Archivi giornalieri: 16 Gennaio 2026

Kant guarda il Grande Fratello e spegne la TV

Brevissima “Critica della ragion televisiva”

 

 

 

 

E se Kant finisse davanti al Grande Fratello? Non urlerebbe allo scandalo. Osserverebbe. E vedrebbe molto più di un reality show: un esperimento morale a cielo aperto, dove il dovere cede al consenso, la dignità al format e l’identità diventa strategia. Vi parlo Kant per parlare di noi, dello sguardo che giudica, della libertà che diventa performance e di cosa resta dell’etica quando ogni gesto nasce per essere visto. Una riflessione tagliente, ironica e inquietante su ciò che chiamiamo intrattenimento e su ciò che, senza accorgercene, stiamo diventando.

 

 

Kant, se oggi accendesse la televisione e inciampasse nel Grande Fratello, probabilmente non urlerebbe allo scandalo. Non perché approvi ma perché lo scandalo, per lui, è una categoria pigra. Più verosimilmente, spegnerebbe il televisore in silenzio, si aggiusterebbe il panciotto e prenderebbe appunti. Non per partecipare. Per capire. Perché dove l’uomo si espone senza vergogna, lì c’è sempre qualcosa da pensare.
Davanti a una casa piena di personaggi più o meno famosi, spiati ventiquattr’ore su ventiquattro, Kant vedrebbe una versione pop, colorata e un po’ urlata di un problema antico: cosa resta dell’uomo quando ogni azione è fatta per essere vista? Quando non esiste più un “fare” che non sia anche un “mostrarsi”? La risposta non lo rassicurerebbe. L’imperativo categorico, quello che chiede di agire solo secondo massime che possano valere come legge universale, farebbe una brutta fine tra nomination e confessionali. Universale, lì dentro, è solo il desiderio di piacere. E magari di restare una settimana in più.
Il concorrente del reality non agisce perché ritiene giusto fare qualcosa ma perché qualcuno guarda. Non per dovere ma per share. E questo, per Kant, è già una condanna netta. La morale, direbbe, nasce dall’autonomia della volontà, non dall’applauso o dal televoto. Se fai il bene perché ti conviene, non stai facendo il bene. Stai facendo strategia. Se poi ti conviene anche piangere, tanto meglio: l’etica non fa audience, l’emozione sì.
A colpirlo sarebbe soprattutto la naturalezza con cui tutto questo viene accettato. Nessuno sembra più chiedersi se sia giusto ma solo se funzioni. Kant vedrebbe qui il trionfo della ragion strumentale: ogni gesto è un mezzo per qualcos’altro. Un’alleanza, una clip, una percentuale di gradimento. Anche l’amicizia ha una scadenza settimanale. Anche l’indignazione può essere riciclata nella puntata successiva.


Poi c’è la questione della dignità, che per Kant non è negoziabile. L’uomo è sempre un fine e mai soltanto un mezzo. Nel reality, invece, l’uomo è spesso un mezzo chiarissimo: mezzo per riempire palinsesti, mezzo per creare conflitti, mezzo per vendere qualsiasi cosa durante la pubblicità. Anche quando si “racconta”, anche quando mostra le proprie fragilità, lo fa dentro un formato. La sofferenza, lì, ha un minutaggio. La spontaneità con il microfono addosso ha qualcosa di eroico, ma anche di profondamente tragicomico.
Kant si soffermerebbe a lungo su un dettaglio apparentemente secondario: il confessionale. Quella stanza dove il concorrente parla “sinceramente” alla telecamera. La chiamano verità, ma è una verità senza rischio. Nessun interlocutore reale, nessuna responsabilità immediata. Si confessa non per capire se stessi ma per spiegarsi al pubblico. È una morale senza interiorità, direbbe Kant. Un’etica che non passa dalla coscienza, ma dal montaggio.
Noterebbe anche un paradosso sottile e un po’ crudele. Mai come nei reality si parla di “essere se stessi”. Eppure, mai come lì l’identità è una strategia. Si è autentici con metodo. Si litiga al momento giusto. Si perdona quando conviene. Si piange quando la musica sale. La ragion pratica, che dovrebbe guidare l’azione morale, viene rimpiazzata da una regia invisibile. Non sei libero, sei leggibile. E se sei troppo complesso, vieni tagliato.
Forse Kant allargherebbe lo sguardo oltre lo schermo e si accorgerebbe che il vero esperimento morale non è nella casa, ma sul divano. Milioni di spettatori giudicano, assolvono, condannano. Si indignano a comando, empatizzano a intermittenza. È un tribunale morale senza responsabilità. Nessuna conseguenza per chi giudica. Nessun dovere, solo opinioni. Kant avrebbe parecchio da dire anche su questo, ma probabilmente sospirerebbe: l’eteronomia non è mai stata così comoda.
Alla fine, forse, concederebbe un mezzo sorriso. Il Grande Fratello, direbbe, è una grande lezione involontaria di filosofia morale negativa. Non insegna come si deve vivere, piuttosto mostra chiaramente cosa succede quando il valore di un’azione non sta più nell’intenzione ma nell’effetto. Quando la libertà diventa performance, la persona diventa personaggio e il dovere viene scambiato per una regola del gioco.
Poi spegnerebbe davvero la TV. Non per snobismo. Per coerenza. Per rispetto del dovere, prima di tutto. E anche di chi continua a guardare, magari pensando che sia solo intrattenimento, mentre in sottofondo qualcuno sta già decidendo chi siamo quando ci sentiamo osservati.