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Giosuè Carducci

 

Nacque a Valdicastello, un borgo di Pietrasanta, in Versilia, quando questa, però, non era ancora famosa per i locali notturni e la movida, il 27 Luglio 1835. Trascorse l’infanzia tra prati, colline e boschi, lunghe passeggiate nel verde e le calde serate estive a giocare all’aperto col fratello e gli amichetti. Ma anche tra i libri, che il papà Michele gli faceva leggere. Michele Carducci, medico condotto e uomo di buona cultura, aveva idee liberali e non disdegnava l’azione.carducci Per questo, fu accusato di attività antigovernative e dovette trasferirsi con la famiglia a Firenze. Nella città dell’Arno Giosuè continuò i suoi studi e, nel 1853, entrò alla Scuola Normale Superiore di Pisa, laureandosi, in soli tre anni, in Filosofia e Filologia. Dopo la laurea e il primo insegnamento in un ginnasio di San Miniato, la vita gli si cominciò a presentare in tutta la sua durezza: il fratello Dante si suicidò o, molto più probabilmente, fu ammazzato involontariamente dal padre dopo una lite, e lo stesso genitore, poco dopo, forse per la disperazione, forse per il rimorso, volle volontariamente raggiungere il figlio morto. Il futuro poeta dovette farsi carico della madre e dell’altro fratello, arrangiandosi come poté. Nel 1859, sposò Elvira Menicucci e parve trovare un po’ di sollievo alla sua tristezza. L’anno successivo, ottenne la cattedra di Eloquenza italiana alla prestigiosa Università di Bologna e, anche se tra mille difficoltà e pochi soldi, si dedicò con passione all’insegnamento. Nel 1870, altre sciagure si abbatterono sulla sua vita: la morte della madre e del figlio Dante. Tentò di consolarsi, allora, con una relazione amorosa con Carolina Cristofori Piva, donna intellettualmente molto vogliosa, e si mise a far politica, candidandosi al Parlamento per le elezioni del 1876. Conobbe personalmente i sovrani, dedicò alla regina Margherita, moglie di Umberto I, l’ode Alla regina d’Italia e non perse mai occasione per lodare e celebrare la reale coppia. Nel 1890, fu nominato senatore del Regno e nel 1906, fu il primo italiano a ricevere il premio Nobel per la letteratura. Morì nel 1907.

Le opere

Per meglio comprendere l’opera di Carducci, è necessario raccontare ciò che gli capitò durante gli studi all’Università: insieme con un gruppo di colleghi, costituì la società degli 09_grAmici Pedanti, una sorta di accademia in cui si riunivano poeti o quanti ambivano ad esserlo, che avevano la poesia del romanticismo sulle scatole. Di più, ne erano proprio oppositori! Contro Manzoni, contro gli scapigliati, contro la poesia moderna, essi predicavano un ritorno al classicismo, alle forme di una volta. La maggior parte della produzione poetica di Carducci, quindi, è proprio orientata in questo senso: classicismo, classicismo, classicismo! Effettivamente, questo rigore nel suo modo di verseggiare si mostra bene già soltanto guardando un suo ritratto: il volto austero, lo sguardo severo, sembra sempre arrabbiato, senza ridere mai, pronto a sgridare. Certo, i suoi alunni dovettero sudarseli i bei voti, pare che non mettesse mai più di 6 e ben volentieri meno di 5. A scuola, poi, lo chiamavamo il mietitore, perché a fine anno falciava con le bocciature che era un piacere, anzi, un dispiacere, per chi ci incappava.

Nella sua prima raccolta di versi, “Juvenilia” (cose di gioventù), i modelli poetici antichi sono ben riconoscibili, per lui che si definì “lo scudiero dei classici”.

“Qual sovra la profonda
pace del glauco pelago
uscì Venere, e l’onda
accese e l’aer e l’isole,
quando al ciel le divine
luci alzò raccogliendo il molle crine;

(“Juvenilia”, Canto di primavera, vv. 1 – 6)

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A questa, seguì il florilegio intitolato “Levia Gravia” (cose leggere e cose pesanti), che, però, non è l’apice della sua creatività. Poi, “Giambi ed Epodi“, la raccolta delle polemiche, dove, ispirandosi alla satira del poeta greco antico Archiloco e a quella del latino Orazio, distribuisce la sua dose di rimbrotti a tutte quelle cose le quali, secondo lui, non vanno affatto bene. Le “Rime nuove” invece, contiene alcune tra le sue più belle e famose liriche. Il poeta è ormai maturo, ha un proprio stile e la consapevolezza di essere riconosciuto come grande verseggiatore. Questa, di seguito, è “Pianto antico“, dedicata del figlioletto Dante, morto di tifo a soli tre anni:

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior.

Sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor“.

Le “Odi barbare” sono il curioso tentativo dell’Autore di riproporre i metri della poesia classica, adattati a quelli della poesia italiana. Il titolo gli venne in mente pensando a come le sue odi sarebbero state giudicate dagli antichi greci e latini, barbare, appunto. Non soddisfatto di queste prima serie di “barbarie”, ne volle comporre ancora e le inserì, insieme ad altri versi, nella raccolta “Rime e Ritmi“.

“La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

(“Rime e Ritmi”, San Martino)

nebbia

Quando frequentavo la quarta elementare, ricordo di aver passato un intero pomeriggio ad imparare a memoria questa poesia, di essermi svegliato un’ora prima la mattina dopo per ripassarla e, comunque, di aver pianto davanti alla maestra perché non la rammentavo tutta. Ho sempre odiato il dover imparare le cose a memoria. Che utilità c’è a conoscere il testo di una poesia senza, poi, riconoscerne e capirne i temi? Questo vorrei chiederlo al professor Carducci. Chissà cosa mi risponderebbe!

 

 

               

Pietro Bembo e l’evoluzione della lingua italiana

 

 

Presumibilmente, nemmeno Francesco Petrarca amò se stesso così tanto, quanto quest’uomo. Se il poeta aretino avesse potuto conoscerlo, certamente avrebbe trovato, come desiderò per tutta la vita, un giustissimo estimatore del suo talento e della sua opera. Pietro Bembo nacque a Venezia il 20 maggio del 1470, figlio di Bernardo, patrizio e senatore 31071della Serenissima, ed Elena Morosini. Trascorse l’infanzia seguendo un po’ dovunque il padre, soggiornando a Firenze, dove si innamorò del fiorentino e di quel modo strano di mangiarsi o non pronunciare alcune consonanti (fenomeno fonetico detto “gorgia”) e a Messina, in cui ebbe modo di imparare il greco da un maestro d’eccezione, Costantino Lascaris. Il genitore avrebbe voluto avviarlo alla carriera politica, ma Pietro preferì quella ecclesiastica, che lo portò fino alla berretta cardinalizia. Sebbene ad un uomo di chiesa dovrebbe essere precluso finanche il concetto di amore, se non rivolto a Dio, il futuro porporato non si fece mancare nulla. Pare, addirittura, che durante un lungo soggiorno a Ferrara, avesse avuto una storia al pepe con Lucrezia Borgia, sorella di Cesare e figlia di papa Alessandro VI, all’epoca sposa di Alfonso d’Este. Certo, invece, fu l’amore per Ambrogina Faustina Della Torre, detta la Morosina, dalla quale ebbe tre figli e con la quale visse sfacciatamente, in barba alla condizione di religioso. Si è sempre detto che il buongiorno si veda dal mattino e, infatti, la prima opera letteraria del Bembo fu proprio un dialogo d’amore, intitolato Gli Asolani, tre libri in prosa con qualche canzone. L’operetta è ambientata ad Asolo, cittadina in provincia di Treviso dove, nella villa della regina di Cipro, tre giovani veneziani ragionano d’amore in occasione delle nozze di una damigella della padrona di casa. Apre il tema Perottino: “L’amore è una parola. L’amore non esiste. E’ soltanto un sogno, causa di tutti i malesseri e di tutti i dolori”. Seguita il tema Gismondo: “Non è vero! L’amore è la cosa più bella che possa dare la felicità, la gioia e il piacere”. Conclude Enrico Maria Papes – no, scusate, quelli erano I Giganti (dalla canzone “Tema”, I Giganti, 1966) – conclude Lavinello: “Cari amici, voi non avete capito proprio un bel niente! L’amore è il desiderio della vera bellezza e più si è bello, tanto più si è degni d’amore”. Io aggiungerei: “Allora chi è brutto va a fare l’eremita!” Bembo certamente non lo fece, nonostante, a vedere un suo ritratto, non è che fosse proprio un adone, anzi.

Le Prose della volgar lingua e le Rime

Prose di Messer Pietro Bembo nelle quali si ragiona della volgar lingua scritte al Cardinale de’ Medici che poi è stato creato a Sommo Pontefice et detto Papa Clemente Settimo divise in tre libri. Questo è prose-di-bemboil titolo completo del dialogo, che l’Autore immagina abbia avuto luogo a Venezia, nel salotto di suo fratello Carlo, tra lo stesso Carlo, Ercole Strozzi, Federico Fregoso e Giuliano de’ Medici. Gli schieramenti: a favore del volgare, Carlo Bembo, Giuliano de’ Medici e Federico Fregoso; per il latino, Ercole Strozzi. L’oggetto principale della dotta discussione verte sulle caratteristiche della lingua da usarsi quando si vuole scrivere in volgare. Bembo, il quale parla per bocca di suo fratello, sostiene che la lingua perfetta sia il fiorentino dei grandi scrittori del Trecento. Quindi, è da impiegarsi quello di Petrarca, quando si vogliono comporre poesie, e quello di Boccaccio, quando si vuole scrivere in prosa. Ma non si ferma qui, perché tenta anche di stabilirne una grammatica, con esempi e dimostrazioni. Le Prose della volgar lingua sono state un’opera fondamentale per lo sviluppo della lingua italiana. Conclusero, in parte, quel dibattito, che andava avanti da un secolo e mezzo, sul volgare, sul latino e sui loro usi. Furono parte della base teorica di quel movimento culturale cinquecentesco, detto Classicismo, che influenzò le esperienze letterarie di quel secolo.

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L’allegro cardinale, inoltre, durante tutta la sua vita, compose sonetti e canzoni, ispirandosi interamente allo stile del Petrarca (immagine in alto). Esse rappresentano il compendio “pratico” alle Prose della volgar lingua. “Vi ho spiegato come si fa. A adesso ve ne do l’esempio”, è come se avesse voluto dire.

Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura,
Ch’all’aura su la neve ondeggi e vole,
Occhi soavi e più chiari che ‘l sole,
Da far giorno seren la notte oscura.

(Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura, vv. 1 – 4)

Io ardo, dissi, e la risposta invano,
Come ‘l gioco chiedea, lasso, cercai;
Onde tutto quel giorno e l’altro andai
Qual uom, ch’è fatto per gran doglia insano.

(Io ardo, dissi, e la risposta invano, vv. 1 – 4)

Amor, mia voglia e l’vostro altero sguardo,
Ch’ancor non volse a me vista serena,
mi danno, lasso, ognor sì grave pena,
ch’io temo no l’soccorso giunga tardo.

(Amor, mia voglia e l’vostro altero sguardo, vv. 1 – 4)

Se delle mie ricchezze care e tante,
E sì guardate, ond’io buon tempo vissi
Di mia sorte contento, e meco dissi:
– Nessun vive di me più lieto amante;

(Se delle mie ricchezze care e tante, vv. 1 – 4)

 

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