Archivi giornalieri: 13 Gennaio 2026

L’architettura coloniale in Africa Orientale Italiana

di Giuseppe Pezzotti

 

 

Recensione

 

 

Il lavoro di Giuseppe Pezzotti, L’architettura coloniale in Africa Orientale Italiana, M. A. GI. C. Editore, 2024, si impone come uno studio di rara ampiezza, che utilizza l’architettura coloniale italiana in Africa Orientale come lente per osservare un intero sistema di relazioni storiche, culturali e artistiche. Il libro non si limita a descrivere edifici, stili o autori ma ricostruisce un clima intellettuale, un insieme di tensioni ideologiche e pratiche che attraversarono l’Italia tra la fine dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale, riflettendosi in modo diretto nella produzione architettonica d’Oltremare.
Sul piano storico, l’Autore colloca con precisione l’esperienza coloniale italiana all’interno del più ampio quadro dell’imperialismo europeo. L’Italia arrivò tardi rispetto a Francia e Gran Bretagna, e questo ritardo pesò profondamente sulle sue scelte. La colonizzazione italiana non nacque quale progetto unitario ma come somma di iniziative politiche, militari ed economiche spesso contraddittorie. Eritrea e Somalia diventarono così, già a partire dai primi decenni del Novecento, territori in cui si sperimentavano modelli amministrativi e insediativi che oscillavano tra imitazione della madrepatria e tentativi di adattamento alle realtà locali.
L’architettura si inserì in questo processo come strumento di costruzione simbolica del potere, ma anche come risposta concreta a problemi materiali. Il libro mostra come le città coloniali non fossero semplici “vetrine” dell’autorità italiana, bensì luoghi di confronto tra ingegneria, urbanistica, estetica e condizioni ambientali. In questo senso, l’architettura coloniale fu un campo di mediazione tra ideologia e necessità, tra retorica imperiale e vincoli economici.
Dal punto di vista culturale, Pezzotti fornisce una lettura estremamente interessante del dibattito architettonico italiano tra le due guerre, mettendo in luce come le colonie avessero rappresentato una sorta di spazio di libertà progettuale. Mentre in patria il confronto tra accademismo, razionalismo e tradizione era spesso irrigidito da polemiche teoriche e da vincoli istituzionali, in Africa Orientale gli architetti furono costretti a “fare”, a trovare soluzioni immediate. Questo spiega la coesistenza, talvolta nello stesso centro urbano, di linguaggi molto diversi: edifici monumentali di impronta classica accanto a strutture razionaliste essenziali, architetture ispirate al déco accanto a riletture di motivi locali.
Il libro chiarisce come il razionalismo italiano, lungi dall’essere una semplice importazione delle avanguardie europee, trovasse proprio nelle colonie una delle sue applicazioni più coerenti. Non un razionalismo astratto o dogmatico ma un razionalismo pragmatico, capace di dialogare con il clima, con la luce, con la ventilazione naturale. In questo senso, città come Asmara diventarono casi di studio di rilievo internazionale, non solo per la quantità di edifici modernisti quanto anche per la loro qualità urbana complessiva.
Sul piano artistico, l’Autore insiste su un punto cruciale: l’assenza di uno “stile coloniale” unitario non è una debolezza ma un dato strutturale. L’arte e l’architettura italiane in Africa Orientale riflettevano una pluralità di riferimenti che andavano dal romanico al futurismo, passando per l’art déco e il monumentalismo del regime. Questa pluralità era il segno di un’identità architettonica ancora in formazione, che cercava di definire se stessa anche attraverso il confronto con l’alterità culturale africana.
Un altro elemento di grande interesse è la riflessione sul rapporto tra architettura e territorio. Pezzotti mostra come molti progettisti italiani avessero sviluppato una sensibilità sorprendente nei confronti del genius loci, non tanto per adesione ideologica, quanto per necessità. L’uso di materiali locali, l’attenzione alle tradizioni costruttive, la ricerca di soluzioni climaticamente efficienti produssero edifici che, pur all’interno di un contesto coloniale, evitavano spesso la pura imposizione formale. Questa dimensione rese l’architettura coloniale italiana un antecedente importante delle attuali riflessioni sull’architettura sostenibile e contestuale.
Il volume assume, inoltre, una forte valenza culturale nel modo in cui affronta il tema della memoria storica. Pezzotti denuncia apertamente la difficoltà, soprattutto in Italia, di studiare il colonialismo senza cedere né alla nostalgia né alla condanna sommaria. In questo senso, l’architettura si fa terreno privilegiato per una riflessione più matura: non può essere separata dal contesto di dominio in cui nasce e neppure ridotta a semplice strumento di oppressione simbolica. È, piuttosto, un prodotto complesso, che contiene in sé contraddizioni, innovazioni e ambiguità.
Particolarmente significativo è il confronto implicito che il libro propone tra l’esperienza coloniale italiana e la modernità globalizzata del secondo Novecento. L’Autore suggerisce che l’omologazione architettonica contemporanea, fatta di vetro, acciaio e cemento replicati ovunque, rappresenti una forma di nuovo colonialismo culturale, forse più pervasivo di quello storico. In questa prospettiva, l’attenzione al luogo e alle differenze che caratterizzò molte architetture dell’A.O.I. appare oggi come una lezione ancora attuale.
L’architettura coloniale in Africa Orientale Italiana, quindi, è un’opera che supera i confini disciplinari. È un libro di storia, di architettura, di cultura e, in ultima analisi, di metodo critico. Spinge a guardare al passato con strumenti analitici rigorosi, a riconoscere la complessità dei fenomeni storici e a interrogarsi sul ruolo dell’architettura come forma di mediazione tra potere, cultura e territorio. Proprio per questa sua capacità di generare domande, oltre che fornire risposte, il volume costituisce un contributo di grande valore nel panorama degli studi sul Novecento italiano e coloniale.