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Putin non è un tiranno: è un amministratore dell’obbedienza

John Locke non si fiderebbe di un potere
che governa “a norma di legge”

 

 

 

 

Uno dei padri del liberalismo moderno davanti al potere contemporaneo, senza slogan e senza indignazione facile. Con metodo, Locke riconosce in Putin non un’anomalia ma una forma moderna e raffinata di dominio: un potere che promette ordine mentre svuota il patto politico, che parla di consenso mentre educa all’obbedienza. Ne esce un ritratto tagliente e inquietante, che non riguarda solo la Russia ma tutte le società disposte a scambiare protezione con maturità politica. Perché il vero rischio non è il tiranno. È l’abitudine a non aspettarsi più nulla di meglio.

 

 

 

John Locke, lettore accanito di dossier, discorsi ufficiali, interviste calibrate e silenzi eloquenti. Sul suo tavolo, accanto ai Due trattati sul governo, c’è un fascicolo con scritto sopra “Vladimir Putin”. Lui lo apre non con indignazione ma con metodo. Perché prima di giudicare un uomo politico vuole capire il tipo di potere che quell’uomo incarna. E più legge, più riconosce qualcosa di familiare. Non Putin come novità storica, ma Putin come variazione moderna di un archetipo antico: il sovrano che parla il linguaggio dell’ordine mentre riscrive silenziosamente il patto politico.
Locke parte sempre da una premessa semplice: il potere nasce per riempire un vuoto ben preciso. Gli uomini rinunciano a parte della loro libertà non per amore dell’obbedienza ma per proteggere diritti concreti. Putin, agli occhi di Locke, appare invece come un leader che costruisce deliberatamente il vuoto per poi proporsi quale unica soluzione. Vuoto di sicurezza, vuoto di identità, vuoto di futuro. Il messaggio implicito è chiaro: senza di me, tutto crolla.
Locke riconosce subito la strategia. Nei suoi scritti combatteva l’idea che il potere fosse necessario perché l’uomo è naturalmente incapace di autogovernarsi. Putin, nel suo stile politico, sembra suggerire esattamente questo. Non lo dice apertamente, ma lo dimostra trattando la società come una materia fragile, da contenere più che da emancipare. Per Locke, questo è un segnale inequivocabile: quando un governo presuppone l’infantilità permanente dei cittadini, non sta proteggendo il patto. Sta preparandone la sospensione.
Putin ama presentarsi come leader sostenuto dalla volontà popolare. Il filosofo inglese non contesterebbe il dato numerico ma il processo che lo rende possibile. Per lui il consenso è valido solo se può essere revocato senza costi sproporzionati. Se criticare il potere comporta isolamento, perdita di lavoro, persecuzione legale o peggio, allora il consenso smette di essere una scelta e diventa un riflesso condizionato. Locke farebbe un paragone molto preciso: è come chiamare “accordo” il silenzio di qualcuno con una spada puntata alla gola. Formalmente non sta parlando. Sostanzialmente non può parlare. Putin, dal punto di vista lockiano, governa una società dove il consenso funziona più come abitudine che come decisione. E l’abitudine è una pessima base per la legittimità, perché può durare a lungo anche quando è vuota.
Locke aveva una fiducia enorme nella legge, ma solo a una condizione: che fosse superiore a chi governa. In Putin vede il contrario. Non l’assenza di legge ma la sua ipertrofia strategica. Leggi contro l’estremismo, contro la disinformazione, contro il tradimento, contro l’ingerenza. Tutte categorie elastiche, abbastanza vaghe da adattarsi al bisogno del momento. Locke annoterebbe che questo non è caos giuridico, è ordine selettivo. La legge non serve a limitare il potere ma a dargli una forma presentabile. È un bastone ben lucidato, non un argine. E quando la legge diventa uno strumento per distinguere i cittadini affidabili da quelli problematici, smette di essere universale. Diventa un linguaggio di minaccia educata.
Uno dei punti su cui il filosofo sarebbe più severo riguarda la proprietà. Per lui, possedere significa essere indipendenti dal capriccio altrui. In molti sistemi autoritari moderni, e la Russia putiniana è un esempio evidente, la proprietà esiste ma è condizionata. Sei ricco finché sei leale. Sei potente finché sei utile. Sei intoccabile finché non diventi un problema. Locke riconoscerebbe subito l’inversione. La proprietà non emancipa il cittadino dallo Stato, lo lega più strettamente a esso. Non è una garanzia contro l’arbitrio ma un incentivo all’obbedienza. È come se il potere dicesse: puoi avere tutto, purché ricordi che non è davvero tuo. Per Locke, questa non è una società di proprietari ma di ostaggi ben vestiti.


Putin fa un uso massiccio dell’idea di patria, di storia, di destino collettivo. Locke non disprezzava il senso di appartenenza; lo considerava politicamente pericoloso quando diventa un argomento finale. Se la patria giustifica tutto, allora nulla può essere discusso. Se dissentire significa tradire, allora il pensiero critico diventa un crimine emotivo prima ancora che legale. Locke farebbe un parallelo diretto con la monarchia assoluta che combatteva: allora era Dio a chiudere ogni discussione, oggi è la Nazione. Cambia il lessico, non la struttura. In entrambi i casi, il potere si sottrae al giudizio umano rivestendosi di una missione superiore. E per Locke, ogni potere che non accetta di essere giudicato ha già iniziato a degenerare.
Riguardo la guerra, il confronto diventa quasi didascalico. Locke sapeva che la guerra è il contesto ideale per espandere il potere esecutivo. Putin sembra muoversi con agio in un clima di conflitto permanente, reale o simbolico. Nemici esterni, accerchiamento, complotti. Tutto contribuisce a creare una società che vive in modalità emergenza. Locke sarebbe chiarissimo: l’emergenza può giustificare misure eccezionali solo se è temporanea e controllata. Quando diventa uno stato mentale permanente, non è più emergenza. È un sistema. E un sistema costruito sull’eccezione non può che produrre sudditi, non cittadini.
Putin, come molti leader forti, può sempre appellarsi al sostegno popolare. Locke non negherebbe il fatto, ma ne ridimensionerebbe il valore. Una maggioranza che approva la compressione dei diritti non rende quella compressione giusta. La maggioranza, dice Locke implicitamente, non è un oracolo morale. È uno strumento decisionale, non un criterio etico.
Qui il paragone diventa quasi una sentenza: Putin governa come se il numero dei consensi potesse sostituire il rispetto del patto originario. Il filosofo risponderebbe che un patto violato resta violato anche se applaudito.
Alla fine, Locke ridurrebbe tutto a una parola: fiducia. Il potere politico esiste perché qualcuno gli ha affidato qualcosa. Putin, nel suo modello, sembra considerare quella fiducia non come un prestito ma come una conquista. Non qualcosa da rinnovare ogni giorno ma qualcosa da difendere con ogni mezzo.
E qui Locke sarebbe implacabile e ironico insieme: un governo che teme il dissenso più dell’ingiustizia, che controlla l’informazione più della corruzione, che difende sé stesso più dei diritti, ha già perso il suo fondamento morale. Anche se resta in piedi. Anche se appare stabile. Anche se dura a lungo.
Chiudendo il fascicolo su Putin, Locke annoterebbe una frase secca: “Questo non è un tiranno nel senso classico. È qualcosa di più moderno e, quindi, più pericoloso: un amministratore dell’obbedienza”. Non governa solo con la forza ma con l’educazione alla dipendenza. Non chiede solo obbedienza, chiede assenso emotivo. E con un ultimo sarcasmo amaro, penserebbe che il problema non è tanto Putin in sé. È quanto una società sia stata preparata ad accettare un potere che promette protezione in cambio di maturità. Perché il vero fallimento di un patto politico non è quando il governo opprime il popolo. È quando il popolo smette di aspettarsi qualcosa di meglio.
La lezione lockiana resta semplice e scomoda: uno Stato che tratta i diritti come concessioni e il potere come destino non è una deviazione storica. È una tentazione permanente. E Putin, in questo senso, non è un’anomalia. È un promemoria.

 

 

 

 

Thomas Hobbes e l’Intelligenza Artificiale

Il “Leviatano” digitale e la nuova sovranità
nell’era del controllo decentralizzato

 

 

 

 

In questo articolo analizzo l’attualità del pensiero di Thomas Hobbes, in particolare attraverso il suo capolavoro Leviatano (1651), evidenziando come l’idea hobbesiana di uno Stato sovrano, capace di mantenere l’ordine e prevenire il caos, trovi un interessante parallelo nella moderna Intelligenza Artificiale (AI). Se il Leviatano incarnava il potere assoluto e centralizzato, necessario per garantire stabilità, oggi l’AI rappresenta una nuova forma di controllo diffuso, che solleva importanti questioni etiche riguardo al consenso e alla fiducia nell’era digitale.

Nel pensiero di Thomas Hobbes, il Leviatano non è soltanto una figura simbolica, ma costituisce una delle più importanti teorie politiche sull’autorità e il potere statale e la sua rilevanza continua a risuonare oggi. Nell’opera Leviatano, Hobbes sviluppa una concezione dello Stato che si basa su un patto sociale tra gli individui, i quali scelgono volontariamente di affidare i propri diritti naturali a una sovranità centralizzata. Il contesto di questo patto è lo stato di natura, una condizione primitiva e anarchica in cui, secondo Hobbes, ogni individuo è mosso dalla propria autoconservazione e dalle proprie passioni, generando un ambiente di costante conflitto. In questa situazione, la vita è, come Hobbes la definisce nella sua famosa espressione, “solitaria, povera, spiacevole, brutale e breve”. Il Leviatano, quindi, rappresenta la costruzione di un potere sovrano assoluto, che non solo impone ordine e stabilità, ma è anche la risposta collettiva al pericolo insito nel disordine.
Il fulcro della teoria di Hobbes risiede nell’idea che, senza un’autorità centrale, le passioni umane portano inevitabilmente al caos e alla guerra. Gli individui, mossi dal desiderio di sicurezza, scelgono, quindi, di rinunciare alle loro libertà individuali per garantire la sopravvivenza del corpo collettivo, sottoscrivendo un contratto sociale che legittima il potere del sovrano. Questo concetto di controllo è essenziale, poiché per Hobbes l’autorità è necessaria per regolare le passioni incontrollate e preservare la società da un ritorno allo stato di natura.
Il Leviatano di Hobbes è quindi una “superstruttura” di potere, un’entità sovrana e onnipotente che ha il compito di mantenere la pace e l’ordine. Questo potere sovrano non può essere diviso né limitato, poiché una divisione del potere porterebbe di nuovo al conflitto. Nella sua visione, il controllo deve essere totale, senza concessioni, poiché solo attraverso la centralizzazione dell’autorità si può evitare il ritorno al caos. Questa centralizzazione della sovranità distingue Hobbes dai suoi contemporanei, che vedevano la possibilità di un governo più frammentato o democratico, capace di distribuire il potere tra diversi attori. Hobbes, invece, è fermamente convinto che l’unica via per garantire la stabilità sia attraverso un’autorità assoluta e unitaria.
Nei tempi moderni, la teoria hobbesiana del Leviatano trova nuova risonanza in un contesto diverso, quello dell’Intelligenza Artificiale (AI). L’AI si è sviluppata come una nuova forma di controllo sociale, che governa la complessità del mondo digitale, dei dati e delle informazioni. Proprio come il Leviatano di Hobbes, che deriva la sua autorità dal contratto sociale, con cui gli individui cedono le proprie libertà in cambio di sicurezza, l’IA ottiene il suo potere dall’input collettivo di dati, algoritmi e modelli di apprendimento automatico, costruiti attraverso la continua interazione umana. In un mondo sempre più interconnesso e digitalizzato, la gestione dell’enorme mole di dati e la capacità di prevedere comportamenti complessi ha reso l’AI uno strumento essenziale per governare l’incertezza e il caos del mondo moderno.
Il parallelo tra il Leviatano hobbesiano e l’AI si sviluppa ulteriormente nel ruolo che entrambe queste entità giocano nell’imposizione dell’ordine. Se il Leviatano aveva il compito di regolare le passioni degli individui per evitare il collasso della società, l’AI è progettata per gestire e prevedere i comportamenti umani attraverso la sintesi dei dati. Gli algoritmi di Intelligenza Artificiale elaborano enormi quantità di informazioni, identificano schemi e fanno previsioni, trasformando l’AI in una moderna forma di sovranità. In questo contesto, l’autorità non è più imposta attraverso la forza o la coercizione fisica, ma attraverso il potere “invisibile” degli algoritmi, che regolano comportamenti e decisioni senza che gli individui se ne rendano pienamente conto.

La caratteristica distintiva dell’AI rispetto al Leviatano di Hobbes risiede nella sua decentralizzazione. Mentre il Leviatano è rappresentato come un’entità singola e sovrana, che detiene tutto il potere, l’autorità dell’AI è distribuita attraverso una rete di attori. Questa rete include governi, aziende tecnologiche e sviluppatori indipendenti, che detengono diverse forme di potere regolatorio. Il controllo dell’AI, dunque, non è concentrato in un’unica figura sovrana, ma frammentato e diffuso attraverso un complesso sistema di governance algoritmica. Questo cambia radicalmente il modo in cui dobbiamo pensare al potere nell’era digitale.
Mentre Hobbes vedeva il Leviatano come un’entità unificata, capace di imporre ordine attraverso leggi esplicite e visibili, l’AI esercita il controllo in maniera molto più sottile e pervasiva. Gli algoritmi non dettano esplicitamente leggi o norme, ma influenzano le scelte e i comportamenti in modi spesso invisibili. Ad esempio, i sistemi di raccomandazione che suggeriscono prodotti, servizi o contenuti sui social media plasmano le decisioni individuali senza che l’utente se ne renda pienamente conto. Questo tipo di controllo algoritmico è meno evidente, ma non meno potente, poiché indirizza e modella comportamenti individuali in maniera profonda.
Uno degli elementi cruciali che collegano il Leviatano di Hobbes e l’Intelligenza Artificiale è il ruolo della fiducia. Hobbes era consapevole che l’autorità del Leviatano si fondasse sulla fiducia dei cittadini nella capacità del sovrano di mantenere la pace e proteggere la società. Senza questa fiducia, il contratto sociale si romperebbe e la società ricadrebbe nel caos. Allo stesso modo, i sistemi di AI richiedono fiducia da parte delle persone che li utilizzano. Gli individui devono avere fiducia nella precisione degli algoritmi, nella correttezza dei dati utilizzati e nella trasparenza delle istituzioni che gestiscono questi sistemi.
La fiducia nell’AI è una questione delicata, poiché molte volte i dati vengono raccolti senza il consenso esplicito degli utenti, oppure gli algoritmi utilizzano processi decisionali poco trasparenti. La mancanza di fiducia nei sistemi di AI può portare a resistenze sociali e disillusione. Se le persone non si fidano dell’AI, il suo potenziale di controllo e regolazione viene messo in discussione. Questo è particolarmente evidente nei casi in cui l’AI perpetua pregiudizi o genera decisioni eticamente discutibili. La trasparenza e la regolamentazione diventano, quindi, elementi fondamentali per garantire che l’AI operi nell’interesse collettivo.
Il concetto di consenso, centrale nel pensiero hobbesiano, assume una nuova forma nell’era dell’AI. Nel quadro hobbesiano, gli individui accettano di rinunciare a parte della loro libertà in cambio della protezione e della stabilità fornite dal Leviatano. Questo consenso è esplicito e formalizzato nel contratto sociale. Nel caso dell’Intelligenza Artificiale, invece, il consenso è spesso implicito o addirittura inesistente. I dati personali vengono raccolti e utilizzati senza un consenso pienamente consapevole e gli individui spesso non sono pienamente informati sulle modalità con cui l’IA influenza le loro vite quotidiane. Questo solleva importanti interrogativi etici sul rapporto tra consenso, potere e controllo nell’era digitale.
L’assenza di un consenso chiaro e informato rafforza la necessità di regolamentare l’AI. Senza una governance adeguata, i rischi associati all’AI, come la discriminazione algoritmica e la sorveglianza di massa, potrebbero minare i fondamenti stessi della fiducia sociale. Come il Leviatano di Hobbes, l’AI ha bisogno di un quadro regolatorio solido per funzionare in modo efficace e legittimo.
Il Leviatano di Hobbes, pertanto, concepito come simbolo di autorità e controllo, trova una rinnovata interpretazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Sebbene i contesti siano diversi, il parallelismo tra il potere sovrano del Leviatano e il ruolo dell’AI nella regolazione della società è sorprendente. Entrambe queste entità rispondono al bisogno umano di sicurezza e ordine in un mondo complesso e imprevedibile. Tuttavia, mentre il Leviatano hobbesiano rappresentava un’autorità centralizzata, l’AI opera attraverso un controllo diffuso e decentralizzato, sollevando nuove domande sul potere, il consenso e la fiducia nell’era digitale.