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Baldassarre Castiglione e Il Cortegiano

 

Baldassarre, o Baldesar, o Baltasar, chiamatelo come vi pare, nacque a Casatico di Marcarla, vicino Mantova,portrait-of-baldassare-castiglione-1516 il 6 dicembre 1478, in una famiglia di aristocratici che frequentavano la corte dei marchesi Gonzaga, nel piccolo principato lombardo. Lungo tutta la sua vita non riuscì mai a stare lontano dalle corti, così piene di gente raffinata e perbene. Fu ad Urbino, dai Montefeltro e dai Della Rovere, che erano succeduti ai primi, a Milano, da Ludovico il Moro, a Roma all’epoca il sacco dei lanzichenecchi del 1527, a Madrid, inviato da papa Clemente VII come nunzio apostolico. Due anni dopo, morì, a Toledo, di febbre pestilenziale. L’imperatore Carlo V in persona ne pianse la morte, dicendo di aver perso uno dei migliori cavalieri del mondo.

Il Cortegiano

La fama di Castiglione è dovuta a questo dialogo in quattro libri. L’opera è ambientata, nel 1507, nel magnifico palazzo ducale di Urbino. Io ho avuto la fortuna di trascorrere quattro anni della mia vita in questa splendida città a causa dei miei studi universitari. La porterò sempre nel mio cuore. Ancora oggi, ne ripercorro con mente le sue stradine, Piazza della Repubblica, Piazza Rinascimento, il Palazzo ducale. A proposito di quest’ultimo: tra gli studenti universitari che frequentano la città c’è una sorta di leggenda riguardo il palazzo che fu del duca Federico da Montefeltro: chi lo visita durante il corso di studi non si laurea più! Per quanto mi riguarda, proprio durante gli anni accademici, ci sono stato quattro volte, mi sono laureato in quattro anni e mezzo e pure col massimo dei voti!

andrea_mantegna_006_corte_di_mantova_1471Andrea Mantegna, “La camera degli sposi” (1465-1474), Mantova, Castello di San Giorgio

Il padrone di casa o, meglio, di castello, il duca Guidobaldo da Montefeltro, è ammalato ed è a letto nelle sue stanze. Spetta, dunque, alla moglie, la duchessa Elisabetta, e alla sua dama, la signora Emilia Pio, intrattenere i nobili e gentili ospiti: su proposta di Federico Fregoso si intavola25773 una discussione riguardo il cortigiano perfetto. Invitati dei duchi a palazzo sono Ludovico da Canossa, Ottaviano Fregoso, Giuliano de’ Medici – questo Medici, nella letteratura del Rinascimento, era come Matteo Salvini, stava dappertutto! – Pietro Bembo, Bernardo Dovizi da Bibbiena, Cesare Gonzaga ed altri. Dai discorsi dei partecipanti viene fuori una nuova idea e una fisionomia innovativa dell’uomo di corte: egli deve essere nobile di stirpe, robusto, deve saper maneggiare le armi, deve essere amante dell’arte e della musica, capace di comporre versi, arguto e sottile nella conversazione. Tutti i suoi comportamenti devono sprizzare impressioni di grazia e di eleganza, cui si devono conformare i modi di vestire e di parlare, di muoversi e di mangiare, di apparire e di essere. Come lui, la perfetta dama di palazzo. Ma, sopra ogni cosa, deve regnare la sprezzatura, ovvero la capacità di essere disinvolti, dando ad intendere che qualunque cosa si stia facendo, la si stia facendo senza sforzo, naturalmente. In una parola, la vita del cortigiano deve essere una commedia in cui recitare al meglio la propria parte!

 

 

               

Teofilo Folengo e la lingua maccheronica

 

Gerolamo Folengo, col cui pseudonimo più noto, Merlin Cocai, era chiamato un locale notturno a Massa Lubrense, dove andavo con gli amici a bere i miei doppi Bourbon & Ginger Ale, detti anche Scotch&American, nacque a Cipada, in provincia di Mantova, l’8 Novembre 1491, 220px-Romanino_003in una famiglia di nobili, i quali, però, erano finiti in cattive acque. Ottavo di nove figli, fu mandato dal padre in convento dove avrebbe potuto studiare e sfamarsi alquanto adeguatamente, vista la penuria di mezzi familiare. Quando vestì l’abito di monaco benedettino, dunque, cambiò il nome in Teofilo. Il diavolo tentatore, però, era sempre in agguato, acquattato tra le pieghe della gonna di una nobildonna, Girolama Dieda, per la quale buttò via la tonaca e con la quale vagò per tutto il Nord Italia, vivendo di stenti, fino a quando entrò al servizio del condottiero Camillo Orsini, a Roma. Decise, poi, di rientrare in convento e gli fu comminato un periodo di penitenza ed espiazione, che trascorse al Monte Conero ad Ancona e nei pressi proprio di Massa Lubrense, il mio paese nativo, all’eremo di San Pietro a Crapolla. Così, fu riammesso nell’ordine e mandato in Sicilia. Morì a Bassano del Grappa il 9 dicembre 1544.

Le opere

Folengo scrisse diverse opere, che fece poi confluire in un unico capolavoro, al quale lavorò tutta la vita ed ebbe quattro edizioni diverse: l’Opus macaronicum. In ogni modo, ciascuna parte di questo corpo può essere comunque trattata singolarmente. La prima di queste è l’Orlandino, che pubblicò con lo pseudonimo di Limerno Pitocco, ovvero, Merlino il miserabile. Poemetto di otto canti in ottave, racconta l’infanzia del famoso paladino Orlando: figlio di Milone e Berta, Chaos1sorella di Carlo Magno, sposati in segreto e, per questo, costretti a fuggire, fu partorito dalla madre in un’umile capanna e visse i primi anni della sua vita in campagna, tra ai contadini. Il Caos Triperuno, invece, è una vera e propria insalata di maccheroni. I tre personaggi, Limerno, Fulica e Merlino (tutti e tre sono l’Autore stesso), parlano, rispettivamente, in latino, in volgare e in maccheronico. Quest’ultimo, è un linguaggio artificiale, costituito da un lessico in parte dialettale, in parte latino. Chissà, dunque, cosa si capisce! Tutto si svolge attraverso tre selve: nella prima, Triperuno conversa della nascita dell’uomo e della conoscenza umana. Nella seconda, il discorso va a finire sulla pericolosità del mondo sensibile, quando Triperuno si perde ma, ritrovata la via, attraversa i regni di Carossa, Matotta e Perissa, che stanno a significare tre modi di fare degli ecclesiastici e cioè, la crapula, la superfluità e la vanità. Nella terza selva, Triperuno incontra nientemeno che Gesù Cristo in persona o, meglio, in spirito, gli dona il cuore e gli dice: “Sono nelle tue mani, non farmi fare una brutta fine!”.

Il Baldus

Venticinque capitoloni in esametri, lungo i quali Merlin Cocai, alias Folengo, racconta le imprese di Baldus e della sua sgangherata banda di delinquenti.

Phantasia mihi plus quam phantastica venit
historiam Baldi grassis cantare Camoenis.
Altisonam cuius phamam, nomenque gaiardum
terra tremat, baratrumque metu sibi cagat adossum.
Sed prius altorium vestrum chiamare bisognat,
o macaroneam Musae quae funditis artem.
An poterit passare maris mea gundola scoios,
quam recomandatam non vester aiuttus habebit? […] Credite, quod giuro, neque solam dire bosiam
possem, per quantos abscondit terra tesoros:
illic ad bassum currunt cava flumina brodae,
quae lagum suppae generant, pelagumque guacetti.
Hic de materia tortarum mille videntur
ire redire rates, barchae, grippique ladini,
in quibus exercent lazzos et retia Musae,
retia salsizzis, vitulique cusita busecchis,
piscantes gnoccos, fritolas, gialdasque tomaclas.
Res tamen obscura est, quando lagus ille travaiat,
turbatisque undis coeli solaria bagnat.

(Mi è venuta la fantasia – proprio una bella fantasia – di raccontare la storia di Baldo con le mie grasse Camene. La sua fama risonante, il suo nome gagliardo fa venire ancora la tremarella alla terra e la voragine infernale, nella sua nera paura, si caga sotto. Ma per prima cosa, bisogna invocare il vostro aiuto, o Muse che spandete la bell’arte macaronica. Potrebbe la mia gondola strigarsi dagli scogli di questo mare, se il vostro favore non l’accompagnasse? […] Credetemi, non sono stupidaggini, ve lo giuro: e poi una bugia, nemmeno una sola, non la direi per tutto l’oro del mondo. Verso il basso corrono giù cavi fiumi di brodo saporitissimo che poi vanno a finire in un lago di zuppa, in un mare di stracottini. E qui passano e spassano barche, barbotte, brigantini agevoli e snelli, a migliaia, tutti di torta: e sopra ci stanno le mie Muse e gettano lacci e reti – reti cucite con budella di maiale e con busecche di vitello – e pescano gnocchi, frittole e tomacelle gialle. Ma è un grosso guaio quando quel lago va in agitazione e con le onde bagna le soffitte del cielo).

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Baldovina, la figlia di Carlo Magno, ama alla follia Guidone di Montalbano, ma il babbo non vuole. I due amanti, allora, decidono di scappare da Parigi e si rifugiano a Cipada, il paesello di Folengo dove, nella capanna del contadino Berto Panada, succede il fattaccio e dopo nove mesi nasce Baldus. Guidone, però, poco dopo abbandona Berta e quella muore per il dispiacere. Rimasto solo con Berto, Baldus si unisce ai monellacci del paese e, insieme a questi, va combinando guai dappertutto. Crescendo, il nostro eroe diventa il capo di una ben assortita gang di farabutti, che mettono a ferro e fuoco le campagne mantovane, tra cui spiccano Cingar, il gigante Fracasso e Falchetto, metà uomo e metà cane. Chi Baldus finisce presto nei guai. Durante la festa di calendimaggio, dopo aver battuto tutti nei giochi popolari, viene provocato, ammazza un nobile con una grossa pietra e scappa. È inseguito dalle guardie. Ne uccide una e si rifugia in una casa. Gli sbirri riescono a legarlo, ma viene liberato dal compare Sordello. Passano gli anni, prende in moglie una contadinotta, Berta, vive senza lavorare approfittandosene di Zambello, il figlio di Berto Panada. Zambello un giorno si ribella, rivolgendosi a Tognazzo, un villano proprietario di terre e podestà di Cipada. Questi, nemico giurato delle teste calde del paese, prende al volo l’occasione e mette in piedi un piano per fregare Baldus. Il giovane è invitato a presentarsi al Palazzo comunale, per assumere il comando di un esercito contro i lanzichenecchi. Qui, dopo una feroce rissa, è sopraffatto dalla folla e messo in galera. Cingar, riesce a liberarlo e la banda decide di cambiare un po’ aria col solito viaggio iniziatico – ricerca della propria anima o giù di lì, attraverso luoghi magici, popoli stranissimi, abissi, isole del tesoro, streghe, grotte profondissime, mostri, esseri indecifrabili, e non vi dico tutto il resto. Arrivano perfino all’Inferno e, nell’Antro della Fantasia, Baldus e i compari impazziscono e si trovano davanti ad una grossa zucca, secca e vuota, dentro la quale, vivono astrologi, poeti e cantanti, a cui tremila satanassi, travestiti da barbieri, tirano tutti i denti, uno per uno, ma questi, puntualmente, ricrescono. Colà vive anche l’autore, il quale, stanco di quelle torture, decide di far continuare, a chi vorrà, il racconto delle avventure di Baldus e della sua banda.

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Ergo sorellarum, o Grugna, suprema mearum,
si nescis, opus est hic me remanere poëtam:
non mihi conveniens minus est habitatio zucchae,
quam qui Greghettum quendam praeponit Achillem
forzibus Hectoris; quam qui alti pectora Turni
spezzat per dominum Aeneam, quem carmine laudat
«Moenia mentum mitra crinemque madentem».
Zucca mihi patria est; opus est hic perdere dentes
tot quot in immenso posui mendacia libro.
Balde, vale, studio alterius te denique lasso,
cui mea forte dabit tantum Predala favorem
ut te Luciferi ruinantem regna tyranni
dicat et ad mundum san salvum denique tornet.
Tange peroptatum, navis stracchissima, portum,
tange, quod ammisi, longinqua per aequora remos!
He heu, quid volui, misero mihi? perditus, Austrum
floribus et liquidis immisi fontibus apros!

(Perciò, o Grugna, ultima delle mie Muse, se non lo sai, io poeta devo rimanere qui: la dimora della zucca non è meno adatta a me che a colui che antepone un grecuccio come Achille alla forza di Ettore; a colui che fa spezzare da un Enea il petto del grande Turno, che in quel suo verso glorifica “avvolto il mento e la chioma profumata in un copricapo orientale da donna”. La zucca è la mia patria; è necessario qui perdere i denti, tanti quante sono le bugie che ho messo nel libro lunghissimo. Baldo, ti saluto e ti lascio finalmente al lavoro di qualche altro, cui forse la mia Pedrala darà tanto aiuto per dire di te che distruggi i regni del tiranno Lucifero e per farti tornare al mondo sano e salvo. Entra nel porto desiderato, o nave stanchissima! Entra perché nei lunghi viaggi per mare ho perso i remi. Ahi! Che cosa ho voluto tentare, povero me? Folle, ho messo l’Austro tra i fiori e i cinghiali nelle fonti pulite!).

Questa è la lingua del Baldus, questo è il famoso maccheronico.