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Le passioni tristi vincono le elezioni

Appunti spinoziani su un governo molto emotivo

 

 

 

E se invece di indignarci provassimo a capire? Spinoza, oggi, davanti alla destra al governo, non come giudice ma come clinico della politica. Niente scandalo, niente slogan: solo un’analisi lucida delle paure, dei desideri e delle rinunce che attraversano la società. Un ragionamento scomodo, perché sposta la domanda dal “chi governa” al “perché convince”. Capire il potere è più radicale che combatterlo a colpi di insulti e di  indignazione!

 

 

Baruch Spinoza, oggi, non chiederebbe chi è al governo né quanto durerà. Spinoza non reagisce, ricostruisce. Come chi entra in una stanza in disordine e, prima di parlare, cerca di capire chi ha spostato cosa e perché. Solo dopo, se serve, porrebbe la vera domanda. Non una domanda polemica. Non per giudicare ma per capire. Spinoza non condanna mai: diagnostica. È il filosofo che guarda la febbre e non insulta il termometro. Anche quando formula un giudizio è sempre un giudizio senza moralismo.
La destra al governo non lo scandalizzerebbe. Lo interesserebbe. Gli apparirebbe come un effetto ben composto di cause che lavorano da tempo. Direbbe che il potere politico non inventa i desideri, li organizza. E che quando un certo tipo di potere diventa credibile, significa che una parte consistente della società si riconosce emotivamente in quella forma di organizzazione. Non è un inganno, è una corrispondenza.
Partirebbe, come sempre, dagli affetti. La paura, certo, una delle passioni “tristi”. Ma non quella spettacolare, da emergenza. La paura sottile di chi sente di non avere più presa sulla propria vita. Di chi lavora molto ma governa poco il proprio destino. Questa paura non urla: si accumula. E quando si accumula abbastanza, chiede soluzioni nette, confini chiari, frasi brevi. La destra parla bene questa lingua. Non perché sia più sincera ma perché è più funzionale a un corpo sociale stanco.
Spinoza noterebbe che la paura, quando diventa criterio politico, produce un paradosso: promette protezione ma richiede rinunce continue. Si rinuncia alla complessità, alla sfumatura, alla lentezza del capire. In cambio si ottiene l’illusione di un controllo immediato. È un cattivo affare ma psicologicamente comprensibile. Per Spinoza, nulla è più pericoloso di ciò che è comprensibile senza essere vero.
Si soffermerebbe a lungo sull’idea di ordine. L’ordine è una parola che piace molto a chi teme il movimento. Ma Spinoza distingue sempre: c’è un ordine che nasce dall’intelligenza dei rapporti e uno che nasce dalla repressione delle differenze. Il primo aumenta la potenza collettiva. Il secondo la riduce, anche se sembra efficace. Uno Stato che deve continuamente ribadire la propria autorità, direbbe, è come un uomo che alza la voce: non sta dimostrando forza ma una crepa.
Osserverebbe con attenzione l’uso politico della nostalgia, per lui non una passione triste ma “ambigua”. Il passato evocato come rifugio, come identità perduta. Spinoza non avrebbe nulla contro la memoria ma diffiderebbe di un passato trasformato in destino. Il passato, per lui, è una concatenazione di cause, non un modello morale. Idealizzarlo significa sottrarlo all’analisi. E ciò che non si analizza diventa strumento. La tradizione, quando smette di essere pensata, diventa una leva emotiva. Funziona benissimo. Ma non rende nessuno più libero.


Si fermerebbe poi sulla questione dell’obbedienza. La destra ama presentarla come virtù civica. Spinoza no. Per lui l’obbedienza è solo un mezzo, mai un fine. Un cittadino obbedisce volentieri solo quando riconosce razionalmente l’utilità comune delle leggi. Quando, invece, l’obbedienza viene richiesta come atto di fede o di identità, vuol dire che la ragione è stata messa tra parentesi. E uno Stato che governa senza la ragione dei cittadini governa contro la propria durata.
Noterebbe anche il rapporto ambiguo con la libertà. Sempre evocata, raramente tollerata. La libertà va bene finché resta astratta. Quando prende forma nei corpi, nelle scelte, nei dissensi, diventa sospetta. Spinoza ricorderebbe che la libertà non è disordine ma comprensione delle cause. E che una società che preferisce cittadini prevedibili a cittadini consapevoli sta scegliendo la stabilità a breve termine contro la potenza a lungo termine.
Non parlerebbe di manipolazione dall’alto. Spinoza non crede a burattinai onnipotenti. Direbbe piuttosto che la destra governa perché risponde bene a una domanda emotiva reale. Una domanda che nasce dove la scuola fatica, dove il lavoro consuma, dove il linguaggio politico si è impoverito. Quando il pensiero diventa un lusso, la semplificazione diventa una necessità. E chi la offre vince.
A questo punto, forse, introdurrebbe una nota ancora più scomoda. Direbbe che opporsi moralmente alla destra è inutile se non si capisce perché convince. L’indignazione, per Spinoza, è una passione sterile. Non aumenta la potenza di agire, la consola soltanto. Se la destra prospera su passioni tristi, non la si combatte con passioni isteriche ma con istituzioni che producano gioia razionale: sicurezza materiale, accesso alla conoscenza, fiducia nel futuro.
Eppure, non sarebbe pessimista. Spinoza sa che le passioni hanno un ciclo. La paura stanca. Il controllo logora. La semplificazione, alla lunga, impoverisce anche chi la esercita. La gioia, invece, quando torna, non ha bisogno di essere imposta. Si riconosce subito, perché rende le persone più capaci, non più obbedienti.
Forse chiuderebbe le sue riflessioni con una frase secca, quasi crudele: non chiedetevi perché governa la destra. Chiedetevi perché abbiamo smesso di credere che capire il mondo sia una forma di piacere collettivo. Finché la comprensione sarà percepita come fatica inutile e la paura come scorciatoia, il potere andrà sempre a chi promette protezione invece di libertà.
E questo, direbbe Spinoza, non è un problema ideologico. È un problema di maturità.

 

 

 

 

Pensiero collettivo e presenze psichiche

L’eggregoro tra esoterismo e psicologia

 

 

 

 

Il concetto di eggregoro appartiene alla tradizione esoterica occidentale e si riferisce a un’entità psichica o spirituale collettiva generata dalla somma delle intenzioni, emozioni e pensieri di un gruppo umano coeso intorno a un obiettivo, un simbolo o una credenza comune. Si tratta di un’idea che, pur nascendo in ambito occultista, presenta implicazioni rilevanti anche nel campo della psicologia collettiva, della sociologia e della filosofia della mente.
L’origine etimologica della parola risale al greco antico egrégoroi (ἐγρήγοροι), utilizzato nel Libro di Enoch per indicare “coloro che vegliano”, ovvero esseri spirituali caduti, spesso interpretati come angeli ribelli. Questo riferimento biblico-apocrifo, ripreso successivamente da testi esoterici tardo-ottocenteschi, viene rielaborato da occultisti come Éliphas Lévi, il quale, nei suoi scritti, in particolare Dogme et Rituel de la Haute Magie (1854-1856), ipotizza l’esistenza di entità astrali influenzate dalla volontà umana, suggerendo che gruppi di persone possano, attraverso il rituale e la concentrazione mentale, “creare” vere e proprie forze intelligenti.
Il concetto assume una forma più strutturata nell’ambito delle scuole esoteriche moderne, come l’Hermetic Order of the Golden Dawn e, più tardi, nella Societas Rosicruciana in Anglia. Arthur Edward Waite, in alcune sue opere sulla magia cerimoniale, accenna alla possibilità che un gruppo coeso e disciplinato possa generare una presenza autonoma, dotata di una sorta di identità propria. Questo pensiero verrà poi approfondito nel XX secolo da autori come Dion Fortune, che nel suo Psychic Self-Defense (1930) descrive gli eggregori come forme-pensiero collettive dotate di potere reale nel mondo psichico e in grado di esercitare influenza sui singoli membri del gruppo.
Negli anni successivi, l’idea di eggregoro trova una nuova sistematizzazione nell’opera di Valentin Tomberg, autore dei Meditations on the Tarot (pubblicato postumo nel 1980), in cui il concetto viene associato alla realtà degli archetipi collettivi e delle strutture immaginative che plasmano l’esperienza spirituale dell’essere umano.

Sebbene il termine non faccia parte del vocabolario scientifico, il concetto di eggregoro può essere messo in relazione con alcune teorie psicologiche, in particolare con la psicologia del profondo. Carl Gustav Jung, pur non utilizzando questa parola, descrive nel suo lavoro l’esistenza di archetipi condivisi che abitano l’inconscio collettivo e influenzano profondamente le strutture simboliche e i comportamenti individuali. Gli archetipi, come forze impersonali e transpersonali, possono essere attivati da energie collettive e assumere un ruolo dominante nei contesti culturali o nei gruppi sociali.
In questo senso, un eggregoro può essere visto come un archetipo attualizzato attraverso la partecipazione emotiva e simbolica del gruppo, che ne rinforza la coerenza interna e lo “incarna” in forme riconoscibili, talvolta mitizzate. La dinamica del transfert collettivo, concettualizzata anche in ambito psicoanalitico, descrive in termini clinici come il singolo individuo possa perdere il senso critico quando immerso in una psiche di gruppo altamente suggestiva.
Nella cultura contemporanea, l’idea di eggregoro si manifesta sotto forma di identità collettive che acquisiscono vita propria. Ad esempio, la cultura di marca (brand culture), come evidenziato da Naomi Klein in No Logo (1999), mostra come alcuni marchi diventino “organismi viventi” capaci di aggregare comunità di consumatori affezionati, alimentare immaginari condivisi e influenzare scelte comportamentali e valoriali. Il marchio non è solo un simbolo commerciale, ma un catalizzatore di significati, simile a un eggregoro: è sostenuto da narrazioni, rituali, fedeltà e perfino forme di identificazione personale.
Anche nei fenomeni politici e ideologici troviamo dinamiche simili. La propaganda, i rituali di appartenenza e le rappresentazioni simboliche condivise (bandiere, slogan, inni) rafforzano l’eggregoro ideologico di una nazione, di un partito o di un movimento. Lo stesso accade nelle religioni istituzionalizzate, dove divinità, santi o figure carismatiche vengono alimentate da millenni di devozione collettiva, diventando entità psichiche stabili nella memoria e nella pratica dei fedeli.
Nel contesto digitale, il concetto di eggregoro si rivela particolarmente attuale. Le comunità online, i fandom, le subculture nate sui social media producono continuamente nuove entità psichiche collettive, alimentate da flussi costanti di attenzione, affetto, indignazione o partecipazione. La viralità stessa può essere interpretata come un meccanismo di “nutrimento” energetico per queste forme simboliche, che acquistano rilevanza, potere e resistenza grazie alla massa critica di utenti coinvolti.
Secondo alcuni esoteristi contemporanei, tra cui Mark Stavish nel suo libro Egregores: The Occult Entities That Watch Over Human Destiny (2018), un eggregoro può diventare tanto potente da acquisire un’autonomia relativa, condizionando le decisioni dei singoli anche al di fuori della loro volontà conscia. Questo lo rende uno strumento potente, ma anche potenzialmente pericoloso. Un eggregoro positivo può sostenere un movimento evolutivo, spirituale o sociale; uno negativo può degenerare in fanatismo, controllo psichico e regressione collettiva.
L’idea che una forma-pensiero collettiva possa “sopravvivere” a chi l’ha creata è centrale nella teoria esoterica. Alcuni eggregori, una volta generati, tendono a mantenere la loro coerenza e persistenza attraverso nuove generazioni di aderenti, mantenendo il nucleo simbolico e adattandosi ai mutamenti storici. Si parla in questo caso di eggregori longevi, come quelli associati alle grandi religioni, agli ordini iniziatici o a istituzioni culturali millenarie.
L’eggregoro, quindi, pur rimanendo un concetto non scientifico in senso stretto, rappresenta una metafora potente per interpretare la dinamica psichica e simbolica dei gruppi umani. Che lo si consideri un’entità spirituale autonoma o una rappresentazione delle forze collettive dell’inconscio, esso permette di indagare come le idee si trasformino in strutture vive, capaci di influenzare individui, società e culture. Comprendere gli eggregori significa riconoscere che il pensiero collettivo non è una semplice somma di pensieri individuali, ma una forza emergente, complessa, talvolta creativa, talvolta distruttiva. In un’epoca in cui la partecipazione di massa è mediata da tecnologie istantanee e dove le identità si formano spesso all’interno di spazi virtuali, la consapevolezza della natura e del potere degli eggregori è più che mai urgente.