Ninnananna per il mio bellissimo amore

 

 

 

Le poesie sono l’unico posto in cui
posso chiamarti amore
senza che tu ne porti il peso.
E allora ti canto questa ninnananna
soltanto per averti
ancora un po’ accanto.
 
Avvicinati, ti prego.
Lasciami carezzare i tuoi capelli
e ascolta queste mie parole
mentre con le labbra
sfiori i miei occhi chiusi:
riposa la tua mente spaventata.
Questo amore
è l’unica cosa che posso offrirti.
Custodiscilo con cura.

Buona notte,
mio bellissimo amore…

(Ottobre 2018)

 

🔈Lullaby – Johannes Brahams 

 

 

 

               

Guido Cavalcanti

 

 

Guido Guinizzelli è stato il teorico del Dolce Stil Novo, l’altro Guido, come lo chiamò Dante (Purg. XI, v. 97) ne ha rappresentato il maggiore esponente. Fiorentino, nacque più o meno nel 1260, dalla nobile famiglia Cavalcanti, mercanti molto ricchi. Notissime erano, a Firenze, quasi fossero un punto cardinale, le terre e le case dei Cavalcanti, situate non lontane dalla Chiesa di Santa Maria in Campidoglio, nei pressi del Mercato Vecchio. Da giovane, era stato mandato dal padre a studiare la filosofia da Brunetto Latini e proprio lì aveva conosciuto il futuro sommo poeta, divenendone amico fraterno. imageGuelfo bianco convinto, per dare il buon esempio, cercando, in tal modo, di calmare un po’ le tormentatissime acque in città, aveva sposato Bice degli Uberti, figlia del famoso Farinata, il segretario comunale del PGF, Partito Ghibellino Fiorentino. Tutto questo, comunque, era servito a poco o niente. La tensione, a Firenze, era sempre altissima, tanto che quando non si riuscivano ad eliminare gli avversati in casa, si mandavano i sicari a raggiungerli in trasferta. Durante un pellegrinaggio al santuario di Santiago di Compostela, infatti, nei pressi di Tolosa, Guido prese una coltellata alla schiena, inflittagli da un assassino mandato da Corso Donati, il capo dei guelfi neri. Si salvò per miracolo! Incurante dei numerosi pericoli e della sua incolumità fisica, si fece eleggere al Consiglio Generale. Solo pochi anni dopo, però, ne fu escluso, quando Giano della Bella, un aristocratico passato a sinistra, fece approvare la riforma degli “Ordinamenti di Giustizia”, vietando, ai nobili non iscritti ai sindacati, l’accesso alle cariche pubbliche. Il 24 giugno del 1300, dopo aver preso parte ad una mega rissa in cui guelfi bianchi e neri se le erano suonate di santissima ragione, fino a quando non erano rimaste in piedi che due-tre persone, essendo lui un capo fazione, fu punito con l’esilio a Sarzana, oggi ridente centro in provincia di La Spezia, ma, nel XIII secolo, zona paludosa e insalubre. Fu proprio l’amico Dante, divenuto, nel frattempo, Priore, a firmare, con le lacrime agli occhi, la sua condanna. In poche settimane, a causa dei miasmi mortiferi esalati dagli acquitrini sarzanesi, Guido contrasse la malaria. Tornò a Firenze giusto in tempo per morire, nelle case dei Cavalcanti, il 29 agosto. Fiero nel carattere e altero nell’aspetto, è il più “tragico” dei poeti stilnovisti. L’amore, spesso, gli provocava sbigottimento, lasciandolo dubbioso, destrutto e desfatto:

L’anima mia vilment’è sbigotita
de la battaglia ch’ell’ave dal core
che s’ella sente pur un poco Amore:
più presso a lui che non sòle, ella more.

(L’anima mia vilment’è sbigotita, vv. 1-4)

Forte e nova mia disaventura
m’ha desfatto nel core
ogni dolce penser, ch’i’ avea, d’amore.

(Forte e nova mia disavventura, vv. 1-3)

Allo steso modo, la sua donna pare non essere così celeste e luminosa come quelle esaltate dagli altri poeti, tanto che il suo valore è difficilmente conoscibile dall’uomo. Se Guido fosse stato un trovatore avrebbe accompagnato le sue canzoni con una musica malinconica e angosciosa:

Se Mercé fosse amica a’ miei desiri,
e l’movimento suo fosse dal core
di questa bella donna e’l su’ valore
mostrasse la vertute a’ mie’ martiri.

(Se Mercé fosse amica a’ miei disiri, vv. 1-4)

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La canzone Donna me prega, per ch’eo voglio dire, i cui versi sono di difficile comprensione perché volutamente astrusi, è lo specimen della sua poesia. In essa, filosofia, metafisica, psicologia, tristezza, guai, lamenti e spiriti,  introdotti nella sua lirica per spiegare il funzionamento dei sensi e dei sentimenti dell’uomo, mostrano la donna non come una guida che renda l’anima perfetta, quanto come creatura la cui bellezza costringa a meditare, ad almanaccare, a scervellarsi, ad elucubrare e a rimuginarvi. Però, rimuginandovi troppo a lungo, il povero Guido correva il rischio di andare fuori di testa.

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è sì altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ’l ver sentire!
Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no spero – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramento
non ho talento – di voler provare
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ’l piacimento – che ’l fa dire amare,
e s’omo per veder lo pò mostrare.

(Donna me prega, – per ch’eo voglio dire, vv. 1-14)

Tra le sue composizioni più famose, infine, è la ballata Perch’i’non spero di tornar giammai. Il poeta, fuori dalla Toscana, chiese a questa sua ballatetta di raggiungere l’amata per dirle, tra pianti, sospiri e accidenti:

Questa vostra servente
viene per star con vui,
partita da colui
che fu servo d’Amore.

(Perch’i’ non spero di tornar giammai, vv. 33-36)

 

 

               

The pharmacist

 

 

 

When I was a child
I was dreaming of run into a pharmacist
which could create a potion
to make me fall in love with her.

Make a magic potion for me,
my lovely pharmacist,
and put in it your eyes, your hair,
your mouth, your hands.
But don’t care about love:
I’ll put it by myself
along with the way to repair
that damn broken shell.

Some time ago
I finally met a pharmacist.
She made the potion
and I fell in love with her.

Make a magic potion for me,
my sweet pharmacist,
and put in it your eyes, your hair,
your mouth, your hands.
But don’t care about love:
I’ll put it by myself
along with the way to repair
that damn broken shell.

Her potion has now become a deadly poison
slowly killing me
but before I die
I’ll tell her, with my slight last breath, once again:

Make a magic potion for me,
my beautiful pharmacist,
and put in it your eyes, your hair,
your mouth, your hands.
But don’t care about love:
I’ll put it by myself
along with the way to repair
that damn broken shell.

The way to repair
that damn broken shell…

(End of October, 2018)

 

 

 

               

The lady from North Naples

 

 

 

I fell in love
with a lady from North Naples,
her copper colored hairs,
white glittering teeth,
thin waist.

I am alone,
far away from her,
on the piano
trying to compose
the finest song
while she washes,
with her delicate hands,
a precious silk clothes.

I fell in love
with a lady from North Naples,
her copper coloured hairs,
white glittering teeth,
thin waist.

The notes of my piano are flying away
trying to reach her.
Who knows if she’ll ever listen to them,
who knows if she will understand.
On this cold night
they will dim
until become mute
stopping to cry out that…

I fell in love
with a lady from North Naples,
her copper coloured hairs,
white glittering teeth,
thin waist.

The lady from North Naples.

(End of October, 2018)

 

 

 

               

Lily’s freckles in the sky

 

 

 

Last night
I gazed at the moon
and looking at her face
I saw golden tears
to gush from her eyes
and so were born
Lily’s beautiful freckles in the sky.

Lily’s freckles in the sky.
Lily’s freckles in the sky.

I don’t know what to do
with the moon, the stars,
the light wind that caresses
my cheeks in the night,
the wide open horizon.
Nothing makes sense for me
if I can’t tell her.

Lily’s freckles in the sky.
Lily’s freckles in the sky.

My world was only in her embrace
an embrace lasted a few moments
but endless to me.
I’ve been unable to prove her my love
so she has deserted me.
Now I can only look up to see
Lily’s freckles in the sky.

Lily’s freckles in the sky.
Lily’s freckles in the sky.
Beautiful freckles in the sky…

(End of October, 2018)

 

 

 

               

Bellezza e delicatezza nella Venere del Botticelli

 

 

 

È talmente bella che perfino il suo appena percettibile strabismo diviene una meravigliosa virtù. Simonetta Cattaneo Vespucci, la modella che Botticelli utilizzò per dipingere la Venere nella sua celeberrima tela. L’epitome universale della bellezza femminile. Il pittore fiorentino quattrocentesco ha così dimostrato al mondo che bellezza e delicatezza possono, anzi, devono essere sinonimi.
(Un taglio di occhi così bello l’ho riscontrato, certamente per altre caratteristiche, soltanto nei volti femminili di Amedeo Modigliani!).

 

 

 

               

Ho combattuto un milione di guerre

 

 

Ho combattuto un milione di guerre
col silenzio,
per tacere le parole,
e col rumore assordante,
per coprirle.

Ho combattuto un milione di guerre
con la notte più buia,
per velare i tuoi lampi
proteggendo così
i miei occhi dalla cecità.

Ho combattuto un milione di guerre
coi respiri ansimati,
per rianimare le tue rose appassite.

Ho combattuto un milione di guerre
non con le armi ma con le pietre,
perché lanciandole nell’acqua immobile
facessero risuonare,
come i cerchi concentrici,
il tuo bellissimo nome!

(ottobre 2018)

 

 

               

Tommaso Moro: l’intellettuale dai mille volti e la sua “Utopia”

 

di

Andrea Di Carlo

 

 

Parlare di Tommaso Moro (italianizzazione di Thomas More) significa parlare di un personaggio bifronte: da una parte egli rappresenta, come Erasmo da Rotterdam, un raffinato esempio di erudizione umanistica, di apprendimento e, paradossalmente, di tolleranza. Dico paradossalmente perché, fattivamente, il suo atteggiamento nei confronti…

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Tommaso Moro (1478 – 1535)

 

 

               

‘Stu core nobbile

 

 

‘Stu core nobbile,
ca fosse conte, principe o marchese,
vulesse addiventa’ re
e ‘ppe chesto ca s’è ‘mmiso ‘mbraccio a ‘tte.
A ‘tte, ca si’ ‘a reggina
e quanno te ‘o miette ‘nzino, a ore a ore,
‘stu core mio nun addiventa re:
l’aie fatto ‘mperatore!

(ottobre 2018)

 

 

               

Come mi vuoi

 

 

 

Era il 1989. Avevo poco più di undici anni. Nella Panda rossa di mia madre risuonava quella musicassetta, compilation dell’edizione del Festival di Sanremo di quell’anno. Questa canzone di Eduardo De Crescenzo era una di quelle inclusevi. Una delle più belle poesie d’amore che io abbia mai letto e certamente una delle cose che avrei voluto scrivere io stesso, forse molto più di alcuni bei versi di Guido Cavalcanti o Jacques Prévert o anche di certe potenti pagine di Roberto Calasso o Giorgio Agamben. Sono passati circa trent’anni da quei momenti nella Panda di mia madre, quando le parole di questa canzone cominciavano a connaturarsi in me.
Come mi vuoi? Ho ripensato spesso, negli anni, a tutto ciò. Distratto, un po’ incosciente, banale ma divertente, strano, disonesto, anche un po’ maldestro, sereno, intelligente, magari un po’ insolente, libero, egoista o bravo equilibrista, e tanto altro. Come mi vuoi? Non so se sia facile capire come mi vuoi. Posso fare tutto, inventare un trucco, comprare le tue idee, anche senza avere il resto. Come mi vuoi? Non lo so, davvero non lo so! So soltanto che lo trovo, lo trovo, vedrai se ci provo. Dev’esserci un modo per giungere a te…
Perbacco! Dev’esserci un modo. E io lo trovo!

Come mi vuoi
Eduardo De Crescenzo

 

Eduardo De Crescenzo