Se Nietzsche guardasse il nostro presente, non urlerebbe. Annoterebbe. Con lucidità spietata smonterebbe il buonismo di sinistra come morale della stanchezza, rifugio di chi ha smesso di credere nella forza, nel rischio, nella grandezza. Queste brevi riflessioni non accusano, diagnosticano. Non consolano, provocano. Una lettura scomoda che chiede una cosa sola: che tipo di uomini stiamo diventando quando scambiamo la bontà per virtù e la rinuncia per saggezza?
Nietzsche, oggi, non griderebbe allo scandalo. Non sprecherebbe energia in invettive. Si limiterebbe a constatare, con quella lucidità che rasenta la crudeltà, che il buonismo di sinistra è il punto d’arrivo di una lunga stanchezza morale. Non un tradimento improvviso ma una resa progressiva. Un pensiero che ha smesso di credere nella possibilità della grandezza e ha deciso di trasformare questa rinuncia in virtù.
Lo leggerebbe come un sintomo, non come una colpa. Perché Nietzsche non accusava mai i fenomeni, biasimava le forze che li generano. E qui vedrebbe una forza debole che si autocelebra. Un’etica che non nasce dall’abbondanza ma dalla scarsità. Scarsità di visione, di coraggio, di fiducia nell’essere umano come qualcosa che può andare oltre se stesso.
Direbbe che il buonismo confonde la morale con il conforto, perché non chiede: “Che tipo di uomo vogliamo diventare?”, ma “Come facciamo a sentirci meno in colpa?”. È una morale terapeutica, non creativa. Serve a calmare le coscienze non a formare caratteri. E per Nietzsche, una morale che non forma caratteri è solo un sedativo ben confezionato.
Noterebbe come il buonismo abbia sostituito l’idea di responsabilità con quella di contesto. Nessuno agisce davvero, tutti reagiscono. Nessuno sceglie, tutti sono spiegabili. Ogni gesto viene dissolto in una rete di cause, traumi, strutture. Nietzsche direbbe che questo non è progresso ma un nuovo fatalismo travestito da compassione. Un modo elegante per dire all’uomo: “Non sei capace di volere davvero”.
Osserverebbe, con particolare ironia, l’ossessione per l’innocenza. Tutti devono essere innocenti, sempre. Innocenti per nascita, per condizione, per appartenenza. La colpa diventa un tabù, qualcosa da rimuovere, non da affrontare. Ma per Nietzsche la colpa, il conflitto, l’errore sono materia prima della trasformazione. Senza attrito non c’è forma. Senza rischio non c’è stile.
E, poi, c’è l’uguaglianza, parola che Nietzsche maneggerebbe come un oggetto pericoloso. Non perché rifiuti la dignità di tutti ma perché diffida delle idee che pretendono di valere per chiunque allo stesso modo. Vedrebbe nel buonismo una passione per l’uguaglianza emotiva: nessuno deve sentirsi inferiore e, soprattutto, nessuno deve sentirsi superiore. Ogni eccellenza diventa sospetta, ogni verticalità un’offesa. Il risultato è una pianura morale dove tutto è accessibile e nulla è desiderabile.

Coglierebbe anche la dimensione estetica del fenomeno. Il buonismo è brutto, direbbe. Non nel senso superficiale ma in quello profondo. È privo di stile perché ha paura di scegliere. Accumula gesti morali come decorazioni e non costruisce una forma. È una morale senza ritmo, senza tensione, senza tragico. E, per Nietzsche, dove manca il tragico manca anche la possibilità del grande.
Vedrebbe con fastidio il modo in cui il dissenso viene trattato non come errore ma come patologia. Chi non aderisce al buonismo non è sbagliato, è “problematico”. Non va confutato, va corretto. Non va combattuto, va educato. Nietzsche riconoscerebbe subito questa dinamica: è la vecchia volontà di potere che cambia maschera. Non più la forza che impone ma la bontà che normalizza.
E, forse, la cosa che più lo irriterebbe sarebbe l’autocompiacimento. Il sentirsi dalla parte giusta senza aver rischiato nulla. Il considerare la propria sensibilità come una prova di superiorità morale. Direbbe che questa è la forma più raffinata di mediocrità: quella che si scambia per virtù.
Alla fine, come sempre, tornerebbe alla domanda decisiva: “Che tipo di uomini produce tutto questo?”. Non uomini crudeli, non uomini malvagi ma uomini timorosi. Uomini che evitano il conflitto, che delegano il giudizio, che preferiscono l’approvazione alla verità. Uomini che confondono la gentilezza con la forza e la rinuncia con la saggezza.
Concluderebbe, forse, senza rabbia, ma con una chiarezza spietata: una cultura che ha bisogno di dirsi continuamente buona è una cultura che non si sente più forte. E quando la forza scompare, la morale diventa il suo surrogato. Un surrogato gentile, inclusivo, rassicurante, ma pur sempre un surrogato.
Poi, chiuderebbe davvero il quaderno. E annoterebbe, come ultima avvertenza: “Non temete chi è duro. Temete chi non osa più esserlo!”.
