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I Papi, la guerra e la pace: Benedetto XV e l’enciclica Pacem Dei munus pulcherrimum, del 23 maggio 1920

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

Giacomo Paolo della Chiesa, asceso al soglio pontificio col nome di Benedetto XV, è stato il 258° papa della Chiesa Cattolica Romana. Nato a Pegli di Genova, il 21 novembre 1854, fu eletto papa nel 1914. Si adoperò con ogni sforzo, forte della esperienza diplomatica acquisita, avendo lavorato con i Segretari di Stato Mariano Rampolla e Rafael Merry del Val, per porre fine alla Prima guerra mondiale. Morì il 22 gennaio 1922.

 

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Nella traduzione italiana, il titolo dato all’enciclica è: Sulla riconciliazione cristiana per la pace. Il documento, datato 23 maggio 1920, costituisce una riflessione, a posteriori, sul dramma della Prima guerra mondiale, ma è anche molto critico nei confronti dei trattati di pace, a partire da quello di Versailles del 1919, che avevano suscitato, nei Paesi sconfitti e puniti, rancori e desideri di rivalsa, e, in alcuni dei Paesi vincitori, o sentimenti diffusi di “vittoria mutilata”, oppure, come negli Stati Uniti, nuove tentazioni per politiche isolazioniste. In evidente, seppur non dichiarata polemica conBenedetto-XV la Società delle Nazioni, fondata nel 1919, su proposta del presidente americano Woodrow Wilson, il pontefice propose la costituzione di una lega tra le nazioni, fondata sulla legge cristiana. La pace, grande dono di Dio, così vivamente implorata per quattro anni, finalmente risplendeva sul mondo. Molte ansie, però, turbavano questa gioia perché, seppure la guerra fosse terminata e fossero stati firmati trattati di pace, permanevano diffusi rancori. Nessuna pace sarebbe potuta essere duratura e nessuna alleanza tenere se non si fossero placati l’odio e l’inimicizia. Il papa ritenne che non fosse stato necessario dilungarsi, per mostrare a quali disastri l’umanità sarebbe andata incontro se, pur conclusa la pace, fossero continuati, tra i popoli, latenti ostilità e avversioni. La strada da seguire sarebbe stata quella della carità cristiana, che avrebbe reso tutti gli uomini fratelli. Essa, infatti, non si sarebbe limitata soltanto a far sì che gli uomini non si odiassero vicendevolmente, ma avrebbe permesso loro di farsi del bene reciprocamente. Per questo – continuò il pontefice – i popoli combattenti la Grande guerra avevano il dovere di praticare la carità, affinché fossero rimosse le cause di dissidio e, fatte salve le ragioni della giustizia, riprendessero tra loro relazioni amichevoli. La guerra era terminata e, per una certa necessità di cose, si andava delineando un legame universale di popoli, spinti naturalmente a unirsi fra loro da mutui bisogni, soprattutto a causa della moltiplicazione delle vie di comunicazione. Il Vaticano, durante la guerra, non smise di infondere nei popoli l’idea del perdono delle offese e della riconciliazione, secondo le leggi di Cristo e secondo le stesse esigenze del consorzio civile. Dopo i trattati di pace, questi principi diventarono ancora più importanti. Per questo motivo, le visite che i capi di Stato e di Governo usavano farsi reciprocamente per sbrigare questioni di grande interesse apparivano fondamentali e, a questo proposito, sarebbe stato necessario che tutti gli Stati si riunissero in una sola società, o famiglia di popoli, sia per garantire la propria indipendenza, sia per tutelare benedetto-xv-cover-1000x600l’ordine del consorzio civile. Lo stimolo a formare questa società, secondo Benedetto XV, aveva la propria radice nel bisogno riconosciuto di ridurre, se non abolire, le enormi spese militari, che non sarebbero potute essere sostenute oltre dagli Stati, affinché si impedissero, per l’avvenire, guerre tremende e si assicurasse, a ciascun popolo, l’indipendenza e l’integrità del proprio territorio, nei suoi giusti confini. La Chiesa non avrebbe rifiutato di fornire il suo valido contributo, una volta che questa lega tra le nazioni fosse stata fondata sulla legge cristiana, per tutto ciò che avrebbe riguardato la giustizia e la carità, perché, essendo questa il tipo più perfetto di società universale, per la sua stessa essenza e finalità, sarebbe stata efficacissima a unire gli uomini, non soltanto in merito alla loro salvezza eterna, ma anche al loro benessere materiale. Il pontefice, in chiusura del documento, esortò fortemente le nazioni a stabilire una vera pace e a congiungersi in un’alleanza, come prefigurato dalla Società delle Nazioni.