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Sandro Botticelli, Percy Bysshe Shelley e la Bellezza

 

 

I

La terribile ombra d’un invisibile Potere fluttua
in mezzo a noi, benché non vista – e visita
questo svariato mondo con incostante ala,
come le brezze dell’estate che strisciano di fiore in fiore.
Come raggi di luna che dietro una montagna fitta di pini scrosciano,
visita con sguardo incostante
il cuore e il volto di ogni uomo;
come colori e armonie la sera,
come nuvole disperse nel chiarore delle stelle,
come il ricordo d’una musica fuggita,
come qualcosa che per sua grazia possa
essere cara, e tuttavia più cara per il suo mistero.

II

Spirito di bellezza, che consacri
coi tuoi colori ogni pensiero e ogni forma
umana su cui splendi – dove te ne sei andato?
perché trascorri e lasci il nostro stato,
questa oscura e vasta valle di lacrime, deserta e desolata?
Chiedi perché per sempre il sole
non tessa arcobaleni sul torrente,
perché quello che appare, scolori e si dissolva, –
perché paura e sogno e morte e nascita
sulla giornata della terra gettino
un’ombra tale, – e all’uomo venga dato
tanto d’amore e d’odio, e di sconforto e di speranza?

III

Da mondi più sublimi nessuna voce ha mai
dato ai poeti o ai saggi la risposta –
perciò i nomi di Dio, dei demoni e del Cielo,
non sono che tracce del loro vano sforzo, incanti fragili,
che recitati non aiutano a staccare
da tutto quello che sentiamo e vediamo
il dubbio, il caso e la mutevolezza.
Soltanto la tua luce – come una nebbia sopra i monti,
o musica che il vento della notte
manda attraverso uno strumento immoto,
o il chiaro della luna sulle acque,
dà grazia e verità al sogno inquieto della vita.

IV

Speranza, Amore, e Orgoglio, passano come nuvole e ritornano,
per qualche incerto attimo concessi.
L’uomo sarebbe immortale, e onnipotente,
se tu, ignota e terribile, fissassi
col tuo glorioso seguito dimora nel suo cuore.
Tu messaggero degli affetti
che crescono e declinano negli occhi degli amanti –
tu – che alimenti il pensiero umano,
come l’oscurità una fiamma morente!
non ti partire come la tua ombra venne,
non ti partire – o la tomba sarà
come la vita e la paura, un’oscura realtà.

V

Fanciullo ancora, andavo in cerca di spettri e attraversavo
fugace stanze vigili, rovine e anfratti,
e boschi al chiarore delle stelle, con timorosi passi perseguendo
speranze d’alto conversar coi morti.
E invocavo i nomi velenosi che nutrono la nostra giovinezza;
non fui ascoltato – non li vidi – quando,
mentre ero assorto sul destino
del vivere, nel dolce tempo in cui i venti corteggiano
tutte le cose vive che si destano per recare
nuove gemme e fiori, – all’improvviso,
la tua ombra cadde sopra di me;
io detti un grido, e giunsi le mani in rapimento!

VI

Allora feci il voto di consacrare le mie forze
a te e a ciò che t’appartiene – non l’ho mantenuto?
Con cuore palpitante e occhi in lacrime, adesso
dai loro taciti sepolcri invoco
i fantasmi di mille ore, che in pergolati chiari di visioni,
d’ardente studio o dilettoso amore,
hanno vegliato con me l’invida notte –
e sanno che mai gioia illuminò questa mia fronte
non giunta alla speranza che tu avresti liberato il mondo
dalla sua oscura schiavitù
che tu – terribile splendore,
avresti dato ciò che la parola non può esprimere.

VII

Il giorno diventa più solenne e più sereno,
trascorso il meriggio – c’è un’armonia
in autunno, e una luce nel suo cielo,
che nell’estate non si sente e non si vede,
come se non potesse esserci, come se non ci fosse stata!
Così il tuo potere, che come la verità
della natura sulla mia inerte giovinezza
discese, alla mia vita d’ora innanzi doni
la sua calma – a uno che ti adora,
e venera le forme in cui sei infuso,
e che i tuoi incanti, spirito bello, spinsero
a temere se stesso, e amare tutti gli uomini.

(Percy Bysshe Shelley, Inno alla bellezza intellettuale, 1816)

 

 

Sandro Botticelli, “La nascita di Venere” (1482-1485) tempera su tela di lino (172×278 cm), Firenze, Galleria degli Uffizi (video da www.restaurars.altervista.org)

 

 

 

               

La magia del golfo di Napoli

 

La magia del golfo di Napoli, le cui acque appaiono simili a quelle del fiume Leté, il fiume dell’oblio, di cui Dante Alighieri dà contezza poetica nella seconda cantica del divino poema. Nel Paradiso terrestre, sulla cima del monte del Purgatorio, le anime purificate vi si immergono, per dimenticare le loro colpe terrene, prima di ascendere in Paradiso. Allo stesso modo, l’immersione dello sguardo in questo mare di sublime splendore fa obliare il peccato della contemplazione della bellezza!