Archivi giornalieri: 9 Gennaio 2026

Sciacalli della memoria 

Quando le vittime servono solo alla propaganda politica

 

 

 

Ciò che chiamiamo “memoria” è diventato un rito vuoto e ipocrita. Le commemorazioni dei tragici eventi degli anni di piombo non servono più a ricordare le vittime ma a usarle, come armi retoriche, come certificati morali, come munizioni da talk show. Qui si smonta, senza sconti, la liturgia ufficiale e la sua selettività interessata, mettendo a nudo una verità scomoda: finché il ricordo sarà piegato alle convenienze del presente, non sarà memoria ma bieca propaganda politica. 

 

 

Le commemorazioni degli eventi terroristici degli anni di piombo vengono spesso presentate come momenti solenni di memoria collettiva e rispetto. Nella pratica, però, si sono trasformate in occasioni di propaganda politica, in cui il ricordo delle vittime passa in secondo piano rispetto alla necessità di rafforzare una posizione, un’identità o uno schieramento.
Un primo segnale evidente è la selettività della memoria. Ogni anno si assiste a celebrazioni ufficiali molto visibili per alcuni eventi, mentre altri vengono ricordati in modo marginale o quasi silenzioso. Questa disparità non è casuale. Dipende da quanto un episodio si presta a sostenere una narrazione politica attuale. Nel dibattito pubblico contemporaneo, alcuni attentati vengono continuamente richiamati per delegittimare l’avversario politico, spesso con collegamenti forzati, se non inesistenti, tra la violenza di allora e le posizioni di oggi. Altri episodi, magari più scomodi o meno utili a una contrapposizione netta, vengono relegati a poche battute sui giornali e sui post in rete.
Un esempio evidente è il modo in cui le ricorrenze vengono trattate nei talk show e sui social media. Nei giorni delle commemorazioni, il confronto non ruota quasi mai attorno alle vite spezzate, alle storie personali delle vittime o alle conseguenze a lungo termine sulle loro famiglie. Al contrario, il centro della discussione diventa chi “può” o “non può” parlare, chi ha titolo per partecipare alle cerimonie, chi strumentalizza di più o di meno. Le vittime spariscono dal discorso, sostituite da polemiche immediate, atte soltanto a generare visibilità e consenso.
Anche il linguaggio istituzionale contribuisce a questo svuotamento. I discorsi ufficiali pronunciati durante le commemorazioni sono spesso intercambiabili da un anno all’altro. Cambiano i nomi degli oratori ma restano le stesse formule, gli stessi richiami generici alla democrazia e alla condanna della violenza. Raramente si entra nel merito delle responsabilità storiche, delle ambiguità dello Stato, del contesto sociale che rese possibile quel clima. Questo tipo di memoria rassicura, perché non mette in discussione nulla e si presta bene a essere usata come bandiera politica.


Un altro elemento attuale è l’uso simbolico delle commemorazioni in Parlamento o durante le campagne elettorali. Minuti di silenzio, citazioni selettive, richiami emotivi vengono inseriti in discorsi che hanno obiettivi ben precisi nel presente. Il ricordo diventa uno strumento retorico: serve a chiudere un intervento con un tono morale alto, a delegittimare l’avversario politico o a rafforzare l’immagine di serietà e responsabilità di chi parla. In questo contesto, le vittime non sono soggetti da ricordare ma argomenti da utilizzare.
C’è poi la questione delle famiglie delle vittime, che nella realtà attuale spesso denunciano di sentirsi usate. Molti familiari partecipano alle commemorazioni con un senso di disagio, consapevoli che la loro presenza è accettata solo finché non rompe lo schema. Quando qualcuno prova a esprimere una lettura diversa, a chiedere verità scomode o a rifiutare l’uso politico del ricordo, viene rapidamente isolato o ignorato. Questo dimostra come la memoria pubblica sia tollerata solo se controllabile.
Infine, la semplificazione continua degli anni di piombo ne impedisce qualsiasi comprensione reale. Nella narrazione dominante di oggi, quel periodo viene spesso ridotto a uno scontro netto tra bene e male, funzionale a tracciare linee ideologiche chiare nel presente. Ma una memoria che non ammette complessità non serve a evitare il ripetersi degli errori, serve solo a rafforzare appartenenze e a mantenere viva una contrapposizione permanente.
Ricordare davvero le vittime implicherebbe accettare il rischio di una memoria scomoda, che non produce consenso immediato e non si presta alla propaganda. Significherebbe parlare meno di identità politiche e più di responsabilità, di silenzi, di zone d’ombra. Finché le commemorazioni continueranno a funzionare come palcoscenici per il presente resteranno rituali vuoti: utili alla politica, alla partigianeria, alla delegittimazione dell’avversario, ma lontani dal rispetto autentico che quelle vittime meriterebbero.