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Schopenhauer aveva capito tutto

I porcospini e il paradosso che rovina molte relazioni

 

 

 

 

Quanto possiamo avvicinarci agli altri senza ferirci o essere feriti? Con la celebre metafora dei porcospini, Schopenhauer affrontò uno dei grandi paradossi dell’esistenza umana: abbiamo bisogno degli altri per non soffrire la solitudine ma spesso è proprio la vicinanza a generare conflitti, incomprensioni e dolore. In questo approfondimento percorriamo il significato filosofico di una delle immagini più potenti della modernità, ancora sorprendentemente attuale nell’epoca dei social network e delle relazioni sempre più complesse. Una riflessione intensa sul bisogno di appartenenza, sui limiti dell’intimità e sulla difficile ricerca della giusta distanza tra gli esseri umani.

 

 

 

La metafora dei porcospini è certamente una tra le numerose immagini che hanno contribuito alla fortuna del pensiero di Arthur Schopenhauer. La sua forza risiede soprattutto nella capacità di sintetizzare in una forma semplice e accessibile uno dei problemi più profondi della filosofia: il rapporto tra individuo e società. Attraverso questa breve parabola, Schopenhauer consegnò una riflessione penetrante sulla natura delle relazioni umane, sul bisogno di vicinanza affettiva e sociale e, nello stesso tempo, sulla sofferenza che inevitabilmente accompagna ogni forma di convivenza.
La metafora compare nei Parerga e Paralipomena, volume II, capitolo XXXI, sezione 396 (1851), opera appartenente alla fase matura della produzione schopenhaueriana. Il racconto è noto: durante una fredda giornata d’inverno alcuni porcospini, per difendersi dal gelo, si avvicinano gli uni agli altri. Tuttavia, entrando troppo in contatto, finiscono per pungersi con i propri aculei. Il dolore li costringe ad allontanarsi ma la distanza li espone nuovamente al freddo. Dopo diversi tentativi, trovano infine una posizione intermedia che permette loro di ottenere il calore necessario senza ferirsi eccessivamente. Schopenhauer conclude osservando che la stessa dinamica caratterizza i rapporti tra gli esseri umani.
Dietro questa semplice immagine si nasconde una visione estremamente complessa della natura umana. Per comprendere pienamente il significato della metafora è necessario inserirla nel quadro generale della filosofia di Schopenhauer. Al centro del suo sistema vi è la teoria della “Volontà”, una forza irrazionale, cieca e incessante che anima ogni essere vivente. Gli individui credono di agire liberamente e razionalmente ma, in realtà, sono dominati da desideri, impulsi e bisogni che non controllano pienamente. Questa volontà genera una continua tensione verso obiettivi sempre nuovi: una volta soddisfatto un desiderio ne compare immediatamente un altro. L’esistenza umana è quindi segnata da una perenne oscillazione tra dolore e noia. Si soffre quando manca ciò che si desidera; ci si annoia quando il desiderio è momentaneamente soddisfatto.
La vita sociale appare come una risposta parziale alla sofferenza dell’esistenza. Gli uomini cercano la compagnia degli altri perché la solitudine rende più evidente il senso di vuoto e di precarietà che accompagna la condizione umana. La presenza degli altri offre sostegno, distrazione, conforto emotivo e riconoscimento sociale. Tuttavia, proprio come i porcospini, gli individui scoprono presto che la vicinanza comporta anche numerosi rischi. Le relazioni umane sono attraversate da conflitti di interesse, rivalità, incomprensioni e delusioni. L’uomo desidera l’altro ma allo stesso tempo ne teme l’invadenza, il giudizio e l’aggressività.
Gli aculei dei porcospini assumono, così, un significato simbolico estremamente ricco. Essi rappresentano tutti quegli aspetti della personalità che rendono difficile una convivenza perfettamente armoniosa: l’egoismo, l’orgoglio, la suscettibilità, l’invidia, la competitività e il desiderio di affermazione. Secondo Schopenhauer, tali caratteristiche non sono anomalie del carattere umano, quanto conseguenze inevitabili della Volontà che spinge ogni individuo a perseguire il proprio interesse. Ogni persona tende spontaneamente a considerare se stessa come il centro del proprio universo e a subordinare gli altri ai propri bisogni. Da questa struttura fondamentale derivano gran parte delle tensioni che caratterizzano la vita sociale.
La metafora propone anche una riflessione sulla fragilità dei legami umani. Nella cultura occidentale moderna è spesso presente l’idea che l’amore, l’amicizia o la solidarietà possano eliminare completamente i conflitti tra le persone. La posizione di Schopenhauer è molto più realistica e disincantata. Egli non nega l’importanza dei rapporti affettivi ma ritiene che nessuna relazione possa cancellare del tutto le differenze individuali e gli interessi contrastanti. Anche nei legami più profondi permane una distanza che non può essere annullata. Ogni essere umano conserva, infatti, una dimensione irriducibilmente personale e incomunicabile.


Da questo punto di vista, la parabola dei porcospini può essere interpretata come una critica alle illusioni di una comunione totale tra gli individui. L’idea di una perfetta fusione emotiva o spirituale viene vista come irrealizzabile. Gli uomini possono comprendersi, sostenersi e amarsi ma non possono eliminare completamente la separazione che li distingue come individui. Ogni tentativo di annullare questa distanza rischia di trasformarsi in una forma di dipendenza, possesso o conflitto.
Particolarmente interessante è il ruolo che Schopenhauer attribuisce alla “giusta distanza”. Essa non rappresenta una rinuncia ai rapporti umani ma una forma di saggezza pratica. L’individuo maturo comprende che né l’isolamento assoluto né la vicinanza eccessiva costituiscono soluzioni soddisfacenti. La solitudine totale può proteggere dalle ferite provocate dagli altri ma priva anche del sostegno e del calore della vita sociale. Al contrario, una prossimità eccessiva espone continuamente al rischio di conflitti e sofferenze. La vera arte del vivere consiste nel trovare un equilibrio tra queste due esigenze opposte.
Ecco, allora, l’importanza della discrezione, del rispetto reciproco e delle convenzioni sociali. Schopenhauer attribuisce un valore positivo alla cortesia, spesso considerata superficialmente come una semplice formalità. Le buone maniere, infatti, funzionano come una sorta di “cuscinetto” che riduce gli attriti inevitabili tra individui. Esse permettono di mantenere una distanza sufficiente a evitare molte delle ferite che potrebbero derivare da una sincerità brutale o da un’eccessiva familiarità. La civiltà stessa può essere interpretata come un insieme di strategie elaborate dagli esseri umani per convivere nonostante i propri “aculei”.
La metafora dei porcospini assume, inoltre, una rilevanza particolare se confrontata con altre tradizioni filosofiche. Mentre filosofi come Aristotele avevano definito l’uomo un “animale politico”, naturalmente orientato alla vita comunitaria, Schopenhauer pone l’accento sugli elementi conflittuali della socialità. Egli non considera la società come il luogo della piena realizzazione dell’essere umano ma come una necessità inevitabile che comporta vantaggi e sofferenze. La sua posizione si colloca, quindi, in netto contrasto con le visioni ottimistiche che vedono nella cooperazione sociale la soluzione dei problemi umani.
Allo stesso tempo, però, Schopenhauer non cade in un individualismo assoluto. La parabola mostra chiaramente che l’essere umano non può fare a meno degli altri. Il freddo che minaccia i porcospini simboleggia proprio la vulnerabilità dell’individuo isolato. Nessuno è completamente autosufficiente dal punto di vista emotivo, psicologico e sociale. Anche le persone più indipendenti hanno bisogno, almeno in parte, di relazioni significative. L’esistenza umana si svolge dunque all’interno di una tensione permanente tra autonomia e appartenenza.
L’influenza di questa metafora si estende ben oltre il pensiero schopenhaueriano. Nel Novecento essa è stata ripresa dalla psicoanalisi, dalla psicologia sociale e dalle scienze umane. Sigmund Freud fece riferimento esplicito al “dilemma del porcospino” per descrivere l’ambivalenza che caratterizza molte relazioni affettive. Gli individui desiderano l’intimità ma temono al tempo stesso la vulnerabilità che essa comporta. Ogni relazione significativa implica, infatti, il rischio del rifiuto, della delusione o della sofferenza. La vicinanza emotiva rende possibile la felicità ma aumenta la possibilità del dolore.
Anche la psicologia contemporanea ha individuato dinamiche simili. Molti studiosi dell’attaccamento hanno evidenziato come gli esseri umani oscillino frequentemente tra il bisogno di connessione e il bisogno di autonomia. Alcune persone tendono ad avvicinarsi eccessivamente agli altre per paura dell’abbandono; altre, invece, mantengono una distanza eccessiva per timore di essere ferite. La metafora dei porcospini continua a rappresentare efficacemente questo equilibrio delicato che ogni individuo è chiamato a costruire nel corso della propria vita.
La sua attualità appare ancora più evidente nell’epoca contemporanea. Le tecnologie digitali e i social network hanno moltiplicato le occasioni di contatto, riducendo apparentemente le distanze tra le persone. Tuttavia, la maggiore connessione non ha eliminato il problema fondamentale individuato da Schopenhauer. Al contrario, molti individui sperimentano oggi una forma paradossale di solitudine in mezzo alla comunicazione continua. Le relazioni digitali possono offrire vicinanza ma possono anche generare conflitti, incomprensioni e forme di esposizione emotiva che ricordano gli aculei della parabola schopenhaueriana.
Proprio per questa capacità di illuminare una dimensione universale dell’esperienza umana, la parabola dei porcospini continua, ancora oggi, a essere una delle immagini più potenti e significative dell’intera storia della filosofia.

 

 

 

 

 

 

Fra Girolamo Savonarola si imbatte in OnlyFans

Sermone apocalittico sull’algoritmo, il corpo
e il prezzo dell’anima

 

 

 

 

Questa non è una provocazione facile né una morale da bar. È un esperimento mentale affilato: Savonarola come strumento per decifrare il presente, il mercato dell’intimità, la vanità diventata infrastruttura, il desiderio trasformato in KPI. Qui non si giudicano i corpi ma il sistema che li misura, li archivia, li consuma. Non si parla di scandalo ma di potere, solitudine, attenzione venduta e identità messe a listino. Si usa il passato per smascherare il presente e porre una domanda scomoda, impossibile da scrollare via: se tutto è in vendita, cosa resta invendibile?

 

 

 

Girolamo Savonarola capita su OnlyFans e comincia a strillare e a prendere a male parole “le donne perdute”. Beh, questo sarebbe il Savonarola da meme: utile per sentirsi moderni e superiori. Il vero Savonarola, quello storico, era più pericoloso e certamente più interessante: non perché fosse “cattivo” ma perché aveva un talento raro nel capire dove una società racconta bugie e dove, senza accorgersene, scambia la propria febbre per il proprio clima naturale.
La prima cosa che Savonarola farebbe con OnlyFans, probabilmente, sarebbe riconoscere il copione. Non i contenuti ma la struttura.
Ai suoi tempi, la seconda metà del Quattrocento, Firenze era una città ricca e nervosa, brillante e colpevole. Una città che si specchiava continuamente. Era il laboratorio di una modernità nascente: banca, credito, reputazione, immagine pubblica, la politica come teatro, la morale come linguaggio d’uso più che come convinzione. In questo senso, OnlyFans non gli sembrerebbe un pianeta alieno. Gli parrebbe Firenze con una nuova facciata. Lì c’era la “grande bellezza” rinascimentale e sotto, come sempre, le stesse domande: “Chi comanda davvero? Dio? Il denaro? Lo sguardo degli altri?”.
Qui Savonarola inizierebbe a parlare, tagliente nel modo in cui solo un frate moralizzatore può essere: con la causticità di chi non si diverte ma vede. Direbbe: “Figlie, non siete un’eccezione morale. Siete un capitolo economico!”. Perché la sua prima obiezione non sarebbe “sessuale”. Sarebbe teologica e politica. E in teologia come in politica, alla fine, la posta è la stessa: cosa è sacro? E chi decide il prezzo delle cose sacre?
Nel Quattrocento, lui denunciava il lusso, l’avidità, la corruzione, le vanità in generale. Ma “vanità” non era solo il bel vestito o il gioiello. Era l’idea che il valore di una persona stesse nella superficie riconosciuta dagli altri. La vanità è una metafisica tascabile: ti convince che esisti nella misura in cui sei guardato, lodato, desiderato. In questo senso, il salto alla nostra epoca è breve. La differenza è che adesso quel meccanismo ha infrastrutture: piattaforme, abbonamenti, statistiche, notifiche. Il peccato si è fatto user experience.
E qui arriverebbe l’affondo, che non risparmierebbe nessuno. Savonarola, davanti a OnlyFans, non punterebbe il dito solo su chi vende. Lo punterebbe, forse prima, su chi compra. Sugli uomini (e anche sulle donne, certo: il mercato non fa catechismo) che pagano per l’accesso non a un corpo ma a un’illusione di relazione. Perché il capolavoro del nostro tempo non è la pornografia, che è antica quanto il desiderio, ma la confezione affettiva. La promessa implicita: “Non sei solo. Io sono qui per te”. Un surrogato di intimità con ricevuta mensile. E, allora, lui direbbe, con quella capacità di trasformare la spiritualità in anatomia sociale: “Badate bene, non state comprando carne. State comprando attenzione. E l’attenzione, quando diventa merce, trasforma tutto in merce. Anche voi stessi!”.
Poi, si girerebbe verso le creator e farebbe una cosa che spiazzerebbe molti: non userebbe subito il linguaggio del disprezzo. Userebbe il linguaggio della tentazione. Che è più serio e più adulto. Direbbe: “La tentazione non è mostrare il corpo. La tentazione è credere che il corpo sia la vostra unica lingua”. Perché, a differenza di un moralista da bar, Savonarola non era ingenuo sul corpo. La tradizione cristiana è ambigua, sì: da un lato la carne come fragilità e rischio, dall’altro l’incarnazione come scandalo sacro, il corpo come luogo in cui il divino ha osato entrare. Se vuoi essere filosoficamente denso devi ammettere questo paradosso: per un cristiano il corpo non è un oggetto qualunque. È una cosa troppo alta per essere ridotta a un listino. E, infatti, Savonarola colpirebbe proprio qui: non “il corpo è sporco”, ma “il corpo è troppo prezioso per essere svenduto alla volatilità del desiderio altrui”.


Aggiungerebbe una battuta amara, da uomo che conosce bene la psicologia delle folle: “Voi credete di essere libere perché scegliete il prezzo. Ma il prezzo lo decide sempre chi può smettere di pagare”. È una frase crudele, certo, ma non completamente falsa. Il problema della “libertà” in un mercato è che sembra tale finché il mercato ti sorride. Poi, cambia stagione, come cambia l’algoritmo, e tu scopri di aver costruito la tua autonomia su una piattaforma che non ti appartiene. E Savonarola, che aveva visto il potere cambiare maschera mille volte, direbbe che è un’illusione antica: credere di governare ciò che in realtà ti governa. Qui entrerebbe la sua ossessione: la città. Savonarola non parlava mai solo di “peccati privati”. Parlava di una comunità che si ammala. La sua domanda sarebbe: “Cosa succede a una società quando l’intimità diventa industria? Quando ciò che un tempo apparteneva a una relazione concreta, a un rischio reciproco, a una vulnerabilità, diventa un prodotto che puoi comprare e interrompere quando vuoi?”.
E forse direbbe che il punto non è la nudità. È la reversibilità. È l’idea che puoi avere l’altro senza doverci fare i conti come persona. È una forma di potere dolce: l’altro esiste finché ti serve. Quando ti annoi, swipe. Quando ti pesa, unsubscribe. È la stessa logica con cui si trattano i lavoratori precari, le relazioni usa e getta, le amicizie mantenute a colpi di reazioni. Non è un vizio erotico: è una pedagogia dell’ego.
A quel punto, farebbe un confronto storico, che gli verrebbe naturale: “Nel mio tempo vi vendevano indulgenze. Oggi vi vendete indulgenze da sole”.
Nel Quattrocento, l’indulgenza era un modo per trasformare la colpa in transazione: paghi e ti senti in ordine con Dio. Oggi, direbbe lui, la transazione è rovesciata eppure simile: paghi per sentirti desiderabile, paghi per sentirti visto, paghi per sentirti potente. E l’altro paga per sentirsi meno solo o più “meritevole” di attenzione. Tutti comprano qualcosa che non si può comprare. È qui che la faccenda diventa filosofica: il mercato prospera soprattutto vendendo surrogati di beni non mercificabili.
Ed ecco la parte più cupa: il rogo delle vanità digitale. Savonarola organizzava i “falò delle vanità”: oggetti di lusso, giochi, cosmetici, libri considerati immorali, strumenti musicali. L’idea era spettacolare e pedagogica: bruciare pubblicamente ciò che ti possiede. Oggi, davanti a OnlyFans, lui direbbe: “Voi avete inventato una vanità che non brucia”. Anzi: si archivia.
Ai suoi tempi, il peccato aveva una forma effimera. Una notte, un incontro, una lettera strappata. Oggi, invece, la traccia resta. Le immagini restano. Le copie restano. Questa è una novità antropologica seria: non è solo morale, è ontologica. Cambia il modo in cui una persona può cambiare. Perché cambiare significa anche poter essere dimenticati o, almeno, non essere eternamente ridotti a una fase. Invece, la rete spesso è un tribunale che non chiude mai l’udienza.
Savonarola qui farebbe la sua osservazione più profetica: “Il vostro inferno non è il fuoco. È la memoria”. Non la memoria come saggezza, ma la memoria come archivio: una conservazione senza redenzione. Un passato che non si trasfigura, non si integra, non si supera: si ripresenta. È un inferno molto moderno: la ripetizione.
Però, se vogliamo davvero renderlo denso e non solo moralista, dobbiamo concedergli un momento di lucidità contro se stesso. Perché Savonarola si accorgerebbe che una parte di ciò che vede è anche il prodotto della miseria, della precarietà, della solitudine. Che non tutto è “vanità”. Che per alcune donne è denaro necessario, per altre è potere percepito, per altre ancora è un modo di gestire un desiderio che altrove è stato usato contro di loro. E, dunque, forse, direbbe: “Non vi giudico come individui. Vi giudico come segno dei tempi”, che è una frase enigmatica ma interessante, poiché sposta la responsabilità: non cancella la scelta personale, la inserisce in un paesaggio più grande. Un paesaggio in cui la società ha smontato molti luoghi di riconoscimento: comunità reali, lavoro stabile, relazioni durature, fede (per chi ce l’ha), persino il tempo libero non colonizzato. E quando mancano questi luoghi, il corpo diventa uno degli ultimi capitali accessibili. Un capitale immediato, convertibile, misurabile. Allora, con una cattiveria quasi scientifica, direbbe: “Che strano: avete proclamato l’emancipazione e poi avete consegnato l’anima al KPI”.
Il KPI è il rosario del capitalismo: numeri che ti dicono se esisti abbastanza. Like, view, retention, conversione, churn. Preghiere senza Dio, però molto esigenti. E qui lui tornerebbe al suo tema: l’idolatria. Per Savonarola l’idolo non è solo una statua. È qualunque cosa a cui consegni la tua ultima misura di valore. Ai suoi tempi poteva essere il denaro, la politica, l’arte come prestigio. Oggi, direbbe, l’idolo è lo sguardo: la forma più instabile di approvazione, quella che ti nutre e ti consuma nello stesso gesto. E, allora, il suo discorso alle donne su OnlyFans, a sorpresa, diventerebbe un discorso sulla dignità. Non nel senso bigotto: “Copritevi!”, quanto nel senso filosofico: “Non permettete che la vostra identità si esaurisca in ciò che gli altri consumano di voi”. Direbbe: “La libertà non è poter essere viste. È poter essere invisibili quando lo volete”. È un punto sottile e modernissimo, perché oggi l’invisibilità è diventata un lusso. Essere offline, essere non disponibili, non dover “performare”, non dover rispondere, non dover pubblicare. L’invisibilità è diventata una forma di resistenza. E Savonarola, che di resistenza faceva liturgia, la riconoscerebbe. Poi, quasi per chiudere, tirerebbe fuori un’ultima frecciata, più storica che morale: “Voi pensate che il vostro scandalo sia il corpo. Ma i potenti hanno sempre amato che le masse litigassero sui corpi, mentre loro facevano i conti”.
E qui toccherebbe un nervo vero: la guerra culturale, spesso, è un diversivo. Ci si accapiglia su chi mostra cosa, mentre intanto si accetta che tutto diventi mercato: la casa, la salute, l’istruzione, il tempo. OnlyFans diventa il simbolo comodo, perché è visibile e pruriginoso. Ma il sistema che lo rende possibile è invisibile e rispettabile: precarietà, disuguaglianza, solitudine digitale, ipercompetizione.
A quel punto, Savonarola farebbe quello che faceva sempre: non offrirebbe una soluzione elegante. Porrebbe una domanda. Una domanda che sembra religiosa ma, in realtà, è antropologica: “Che cosa desiderate davvero?”. Perché tra desiderare ed essere desiderati c’è uno spazio enorme. E in quello spazio si gioca metà della libertà. Se ti limiti a essere desiderata, sei un oggetto ben curato. Se impari a desiderare, diventi soggetto. Ma desiderare davvero è faticoso: implica rischiare, scegliere, perdere, non piacere a tutti.
E, forse, con un tono meno da tribunale e più da confessore severo, aggiungerebbe: “La vostra vita non è un palcoscenico. È un destino”. Una frase che oggi suona retorica, ma che contiene un’idea forte: non siamo fatti per essere continuamente consumati. Nemmeno da noi stessi.
E, infine, se ne andrebbe, non verso un rogo ma verso un paradosso. Lasciandoci con il dubbio più corrosivo, quello che non si spegne con un “pro” o un “contro” OnlyFans: se tutto può essere venduto, cosa resta invendibile? E se non resta nulla, chi siamo quando nessuno paga?