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Rousseau accende la TV e spegne la sinistra

Dal contratto sociale al contratto semantico

 

 

 

 

E se Rousseau guardasse, oggi, la sinistra italiana? Non griderebbe allo scandalo. Proverebbe qualcosa di peggio: una tristezza lucida. Un atto d’accusa senza urla e senza sconti contro una sinistra che parla bene ma ascolta poco. Che moltiplica cause giuste ma fatica a costruire un “noi”. Che ha sostituito il popolo con il linguaggio, la partecipazione con la recita, il progetto con la gestione. Una riflessione tagliente e necessaria su comunità, uguaglianza, potere e paura di sporcarsi le mani. Perché senza orecchio non nasce nessuna volontà generale. Al massimo, la si mette in scena.

 

 

 

Se Jean-Jacques Rousseau decidesse, oggi, con un misto di curiosità e masochismo, di dare un’occhiata a ciò che fa sinistra italiana, non credo reagirebbe con lo scandalo teatrale di chi strappa le vesti. Il filosofo ginevrino, infatti, non era un moralista da salotto: era un uomo che si tormentava davvero. Quindi, la sua prima reazione sarebbe più sottile e più corrosiva: una tristezza lucida, la sensazione di guardare un edificio che porta ancora l’insegna “Comune” ma dentro è diventato un co-working per coscienze in affitto.
Perché Rousseau, prima ancora di essere il filosofo della “volontà generale”, era il filosofo di una cosa imbarazzante da dire in pubblico: la politica è una faccenda morale. Non moralistica, non “io sono buono e tu sei cattivo”, ma morale nel senso che riguarda ciò che siamo disposti a riconoscerci gli uni gli altri, a condividere e ciò che consideriamo intollerabile. La sinistra, nella sua versione ideale, non è un club di idee giuste: è un tentativo di costruire un noi.
Ecco, Rousseau si chiederebbe: dov’è il “noi”? Dov’è finita quella strana alchimia per cui persone diverse, con interessi anche in conflitto, accettano di rinunciare a qualcosa per un bene comune che non si vede subito ma si difende lo stesso? Perché la sua “volontà generale” non nasce dal fatto che tutti la pensano allo stesso modo. Nasce, piuttosto, dal fatto che, a un certo punto, una comunità decide che c’è una cosa più importante delle preferenze individuali: la possibilità stessa di vivere insieme senza sbranarsi.
Oggi, invece, Rousseau vedrebbe una sinistra che spesso assomiglia a una somma di “io” ben confezionati. Una galassia di cause, giuste o giustissime, che però faticano a diventare un progetto comune. Come se l’idea di un interesse generale fosse diventata sospetta: troppo grande, troppo rischiosa, troppo facilmente equivocabile. Meglio stare sul particolare, sul micro-territorio etico, sulla battaglia singola. E, così, paradossalmente, si finisce per essere inclusivi in teoria e incapaci di includere in pratica, perché includere davvero significa accettare anche persone che non parlano come noi, che non hanno letto le stesse cose, che non hanno gli stessi codici.
Qui Rousseau farebbe una smorfia. Lui conosceva bene la distanza fra virtù proclamata e virtù praticata. E, soprattutto, aveva un’allergia quasi fisica per la società che si compiace della propria raffinatezza. La sua polemica contro i salotti, contro l’“apparenza” della civiltà, non era nostalgia rurale da cartolina. Era l’intuizione che quando una società diventa un teatro, la politica diventa recita: ognuno impara la parte del “buono”, del “progressista”, del “sensibile” e, intanto, la sostanza scivola via.
La sinistra italiana, agli occhi di Rousseau, apparirebbe proprio così: una macchina di linguaggio e simboli che produce continuamente segnali di appartenenza. Una politica fatta di parole corrette, di posizionamenti, di micro-rituali comunicativi. Non che le parole non contino: per Rousseau contavano eccome. Ma contavano come strumenti per creare legame, non come prove di purezza. Quando il linguaggio diventa un confine, serve più a separare che a unire.
Rousseau direbbe che la sinistra ha trasformato il “contratto sociale” in un “contratto semantico”: io ti riconosco se usi i termini giusti, se ti muovi nel perimetro giusto, se dimostri di sapere. E chi non sa, chi parla in modo diverso, chi ha paura e la esprime male, finisce trattato come un problema culturale, non come un cittadino da includere. A quel punto la comunità non cresce: si seleziona.
E qui arriva un nodo che, per Rousseau, sarebbe centrale: il popolo. O, meglio: la relazione concreta con chi non ha potere, con chi vive la politica come un rumore di fondo, con chi non ha tempo per l’ideologia perché deve pagare l’affitto. Rousseau era ossessionato dal fatto che le istituzioni potessero tradire proprio quelli che dovrebbero proteggere. E diffidava delle élite che parlano “per” gli altri senza parlare “con” gli altri.


Oggi vedrebbe una sinistra che, spesso, ha una relazione complicata con il popolo. Lo teme quando vota “male”. Lo accusa di non capire. Lo tratta come un paziente da rieducare, non come un soggetto politico. È un rovesciamento curioso: si invoca la democrazia ma si soffre quando la democrazia non conferma la propria immagine del mondo. Rousseau lo chiamerebbe con un termine meno elegante: sfiducia. E la sfiducia è l’inizio della fine di qualsiasi patto.
Perché il contratto sociale, in Rousseau, non è un atto notarile. È una fede laica: credere che l’altro, pur diverso, sia parte della stessa impresa. Se questa fede si spezza, resta una politica amministrativa, tecnica, reattiva. Si governa l’esistente, si gestiscono emergenze, si fa manutenzione. Niente di scandaloso, ma tutto molto poco di “sinistra”.
Rousseau avrebbe anche un altro sospetto: che la sinistra italiana abbia interiorizzato il suo avversario. Non nel senso banale di “ha tradito”, ma nel senso più inquietante: ha accettato come inevitabili le regole del gioco che la indeboliscono. Rousseau pensava che la libertà non fosse fare ciò che si vuole, ma non essere dominati. E la dominazione, spesso, non arriva con la frusta: arriva con l’abitudine. Ti convinci che certe cose non si possono cambiare. Ti convinci che la politica sia solo gestione, compatibilità, equilibrio.
Allora, la sinistra, invece di ridurre le disuguaglianze, impara a conviverci. Invece di spostare potere, sposta discorsi. Invece di costruire istituzioni più eque, costruisce narrazioni più eleganti. E qui, Rousseau diventerebbe davvero sarcastico: “Avete inventato la rivoluzione a bassa intensità: non fa male a nessuno, soprattutto a chi sta bene”.
C’è, poi, il tema dell’eguaglianza, che per Rousseau non era affatto un accessorio. Era il cuore. Senza un certo livello di eguaglianza materiale, la libertà è una parola vuota. Perché chi è costretto dalla necessità non è libero: è occupato a sopravvivere. La sinistra, se vuole essere sinistra, deve guardare lì. Non solo ai diritti come enunciazione ma ai diritti come possibilità concreta: casa, sanità, istruzione, lavoro non umiliante, tempo di vita.
Rousseau noterebbe che spesso la sinistra parla molto di dignità ma fatica a dire in modo semplice e convincente come intende ridarla a chi l’ha persa. E senza questo, ogni discorso identitario rischia di sembrare, agli occhi di chi è in difficoltà, un lusso. Non perché non sia importante ma perché arriva senza la base. È come discutere del colore delle tende mentre piove dal tetto.
E, infine, Rousseau avrebbe una domanda che suona ingenua ma non lo è: dove sono i cittadini? Lui immaginava una repubblica in cui il cittadino non fosse un consumatore di politica ma un partecipante. La sinistra, oggi, sembra parlare a un pubblico, non a un popolo. Comunica, reagisce, commenta. Ma costruisce spazi reali di partecipazione? O si affida a un ciclo permanente di indignazione e smentite, come se la politica fosse diventata un talk infinito?
Rousseau direbbe che una comunità non si tiene insieme con l’opinione ma con abitudini condivise, istituzioni credibili e un’idea di futuro. E qui vedrebbe un’altra fragilità: la sinistra sembra talvolta più brava a descrivere i pericoli che a far desiderare un progetto. Sa elencare ciò che è intollerabile ma fatica a rendere desiderabile ciò che propone. E, senza desiderio politico, resta solo la paura. E la paura, si sa, è un carburante che spesso finisce in mani altrui.
Alla fine, allora, cosa penserebbe Rousseau? Probabilmente questo: che la sinistra italiana è piena di persone che hanno ragione su molte cose ma che non riescono più a fare comunità. Che ha perso il coraggio di parlare semplice non perché sia diventata stupida ma perché ha paura di essere fraintesa, attaccata, contaminata. Che confonde la purezza con la giustizia e la complessità con la profondità. Che, nel tentativo di non escludere nessuno, finisce per non includere davvero chi non possiede i codici.
E forse, proprio lui, che era maestro nell’arte di essere insopportabile, chiuderebbe con una frase tagliente e tenera insieme: “Avete ancora la parola ‘popolo’ in bocca ma vi manca l’orecchio. E senza orecchio, la volontà generale non nasce. Al massimo, si mette in scena”.

 

 

 

 

 

La città virtuosa di al-Farabi

Il paradigma della società perfetta

 

 

 

Abu Nasr al-Farabi (872-950), filosofo e scienziato islamico di origine persiana, è considerato uno dei più grandi pensatori del Medioevo e uno dei principali esponenti del neoplatonismo nel mondo islamico. Nel suo La città virtuosa (al-Madina al-Fadila) delinea un modello di società perfetta ispirato alle idee di Platone e Aristotele, ma arricchito da elementi della filosofia islamica e della metafisica neoplatonica.
Per al-Farabi, la città virtuosa non è solo una struttura politica, ma un’organizzazione armonica che permette agli esseri umani di raggiungere la felicità suprema, che per lui coincide con la conoscenza della verità e l’unione con l’Intelletto Attivo, una delle entità fondamentali della sua cosmologia. Questo ideale di città è contrapposto a modelli corrotti e imperfetti, che impediscono il raggiungimento della vera felicità.
Al-Farabi concepisce la città come un organismo gerarchico, in cui ogni individuo ha un ruolo specifico da svolgere per il bene comune. Egli prende spunto dalla Repubblica di Platone, adattandone le categorie alla società islamica.
Al vertice della città virtuosa vi è il sovrano perfetto, un uomo eccezionale per intelligenza, moralità e saggezza. Questo sovrano deve possedere una conoscenza profonda della filosofia e della religione, poiché il suo compito principale è guidare il popolo verso la verità.
Secondo al-Farabi, il sovrano deve avere dodici qualità fondamentali, tra cui: una forte capacità di apprendimento e una mente aperta; amore per la giustizia e odio per l’ingiustizia; una volontà incrollabile e una grande capacità di comunicazione; una perfetta conoscenza della metafisica e delle scienze; il desiderio di servire il bene comune senza egoismo.
Se un sovrano con tali caratteristiche non esiste, allora il governo può essere affidato a un gruppo di saggi e filosofi, che devono agire collettivamente come guide della città. Questo concetto anticipa, in un certo senso, la moderna idea di tecnocrazia.
Sotto il sovrano si trovano i diversi gruppi che compongono la società, ognuno con una funzione precisa: i sapienti e gli scienziati, che studiano e diffondono la conoscenza; i giuristi e i legislatori, che garantiscono il rispetto della legge e della giustizia; i guerrieri, che proteggono la città e mantengono l’ordine; gli artigiani e i mercanti, che forniscono beni e servizi essenziali; i contadini, che producono il cibo necessario alla sopravvivenza della comunità.
Questa divisione della società rispecchia un’idea di armonia collettiva, in cui ogni individuo contribuisce al benessere generale secondo le proprie capacità e competenze.

Per al-Farabi, l’obiettivo supremo della città virtuosa è il raggiungimento della felicità collettiva, intesa non come semplice benessere materiale, ma come realizzazione morale e intellettuale dell’essere umano. La vera felicità, secondo il filosofo, si ottiene attraverso la conoscenza della verità e l’unione con l’Intelletto Attivo, un concetto neoplatonico che indica la fonte ultima della saggezza. Solo in una società ben governata, dove gli individui possono sviluppare le proprie capacità intellettuali e spirituali, è possibile raggiungere questo obiettivo. L’educazione gioca un ruolo fondamentale nella città virtuosa: i cittadini devono essere istruiti fin dalla giovane età, imparando a distinguere il bene dal male e a vivere secondo principi di giustizia e saggezza. Il sovrano e i filosofi hanno il compito di guidare questo processo educativo, creando una cultura basata sulla conoscenza e sulla virtù.
Al-Farabi contrappone la città virtuosa a cinque modelli di città imperfette, che rappresentano diversi tipi di degenerazione politica e sociale. La città dell’ignoranza (al-Madina al-Jahiliyya): i suoi abitanti non conoscono il vero bene e vivono solo per soddisfare i bisogni materiali; la città dissoluta (al-Madina al-Fasiqa): i cittadini conoscono la verità, ma la rifiutano per inseguire il piacere e la corruzione; la città vile (al-Madina al-Khassisa): la sua popolazione è dominata dalla ricerca del potere e delle ricchezze, senza alcun senso morale; la città tirannica (al-Madina al-Dhâlima): è governata da un despota che impone il suo volere con la forza e l’ingiustizia; la città capovolta (al-Madina al-Mubaddala): un tempo era virtuosa, ma è decaduta per l’influenza di governanti corrotti e ignoranti.
Secondo al-Farabi, la degenerazione della città avviene quando il governo è nelle mani di persone incapaci o corrotte, che non perseguono il bene collettivo. Questo porta alla perdita della giustizia e della saggezza, trasformando la società in un luogo di caos e oppressione.
Il modello della città virtuosa di al-Farabi ha avuto una grande influenza sulla filosofia politica islamica e occidentale. Le sue idee hanno ispirato filosofi successivi come Avicenna e Averroè, nonché pensatori medievali cristiani come Tommaso d’Aquino. Inoltre, alcuni aspetti del suo pensiero possono essere messi in relazione con idee moderne di governo illuminato, meritocrazia e tecnocrazia. Il concetto di sovrano-filosofo ha influenzato il dibattito sulle qualità ideali di un leader, mentre la sua enfasi sull’educazione e sulla ricerca della felicità collettiva anticipa tematiche ancora attuali nella filosofia politica e sociale.
Oggi, la visione di al-Farabi rimane un esempio di utopia politica e un modello teorico di società basata sulla conoscenza, la giustizia e il bene comune. Anche se difficilmente realizzabile nella sua forma perfetta, la sua città virtuosa rappresenta un ideale a cui le società possono aspirare per costruire comunità più giuste ed equilibrate.