Recensione di Riccardo Piroddi
“La felicità è una fortuna, donata da una divinità misteriosa, che accade all’improvviso. La fortuna, per essere felicità, bisogna averla sognata. La felicità non si può trattenere, svanisce in fretta e ritorna nel mistero dal quale proviene”.
Così si conclude il primo, fulminante capitolo di Rimpalli, di Teodoro Lorenzo, Voglino Editrice, 2024. Subito è già chiaro: questo non è solo un libro di ricordi d’infanzia, né un’autobiografia sportiva e nemmeno una raccolta di aneddoti nostalgici. È un romanzo-saggio, una narrazione a più livelli dove l’autore, con voce limpida e strutturalmente meditata, affronta grandi temi – felicità, identità, appartenenza, memoria – attraverso una lente originale: quella del pallone.
Il narratore è dichiaratamente l’autore ma il suo “io” narrativo si muove su più piani: è il bambino che corre in Piazzetta, l’adolescente che si forma tra Supersantos e rigori, il giovane che riflette sulla propria città e sul proprio Paese ed è, infine, l’uomo maturo, che guarda indietro e cerca, in ciò che è stato, un significato duraturo.
La struttura è lineare solo in apparenza. La divisione in capitoli non segue una progressione cronologica rigida ma è scandita da snodi tematici forti: la felicità, il trasferimento da via Bogino a Mirafiori, l’ingresso nella Piazzetta, la figura di Anastasi, il giudizio sulla città di Torino. Ogni sezione è un tassello che costruisce un’identità, più che una trama.
L’analisi della felicità nel primo capitolo è una sorta di saggio filosofico in forma narrativa. L’autore parte da un’ora precisa – le 17:28 del 4 maggio 1986 – per costruire un percorso etimologico, storico e mitologico che prende avvio dal latino felix, passa per l’inglese happiness e torna all’Iliade e a Sofocle. È un’apertura che impone al lettore uno standard alto: Rimpalli non sarà un tuffo infantile nel passato ma un’indagine esistenziale in cui ogni dettaglio biografico sarà caricato di senso. La corsa di Tardelli, nella finale dell’82, diventa l’incarnazione esemplare di questa definizione: evento inatteso, sognato, totalizzante, solitario, fugace. Ed è proprio in questo paradigma che il narratore riconosce la propria esperienza personale, in quel gol segnato ad Alessandria nel 1986, dove anche lui corre, urla, si perde, senza che i compagni lo raggiungano. Il cuore del libro è costituito dai capitoli ambientati nella Piazzetta di Mirafiori. È
un’epopea minuta, narrata con precisione antropologica ma anche con tenerezza asciutta. Non c’è nostalgia patetica né estetizzazione del degrado: la Torino degli anni ’70 è descritta per quella che era, una città operaia, ruvida, povera ma vitale. Il cortile prima e la Piazzetta poi diventano l’universo formativo: scuola, campo, arena sociale e palcoscenico. I dettagli sono puntuali e parlano una lingua viva. Le partite con il gesso a disegnare le aree, le infinite discussioni sui gol “alti” o “a mezza altezza”, la minaccia dell’ispettore Fumarola, le pistole ad acqua che si sformano dopo il primo spruzzo, la prima bicicletta – una Graziella da donna – pagata in giornalini. E proprio i giornalini, come le figurine, diventano moneta, misura di status e desiderio. La Piazzetta è un’economia parallela e una società con regole proprie, capace di autogestione e persino di redistribuzione. La narrazione è disseminata di personaggi che sembrano usciti da una novella neorealista: Facciolà, con i suoi oggetti sempre nuovi; Alfredo, che sposta di nascosto i pali per stringere la porta; Franco e Claudia, che svaniscono nella memoria come apparizioni infantili.
Uno dei passaggi più potenti è la riflessione sulla natura rivelatoria del gioco del calcio. A differenza della vita, dove si può mentire, recitare, dissimulare, sul campo non si può fingere. “Si gioca come si è”: questa frase è la chiave di lettura dell’intero libro. Il calcio è verità, messa a nudo. I tratti del carattere – generosità, egoismo, aggressività, riflessività – emergono nitidi in ogni azione. È qui che si inserisce la figura di Pietro Anastasi, eroe personale dell’autore. Lorenzo lo descrive con lucidità tecnica (lo stop difettoso, la rapidità di recupero) ma anche con commozione esistenziale. In lui riconosce se stesso e una generazione di figli del Sud trapiantati al Nord. Il gol del ‘68 diventa un simbolo, così come la sua morte scelta e dignitosa. “E con la solita sveltezza si è impossessato del pallone e ha segnato il suo ultimo gol. Beffando anche la morte”, scrive Lorenzo, e non è retorica: è una sintesi perfetta dell’etica che attraversa tutto il libro.
Nella parte finale, Lorenzo sposta lo sguardo dalla Piazzetta al contesto più ampio: Torino. Qui il registro diventa civile e storico, quasi pamphlettistico. L’autore descrive la sua città come prigioniera di una cultura elitaria, gerarchica, che non premia il merito ma l’appartenenza. I Savoia, il Risorgimento, l’estetica militare, i monumenti nel centro: tutto è visto con rispetto ma anche con disincanto. La critica alla Juventus – che scarica Anastasi quando non serve più – è, in realtà, un atto d’accusa verso una Torino che consuma e abbandona, che non perdona l’origine proletaria, che fa crescere i suoi figli solo fino a una certa soglia.
Lorenzo scrive con chiarezza, senza vezzi, senza manierismi. Ogni pagina ha ritmo, senso, misura. I riferimenti colti (Sofocle, Omero, etimologie) non appesantiscono mai il discorso: si integrano con naturalezza. Le pagine dedicate alla Piazzetta sono tra le migliori sul tema dell’infanzia urbana. Il tono cambia quando necessario: ironico con Facciolà, struggente con Anastasi, lucido con i Savoia, poetico con Claudia e Franco. Ma è sempre coerente e controllato. È il tono di chi scrive perché ha qualcosa di vero da dire, non per stupire o dimostrare.
Rimpalli è un libro unico. Chi ama il calcio vi troverà la bellezza di un gesto tecnico che si fa esistenziale. Chi ama la letteratura vi troverà una lingua autentica e precisa. Chi cerca una testimonianza sulla Torino operaia del dopoguerra vi troverà un documento sociale. Ma, soprattutto, chi ha vissuto (o sognato) un’infanzia fatta di piazzette, palloni bucati e amici con nomi in codice, vi troverà se stesso. È, infine, un libro sull’identità: personale, generazionale, cittadina. Un libro sulla felicità come scatto improvviso, sul dolore della perdita, sulla bellezza delle cose che non tornano più.

