ma no sento il tuo calore.
Ho freddo.
Il tuo respiro è muto.
Tremo.
Mi giro.
“Dove sei? – grido.
Dove sei? Dove sei?”.
Silenzio.
“Dove sei?”.

(Febbraio 2010)

 

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