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L’effimero e la poesia crepuscolare

 

Effimero è qualcosa di fugace e passeggero. E’ ciò che è fragile nel suo essere nel tempo. La sua attrattiva e la sua bellezza, quella che seduce e che si vorrebbe poter fissare, trova la propria ragion d’essere nell’incostanza. Nella mancanza di continuità. Nella negazione dell’eternità e, persino, nella deliberata rinunzia all’Assoluto. Proprio lì, in quell’attimo di non perpetuo, guido_gozzanodavanti alla vacuità del tempo, saltano gli schemi, i piani e tutte le certezze. Si annullano le distinzioni e le consuetudini. Si mandano all’aria le regole. Si sovverte lo status quo ante. I poeti crepuscolari, Guido Gozzano (immagine a destra) (1883-1916), Corrado Govoni (1885-1965), Tito Marrone (1882-1967) e Sergio Corazzini (1886-1907), massimi cantori dell’effimero nella storia della Letteratura italiana, dopo la stagione della poesia celebrativa di Giosuè Carducci e dell’estetismo superomistico di Gabriele D’Annunzio, con il mito del poeta, come animatore della storia e creatore delle forze del futuro, avevano ripiegato su temi e movimenti più semplici, declinanti, smorzati e quasi spenti. Il loro verso si presenta privo di qualsiasi ornamento e fluttua libero dal peso della tradizione formalistica. Tutto è accomunato dal bisogno del compianto e della confessione, nonché da una sorta di rimpianto pascoliano per un tempo che non c’è più e che diviene, giocoforza, fonte di perenne insoddisfazione: un’insoddisfazione che non si trasforma, giammai, in ribellione, piuttosto in rifugio dell’anima. La poesia crepuscolare evoca la tristezza e canta la coscienza infelice, la musica raminga, le canzoni d’amore del tempo perduto, le suppellettili che sanno di polvere, le luci soffuse nelle chiese, dove le candele si consumano lente, gli autunni nostalgici, fatti di addii e, persino, le primavere disadorne, senza alberi in fiore e senza profumi di vita rinnovata. Un lirismo della malinconia, la cui bellezza diventa canto dell’illusione. Quell’illusione che, seppure concepita in un momento di entusiasmo o di disperazione, si trasforma, poi, in verità, in realtà, disvelando, come un lampo improvviso, i misteri più nascosti, gli abissi più cupi della natura, i rapporti più lontani e segreti, le cause più inaspettate e remote, le astrazioni più sublimi, nei confronti delle quali la poetessa, paziente tessitrice di stati dell’animo, per dirla leopardianamente: “si affatica indarno per tutta la vita, a forza di analisi e di sintesi”.

 

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Quantunque la bellezza brilli,
essa cade. Così
in questo mondo chi
potrebbe essere in eterno?
Valicando oggi
le profonde valli dell’esistenza
non farò più vani sogni
né mai più m’illuderò!”.

Così, il monaco buddhista giapponese Kobo Daishi, vissuto tra l’ottavo e il nono secolo d. C., medita sulla fugacità della bellezza. “Cosa bella e mortal passa e non dura”, scrive Francesco Petrarca nel sonetto 248 del “Canzoniere”. E Molière, nel terzo atto della commedia “Le donne sapienti”, ricorda come “La bellezza del viso è un fragile ornamento, un fiore che appassisce presto, il bagliore di un istante”. Il bardo immortale William Shakespeare, in “Sogno di una notte di mezza estate”, si presenta sulla stessa lunghezza d’onda: “Tanto presto, quel che risplende è pronto a sparire”. Riecheggia anche “La canzone di Marinella” di Fabrizio De André: “E come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno, come le rose”. Non valgono patti faustiani con il demonio, oppure trasferimenti wildiani su tavole dipinte! La parola diviene tutto quello che resta. “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, recita l’excipit del romanzo di Umberto Eco, “Il nome della rosa”. La rosa, che era, ora esiste solo nel nome, noi possediamo soltanto nudi nomi! Nomi, parole, versi, specula dell’ispirazione poetica, cifre del vissuto dei poeti crepuscolari, pendoli silenti che oscillano tra la realtà e l’immaginazione, tra l’illusione e il disincanto.

 

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Baustelle

 

I Baustelle sono una piccola rivoluzione tutta italiana. Sono la pop band che più di tutte ha fatto e continua a fare pop nel belpaese, quello con la P maiuscola, vero, genuino, ispirato principalmente ai grandi compositori degli anni ‘60 e ben lontano dalle logiche commerciali delle case discografiche, che sfornano fenomeni da baraccone e ritornelli demenziali dell’estate al mare e nelle disco. La band nasce nel 1994 a Siena, come classica formazione di studenti universitari, che cercano di suonare in qualche locale per sbarcare il lunarioBaustelle - XL e finanziarsi gli studi. Sin dal primo momento, è chiaro che l’anima del gruppo sia Francesco Bianconi, talentuoso e passionale musicista toscano, innamorato dei grandi autori degli anni ‘60 e ‘70, in primis De Andrè, ma anche Piero Ciampi, Battisti, Battiato e soci. Gli altri membri sono Rachele Bastreghi, cantante e tastierista, Fabrizio Massara, arrangiatore e tastierista, e Claudio Brasini, chitarrista. Dopo vari ep piuttosto noiosi e snobbati dal pubblico, la svolta avviene nel 2000, con il primo disco autoprodotto, dal titolo “Il sussidiario illustrato della giovinezza” Baracca&Burattini. Si tratta di un album molto particolare, quasi una sorta di concept, che narra di un’adolescenza spensierata e tutta italiana. Il disco ha immediatamente successo, anche grazie ai duetti vocali Bianconi – Rastreghi, divenendo in breve un vero e proprio album di culto per quella generazione che non si rispecchia nelle classifiche nazionali e cerca nella musica indipendente la sua identità perduta. Nel 2003, arriva “La moda del lento”, Mimo Sound Records, in un momento molto particolare per la band, che sta quasi per sciogliersi per problemi economici e per le incertezze sul futuro. “La moda del lento” è un disco accattivante e un po’ diverso rispetto al primo. Meno Baustelle-La_Malavita-Frontalchitarre elettriche e più elettronica e atmosfere dal gusto retrò, per un pop ben più raffinato rispetto al “Sussidiario”. Dopo “La moda del lento”, la band ottiene finalmente un contratto con la Warner Records e dà in pasto al pubblico “La malavita”, 2005 (copertina a sinistra). “La malavita(ascolta) è l’album per eccellenza dei Baustelle, non solo per via del loro passaggio ad una major (la Warner), ma perché segna le definitive scelte stilistiche e musicali della band. Nel disco si avverte, innanzitutto, una decisa svolta in senso cantautoriale. Bianconi abbandona il carattere personale dei testi per gettarsi su temi esistenziali e ben più profondi. “La malavita” è un disco drammaticamente romantico e dal gusto dolce-amaro. Tema dominante di tutte le tracce è il mal di vivere. Su 11 brani, infatti, due parlano di suicidio e i restanti nove narrano degli esclusi della società. “La malavita” inizia con una intro strumentale, “Cronaca nera(ascolta), in cui la Bastreghi si cimenta in un lungo assolo sul suo strumento, a cui seguono basso chitarra e batteria. Un’apertura che si sposa perfettamente con la seconda traccia del disco, “La guerra è finita“, estratta, poi, come singolo. “La guerra è finita(ascolta) è in assoluto il capolavoro del disco e della band. La melodia pop è perfetta e orecchiabile, la voce di Bianconi retrò e il testo, di una bellezza disarmante e ricco di rime originali, narra la storia di un’adolescente che finisce col suicidarsi dopo essere caduta nella trappola Baustelle-verticaledella tossicodipendenza. “La guerra è finita” è una vera e propria anomalia nel panorama pop italiano, quasi una piccola rivoluzione. E’ il modo con cui Bianconi e soci annunciano al belpaese che la musica made in Italy non è morta, che ancora c’è spazio per testi profondi e realistici ed è possibile farli apprezzare al grande pubblico. Altra grande canzone è “Revolver” (ascolta), cantata da Rachele Batreghi, con voce fredda ma decisa. Poi, “I provinciali(ascolta), perfetto connubio tra elementi orchestrali e rock, che narra dell’alienazione e dell’arretratezza delle provincia italiana. “Un romantico a Milano(ascolta), invece, tratta dello smarrimento della figura del romantico nella fredda e apatica metropoli settentrionale. In “Sergio(ascolta), Bianconi racconta dello scemo del villaggio, mente in “Il corvo Joe(ascolta) il volatile diventa metafora degli esclusi e dei derelitti. Il finale del disco è affidato a “Cuore di tenebra“, lampante citazione del romanziere Joseph Conrad, in cui i Baustelle, forse un po’ banalmente, suggeriscono l’amore come il miglior antidoto al mal di vivere. “La malavita” è un ottimo disco pop, con canzoni ben fatte e dai temi affascinanti e profondi, in controtendenza rispetto al resto della musica italiana, che anno dopo anno cade sempre più in basso. I Baustelle sono musicalmente attivi tutt’ora e dopo “La malavita” hanno pubblicato diversi album validi e ottimi singoli (“Colombo“, “L’aereoplano“, “Gli spietati“, “La morte non esiste più“) cimentandosi con temi sempre più complessi e a volte schierandosi politicamente. L’ultimo album si intitola “Fantasma“, Warner Atlantic, datato 2013.

Pier Luigi Tizzano