Questa non è una provocazione facile né una morale da bar. È un esperimento mentale affilato: Savonarola come strumento per decifrare il presente, il mercato dell’intimità, la vanità diventata infrastruttura, il desiderio trasformato in KPI. Qui non si giudicano i corpi ma il sistema che li misura, li archivia, li consuma. Non si parla di scandalo ma di potere, solitudine, attenzione venduta e identità messe a listino. Si usa il passato per smascherare il presente e porre una domanda scomoda, impossibile da scrollare via: se tutto è in vendita, cosa resta invendibile?
Girolamo Savonarola capita su OnlyFans e comincia a strillare e a prendere a male parole “le donne perdute”. Beh, questo sarebbe il Savonarola da meme: utile per sentirsi moderni e superiori. Il vero Savonarola, quello storico, era più pericoloso e certamente più interessante: non perché fosse “cattivo” ma perché aveva un talento raro nel capire dove una società racconta bugie e dove, senza accorgersene, scambia la propria febbre per il proprio clima naturale.
La prima cosa che Savonarola farebbe con OnlyFans, probabilmente, sarebbe riconoscere il copione. Non i contenuti ma la struttura.
Ai suoi tempi, la seconda metà del Quattrocento, Firenze era una città ricca e nervosa, brillante e colpevole. Una città che si specchiava continuamente. Era il laboratorio di una modernità nascente: banca, credito, reputazione, immagine pubblica, la politica come teatro, la morale come linguaggio d’uso più che come convinzione. In questo senso, OnlyFans non gli sembrerebbe un pianeta alieno. Gli parrebbe Firenze con una nuova facciata. Lì c’era la “grande bellezza” rinascimentale e sotto, come sempre, le stesse domande: “Chi comanda davvero? Dio? Il denaro? Lo sguardo degli altri?”.
Qui Savonarola inizierebbe a parlare, tagliente nel modo in cui solo un frate moralizzatore può essere: con la causticità di chi non si diverte ma vede. Direbbe: “Figlie, non siete un’eccezione morale. Siete un capitolo economico!”. Perché la sua prima obiezione non sarebbe “sessuale”. Sarebbe teologica e politica. E in teologia come in politica, alla fine, la posta è la stessa: cosa è sacro? E chi decide il prezzo delle cose sacre?
Nel Quattrocento, lui denunciava il lusso, l’avidità, la corruzione, le vanità in generale. Ma “vanità” non era solo il bel vestito o il gioiello. Era l’idea che il valore di una persona stesse nella superficie riconosciuta dagli altri. La vanità è una metafisica tascabile: ti convince che esisti nella misura in cui sei guardato, lodato, desiderato. In questo senso, il salto alla nostra epoca è breve. La differenza è che adesso quel meccanismo ha infrastrutture: piattaforme, abbonamenti, statistiche, notifiche. Il peccato si è fatto user experience.
E qui arriverebbe l’affondo, che non risparmierebbe nessuno. Savonarola, davanti a OnlyFans, non punterebbe il dito solo su chi vende. Lo punterebbe, forse prima, su chi compra. Sugli uomini (e anche sulle donne, certo: il mercato non fa catechismo) che pagano per l’accesso non a un corpo ma a un’illusione di relazione. Perché il capolavoro del nostro tempo non è la pornografia, che è antica quanto il desiderio, ma la confezione affettiva. La promessa implicita: “Non sei solo. Io sono qui per te”. Un surrogato di intimità con ricevuta mensile. E, allora, lui direbbe, con quella capacità di trasformare la spiritualità in anatomia sociale: “Badate bene, non state comprando carne. State comprando attenzione. E l’attenzione, quando diventa merce, trasforma tutto in merce. Anche voi stessi!”.
Poi, si girerebbe verso le creator e farebbe una cosa che spiazzerebbe molti: non userebbe subito il linguaggio del disprezzo. Userebbe il linguaggio della tentazione. Che è più serio e più adulto. Direbbe: “La tentazione non è mostrare il corpo. La tentazione è credere che il corpo sia la vostra unica lingua”. Perché, a differenza di un moralista da bar, Savonarola non era ingenuo sul corpo. La tradizione cristiana è ambigua, sì: da un lato la carne come fragilità e rischio, dall’altro l’incarnazione come scandalo sacro, il corpo come luogo in cui il divino ha osato entrare. Se vuoi essere filosoficamente denso devi ammettere questo paradosso: per un cristiano il corpo non è un oggetto qualunque. È una cosa troppo alta per essere ridotta a un listino. E, infatti, Savonarola colpirebbe proprio qui: non “il corpo è sporco”, ma “il corpo è troppo prezioso per essere svenduto alla volatilità del desiderio altrui”.

Aggiungerebbe una battuta amara, da uomo che conosce bene la psicologia delle folle: “Voi credete di essere libere perché scegliete il prezzo. Ma il prezzo lo decide sempre chi può smettere di pagare”. È una frase crudele, certo, ma non completamente falsa. Il problema della “libertà” in un mercato è che sembra tale finché il mercato ti sorride. Poi, cambia stagione, come cambia l’algoritmo, e tu scopri di aver costruito la tua autonomia su una piattaforma che non ti appartiene. E Savonarola, che aveva visto il potere cambiare maschera mille volte, direbbe che è un’illusione antica: credere di governare ciò che in realtà ti governa. Qui entrerebbe la sua ossessione: la città. Savonarola non parlava mai solo di “peccati privati”. Parlava di una comunità che si ammala. La sua domanda sarebbe: “Cosa succede a una società quando l’intimità diventa industria? Quando ciò che un tempo apparteneva a una relazione concreta, a un rischio reciproco, a una vulnerabilità, diventa un prodotto che puoi comprare e interrompere quando vuoi?”.
E forse direbbe che il punto non è la nudità. È la reversibilità. È l’idea che puoi avere l’altro senza doverci fare i conti come persona. È una forma di potere dolce: l’altro esiste finché ti serve. Quando ti annoi, swipe. Quando ti pesa, unsubscribe. È la stessa logica con cui si trattano i lavoratori precari, le relazioni usa e getta, le amicizie mantenute a colpi di reazioni. Non è un vizio erotico: è una pedagogia dell’ego.
A quel punto, farebbe un confronto storico, che gli verrebbe naturale: “Nel mio tempo vi vendevano indulgenze. Oggi vi vendete indulgenze da sole”.
Nel Quattrocento, l’indulgenza era un modo per trasformare la colpa in transazione: paghi e ti senti in ordine con Dio. Oggi, direbbe lui, la transazione è rovesciata eppure simile: paghi per sentirti desiderabile, paghi per sentirti visto, paghi per sentirti potente. E l’altro paga per sentirsi meno solo o più “meritevole” di attenzione. Tutti comprano qualcosa che non si può comprare. È qui che la faccenda diventa filosofica: il mercato prospera soprattutto vendendo surrogati di beni non mercificabili.
Ed ecco la parte più cupa: il rogo delle vanità digitale. Savonarola organizzava i “falò delle vanità”: oggetti di lusso, giochi, cosmetici, libri considerati immorali, strumenti musicali. L’idea era spettacolare e pedagogica: bruciare pubblicamente ciò che ti possiede. Oggi, davanti a OnlyFans, lui direbbe: “Voi avete inventato una vanità che non brucia”. Anzi: si archivia.
Ai suoi tempi, il peccato aveva una forma effimera. Una notte, un incontro, una lettera strappata. Oggi, invece, la traccia resta. Le immagini restano. Le copie restano. Questa è una novità antropologica seria: non è solo morale, è ontologica. Cambia il modo in cui una persona può cambiare. Perché cambiare significa anche poter essere dimenticati o, almeno, non essere eternamente ridotti a una fase. Invece, la rete spesso è un tribunale che non chiude mai l’udienza.
Savonarola qui farebbe la sua osservazione più profetica: “Il vostro inferno non è il fuoco. È la memoria”. Non la memoria come saggezza, ma la memoria come archivio: una conservazione senza redenzione. Un passato che non si trasfigura, non si integra, non si supera: si ripresenta. È un inferno molto moderno: la ripetizione.
Però, se vogliamo davvero renderlo denso e non solo moralista, dobbiamo concedergli un momento di lucidità contro se stesso. Perché Savonarola si accorgerebbe che una parte di ciò che vede è anche il prodotto della miseria, della precarietà, della solitudine. Che non tutto è “vanità”. Che per alcune donne è denaro necessario, per altre è potere percepito, per altre ancora è un modo di gestire un desiderio che altrove è stato usato contro di loro. E, dunque, forse, direbbe: “Non vi giudico come individui. Vi giudico come segno dei tempi”, che è una frase enigmatica ma interessante, poiché sposta la responsabilità: non cancella la scelta personale, la inserisce in un paesaggio più grande. Un paesaggio in cui la società ha smontato molti luoghi di riconoscimento: comunità reali, lavoro stabile, relazioni durature, fede (per chi ce l’ha), persino il tempo libero non colonizzato. E quando mancano questi luoghi, il corpo diventa uno degli ultimi capitali accessibili. Un capitale immediato, convertibile, misurabile. Allora, con una cattiveria quasi scientifica, direbbe: “Che strano: avete proclamato l’emancipazione e poi avete consegnato l’anima al KPI”.
Il KPI è il rosario del capitalismo: numeri che ti dicono se esisti abbastanza. Like, view, retention, conversione, churn. Preghiere senza Dio, però molto esigenti. E qui lui tornerebbe al suo tema: l’idolatria. Per Savonarola l’idolo non è solo una statua. È qualunque cosa a cui consegni la tua ultima misura di valore. Ai suoi tempi poteva essere il denaro, la politica, l’arte come prestigio. Oggi, direbbe, l’idolo è lo sguardo: la forma più instabile di approvazione, quella che ti nutre e ti consuma nello stesso gesto. E, allora, il suo discorso alle donne su OnlyFans, a sorpresa, diventerebbe un discorso sulla dignità. Non nel senso bigotto: “Copritevi!”, quanto nel senso filosofico: “Non permettete che la vostra identità si esaurisca in ciò che gli altri consumano di voi”. Direbbe: “La libertà non è poter essere viste. È poter essere invisibili quando lo volete”. È un punto sottile e modernissimo, perché oggi l’invisibilità è diventata un lusso. Essere offline, essere non disponibili, non dover “performare”, non dover rispondere, non dover pubblicare. L’invisibilità è diventata una forma di resistenza. E Savonarola, che di resistenza faceva liturgia, la riconoscerebbe. Poi, quasi per chiudere, tirerebbe fuori un’ultima frecciata, più storica che morale: “Voi pensate che il vostro scandalo sia il corpo. Ma i potenti hanno sempre amato che le masse litigassero sui corpi, mentre loro facevano i conti”.
E qui toccherebbe un nervo vero: la guerra culturale, spesso, è un diversivo. Ci si accapiglia su chi mostra cosa, mentre intanto si accetta che tutto diventi mercato: la casa, la salute, l’istruzione, il tempo. OnlyFans diventa il simbolo comodo, perché è visibile e pruriginoso. Ma il sistema che lo rende possibile è invisibile e rispettabile: precarietà, disuguaglianza, solitudine digitale, ipercompetizione.
A quel punto, Savonarola farebbe quello che faceva sempre: non offrirebbe una soluzione elegante. Porrebbe una domanda. Una domanda che sembra religiosa ma, in realtà, è antropologica: “Che cosa desiderate davvero?”. Perché tra desiderare ed essere desiderati c’è uno spazio enorme. E in quello spazio si gioca metà della libertà. Se ti limiti a essere desiderata, sei un oggetto ben curato. Se impari a desiderare, diventi soggetto. Ma desiderare davvero è faticoso: implica rischiare, scegliere, perdere, non piacere a tutti.
E, forse, con un tono meno da tribunale e più da confessore severo, aggiungerebbe: “La vostra vita non è un palcoscenico. È un destino”. Una frase che oggi suona retorica, ma che contiene un’idea forte: non siamo fatti per essere continuamente consumati. Nemmeno da noi stessi.
E, infine, se ne andrebbe, non verso un rogo ma verso un paradosso. Lasciandoci con il dubbio più corrosivo, quello che non si spegne con un “pro” o un “contro” OnlyFans: se tutto può essere venduto, cosa resta invendibile? E se non resta nulla, chi siamo quando nessuno paga?
