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La Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica

 

A Napoli abbiamo un detto: “La vacca si è tirata le zizze”, quando vogliamo significare la fine di una qualsiasi situazione che provocava profitto, godimento o felicità. Lo strapotere della Chiesa Cattolica Romana, che durava sin dai primi secoli del Medioevo, dovette pur finire e l’inizio della fine cominciò in Germania, detta, dagli inizi del ‘500, la mucca personale del papa, perché nei suoi territori, grazie alla vendita delle indulgenze, i successori di San Pietro e i loro dipendenti, stavano raccogliendo la maggior parte dei danari per la costruzione dell’imponente Martin_Lutherbasilica, dedicata al principe degli apostoli, a Roma. Ecco perché, il richiamo al detto napoletano. Chi fu, dunque, a tirare le zizze alla vacca? Fu un monaco agostiniano, chiamato Martin Lutero. Martin Luther (immagine a destra), questi il nome e cognome in tedesco, nacque a Eisleben, l’1 novembre 1483. Studiò all’Università di Erfurt e, a 22 anni, entrò in convento. Qui, si fece subito notare per l’acume e la vis polemica e fu segnalato dai suoi superiori al principe di Sassonia Federico III, che cercava professori per la nuova Università a Wittenberg. Lutero vi insegnò dialettica e fisica fino a che, inviato a Roma per risolvere questioni interne al suo ordine, ebbe modo di constatare quanto fosse in rovina la Chiesa, nel senso che sembrava tutto tranne un’istituzione quale sarebbe dovuta essere agli occhi di Dio e degli uomini e, consapevolmente o inconsapevolmente, cambiò la storia sociale, politica e religiosa del mondo. La goccia che fece traboccare il vaso fu la questione delle indulgenze. Cosa era successo: per racimolare i soldi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma, i papi promettevano la remissione dei peccati per i vivi e gli sconti in Purgatorio per i morti, a quanti avessero pagato somme di danaro in proporzione alle proprie colpe. L’affare era molto redditizio, perché la raccolta delle indulgenze era data in appalto ai potenti locali, che ingaggiarono predicatori molto furbi e abili a raggirare i fedeli. Il caso più eclatante fu quello di Alberto di Hohenzollern, principe di Brandeburgo, il quale aveva pagato diecimila ducati al papa per avere l’arcivescovato di Magonza e che, dalla vendita delle indulgenze, avrebbe ricavato il necessario venditada restituire a chi gli aveva prestato i soldi, più un’altra consistentissima offerta per la basilica. Questi, poté contare sul più abile ciarlatano e truffatore di tutta la Germania del tempo, migliore di Vanna Marchi e della figlia messe insieme: il frate domenicano Johann Tetzel. Fu così bravo a vendere “perdoni su misura” che i principi confinanti con il regno del suo datore di lavoro gli impedirono di entrare nei loro territori, perché anch’essi stavano allattando alla grande la mucca delle indulgenze. Un giorno, il domenicano raggiunse alcune parrocchie vicine a quella di Lutero per vendere le indulgenze ai suoi parrocchiani. Quando questi si presentarono da lui con la pergamena benedetta, dicendogli che non avrebbero dovuto più pentirsi e confessarsi, perché tanto era stato messo tutto a posto con qualche soldo, Lutero non ci vide più e, il 31 ottobre 1517, affisse sulla porta della Cattedrale di Wittenberg le famose 95 Tesi contro le indulgenze. Guai, però, a interferire negli affari della Chiesa Cattolica!, Nonostante le Tesi luterane fossero soltanto contro le indulgenze e non contro il papa o la Chiesa, i tuoni da Roma non tardarono ad arrivare. Sulle prime, papa Leone X fece solo un richiamo ufficiale ai superiori di Lutero, affinché lo tenessero buono e lasciassero che i traffici proseguissero in santa pace ma, poi, qualche tempo dopo, lo fece chiamare a Roma per discutere, de visu, delle sue idee.Pope-leo10 Per intervento del principe Federico, che lo proteggeva, il processo al monaco fu trasferito in Germani. Le cose, tuttavia, non cambiarono, perché Lutero non ritrattò un bel niente davanti al vicario del papa. Leone X (immagine a destra) non perse tempo e, nel 1520, emanò una bolla, Exurge Domine, con la quale invitava Lutero a ritrattare e a presentarsi a Roma, pena la scomunica. Il riformatore, per tutta risposta, la bruciò pubblicamente, insieme con libri di diritto canonico. La miccia era stata accesa e la Germania era in subbugli. Il nuovo imperatore Carlo V appoggiò la politica del papa, il quale, nel frattempo, aveva scomunicato Lutero, e, nella dieta di Worms, lo giudicò eretico, nemico del popolo, mise al bando tutte le sue dottrine e, in più, chi l’avesse ucciso non sarebbe andato in galera. La situazione, per lui, si fece pericolosissima, tanto che il suo protettore ne inscenò il rapimento, nascondendolo nel suo castello e facendolo stare tranquillo per un po’. Le idee di Lutero contagiarono anche principi, nobili senza feudo, cavalieri senza cavallo e morti di fame. Ci furono guerre e battaglie, con numerosissimi morti e feriti. Lutero, dal canto suo, disapprovò queste violenze, si dedicò alla scrittura, abbandonò l’abito monacale, sposò una ex suora, ebbe sei figli e costruì tutto l’impianto dottrinale del luteranesimo o protestantesimo. La rottura con la Chiesa di Roma fu definitiva. Questa, però, tentò di riorganizzarsi e, alla Riforma Protestante, fece seguire la Controriforma Cattolica. Come si dispose, quali misure adottò, come cercò di contrastare i protestanti? L’atto più importante e significativo fu la convocazione del Concilio di Trento. Nel 1545, papa Paolo III aprì questa commissione di cardinali, riunitasi per cambiare tutto quello che non andava e per riaffermare quello che a loro parere doveva rimanere com’era. In prima istanza, il Concilio sconfessò tutte le dottrine dei protestanti, giudicandoli eretici e dichiarando loro guerra. concilio-trento-quadro.1200Per quel che riguardava se stessa, serrò i ranghi, pretese una maggiore istruzione, a cominciare dai preti di campagna che spesso non conoscevano il latino e, in materia teologica, erano molto debili, obbligò i vescovi a risiedere nelle proprie diocesi, confermò l’assolutezza di alcuni dogmi, come la transustanziazione, ovvero quel miracolo secondo cui l’ostia e il vino nel calice diventano veramente il corpo e il sangue di Cristo, ribadì il valore dei sacramenti, che pure erano stati messi in dubbio da Lutero, e rinvigorì il culto dei santi, delle reliquie e della Madonna. Cercò, poi, di porre fine alle oscenità che erano perpetrate alla corte dei papi, come durante il periodo di papa Borgia e altri. Il successore, papa Paolo IV, fu molto più pratico, rafforzò l’Inquisizione, diretta da sei cardinali e presieduta dal pontefice stesso, con i suoi tribunali sparsi dovunque, e stilò il primo Indice dei libri proibiti nel 1559: in questo catalogo furono inseriti il Decameron di Giovanni Boccaccio, il De Monarchia di Dante, tutte le opere di Niccolò Machiavelli e Pietro Aretino, le novelle di Masuccio Salernitano, tutte le Bibbie tradotte in volgare, le poesie di Luigi Pulci e Francesco Berni eccetera, eccetera, eccetera. Ho citato solo alcuni tra i più famosi ma, in verità, la lista dell’Indice era più lunga di quella degli iscritti alla P2. Torture e roghi furono distribuiti in tutta Europa con precisione scientifica. Un’altra importante misura fu la creazione di nuovi ordini monastici: i Cappuccini, i Teatini, i Somaschi, i Barnabiti, le Orsoline e i Gesuiti, ordine fondato da Ignazio di Loyola, con l’intento di essere da modello di vita per i fedeli, di istruirli e di essere più vicini alle loro esigenze. Per quanto riguarda la letteratura, chi si mise a scrivere da quel momento in poi dovette stare molto attento. Bastava, infatti, soltanto possedere un libro proibito, che le bestie dell’Inquisizione intentavano un processo, torturavano e bruciavano vivi. L’elenco dei martiri sarebbe troppo lungo, ma vorrei ricordare Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, assassinati o torturati per le loro idee. Galileo_Inquisizione_480Il mestiere di esprimere le proprie idee le quali, guarda caso, il più delle volte erano contrarie, se non antitetiche, a quelle di Santa Romana Chiesa, divenne più pericoloso di quello del soldato, come se quasi si morisse più facilmente pensando e scrivendo che combattendo, ma, nonostante ciò, ci fu ci continuò a usare la ragione, a voce o per iscritto. A questi uomini, che furono e sono i veri santi, devono andare le nostre preghiere e le nostre lodi. In questa cupa, tremenda, terribile, infame e angosciosa desolazione culturale voluta dalla censura della Chiesa Cattolica, contrapposta all’oro e alle decorazioni barocche degli edifici sacri, che si andavano costruendo in quegli anni, vi sono stati autori dei quali vi parlerò certamente in qualche altra occasione. Queste mie ultime parole, sicuramente forti, non devono, però, essere prese alla lettera: la desolazione culturale non vi fu neppure nel Medioevo, figuratevi nel Rinascimento. Ma, come ho già detto, il Vaticano condizionò così tanto la vita culturale europea di quel periodo, che, per lo meno, tardò l’esplosione delle nuove idee, quelle che saranno il lievito della Rivoluzione scientifica e, più tardi, dell’Illuminismo. Come vedete, per fortuna, il corso del pensiero e della ragione non poté essere arrestato, neppure da una mappata di… beh, lasciamo perdere!

 

               

Le Operette morali di Giacomo Leopardi

 

Le Operette morali sono un’opera strettamente collegata, per quando riguarda i contenuti, allo Zibaldone di pensieri. 950a4152c2b4aa3ad78bdd6b366cc179Sono una raccolta di ventiquattro tra dialoghi e prose, più o meno lunghi, ed esprimono bene la visione delle cose del loro Autore. Furono composte tra il 1824 e il 1832 e pubblicate, in diverse edizioni, dello stesso Leopardi, e in un’ultima postuma, a cura del fido amico Antonio Ranieri, nel 1845. Il poeta vi fa largo uso della satira per dimostrare, in fondo, quanto misera e disgraziata sia la condizione degli uomini. Lungo l’intero loro svolgimento, esse potrebbero rappresentare una storia dell’infelicità umana, in tutte le sue manifestazioni, cause ed effetti. Approfondiamone qualcuna un po’ più dettagliatamente.

Dialogo di Malambruno e di Farfarello.

Il mago Malambruno invoca i demoni dall’Inferno. Come il genio della lampada di Aladino, gli appare Farfarello, al suo completo servizio, promettendogli fama, soldi e belle donne. Andrea_di_Bonaiuto,_Cappellone_degli_Spagnoli_(SMN),_dettaglio_diavoliNiente di tutto questo! Il mago gli chiede soltanto di poter essere felice per un momento. Il diavolo risponde: “Mi dispiace, non ti posso aiutare!”. “Almeno liberami dall’infelicità”, lo incalza Malambruno. “Mi dispiace. Non si può fare nemmeno questo e sai perché?”. “No, dimmelo tu!”. “Perché, mio caro, è la tua natura che è così, così da non farti essere mai felice. Ho una soluzione, però: la morte. Questa, almeno, smetterà di farti penare. Adesso faccio il logico, senti questa: se la vita è sofferenza, cosa è meglio vivere o non vivere?”. “Questo è il problema”, risponde il mago. “No, questo è Shakespeare. Comunque – continua il demonio – se vivere significa essere infelice e non vivere significa non essere infelice, che cosa è meglio?”. “La calibro 9”. “Forse!” conclude Farfarello.

Dialogo di un folletto e di uno gnomo.

Uno gnomo sale in superficie dalle profondità della Terra per vedere dove siano finiti gli uomini.
Qui, incontra un folletto e con lui comincia a parlare: “E adesso che questi sono spariti, come faremo a misurare il tempo?”. Eh sì, tu pensi al tempo? La Natura se ne frega degli uomini, segue il suo di tempo”, risponde il folletto. “Ma tu sai perché sono tutti scomparsi?”, chiede lo gnomo. “Certo che lo so. Quei fessi si son fatti guerra tra loro, si sono ammazzati, si sono mangiati a vicenda e chi non ha fatto questo, è marcito nell’ozio e nei vizi. Praticamente, le hanno studiate tutte per andare contro la Natura e la loro sorte!”. “Sai che penso?”, dice lo gnomo. Penso che questi uomini credevano di essere al centro dell’Universo, che senza di loro si sarebbe fermato tutto e tutto sarebbe finito, e invece? Ogni cosa continua come prima, i pianeti a girare, il vento a soffiare…”. “I fiumi a scorrere”, lo interrompe il folletto. “E gli uomini ad essere cretini!” convengono entrambi.

Dialogo d’Ercole e di Atlante

Ercole deve sostituire Atlante a reggere il mondo. Il figlio di Zeus, però, si accorge che la Terra si è fatta leggera e 8950muta e propone al titano di legarsela a un pelo della barba, facendola penzolare come un ciondolo. Continuando a non sentire nessun rumore, suggerisce ad Atlante: “Colpiscila con la tua mazza, così scopriamo cosa succede”. “No, potrebbe rompersi in due come un uovo e gli uomini morirebbero tutti. Facciamo una cosa: giochiamoci a pallavolo, così vediamo pure chi è più bravo”. “Sì, infatti, poi, magari, si svegliano ‘sti uomini”, aggiunge Ercole. “Chi la fa cadere a terra per primo perde, ok? Aspetta però – dice Atlante – non ci dobbiamo far scoprire da tuo padre altrimenti sono cavoli amari!”.

Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi

L’Accademia dei Sillografi, visti i progressi delle scienze meccaniche, propone un concorso per inventori. Ecco il bando: “In quest’era delle macchine così ben costruite e funzionanti, la nostra gloriosa Accademia propone la creazione di tre automi che passano caricarsi di tutta la miseria e dei lavori degli uomini, siccome è impossibile inventarne un rimedio. fluteplayerManzettiAl concorso potranno esser presentati tre robot:
– il primo, deve fare le parti e la persona di un amico perfetto, che non parli dietro, che non rompa più di tanto, che si faccia gli affari suoi senza andare a raccontare in giro i segreti confidatigli, che non si prenda troppa confidenza solo perché è amico, che non sia invidioso, che voglia bene all’altro e che per qualsiasi cosa sia sempre a disposizione;
– il secondo, sia un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e magnanime, perché solo il vapore può permettere ad un automa di fare cose belle e buone;
– il terzo, deve essere disposto a fare gli uffici di una donna così come immaginata da Castiglione nel suo Cortegiano. Se ci riuscì Pigmalione a farsi una donna con le sue mani, ci potrete riuscire anche voi.
I premi consisteranno in tre medaglie d’oro del peso di 400 zecchini, ognuna con immagini e diciture adeguate a celebrare il particolare vincitore. La gloriosa Accademia concorrerà alle spese per l’acquisto delle medaglie con i danari ritrovati nella sacchetta di Diogene, ex segretario dell’Accademia, o con uno dei tre asini d’oro degli accademici Apuleio, Fiorenzuola e Machiavelli”.

Dialogo della Natura e di un islandese

Un islandese va errando per l’Africa. All’improvviso, scorge un busto così grande da sembrargli una collina. Avvicinatosi, vede una donna enorme, seduta per terra, con la schiena e il braccio poggiati su una montagna. Questa, dopo aver taciuto per un po’, gli dice: download-1“Chi sei e che sei venuto a fare da queste parti?”. “Sono un povero islandese e sto fuggendo la Natura”. “Bravo! Sono io la Natura”, risponde minacciosa. L’islandese prende coraggio e le urla: “Ah sì, e allora sappi che sei la nemica giurata degli uomini e degli animali, non sai fare altro che ingannarci, minacciarci, perseguitarci, renderci la vita impossibile e io, guardami, tra poco diventerò vecchio e che mi aspetta? Quante ancora me ne farai passare, brutta infame?”. La Natura non si cura di tutti i suoi lamenti e, impassibile, gli risponde: “Povero stolto, ma non hai ancora capito che il mondo non è stato creato per voi uomini e che io non mi occupo della vostra felicità o infelicità? Anzi, ti dirò di più: se pure vi estingueste, io neanche me ne accorgerei, ho altro a cui pensare, cose che tu e tutti quelli come te non sarete mai in grado di capire”. Mentre l’islandese tenta di replicare, sopraggiungono due leoni brutti, magri ed emaciati da far paura. Con le poche forze rimaste loro, riescono appena a saltargli addosso e a mangiarselo, potendo, così, a restare in vita per un altro giorno.