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La pacificazione che non possono permettersi

Perché la sinistra italiana ha bisogno del “fascismo eterno”

 

 

 

 

Dopo oltre ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e decenni dalla conclusione degli anni di piombo, in Italia è ancora difficile parlare di una vera pacificazione nazionale. E se il problema non fosse la storia ma l’uso politico che se ne continua a fare? La mia è una tesi netta e controversa: finché la memoria del Novecento resterà lo strumento con cui larga parte della sinistra italiana rivendica la propria presunta superiorità morale per delegittimare il nemico politico, la riconciliazione resterà un obiettivo lontano. Un invito a discutere, senza slogan, del rapporto tra memoria, politica e democrazia.

 

 

Da oltre ottant’anni l’Italia continua a discutere della propria storia come se la guerra civile del 1943-1945 fosse terminata ieri e come se gli anni di piombo appartenessero ancora al presente. È una singolarità tutta italiana. In quasi tutte le grandi democrazie occidentali le ferite del Novecento sono diventate oggetto di studio, riflessione e memoria condivisa. Nel nostro Paese, invece, continuano a essere uno strumento di lotta politica quotidiana.
La domanda, allora, è inevitabile: chi ha davvero interesse a mantenere aperto questo conflitto permanente?
Secondo una mia lettura, che negli ultimi anni ha trovato sempre più spazio nel dibattito pubblico, una larga parte della sinistra italiana non ha alcuna convenienza a una vera pacificazione nazionale. Non perché non conosca il valore della riconciliazione ma perché la riconciliazione farebbe crollare uno dei principali pilastri su cui ha costruito per decenni la propria legittimazione politica: l’idea di rappresentare, per definizione, il lato moralmente giusto della storia.
Questa convinzione ha prodotto un’anomalia democratica. In una normale dialettica politica, destra e sinistra dovrebbero confrontarsi sulla qualità delle rispettive proposte, sulla capacità di governare, sulla crescita economica, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul welfare, sulla scuola e sulla politica estera. In Italia, invece, troppo spesso il confronto viene spostato su un altro piano: quello della moralità. Non si discute se una proposta sia efficace oppure no. Si insinua prima che chi la propone sia moralmente sospetto.
È una dinamica che si ripete ciclicamente. Ogni volta che il centrodestra conquista consenso elettorale, riaffiorano immediatamente accuse di ritorno al fascismo, allarmi democratici, richiami alla Resistenza, appelli contro inesistenti derive autoritarie. Non importa quanto sia cambiato il contesto storico, quanto siano mutate le classi dirigenti o quanto siano diverse le questioni in discussione. Il riflesso condizionato resta sempre lo stesso: evocare il passato per delegittimare il presente.
Questo meccanismo produce un vantaggio politico evidente. Se la sinistra riesce a presentarsi come depositaria esclusiva della democrazia e dell’antifascismo, ogni avversario può essere collocato automaticamente in una posizione difensiva. Non importa quali siano i programmi, le riforme o i risultati amministrativi. Prima di tutto bisogna dimostrare di non essere ciò che gli altri insinuano. È un processo che altera profondamente il principio di uguaglianza tra le forze democratiche.
La Resistenza ha rappresentato uno dei momenti fondativi della Repubblica italiana e nessuna persona in buona fede può negarne il valore storico nella liberazione dal nazifascismo. Ma una cosa è riconoscere questo dato storico, un’altra è trasformare quell’eredità in una sorta di certificato permanente di superiorità politica. Per decenni, infatti, l’antifascismo è stato interpretato non soltanto come un valore costituzionale ma anche come un marchio identitario esclusivo della sinistra. Da questa impostazione deriva una conseguenza precisa: se la sinistra incarna automaticamente il bene democratico, la destra viene inevitabilmente rappresentata come il soggetto che deve continuamente giustificarsi. È una presunzione morale che finisce per sostituire il confronto politico.
Il paradosso è evidente. La Repubblica italiana è sufficientemente matura da consentire l’alternanza di governo tra forze diverse, ma non abbastanza, secondo questa narrazione, da riconoscere piena dignità politica ai propri avversari senza richiamare costantemente fantasmi del passato. Se davvero si arrivasse a una pacificazione condivisa, questo schema salterebbe completamente.
La memoria della Resistenza rimarrebbe patrimonio di tutti gli italiani e non di una sola area politica. Il fascismo resterebbe una pagina definitivamente chiusa della storia nazionale. L’antifascismo tornerebbe a essere un principio costituzionale condiviso e non una clava da utilizzare contro l’attuale destra.
Ma proprio qui nasce il problema.
Una simile evoluzione costringerebbe la politica a confrontarsi esclusivamente sul presente. E quando il passato non può più essere utilizzato come arma polemica, diventa inevitabile discutere di tasse, salari, pensioni, energia, industria, sanità, infrastrutture, sicurezza e politica internazionale. In altre parole, bisognerebbe vincere il consenso con le idee e con i risultati, non con la rendita simbolica della storia.


Lo stesso ragionamento vale per gli anni di piombo.
Quella stagione ha rappresentato uno dei momenti più bui della Repubblica. Il terrorismo rosso e quello nero colpirono lo Stato, le istituzioni e centinaia di cittadini innocenti. Eppure, ancora oggi, il modo in cui quel periodo viene ricordato continua a suscitare polemiche.
Secondo la mia lettura, permane una memoria selettiva. Alcune responsabilità vengono continuamente richiamate, altre sembrano trovare maggiore indulgenza o sono raccontate con un linguaggio meno netto. Ne deriva l’impressione che il giudizio storico sia stato, almeno in parte, influenzato dalle appartenenze ideologiche.
Una pacificazione autentica imporrebbe, invece, un principio semplice: ogni terrorismo è incompatibile con la democrazia, indipendentemente dal colore politico di chi lo pratica. Non dovrebbero esistere vittime di serie A e vittime di serie B, né terroristi da comprendere (i “compagni che sbagliano”) e terroristi soltanto da condannare. Tuttavia, questa normalizzazione sembra incontrare resistenze. Perché?
La risposta è politica prima ancora che culturale. Se venisse meno la distinzione permanente tra chi può rivendicare una presunta superiorità morale e chi deve continuamente difendersi da accuse legate al passato, cambierebbe profondamente il terreno dello scontro democratico. Cadrebbe l’ultima delle grandi narrazioni identitarie della sinistra italiana. Scomparirebbe la possibilità di trasformare ogni competizione elettorale in uno scontro tra “democratici” e “antidemocratici”, tra “custodi della Costituzione” e “potenziali nemici della Repubblica”. Resterebbe soltanto ciò che dovrebbe essere normale in qualsiasi democrazia liberale: una competizione tra programmi, idee e capacità di governo.
Naturalmente, molti esponenti della sinistra respingono questa critica. Essi sostengono che il richiamo costante alla Resistenza e all’antifascismo sia un dovere civico, necessario per impedire il riaffacciarsi di culture autoritarie. È una posizione legittima, che merita di essere ascoltata e discussa. Ma resta aperta una questione di fondo.
Quando il ricorso al passato diventa sistematico e viene utilizzato per qualificare moralmente l’avversario più che per comprendere la storia, il rischio è che la memoria smetta di essere uno strumento di conoscenza e diventi un’arma politica.
La democrazia vive del confronto tra idee, non della demonizzazione permanente dell’avversario. Se ogni elezione viene raccontata come una battaglia finale tra il bene e il male, la politica perde razionalità e si trasforma in una guerra culturale senza fine.
Forse è arrivato il momento di chiedersi se l’Italia abbia davvero bisogno di continuare a combattersi sulle trincee del Novecento o se non sia finalmente giunto il tempo di misurare tutti, destra e sinistra, con lo stesso metro: quello delle idee, dei risultati e del rispetto delle regole democratiche. Perché una democrazia adulta non ha bisogno di superiorità morali autoproclamate. Ha bisogno di cittadini liberi di scegliere tra alternative politiche legittime, senza che la sinistra possa rivendicare il monopolio della virtù e assegnare alla destra, in eterno, il ruolo dell’imputato della storia.

 

 

Questa mia tesi può essere approfondita nel volume che ho pubblicato a marzo 2026, per i tipi di HARbif Editore, intitolato: “Vi abbiamo già appeso per i piedi una volta”. La sinistra italiana e l’odio politico mascherato da superiorità morale.

 

 

 

 

Auschwitz contro Hegel

Il tramonto dell’ordine razionale della storia

 

 

 

 

Auschwitz ha distrutto soltanto milioni di vite umane o ha infranto anche una delle più grandi certezze della filosofia occidentale? Se per Hegel la storia è il progressivo cammino della ragione verso la libertà, il nazismo ha mostrato il volto più inquietante della modernità: una razionalità capace di organizzare il male con precisione scientifica, efficienza burocratica e potenza tecnologica. Queste mie considerazioni affrontano una delle domande più profonde del pensiero contemporaneo: è ancora possibile credere che la storia abbia un senso, una direzione e un ordine razionale dopo Auschwitz? Attraverso il confronto tra Hegel, il totalitarismo e le riflessioni di Adorno, Horkheimer e Hannah Arendt, viene fuori il dramma di una civiltà che ha scoperto come la ragione possa diventare strumento di emancipazione ma anche di annientamento.

 

 

 

La relazione tra la filosofia della storia di Georg Wilhelm Friedrich Hegel e l’esperienza storica del nazismo costituisce una delle questioni più profonde e inquietanti dell’intera filosofia contemporanea. Non si tratta semplicemente di stabilire se il Terzo Reich abbia rappresentato una parentesi tragica all’interno del cammino della civiltà europea o una deviazione momentanea nel progresso storico. La posta in gioco è molto più alta: si tratta di comprendere se, dopo Auschwitz, sia ancora possibile sostenere che la storia possieda una direzione razionale, un significato positivo e una finalità orientata verso la libertà. In altre parole, la domanda che sorge dalle ceneri dei campi di sterminio riguarda il destino stesso della filosofia della storia occidentale. L’intero edificio teorico hegeliano si fondava sulla convinzione che la realtà storica fosse intelligibile e che gli eventi, anche quelli più drammatici e apparentemente assurdi, partecipassero di un processo complessivo attraverso il quale lo Spirito realizza progressivamente la propria libertà. La storia non era, per Hegel, un accumulo di fatti privi di senso ma una totalità organica nella quale le contraddizioni trovavano progressivamente una composizione superiore. Guerre, rivoluzioni, conflitti e crisi erano certamente momenti dolorosi ma contribuivano comunque all’avanzamento della coscienza umana. Alla base di questa visione vi era una fiducia profonda nella razionalità del reale. La celebre formula secondo cui il reale è razionale e il razionale è reale è stata spesso fraintesa come una giustificazione di ogni ordine esistente. In realtà, Hegel intendeva sostenere che la realtà storica possedesse una logica interna e che la filosofia potesse comprenderne il significato profondo. La ragione non è estranea alla storia: essa ne costituisce la struttura stessa.
L’Ottocento europeo, nonostante le sue contraddizioni, sembrava dare molte conferme a questa prospettiva. L’affermazione dello Stato costituzionale, l’espansione dei diritti civili, l’abolizione progressiva di molte forme di servitù, la crescita dell’istruzione pubblica e lo sviluppo delle istituzioni rappresentative sembravano indicare una direzione storica orientata verso forme sempre più elevate di libertà. Persino le rivoluzioni e i conflitti potevano essere interpretati come passaggi necessari attraverso cui l’umanità prendeva coscienza di sé.
Il Novecento, invece, introdusse una cesura che nessuna filosofia precedente aveva realmente previsto. Le due guerre mondiali, le dittature totalitarie, i genocidi e l’utilizzo industriale della tecnica per la distruzione di massa misero radicalmente in crisi l’idea stessa di progresso. Qui il nazismo assunse un significato filosofico unico, perché non rappresentò soltanto una manifestazione del male, ma una manifestazione del male organizzato razionalmente. Ed è proprio questo aspetto a renderlo una sfida mortale per la concezione hegeliana della storia.
Le barbarie del passato erano spesso state associate all’ignoranza, al fanatismo religioso, alla superstizione o all’arretratezza culturale. Il Terzo Reich nacque, invece, nel cuore dell’Europa moderna, nella patria di Kant, di Goethe, di Beethoven e dello stesso Hegel. Nacque all’interno di una società altamente alfabetizzata, tecnologicamente avanzata, dotata di una potente tradizione filosofica e scientifica. La Germania nazista non rappresentò il ritorno a un passato primitivo; piuttosto una patologia della modernità stessa.
I campi di concentramento e di sterminio non furono costruiti contro la razionalità moderna ma attraverso di essa. Ogni elemento del sistema concentrazionario era sottoposto a criteri di efficienza, pianificazione e organizzazione. Le deportazioni venivano coordinate mediante procedure burocratiche rigorose. Gli orari ferroviari erano calcolati con precisione. La registrazione delle vittime seguiva metodi statistici accurati. Persino la morte veniva amministrata come un processo produttivo. Qui si rende manifesta una delle più grandi tragedie intellettuali del Novecento: il fatto che la razionalità possa essere utilizzata indipendentemente da qualsiasi finalità etica.
Per Hegel, la ragione storica e la libertà erano profondamente connesse. Nel nazismo questa connessione si spezzò. La razionalità non conduce più all’emancipazione ma al dominio. L’organizzazione non produce libertà ma oppressione. La tecnica non migliora la condizione umana ma perfeziona la capacità di distruggerla.
È per questo motivo che molti filosofi del dopoguerra hanno visto in Auschwitz il simbolo della crisi definitiva della filosofia della storia tradizionale.
Tra questi, Theodor W. Adorno, il quale comprese che il problema non consistesse soltanto nell’esistenza del male, poiché il male era sempre esistito nella storia. La novità era nel fatto che il male si fosse impadronito degli strumenti stessi della civiltà moderna. La scienza, l’amministrazione, la tecnica, l’industria e la burocrazia erano diventate parti integranti del processo di sterminio.
Quando Adorno afferma che scrivere poesia dopo Auschwitz fosse diventato problematico, non intendeva negare il valore dell’arte ma evidenziare la profondità della frattura storica prodotta dall’esperienza concentrazionaria. Dopo Auschwitz non è stato più possibile pensare la cultura europea con l’ingenuità precedente. La stessa civiltà che aveva prodotto le più alte espressioni dello spirito umano aveva generato contemporaneamente le condizioni dello sterminio.
La critica investì indirettamente anche Hegel. Se la storia è il luogo dell’autorealizzazione della ragione, come spiegare il fatto che proprio il massimo sviluppo della razionalità tecnico-amministrativa abbia prodotto una catastrofe morale senza precedenti?


La riflessione di Max Horkheimer approfondisce ulteriormente il problema. Secondo Horkheimer la modernità ha progressivamente trasformato la ragione in uno strumento di controllo. La domanda fondamentale non è più “che cosa è giusto?”, ma “che cosa funziona?”. La razionalità diventa così puramente strumentale. Essa è perfettamente capace di individuare i mezzi più efficienti per raggiungere un obiettivo ma non è più in grado di interrogarsi sulla legittimità morale di quell’obiettivo.

Auschwitz rappresenta la realizzazione estrema di questa deriva. Il sistema funziona in modo efficiente. Le procedure sono razionali. L’organizzazione è impeccabile. Ma il fine perseguito è l’annientamento dell’essere umano.
Ancora più devastante per l’ottimismo storico hegeliano appare la riflessione di Hannah Arendt. Attraverso il concetto di banalità del male, Arendt ha mostrato come il male assoluto non avesse necessariamente bisogno di individui eccezionalmente malvagi. Esso può provenire da uomini ordinari che rinunciano alla capacità di giudicare autonomamente.
L’orrore nazista non dipese soltanto dalla presenza di fanatici ideologici, quanto anche dall’esistenza di migliaia di funzionari, tecnici, impiegati, giuristi e amministratori che svolgevano il proprio compito senza interrogarsi sulle conseguenze morali delle proprie azioni. Il male diventò, così, impersonale, burocratico e amministrativo.
Questa constatazione colpisce uno dei nuclei più profondi della filosofia moderna. Da Socrate a Hegel, gran parte della tradizione occidentale aveva creduto che l’accrescimento della conoscenza e della razionalità conducesse anche a una maggiore maturità morale. Il nazismo ha dimostrato, invece, che cultura e barbarie possono coesistere. L’istruzione non garantisce la giustizia. L’intelligenza non garantisce la bontà. La razionalità non garantisce la libertà.
La crisi della filosofia della storia hegeliana si dispiega qui nella sua forma più compiuta e problematica. Non è soltanto l’idea di progresso a essere messa in discussione. È l’idea stessa che la storia possieda una direzione necessaria.
Dopo il 1945, molti filosofi iniziarono a diffidare delle grandi narrazioni storiche. L’idea che esistesse un senso complessivo della storia appariva pericolosa. Se si presume di conoscere il fine ultimo del processo storico, si rischia, infatti, di giustificare qualsiasi mezzo in nome di un futuro migliore. Il totalitarismo, allora, fu interpretato anche come il prodotto perverso di una fede assoluta nel significato della storia.
Pensatori come Karl Popper considerarono proprio lo storicismo quale uno dei principali pericoli della modernità. La convinzione che la storia segua leggi necessarie potrebbe trasformarsi in una giustificazione ideologica della violenza politica.
Eppure, la questione rimane aperta.
Io ritengo che il nazismo non abbia rappresentato tanto la confutazione definitiva di Hegel quanto la dimostrazione che la ragione è una conquista fragile e mai definitivamente assicurata. La storia non è il trionfo automatico della libertà ma il campo permanente della lotta tra libertà e dominio, tra riconoscimento e disumanizzazione.
Il vero insegnamento di Auschwitz, pertanto, è nel riconoscere che la ragione deve essere continuamente accompagnata dalla coscienza morale, dalla responsabilità politica e dal rispetto della dignità umana.
Resta, però, una verità filosofica difficilmente eludibile. Prima del Novecento era ancora possibile credere che il progresso della civiltà avrebbe inevitabilmente prodotto un progresso dell’umanità. Dopo Auschwitz questa convinzione non poté più essere sostenuta nella stessa forma. Il nazismo ha mostrato che la storia non procede necessariamente verso il bene, che il male può assumere la forma dell’ordine, della disciplina e dell’efficienza e che la razionalità, quando perde il riferimento alla persona umana, può trasformarsi nella più terribile delle forze distruttive.
Per questo motivo, il Terzo Reich rappresenta probabilmente la più pesante smentita storica dell’ottimismo hegeliano. Esso ha dimostrato che l’ordine non coincide necessariamente con la giustizia, che la razionalità non coincide necessariamente con la libertà e che il cammino della storia non è garantito da alcuna necessità metafisica. Dopo il nazismo, la filosofia non può più contemplare il corso degli eventi come la marcia trionfale dello Spirito verso la propria realizzazione. Deve, piuttosto, confrontarsi con la possibilità che il male si annidi nel cuore stesso della civiltà, della tecnica e della ragione, trasformando ciò che avrebbe dovuto emancipare l’uomo nel più sofisticato strumento della sua negazione.

 

 

 

 

Il 25 aprile sequestrato

Memoria tradita e propaganda di parte

 

 

 

 

Il 25 aprile non dovrebbe dividere. Dovrebbe unire, ricordare, far riflettere. E, invece, è diventato un’arma politica, un rituale di parte che allontana dalla verità storica. Queste riflessioni vanno dritte al punto: denunciano l’uso strumentale della memoria, smascherano il moralismo e difendono il significato profondo della Liberazione. Perché i morti causati dal fascismo non sono slogan. Sono storia. E meritano rispetto, non propaganda!

 

 

 

Il 25 aprile dovrebbe essere una giornata alta, seria, quasi severa. Dovrebbe essere il giorno in cui la nostra nazione ricorda la fine di una dittatura, il crollo del fascismo, la liberazione dall’occupazione nazista, il sacrificio di chi ha combattuto, di chi è stato incarcerato, torturato, deportato, ucciso. Dovrebbe essere un momento di verità storica e di raccoglimento civile. E, invece, da troppo tempo, una parte consistente della sinistra italiana lo ha ridotto a un rito di parte, a una celebrazione sequestrata, a una cerimonia usata non per onorare i morti ma per colpire i vivi.
Questo è il punto fondamentale, e va detto senza ipocrisie: il 25 aprile viene sempre più spesso trasformato da memoria nazionale in clava politica. Non è più, o non è soltanto, il ricordo di ciò che l’Italia ha sofferto e superato. È diventato il pretesto per inscenare, ogni anno, la stessa rappresentazione morale: da un lato i “buoni”, autoproclamati custodi esclusivi della democrazia; dall’altro i “sospetti”, i “non abbastanza puri”, i “fascisti” per estensione, per allusione o per convenienza polemica.
Qui sta il falso moralismo di parte della sinistra italiana. Un moralismo che non si misura con la realtà ma con le etichette. Un moralismo che non distingue più tra storia e propaganda. Un moralismo che continua a evocare il fascismo come minaccia politica attuale e imminente, quando il fascismo storico, reale, concreto, quello del regime, delle leggi liberticide, del partito unico, del manganello, del Tribunale speciale, del confino, della censura, della guerra e delle persecuzioni razziali, non esiste più da ottant’anni.
Dire questo non significa relativizzare il fascismo. Significa, al contrario, prenderlo sul serio. Significa rifiutare di banalizzarlo. Perché se tutto è fascismo, allora niente è fascismo. Se ogni governo di centro-destra, ogni leader conservatore, ogni avversario politico viene presentato come l’anticamera del Ventennio, allora il fascismo viene svuotato, diluito, impoverito. Viene ridotto a insulto da talk show, a parola da manifesto, a riflesso condizionato utile a evitare il confronto nel merito. Ed è esattamente quello che accade da anni, soprattutto attorno alla figura di Giorgia Meloni e del suo governo. Non c’è 25 aprile senza che una parte della sinistra, dell’associazionismo militante e dell’intellettualità più schierata provi a trasformare la ricorrenza in un processo politico al governo in carica. Nel 2024, l’ANPI lanciò un appello per il 25 aprile parlando apertamente di un “governo con radici fasciste”; in vari materiali territoriali dell’associazione si arrivò a scrivere che “tutto è in pericolo” e che al governo ci sarebbe una destra estrema con radici nel ventennio fascista. Non una riflessione storica sulla Liberazione, dunque, piuttosto un uso diretto del 25 aprile come piattaforma di mobilitazione contro il governo.
Anche il caso Antonio Scurati, nell’aprile 2024, è stato emblematico. Nel monologo preparato per la Rai, lo scrittore ricordò gli orrori del fascismo storico ma collegò apertamente la ricorrenza alla presunta incapacità del governo Meloni di rinnegare fino in fondo quel passato. La polemica che ne seguì finì per occupare il centro del dibattito pubblico attorno al 25 aprile, al punto che la celebrazione fu oscurata dalla contesa politica e mediatica sul rapporto fra la destra di governo e il fascismo. È precisamente questo il meccanismo: il passato viene continuamente richiamato, non per comprenderlo meglio ma per usarlo contro l’avversario contemporaneo.
Ancora, nel 2025, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Liberazione, il richiamo del ministro Nello Musumeci a celebrare con “sobrietà”, nel contesto del lutto nazionale per la morte di papa Francesco, fu subito interpretato da una parte dell’opposizione e del dibattito pubblico come un tentativo di sminuire o depotenziare il 25 aprile. La polemica esplose immediatamente, spostando ancora una volta il focus dalla memoria storica allo scontro politico sul governo Meloni. Anche qui, il copione è identico: ogni ambiguità, ogni frase infelice, ogni esitazione viene letta come la prova rituale del ritorno di un fantasma storico che, però, nella realtà istituzionale italiana di oggi, non si è materializzato.


Tutto questo non significa assolvere automaticamente la destra da ogni responsabilità culturale o storica. Significa, piuttosto, rifiutare la truffa intellettuale di chi usa il 25 aprile come certificato di superiorità morale permanente. Perché è questo che la sinistra o, almeno, la sua componente più ideologica, pretende da anni: non un confronto democratico ma un’investitura etica. Non basta che l’avversario governi entro la Costituzione, non basta che riconosca la democrazia parlamentare, non basta che partecipi pienamente al gioco democratico. Deve anche inginocchiarsi davanti al tribunale simbolico dell’antifascismo amministrato dalla sinistra. E se non lo fa nel linguaggio, nei gesti, nei codici, nei toni graditi a quell’area politica, allora resta marchiato, resta “fascista”.
Eppure, i fatti raccontano una realtà più complessa di questa caricatura. Nel 2023, Meloni dichiarò che la destra italiana è incompatibile con “qualsiasi nostalgia del fascismo”; nel 2024, nel messaggio del 25 aprile, parlò della fine del fascismo come del momento che pose le basi per il ritorno della democrazia, ribadendo l’avversione verso tutti i regimi totalitari e autoritari. Si può giudicare insufficiente la formula, si può ritenerla fredda, si può contestarne il linguaggio, ma sostenere che l’Italia viva oggi sotto l’incombere di un nuovo fascismo è un salto propagandistico, non un’analisi seria.
Non a caso, anche figure non certo riconducibili alla destra hanno invitato negli anni a distinguere la battaglia politica dalla caricatura storica. Luciano Violante, per esempio, nel 2023 sostenne esplicitamente che Meloni fosse “estranea al fascismo” e che solo pochi “patetici nostalgici” volessero davvero difenderlo. È una posizione che ha certamente il merito di rimettere il dibattito nel perimetro della realtà: esistono nostalgici marginali, esistono ambiguità culturali, esistono residui identitari, ma non esiste, oggi, in Italia, un fascismo di regime in marcia, pronto a ricostituirsi attraverso gli strumenti ordinari della dialettica democratica.
E, allora, la domanda diventa inevitabile: perché la sinistra insiste così tanto su questa rappresentazione? Perché le è utile. Perché il fascismo come spettro perenne è diventato una rendita politica. È il grande alibi identitario di una parte della sinistra italiana. Invece di misurarsi fino in fondo con i problemi del presente, preferisce rifugiarsi nel monopolio morale del passato. Invece di convincere gli elettori su lavoro, salari, sicurezza, sanità, scuola, natalità, industria, energia, immigrazione, costruisce ogni anno la solita scena: il 25 aprile come patente di legittimità per sé e come atto d’accusa contro l’avversario.
Ma così il 25 aprile non viene difeso. Viene degradato. E, soprattutto, così si finisce per disonorare davvero i morti causati dal fascismo e dalla guerra. Perché chi morì nelle carceri del regime, chi fu mandato al confino, chi cadde sotto i colpi delle squadracce, chi fu deportato, chi venne assassinato nelle rappresaglie nazifasciste, chi salì in montagna e non tornò più, non merita di essere arruolato ogni anno in una campagna di propaganda contro il governo di centro-destra di turno. Quei morti non sono comparse da corteo. Non sono figuranti da talk show. Non sono il fondale morale di una manifestazione di parte. Sono morti veri. Morti terribili. Morti storici. Morti italiani.
Usarli come munizioni retoriche è una forma di profanazione civile. Lo è ancora di più quando il 25 aprile viene piegato a cause che con la Liberazione c’entrano solo strumentalmente. Nel 2024, ad esempio, le celebrazioni furono segnate dalle polemiche sullo slogan “cessate il fuoco ovunque”, dalle contestazioni sulla presenza della Brigata Ebraica e da tensioni, insulti e scontri tra gruppi pro Palestina e altri partecipanti, sia a Roma che a Milano. In quei momenti si è visto con crudezza che cosa accade quando una data storica viene trasformata in contenitore indistinto delle battaglie del presente: la memoria si spezza, si disperde, si contamina di pulsioni estranee e i veri protagonisti di quella storia scompaiono dietro le bandiere dell’attualità.
Questo è il paradosso più odioso: mentre si parla continuamente di antifascismo, si finisce spesso per dimenticare la sostanza umana della lotta contro il fascismo. Si invoca la memoria ma la si soffoca sotto gli slogan. Si pretende rispetto per la storia ma la si usa come manganello simbolico. Si dice di difendere la Liberazione ma la si riduce a format militante. E in questo modo non si onorano affatto i caduti. Li si usa.
Una memoria veramente degna sarebbe più rigorosa, meno isterica, meno partigiana, nel senso corrente del termine. Saprebbe distinguere fra la condanna irrevocabile del fascismo storico e il tentativo di appiccicare il marchio di “fascista” a ogni avversario politico contemporaneo. Saprebbe riconoscere che la Repubblica Italiana, con tutte le sue tensioni e contraddizioni, è oggi una democrazia costituzionale compiuta, non un regime in incubazione. Saprebbe che la forza dell’antifascismo sta nella serietà della memoria, non nella sua inflazione propagandistica.
Il punto, in fondo, è semplice. Chi davvero rispetta i morti causati dal fascismo e dalla guerra non li trasforma in strumenti per la polemica quotidiana. Non usa il loro sacrificio per evitare il confronto democratico. Non sequestra una data nazionale per farne una manifestazione identitaria contro il governo in carica. Chi lo fa, magari in nome dei valori più nobili, finisce per compiere un gesto moralmente ambiguo e storicamente meschino: parla in nome dei caduti ma, in realtà, parla per sé.
Ed è per questo che il falso moralismo di certa parte della sinistra sul 25 aprile va denunciato con durezza. Perché non è solo un vizio politico. È una distorsione della memoria nazionale. È il tentativo di tenere in ostaggio una festa di tutti per continuare a fingersi gli unici titolari della democrazia. È una recita che dura da troppo tempo. E più dura, più logora il significato stesso di quella data.
Il 25 aprile merita di meglio. Merita verità storica, non intimidazione morale. Merita rispetto, non appropriazione. Merita memoria, non rendita ideologica. E, soprattutto, meritano di meglio i morti veri causati dal fascismo e dalla guerra, che non possono essere tirati fuori una volta l’anno per benedire l’ennesima operazione di propaganda contro un fascismo evocato, ingigantito e adattato a uso polemico contro il governo di centro-destra di turno, mentre il fascismo reale appartiene alla tragedia della nostra storia e, proprio per questo, non dovrebbe mai essere banalizzato!

 

 

 

 

 

 

Compagni che sbagliano

La retorica vigliacca sulla violenza politica

 

 

 

Qui non si fanno sconti. Si smonta una delle formule più ipocrite della storia politica italiana e la si chiama col suo nome: una resa morale. “Compagni che sbagliano” è stato un alibi. Un modo per attenuare l’orrore, salvare l’identità e rimuovere le vittime. Le Brigate Rosse non erano ragazzi confusi ma terroristi consapevoli. L’ambiguità coltivata per anni attorno a quell’epoca, anche nell’area del Partito Comunista Italiano, ha lasciato un’eredità tossica che paghiamo ancora oggi, perché senza parole nette non c’è memoria, e senza memoria non c’è politica, solo autoassoluzione.

 

 

Per anni, una parte consistente della sinistra italiana ha usato una formula rassicurante quanto devastante: “compagni che sbagliano”. Una frase che sembra uscita da una riunione di sezione, detta a bassa voce, come se bastasse abbassare il tono per ridurre la portata di ciò che è accaduto. E, invece, quella formula non è mai stata neutra. È stata una scelta. Una scelta politica, culturale e morale, che ha avuto effetti profondi e duraturi nel modo in cui l’Italia ha raccontato a se stessa la stagione del terrorismo rosso.
Dire “compagni che sbagliano” significò, prima di tutto, salvare l’identità e sacrificare la verità. Significò dire: sono dei nostri, anche se hanno preso una strada sbagliata. Ma non era una strada sbagliata qualsiasi. Era la strada della lotta armata, del sequestro, dell’omicidio politico. Era la strada imboccata consapevolmente dalle Brigate Rosse, che non agirono per confusione o ingenuità quanto per convinzione ideologica. Non erano ragazzi travolti dagli eventi. Erano militanti che studiavano, pianificavano, colpivano. Con metodo. Con disciplina. Con una visione del mondo che metteva la pistola al posto del consenso e la clandestinità al posto della democrazia.
Eppure, una parte del mondo che orbitava intorno al Partito Comunista Italiano ha preferito usare il linguaggio dell’attenuazione. Non sempre per complicità diretta, certo, piuttosto per paura di rompere una continuità simbolica. Ammettere che quelle persone non fossero “compagni”, ma terroristi, avrebbe implicato ammettere una frattura. Avrebbe imposto una distinzione netta, dolorosa, forse persino impopolare: da una parte la lotta politica, dall’altra la violenza criminale. Molto più semplice dire che avevano “sbagliato”. Come se l’errore fosse una deviazione momentanea, non una scelta strutturale.


Quella retorica ha avuto un effetto collaterale distruttivo: ha spostato il centro del discorso dai fatti alle intenzioni. Non importa ciò che hai fatto, importa da dove venivi. Non importa chi hai ucciso, importa contro chi pensavi di lottare. È un ribaltamento morale che in altri contesti non sarebbe mai stato accettato. Nessuno si sognerebbe di definire un terrorista di destra come “un patriota che sbaglia”. Eppure, a sinistra, questa indulgenza è stata tollerata, a volte persino difesa come segno di “complessità storica”.
La complessità, però, non giustifica l’ambiguità. E, soprattutto, non giustifica la rimozione delle vittime. Dietro quella formula anodina ci sono corpi, famiglie distrutte, istituzioni colpite al cuore. C’è il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, che non è stato un “incidente di percorso” ma il punto più alto di una strategia terroristica lucida e spietata. Parlare ancora oggi di “compagni che sbagliano” vuol dire guardare quella tragedia e tutte le altre della medesima matrice e abbassare lo sguardo, come se nominarle con le parole giuste fosse troppo scomodo.
C’è, poi, un altro aspetto, forse il più grave: questa retorica ha educato generazioni intere a una tolleranza implicita verso la violenza politica, purché provenga dal lato “giusto” della barricata. Ha trasmesso l’idea che l’uso delle armi sia un eccesso, non una negazione totale della politica. Che, in fondo, il problema non fosse la violenza in sé ma il fatto che fosse “isolata”, “non compresa dalle masse”. Un’idea pericolosa, perché lascia sempre aperta la porta a una futura giustificazione. Oggi non è il momento. Domani, chissà.
Alla fine, però, quella frase non ha protetto la sinistra. L’ha indebolita. L’ha resa incapace di fare davvero i conti con i propri fantasmi. Ha permesso a ex terroristi di reinventarsi come intellettuali incompresi, a certi ambienti di raccontarsi come vittime della storia invece che come parte di un conflitto reale e sanguinoso. Ha trasformato una tragedia nazionale in una disputa semantica, dove le parole servivano a smussare, non a chiarire.
Chiamare le Brigate Rosse per quello che sono state non è revisionismo, non è odio ideologico. È igiene morale. È l’unico modo per dire che la politica, se rinuncia al limite, diventa barbarie. E che nessuna appartenenza, nessuna storia, nessuna bandiera può trasformare il terrorismo in un semplice errore di percorso. Non erano compagni che sbagliavano. Erano terroristi che sceglievano. E continuare a fingere il contrario è l’errore più grande che certa sinistra si porta dietro ancora oggi.

 

 

 

 

La bugia dell’amnistia Togliatti 

Insensato alibi per non capire (e accettare) perché,
oggi, la destra vince democraticamente

 

 

 

L’amnistia Togliatti non spiega il governo Meloni. Affermarlo è una semplificazione falsa, ottusa e utile solo a spostare le colpe lontano nel tempo. Trasforma la storia in una favola morale, con un peccato originale che assolve tutto ciò che è venuto dopo. Il presente non nasce da un decreto del 1946: è frutto di scelte politiche recenti, di crisi reali, di responsabilità precise. Insistere sull’amnistia è una forma di comoda cecità. E la cecità, in politica, si paga. 

 

 

L’idea che senza l’amnistia Togliatti, oggi, i “fascisti” non sarebbero al governo con Giorgia Meloni è profondamente falsa. Falsa non per una sottigliezza storiografica ma perché poggia su una concezione troppo semplicistica del rapporto tra passato e presente. Come se la storia fosse una partita a domino in cui, togliendo una tessera nel 1946, si impedisse automaticamente un esito politico ottant’anni dopo.
Questa narrazione, comunque, ha un grande vantaggio polemico: individua un colpevole chiaro, lontano nel tempo e impossibilitato a replicare. E proprio per questo è intellettualmente insostenibile. Trasforma un problema complesso, che riguarda la lunga vita della società italiana, in una favola morale con un atto originario di colpa. E, soprattutto, assolve chi, molto più vicino a noi, ha contribuito in modo concreto a creare le condizioni dell’attuale quadro politico.
L’amnistia firmata da Palmiro Togliatti nel 1946 non “salvò il fascismo”. Non lo rigenerò, non lo rese accettabile, non gli garantì un futuro. Fu un provvedimento giuridico che rispondeva a una situazione di emergenza estrema, probabilmente e(s)terodiretto. Pensare che, in sua assenza, l’Italia avrebbe conosciuto una completa bonifica culturale e politica è una fantasia retrospettiva. Anche perché il fascismo non era solo un gruppo di criminali identificabili e punibili, ma un’esperienza di massa che aveva coinvolto milioni di persone, spesso in modo passivo, conformista, opportunistico. Mettere tutti sotto processo non avrebbe prodotto una società più democratica quanto una società più rancorosa e più violenta di quanto già non avessero fatto le “vendette” compiute nell’ambito della Resistenza.
C’è, inoltre, un punto ancora più decisivo, che rende del tutto infondata la tesi del “senza amnistia niente Meloni”. Anche ammesso, per ipotesi, che nel 1946 si fosse scelta una linea durissima, con condanne estese e pene esemplari, questo non avrebbe eliminato le condizioni sociali, culturali e internazionali che hanno permesso alla destra radicale di esistere e trasformarsi nel tempo. I movimenti politici non nascono solo dalla continuità personale dei loro dirigenti ma da bisogni, paure, conflitti e rappresentazioni collettive.

Il neofascismo italiano, nelle sue varie forme, si è nutrito della Guerra fredda, dell’anticomunismo, delle fratture territoriali, delle crisi economiche, del fallimento di molte promesse repubblicane. Tutti elementi che nulla hanno a che vedere con un decreto di amnistia del dopoguerra. Sostenere il contrario significa attribuire all’amnistia un potere quasi metafisico, come se avesse congelato il tempo e trasmesso il “gene fascista” di generazione in generazione. È una visione che non regge a un’analisi minimamente seria. Se davvero bastasse una scelta giudiziaria per cancellare una cultura politica, allora dovremmo concludere che ottant’anni di scuola, informazione, dibattito pubblico, governo democratico e memoria istituzionale non abbiano contato nulla. Un’ipotesi che, paradossalmente, è molto più pessimistica e accusatoria nei confronti della Repubblica di quanto non lo sia l’amnistia stessa.
Un altro aspetto, poi, spesso viene ignorato deliberatamente. La destra che oggi governa non è il prodotto diretto di una continuità fascista lineare (affermarlo è un esercizio di somma disonestà intellettuale, se non di mera idiozia!), quanto il risultato di trasformazioni politiche avvenute negli ultimi trent’anni (dal 1995, con la svolta di Fiuggi), non dal 1945 o, addirittura, dal 1922. La crisi dei partiti di massa, la dissoluzione della sinistra storica, la personalizzazione della politica, la precarizzazione del lavoro, l’impoverimento del ceto medio, l’immigrazione incontrollata, la gestione delle emergenze. Tutti fattori recenti, concreti, verificabili. Tirare in ballo il 1946 serve solo a non parlare del 1992, del 1994, del 2008, del 2011, del 2020. Serve a spostare l’attenzione da responsabilità vive a colpe archeologiche.
In questo senso, quindi, la tesi “senza l’amnistia Togliatti non ci sarebbe stato il governo Meloni”, oltre a essere falsa è comoda. È un modo per evitare una domanda molto più scomoda, e cioè: “Perché una parte rilevante dell’elettorato italiano, oggi, democraticamente riconosca in quella destra una risposta ai propri problemi?”. Finché si continuerà a spiegare il presente con un presunto errore originario, si continuerà anche a non capirlo. E a perderlo.
L’amnistia Togliatti fu una scelta storicamente situata, figlia di un equilibrio fragile e di un Paese in macerie. Può essere discussa, criticata, problematizzata. Ma trasformarla nella causa remota del governo Meloni non è analisi storica: è polemica inutile e consolatoria. E la consolazione, in politica, è spesso il primo passo verso l’impotenza!

 

 

 

 

 

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato

Nietzsche e la temporalità

 

 

 

 

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”. Questa interpretazione della temporalità nella filosofia di Friedrich Nietzsche rovescia il senso comune del tempo. L’idea che il futuro, qualcosa che non è ancora accaduto, possa influenzare il presente tanto quanto il passato, qualcosa che invece è già accaduto, è apparentemente controintuitiva. Eppure, in questa tensione tra ciò che è stato e ciò che ancora non è, Nietzsche individua una delle verità più profonde dell’esistenza umana: l’uomo è un essere proiettato, sospeso tra ricordo e possibilità, tra ciò che ha ricevuto e ciò che può ancora creare.
Per Nietzsche, la concezione tradizionale del tempo – come sequenza lineare e causale, in cui il passato genera il presente e il presente determina il futuro – è limitante e illusoria. È una costruzione razionale, comoda per la scienza e la morale ma inadeguata a cogliere la vitalità della vita umana. Nella sua opera Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Nietzsche denuncia una cultura malata di passato, una civiltà che si ripiega sulla memoria storica e diventa incapace di agire, con il rischio che l’uomo diventi un archivista, uno spettatore della vita, anziché il suo creatore.
Nietzsche rifiuta la cronologia come struttura rigida della vita. Propone una visione del tempo in cui il presente è influenzato non solo da ciò che è stato ma anche da ciò che potrebbe essere. Il futuro – inteso non come una realtà già scritta ma come orizzonte aperto di possibilità – diventa un elemento attivo, una forza che modifica il nostro sguardo, le nostre scelte, la nostra identità.
Quando Nietzsche parla del futuro, non parla di un tempo “da attendere”. Non c’è nulla di passivo nell’atteggiamento che egli propone. Anzi, il futuro è la dimensione del progetto, della volontà, della trasformazione. È in questo senso che il futuro influenza il presente: non come determinazione esterna ma come sfida interna. La vita autentica è quella che si lascia orientare da un fine che non esiste ancora e che vale la pena perseguire.
In questa prospettiva, Nietzsche anticipa (e ispira) molte riflessioni dell’esistenzialismo novecentesco: da Heidegger, che parlerà dell’“esserci” come apertura al futuro, fino a Sartre, per cui l’uomo è “ciò che progetta di essere”. Per Nietzsche, questa proiezione non è solo ontologica, è anche etica e artistica: l’uomo deve diventare l’artista di sé stesso, il creatore del proprio destino.


Per chiarire ulteriormente il senso della affermazione iniziale, occorre metterla in dialogo con tre dei concetti fondamentali della filosofia nietzschiana: l’Oltreuomo, la volontà di potenza e l’eterno ritorno.
L’Oltreuomo è l’essere umano che ha superato le illusioni della morale tradizionale, ha rifiutato le verità imposte dall’esterno (come Dio, la ragione, il progresso) e ha trovato in sé stesso la forza di creare nuovi valori. Tuttavia, l’Oltreuomo non è ancora qui: è un ideale futuro. È una figura in divenire, un orizzonte, non una realtà presente. Proprio in quanto orizzonte, influenza radicalmente il presente: ci spinge a interrogarci, a migliorarci, a liberarci dalle catene del passato. In questo senso, l’Oltreuomo è un motore etico e creativo. Esiste solo nella misura in cui il presente lo invoca, lo costruisce, lo persegue.
Altro concetto chiave nietzschiano, la volontà di potenza, è spesso fraintesa come sete di dominio. In realtà, è molto di più: è la forza vitale primordiale, la spinta a superare sé stessi, ad affermare la propria esistenza attraverso la creazione. È ciò che muove ogni forma di vita a espandersi, a crescere, a trasformarsi. La volontà di potenza è proiettata verso il futuro. Essa non si accontenta di ciò che è stato, non si limita a conservare l’esistente: vuole generare, produrre, valorizzare. Anche qui, il futuro agisce sul presente come possibilità di trasvalutazione, di reinvenzione dei valori.
Il pensiero dell’eterno ritorno è tra i più enigmatici e radicali della filosofia nietzschiana. Esso afferma che ogni cosa è destinata a ripetersi all’infinito, identica. Ma Nietzsche non lo propone come una teoria cosmologica, bensì come una prova etica suprema: se sapessi che ogni tua azione è destinata a ripetersi eternamente, vivresti allo stesso modo? In questa idea, il futuro si presenta come specchio morale: condiziona le nostre scelte presenti, perché ci obbliga a viverle come se fossero definitive. L’eterno ritorno, pur parlando del tempo circolare, esercita una pressione prospettiva, perché ci impone di considerare l’impatto infinito di ogni istante.
L’affermazione che apre questo scritto è, dunque, anche un’affermazione di responsabilità. L’uomo non può nascondersi dietro il determinismo del passato né vivere nell’attesa passiva del futuro. Deve agire ora, sapendo che ogni gesto presente è impregnato di un progetto, di un desiderio, di una tensione verso ciò che ancora non esiste.
Il futuro, in Nietzsche, non è predizione né speranza, è creazione. È una materia da plasmare. Il suo influsso sul presente è proprio questo: ci spinge a essere autori del nostro tempo. Ci obbliga a interrogarci: chi vogliamo essere? Che mondo vogliamo generare? La risposta non sta nel passato ma nell’atto presente che disegna la forma di quel futuro.
Rileggere Nietzsche oggi, in un’epoca di crisi politiche, morali e identitarie, rende questa affermazione ancora più attuale. Viviamo in un tempo in cui il futuro è spesso percepito come minaccia (catastrofi climatiche, guerre, collasso sociale) o come vuoto (assenza di ideali, nichilismo, saturazione tecnologica). Nietzsche ci costringe a ribaltare la prospettiva: non è il futuro a dover rassicurarci, siamo noi a doverlo costruire. La sua filosofia ci invita a non subirlo ma ad abitarlo attivamente. Ad agire, anche senza garanzie. A creare, anche nel dubbio. A vivere non come eredi passivi del passato ma come precursori, come anticipatori di forme di vita più alte.
Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, pertanto, non è una semplice osservazione sul tempo. Esprime un principio fondativo della visione dell’uomo di Nietzsche: vivere significa creare il proprio destino ed è il futuro – inteso come possibilità, sfida e ideale – a rendere il presente degno di essere vissuto. Non è una frase rassicurante, certo. È una chiamata all’azione. Una filosofia per chi ha il coraggio di guardare avanti, anche nel buio.