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Sant’Agostino va in chiesa e non trova il silenzio

Cronaca di una fede che ha paura di restare sola

 

 

 

 

E se Sant’Agostino entrasse, oggi, in una chiesa, cosa vedrebbe davvero? Questo non è un atto d’accusa ma uno sguardo lucido e inquieto sulla Chiesa contemporanea: troppo rumore, troppa sicurezza, poca tremante attesa del mistero. Il silenzio, le domande, l’ironia severa e misericordiosa di Agostino. Ne vengono fuori riflessioni spiazzanti su fede, verità, responsabilità e ricerca di Dio. Da leggere lentamente. Perché non consolano. Aprono ferite che vale la pena non chiudere.

 

 

 

Sant’Agostino, se oggi entrasse in una chiesa, non si inginocchierebbe subito. Prima farebbe quello che ha sempre fatto meglio: guardare, ascoltare, sospettare. Non per mancanza di fede ma per eccesso di lucidità. Agostino non ha mai confuso Dio con ciò che gli uomini fanno in suo nome, e questa distinzione, proprio oggi, gli tornerebbe utile come una chiave universale.
Si accorgerebbe subito che la Chiesa contemporanea ha sviluppato una forma di loquacità nervosa. Parla per prevenire, per spiegare, per correggere, per rassicurare. Parla come chi teme che il silenzio venga interpretato come colpa. Lui, che ha imparato a proprie spese quanto il silenzio possa essere più onesto di mille dichiarazioni, direbbe che una Chiesa che non sa più sostare nel non detto rischia di trasformare Dio in un comunicato stampa. E un Dio che deve essere sempre chiarito finisce per non essere più ascoltato.
Noterebbe anche un curioso slittamento di priorità. La Chiesa sembra spesso impegnata a dimostrare di essere rilevante, aggiornata, “dalla parte giusta della storia”. Agostino, che diffidava profondamente della storia quando pretendeva di giudicare Dio, farebbe osservare che il cristianesimo non è nato per stare dalla parte giusta ma dalla parte vera. E la verità, lo sapeva bene, raramente coincide con ciò che rassicura una maggioranza.
Guardandone la struttura, vedrebbe una Chiesa molto occupata a funzionare. Organigrammi, protocolli, procedure. Tutto necessario, certo. Ma Agostino, che conosceva l’anima come un luogo caotico e indisciplinato, si chiederebbe quando l’istituzione ha iniziato a credere che l’ordine esteriore potesse compensare il disordine interiore. Una Chiesa che funziona perfettamente ma non trema più davanti al mistero, penserebbe, è una Chiesa che ha smesso di rischiare.
Poi, c’è il tema dell’uomo. Qui Agostino sarebbe diviso. Riconoscerebbe un’attenzione sincera alle ferite, alle esclusioni, alle sofferenze reali. Questo, tuttavia, non lo infastidirebbe affatto. Lui ha preso l’uomo sul serio quando molti lo liquidavano come un problema morale. Rileverebbe, però, anche un’assenza significativa: si parla molto di fragilità e poco di responsabilità, molto di limiti e poco di conversione. Come se l’uomo fosse solo una vittima e mai un colpevole. Agostino ricorderebbe che senza colpa non c’è perdono e senza perdono la misericordia diventa solo una forma elegante di indulgenza.


Si fermerebbe, dopo, a osservare le dispute teologiche, le prese di posizione, le etichette appiccicate con sorprendente velocità: progressista, conservatore, aperto, rigido. Agostino, che ha passato la vita a cambiare idea senza mai cambiare ricerca, direbbe che la Chiesa, oggi, sembra più interessata a sapere chi sei piuttosto che a capire cosa cerchi. E che quando la fede diventa un’identità da difendere smette di essere una verità da abitare.
Davanti alla morale, probabilmente scuoterebbe la testa. Non tanto per le posizioni in sé, quanto per il tono. Da una parte, una morale urlata, che sembra nutrirsi della propria indignazione. Dall’altra, una morale annacquata, che ha paura di ferire. Lui, che sapeva quanto la verità potesse ferire senza mai essere violenta, direbbe che il problema non è dire sì o dire no, ma dire qualcosa che nasca da una vita trasformata. Senza questo, ogni norma è solo rumore.
Osserverebbe, inoltre, con una certa ironia, il rapporto della Chiesa con il mondo. Una Chiesa che lo critica ma lo imita. Che lo denuncia ma ne usa le categorie. Numeri, visibilità, impatto. Agostino rievocherebbe che il cristianesimo ha conquistato il mondo senza mai rincorrerlo. E che quando ha iniziato a farlo ha perso qualcosa di essenziale: la libertà di essere impopolare.
Eppure, non sarebbe un vecchio brontolone. Vedrebbe anche ciò che non finisce nei documenti. Le preghiere stanche, le liturgie imperfette, le comunità minuscole che resistono senza sapere bene perché. Vedrebbe persone che non hanno risposte ma continuano a presentarsi. Questo, per Agostino, sarebbe il segno più credibile di tutti. Perché la fede, lo sapeva bene, non è la sicurezza di chi ha capito ma l’ostinazione di chi non smette di cercare.
Forse, direbbe che la Chiesa di oggi soffre di una tentazione antica: voler essere adulta. Sicura, matura, equilibrata. Ma il cristianesimo, ricorderebbe, nacque da una dipendenza radicale. Da un’inquietudine che non si risolve. Da un cuore che resta esposto. Una Chiesa troppo sicura di sé è una Chiesa che ha smesso di pregare davvero.
Alla fine, Agostino non proporrebbe riforme né strategie. Non suggerirebbe slogan né nuovi linguaggi. Direbbe solo, con quella calma che viene da una vita combattuta fino in fondo, che la Chiesa farebbe bene a ricordare ciò che l’ha generata: non l’efficienza, non la coerenza, non la rispettabilità, ma una ferita aperta verso l’infinito.
E allora sì, a quel punto, si inginocchierebbe. Non per giudicare, non per correggere, non per commentare. Per pregare. Perché riconoscerebbe, sotto tutti gli strati di rumore e di paura, la stessa realtà che lo ha accompagnato per tutta la vita: una Chiesa piena di uomini che si distraggono, che sbagliano, che si contraddicono. E proprio per questo, ostinatamente bisognosi di Dio.

 

 

 

 

Nietzsche li avrebbe chiamati deboli
(e non era un complimento)


Appunti nietzschiani sul buonismo di sinistra

 

 

 

 

Se Nietzsche guardasse il nostro presente, non urlerebbe. Annoterebbe. Con lucidità spietata smonterebbe il buonismo di sinistra come morale della stanchezza, rifugio di chi ha smesso di credere nella forza, nel rischio, nella grandezza. Queste brevi riflessioni non accusano, diagnosticano. Non consolano, provocano. Una lettura scomoda che chiede una cosa sola: che tipo di uomini stiamo diventando quando scambiamo la bontà per virtù e la rinuncia per saggezza?

 

 

 

Nietzsche, oggi, non griderebbe allo scandalo. Non sprecherebbe energia in invettive. Si limiterebbe a constatare, con quella lucidità che rasenta la crudeltà, che il buonismo di sinistra è il punto d’arrivo di una lunga stanchezza morale. Non un tradimento improvviso ma una resa progressiva. Un pensiero che ha smesso di credere nella possibilità della grandezza e ha deciso di trasformare questa rinuncia in virtù.
Lo leggerebbe come un sintomo, non come una colpa. Perché Nietzsche non accusava mai i fenomeni, biasimava le forze che li generano. E qui vedrebbe una forza debole che si autocelebra. Un’etica che non nasce dall’abbondanza ma dalla scarsità. Scarsità di visione, di coraggio, di fiducia nell’essere umano come qualcosa che può andare oltre se stesso.
Direbbe che il buonismo confonde la morale con il conforto, perché non chiede: “Che tipo di uomo vogliamo diventare?”, ma “Come facciamo a sentirci meno in colpa?”. È una morale terapeutica, non creativa. Serve a calmare le coscienze non a formare caratteri. E per Nietzsche, una morale che non forma caratteri è solo un sedativo ben confezionato.
Noterebbe come il buonismo abbia sostituito l’idea di responsabilità con quella di contesto. Nessuno agisce davvero, tutti reagiscono. Nessuno sceglie, tutti sono spiegabili. Ogni gesto viene dissolto in una rete di cause, traumi, strutture. Nietzsche direbbe che questo non è progresso ma un nuovo fatalismo travestito da compassione. Un modo elegante per dire all’uomo: “Non sei capace di volere davvero”.
Osserverebbe, con particolare ironia, l’ossessione per l’innocenza. Tutti devono essere innocenti, sempre. Innocenti per nascita, per condizione, per appartenenza. La colpa diventa un tabù, qualcosa da rimuovere, non da affrontare. Ma per Nietzsche la colpa, il conflitto, l’errore sono materia prima della trasformazione. Senza attrito non c’è forma. Senza rischio non c’è stile.
E, poi, c’è l’uguaglianza, parola che Nietzsche maneggerebbe come un oggetto pericoloso. Non perché rifiuti la dignità di tutti ma perché diffida delle idee che pretendono di valere per chiunque allo stesso modo. Vedrebbe nel buonismo una passione per l’uguaglianza emotiva: nessuno deve sentirsi inferiore e, soprattutto, nessuno deve sentirsi superiore. Ogni eccellenza diventa sospetta, ogni verticalità un’offesa. Il risultato è una pianura morale dove tutto è accessibile e nulla è desiderabile.


Coglierebbe anche la dimensione estetica del fenomeno. Il buonismo è brutto, direbbe. Non nel senso superficiale ma in quello profondo. È privo di stile perché ha paura di scegliere. Accumula gesti morali come decorazioni e non costruisce una forma. È una morale senza ritmo, senza tensione, senza tragico. E, per Nietzsche, dove manca il tragico manca anche la possibilità del grande.
Vedrebbe con fastidio il modo in cui il dissenso viene trattato non come errore ma come patologia. Chi non aderisce al buonismo non è sbagliato, è “problematico”. Non va confutato, va corretto. Non va combattuto, va educato. Nietzsche riconoscerebbe subito questa dinamica: è la vecchia volontà di potere che cambia maschera. Non più la forza che impone ma la bontà che normalizza.
E, forse, la cosa che più lo irriterebbe sarebbe l’autocompiacimento. Il sentirsi dalla parte giusta senza aver rischiato nulla. Il considerare la propria sensibilità come una prova di superiorità morale. Direbbe che questa è la forma più raffinata di mediocrità: quella che si scambia per virtù.
Alla fine, come sempre, tornerebbe alla domanda decisiva: “Che tipo di uomini produce tutto questo?”. Non uomini crudeli, non uomini malvagi ma uomini timorosi. Uomini che evitano il conflitto, che delegano il giudizio, che preferiscono l’approvazione alla verità. Uomini che confondono la gentilezza con la forza e la rinuncia con la saggezza.
Concluderebbe, forse, senza rabbia, ma con una chiarezza spietata: una cultura che ha bisogno di dirsi continuamente buona è una cultura che non si sente più forte. E quando la forza scompare, la morale diventa il suo surrogato. Un surrogato gentile, inclusivo, rassicurante, ma pur sempre un surrogato.
Poi, chiuderebbe davvero il quaderno. E annoterebbe, come ultima avvertenza: “Non temete chi è duro. Temete chi non osa più esserlo!”.

 

 

 

 

Kant guarda il Grande Fratello e spegne la TV

Brevissima “Critica della ragion televisiva”

 

 

 

 

E se Kant finisse davanti al Grande Fratello? Non urlerebbe allo scandalo. Osserverebbe. E vedrebbe molto più di un reality show: un esperimento morale a cielo aperto, dove il dovere cede al consenso, la dignità al format e l’identità diventa strategia. Vi parlo Kant per parlare di noi, dello sguardo che giudica, della libertà che diventa performance e di cosa resta dell’etica quando ogni gesto nasce per essere visto. Una riflessione tagliente, ironica e inquietante su ciò che chiamiamo intrattenimento e su ciò che, senza accorgercene, stiamo diventando.

 

 

Kant, se oggi accendesse la televisione e inciampasse nel Grande Fratello, probabilmente non urlerebbe allo scandalo. Non perché approvi ma perché lo scandalo, per lui, è una categoria pigra. Più verosimilmente, spegnerebbe il televisore in silenzio, si aggiusterebbe il panciotto e prenderebbe appunti. Non per partecipare. Per capire. Perché dove l’uomo si espone senza vergogna, lì c’è sempre qualcosa da pensare.
Davanti a una casa piena di personaggi più o meno famosi, spiati ventiquattr’ore su ventiquattro, Kant vedrebbe una versione pop, colorata e un po’ urlata di un problema antico: cosa resta dell’uomo quando ogni azione è fatta per essere vista? Quando non esiste più un “fare” che non sia anche un “mostrarsi”? La risposta non lo rassicurerebbe. L’imperativo categorico, quello che chiede di agire solo secondo massime che possano valere come legge universale, farebbe una brutta fine tra nomination e confessionali. Universale, lì dentro, è solo il desiderio di piacere. E magari di restare una settimana in più.
Il concorrente del reality non agisce perché ritiene giusto fare qualcosa ma perché qualcuno guarda. Non per dovere ma per share. E questo, per Kant, è già una condanna netta. La morale, direbbe, nasce dall’autonomia della volontà, non dall’applauso o dal televoto. Se fai il bene perché ti conviene, non stai facendo il bene. Stai facendo strategia. Se poi ti conviene anche piangere, tanto meglio: l’etica non fa audience, l’emozione sì.
A colpirlo sarebbe soprattutto la naturalezza con cui tutto questo viene accettato. Nessuno sembra più chiedersi se sia giusto ma solo se funzioni. Kant vedrebbe qui il trionfo della ragion strumentale: ogni gesto è un mezzo per qualcos’altro. Un’alleanza, una clip, una percentuale di gradimento. Anche l’amicizia ha una scadenza settimanale. Anche l’indignazione può essere riciclata nella puntata successiva.


Poi c’è la questione della dignità, che per Kant non è negoziabile. L’uomo è sempre un fine e mai soltanto un mezzo. Nel reality, invece, l’uomo è spesso un mezzo chiarissimo: mezzo per riempire palinsesti, mezzo per creare conflitti, mezzo per vendere qualsiasi cosa durante la pubblicità. Anche quando si “racconta”, anche quando mostra le proprie fragilità, lo fa dentro un formato. La sofferenza, lì, ha un minutaggio. La spontaneità con il microfono addosso ha qualcosa di eroico, ma anche di profondamente tragicomico.
Kant si soffermerebbe a lungo su un dettaglio apparentemente secondario: il confessionale. Quella stanza dove il concorrente parla “sinceramente” alla telecamera. La chiamano verità, ma è una verità senza rischio. Nessun interlocutore reale, nessuna responsabilità immediata. Si confessa non per capire se stessi ma per spiegarsi al pubblico. È una morale senza interiorità, direbbe Kant. Un’etica che non passa dalla coscienza, ma dal montaggio.
Noterebbe anche un paradosso sottile e un po’ crudele. Mai come nei reality si parla di “essere se stessi”. Eppure, mai come lì l’identità è una strategia. Si è autentici con metodo. Si litiga al momento giusto. Si perdona quando conviene. Si piange quando la musica sale. La ragion pratica, che dovrebbe guidare l’azione morale, viene rimpiazzata da una regia invisibile. Non sei libero, sei leggibile. E se sei troppo complesso, vieni tagliato.
Forse Kant allargherebbe lo sguardo oltre lo schermo e si accorgerebbe che il vero esperimento morale non è nella casa, ma sul divano. Milioni di spettatori giudicano, assolvono, condannano. Si indignano a comando, empatizzano a intermittenza. È un tribunale morale senza responsabilità. Nessuna conseguenza per chi giudica. Nessun dovere, solo opinioni. Kant avrebbe parecchio da dire anche su questo, ma probabilmente sospirerebbe: l’eteronomia non è mai stata così comoda.
Alla fine, forse, concederebbe un mezzo sorriso. Il Grande Fratello, direbbe, è una grande lezione involontaria di filosofia morale negativa. Non insegna come si deve vivere, piuttosto mostra chiaramente cosa succede quando il valore di un’azione non sta più nell’intenzione ma nell’effetto. Quando la libertà diventa performance, la persona diventa personaggio e il dovere viene scambiato per una regola del gioco.
Poi spegnerebbe davvero la TV. Non per snobismo. Per coerenza. Per rispetto del dovere, prima di tutto. E anche di chi continua a guardare, magari pensando che sia solo intrattenimento, mentre in sottofondo qualcuno sta già decidendo chi siamo quando ci sentiamo osservati.

 

 

 

 

Il silenzio di Dio nella mente inquieta di Denis Diderot

 

 

 

 

 

Il pensiero religioso di Denis Diderot (1713-1784) è uno dei percorsi più movimentati dell’Illuminismo. Non procede per affermazioni nette ma per avvicinamenti, rotture e ripensamenti. È un terreno dove filosofia, scienza, morale e politica si intrecciano, spesso in modo sorprendente. Per capirlo non basta catalogarlo come ateo o materialista. Occorre seguirlo mentre impara, legge, discute, si contraddice, osserva la natura e tenta di darle una forma comprensibile.
Da giovane, Diderot aderì a un deismo sobrio, erede della tradizione razionalista. Immaginava un Dio architetto che avesse dato forma all’universo e poi si fosse ritirato. Era una posizione che gli consentì di rifiutare i miracoli e le superstizioni senza rinunciare all’idea di un ordine. Ma questo ordine, più lo guardava da vicino, più gli pareva accidentale. Il deismo gli sembrava un compromesso che serviva a proteggere l’intelletto dalle conseguenze più radicali del dubbio. Diderot non aveva interesse per i compromessi.
I Pensées philosophiques (1746) segnarono l’inizio del conflitto aperto con la religione istituzionale. Il tono è calmo, quasi didattico. Non c’è una volontà di scandalizzare. Ma la sostanza è dirompente: la religione rivelata è basata su testimonianze fragili, presunte rivelazioni, dogmi che chiedono obbedienza più che comprensione. Diderot non negava la religione per principio; chiedeva semplicemente di valutarne la credibilità come si valuterebbe quella di qualsiasi altra affermazione. E qui crollò tutto. I preti non erano necessari per essere morali. I miracoli non erano prove. E un Dio giusto non avrebbe fondato la virtù sulla paura. La religione, nella sua forma storica, appariva così un’istituzione più interessata al potere che alla verità.
A poco a poco, quindi, Diderot si mosse verso il materialismo. Non lo fece con una dichiarazione solenne, piuttosto attraverso una serie di intuizioni che provenivano dalla fisiologia, dalla fisica e dalla sensazione immediata del mondo. Se tutto ciò che conosciamo passa dai sensi, che ruolo resta allo spirito? E se la materia è capace di movimento, trasformazione e complessità, perché introdurre una causa esterna?
Diderot non intendeva la materia come qualcosa di passivo. La immaginava viva, vibrante, in grado di generare forme sempre nuove. È proprio questa l’idea che gli permise di fare a meno di un creatore. Non c’è bisogno di una mente divina per spiegare il mutamento, perché il mutamento è nella natura stessa.
Il passo che lo portò vicino all’ateismo esplicito fu la Lettre sur les aveugles à l’usage de ceux qui voient (1749). Qui mostrò come il concetto di Dio dipendesse dai nostri sensi. Un cieco nato non avrà le stesse idee di chi vede. Se la percezione cambia, cambiano le idee su tutto ciò che riteniamo “assoluto”. La religione si rivela, così, un prodotto umano, legato alle condizioni materiali della vita. Fu una tesi pericolosa in un contesto in cui l’autorità religiosa aveva un ruolo centrale. Non a caso, Diderot fu imprigionato.


Nelle opere degli anni Sessanta e Settanta, come il Rêve de d’Alembert (1769), la natura assume un carattere quasi organico. Non è un meccanismo chiuso ma una rete in cui tutto si trasforma. Diderot pensava a un universo senza centro e senza scopo finale. Era certamente una visione radicale, che anticipò idee divenute comuni solo più tardi, con l’evoluzionismo e la biologia moderna. Qui Diderot non sentì più il bisogno di spiegare perché non credesse. Lo dava per scontato. La domanda non era “Dio esiste?”, ma “perché mai dovremmo introdurlo se la natura basta a spiegare ciò che vediamo?”.
Nonostante la sua posizione critica, il filosofo non trattò la religione con disprezzo. Ne riconosceva la funzione sociale. Sapeva che a molte persone la fede desse consolazione, ordine, identità. E comprese che la religione, come la lingua e la tradizione, fosse intrecciata alla vita collettiva. Ciò che lo preoccupava non era la religione in sé, ma il potere che pretendeva di esercitare sulle coscienze. La usava come esempio di un meccanismo più generale: ogni autorità che pretende di essere infallibile è un ostacolo alla libertà. Per questo difendeva la tolleranza e la pluralità. Preferiva una società in cui molte opinioni convivessero a una in cui una sola fosse imposta.
Il pensiero di Diderot si distinse da quello di Voltaire, che rimaneva legato a un deismo rassicurante e vedeva la religione come utile ordine civile. Diderot, al contrario, pensava che l’ordine dovesse nascere dalla ragione e dall’esperienza, non da un’autorità trascendente. Si differenziò anche da Rousseau, che sosteneva una religione del sentimento. Diderot non credeva che la coscienza morale avesse bisogno di un fondamento sacro. Gli bastava l’idea che gli esseri umani dipendessero gli uni dagli altri. Da questa interdipendenza nasce la responsabilità.
Diderot non intese sostituire il cristianesimo con un’altra religione laica. Non creò dogmi. Non stilò un manifesto ateo da seguire. Ciò che propose fu un atteggiamento diverso: guardare la realtà senza pregiudizi, accettare i limiti della conoscenza, essere disposti a cambiare idea. Per lui l’ignoranza non è un fallimento ma un punto di partenza. Il dubbio non è una debolezza ma una condizione per la ricerca. La sua filosofia religiosa è, in fondo, una filosofia della curiosità.
Diderot ha lasciato un’eredità complessa. Non perché elaborò una teoria sistematica ma perché mostrò cosa significasse pensare senza protezioni. La sua critica della religione non mirava a distruggere ma a rendere possibile una società fondata sulla discussione, sulla libertà e sull’uguaglianza. Il suo contributo è aver aperto un varco: l’idea che la natura potesse spiegarsi da sé, che la morale potesse esistere senza minacce ultraterrene e che l’autorità, per essere legittima, dovesse sottoporsi alla ragione. Sono idee che oggi sembrano ovvie ma nel Settecento erano rivoluzionarie.

 

 

 

 

 

 

Degni della felicità

Il comandamento dell’etica kantiana

 

 

 

 

L’etica non è esattamente la dottrina che ci insegna come essere felici, ma quella che ci insegna come possiamo fare per renderci degni della felicità”. Questa frase di Kant, contenuta nella Critica della ragion pratica (libro II, capitolo 2, par. 5), costituisce uno dei vertici della sua riflessione morale ed è anche una critica netta a ogni forma di etica strumentale, cioè a quelle dottrine morali che fanno del conseguimento della felicità l’obiettivo primario della condotta umana. In una sola frase, Kant mette in discussione un intero modo di intendere la vita morale, ancora oggi molto diffuso: l’idea che la morale sia uno strumento al servizio del benessere personale. Per Kant, questa è una confusione pericolosa.
Per capire a fondo questa affermazione, bisogna partire da una domanda: che cos’è la felicità, secondo Kant? Nella Critica della ragion pratica (libro II, capitolo 2, par. 4), il filosofo definisce così la felicità: “A meno che, nello stesso tempo, l’intera nostra natura non venisse trasformata, le inclinazioni, che in ogni caso si fanno sentire per prime, esigerebbero anzitutto la loro soddisfazione; e, congiunte con la riflessione razionale, una loro soddisfazione massima e duratura, che prende il nome di felicità”.
Questa definizione, però, è problematica: i desideri cambiano, entrano spesso in conflitto tra loro e ciò che oggi ci rende felici può domani rivelarsi fonte di insoddisfazione o rimpianto. La felicità, dunque, è una meta incerta, troppo legata al caso, alla contingenza, agli eventi esterni.
Kant non nega che la felicità sia importante per l’essere umano – anzi, riconosce che è un fine naturale per ogni individuo. Ma insiste sul fatto che la morale non può basarsi su di essa, perché i princìpi etici devono avere validità universale, indipendentemente dai gusti, dalle emozioni o dalle circostanze personali. L’etica non può fondarsi su qualcosa di così instabile come la felicità individuale.
Per Kant, l’etica è legata alla legge morale, che ciascun essere razionale può riconoscere dentro di sé tramite la propria ragione. Questa legge non si basa sul calcolo dei benefici ma sull’imperativo categorico, un principio che comanda un’azione come giusta in sé, universalizzabile, senza dipendere da altri fini. Ad esempio: “Io non devo mai comportarmi in modo tale da non ‘poter volere che la mia massima divenga una legge universale’” (Fondazione della metafisica dei costumi, sez. I).
Kant ribadisce che non esiste una “ricetta” morale per essere felici. Al contrario: può darsi che, facendo il proprio dovere, si finisca per rinunciare alla felicità. Ciò, comunque, non toglie valore all’azione; anzi, ne costituisce la grandezza morale. Pensiamo a chi dice la verità anche a costo di rimetterci, a chi si prende cura degli altri senza riceverne nulla in cambio, a chi lotta per la giustizia pur sapendo che non ne ricaverà alcun vantaggio. Queste azioni non sono felici nel senso comune ma sono moralmente degne.


La parola chiave della frase iniziale è “degni” della felicità. Kant non ritiene che la morale ci insegni a ottenere la felicità ma che ci educhi a meritarla. Questo è un passaggio decisivo. In un mondo giusto, ci aspetteremmo che chi agisce bene venga ricompensato, che la virtù sia premiata dalla felicità. Ma il mondo reale, lo sappiamo, non funziona così. La felicità è spesso distribuita in modo arbitrario e persone moralmente integre possono vivere nella sofferenza o nella sventura. Kant, però, ritiene che la ragione umana debba postulare una connessione tra virtù e felicità, perché altrimenti l’agire morale rischierebbe di apparire inutile o assurdo. Ecco, allora, l’idea del postulato dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima: non come prove teologiche ma come esigenze pratiche. Solo in una prospettiva che supera il mondo empirico – cioè in un ordine morale ideale – possiamo credere che chi agisce rettamente sarà, alla fine, felice in quanto lo merita. Non perché ha seguito una strategia ma perché è una persona giusta.
Nell’enunciato in apertura è contenuta anche una critica implicita, e fortissima, all’etica utilitarista. L’utilitarismo, in tutte le sue forme, assume che il criterio fondamentale dell’agire morale sia la massimizzazione della felicità o del piacere (individuale o collettivo). Per Kant, questo è un errore concettuale: rende la morale uno strumento subordinato a uno scopo variabile, soggettivo e incerto. Un’etica costruita su questi presupposti può giustificare azioni moralmente inaccettabili se producono un risultato “utile”. Kant rifiuta questo relativismo morale: per lui, esistono azioni che devono essere compiute (o evitate) non per le loro conseguenze ma per il principio che incarnano. È questo che distingue la persona morale dall’individuo semplicemente calcolatore.
Nel mondo contemporaneo, dominato dall’idea che ogni scelta debba portare vantaggi immediati o benessere psicologico, il messaggio kantiano è più che mai controcorrente. In un’epoca in cui la felicità è diventata un prodotto da inseguire, spesso misurato in termini di successo, visibilità, gratificazione istantanea, Kant ci costringe a guardare oltre. La domanda che ci rivolge è scomoda ma necessaria: che tipo di persona stai diventando, mentre insegui ciò che ti fa stare bene? Stai agendo in modo giusto o solo in modo utile? Sei felice o stai vivendo in modo tale da meritare la felicità, qualora dovesse arrivare?
Kant ci propone un’etica esigente, eppure profondamente rispettosa della nostra dignità razionale. Non ci promette ricompense automatiche né una vita comoda. Ci mostra che la vera grandezza dell’essere umano sta nella capacità di scegliere il bene anche quando non conviene. L’etica non serve a renderci felici, serve a renderci degni della felicità. E questa distinzione, tanto semplice quanto radicale, è ciò che fa della morale kantiana una delle conquiste più alte del pensiero filosofico occidentale.

 

 

Pietro Pomponazzi

Filosofia, ragione e fede nel Rinascimento inquieto

 

 

 

 

Pietro Pomponazzi (1462-1525) è stato uno dei maggiori pensatori del Rinascimento italiano, non solo per la radicalità delle sue tesi ma per la tensione intellettuale che queste hanno incarnato: quella tra la filosofia aristotelica classica e la dottrina cristiana medievale, tra l’indagine razionale del mondo e le verità rivelate della fede. Professore a Padova, Ferrara e Bologna, è stato tra i massimi esponenti dell’aristotelismo rinascimentale, ma ha saputo rielaborare la tradizione con spirito critico e originale, giungendo a conclusioni che mettevano in discussione pilastri fondamentali del pensiero cristiano, come l’immortalità dell’anima, i miracoli, l’intervento divino nel mondo e la morale fondata sulla religione.
Nel XV e XVI secolo, l’università italiana era dominata dal recupero sistematico dell’opera di Aristotele, attraverso commentari, traduzioni e dispute accademiche. L’aristotelismo rinascimentale, però, non era unitario: accanto alla versione tomista, armonizzata con la teologia, convivevano interpretazioni più radicali, come quella di Averroè (Ibn Rushd), che leggeva Aristotele in senso naturalistico e materialista.
Pomponazzi si mosse dentro questa tensione: da un lato, rispettò il metodo rigoroso del commento ai testi aristotelici; dall’altro, rifiutò di piegare la filosofia alle esigenze della fede. Per lui, la filosofia doveva mantenere la propria autonomia, procedendo secondo i princìpi della “ragione naturale”. Fu un passo decisivo verso la laicizzazione del pensiero filosofico, anche se ancora all’interno del quadro culturale cristiano.
L’opera più celebre e controversa di Pomponazzi è Sull’immortalità dell’anima (1516). Il punto di partenza è chiaro: che cosa sostiene realmente Aristotele sull’anima umana? Pomponazzi, con filologia e rigore logico, dimostra che secondo Aristotele l’anima è forma del corpo e, dunque, non può esistere separatamente da esso. L’anima è ciò che “anima” il corpo, ciò che ne realizza le potenzialità: non è un’entità sostanzialmente distinta ma un principio immanente.
Pomponazzi entrò in rotta di collisione con la dottrina cristiana, sostenendo che, dal punto di vista della ragione naturale, non fosse possibile dimostrare l’immortalità dell’anima; al contrario, si dovrebbe concludere per la sua mortalità. Introdusse, quindi, una distinzione fondamentale: ciò che è vero secondo la ragione può essere diverso da ciò che è vero secondo la fede. Non negò la dottrina cristiana ma ne riconobbe il carattere extrafilosofico. Inoltre, non parlò mai esplicitamente di “doppia verità” (un concetto attribuitogli dai suoi critici), quanto di due ordini della conoscenza: quello della filosofia, che si basa sulla razionalità, e quello della teologia, che si fonda sulla rivelazione. Il conflitto tra questi due ordini non può essere risolto con la subordinazione del pensiero critico alla fede. Piuttosto, va accettato e gestito. Questa posizione fece scandalo. Dopo la pubblicazione del trattato, fu denunciato per eresia ma, protetto dall’Università di Bologna e da alcuni cardinali filo-umanisti, riuscì a evitare la condanna.


Nel De incantationibus (pubblicato postumo), Pomponazzi affronta un’altra questione esplosiva: i fenomeni miracolosi. L’idea che il mondo sia pieno di eventi soprannaturali, interferenze divine, interventi demoniaci era diffusissima nel Rinascimento, anche tra intellettuali e medici. Pomponazzi rifiutava radicalmente queste spiegazioni: ogni evento, per quanto straordinario, deve avere cause naturali. Se non le comprendiamo è solo per limiti della nostra conoscenza. Alcuni esempi di “smontaggio” del miracoloso: le guarigioni improvvise? Effetti della suggestione o reazioni psicosomatiche; le apparizioni e le estasi mistiche? Fenomeni mentali o patologie nervose; gli influssi astrologici? Influenze naturali ma non magiche, legate al clima e alla disposizione corporea. Pomponazzi adottò un metodo quasi scientifico, che anticipò il razionalismo del XVII secolo: ridurre l’invisibile al comprensibile, il prodigioso al naturale. In questo, egli si collocò sulla stessa linea che avrebbe portato a Cartesio, Hobbes, Spinoza, fino all’Illuminismo.
Uno degli argomenti principali contro la mortalità dell’anima era che, senza un aldilà, la morale umana crollasse. Perché essere giusti se non ci sono premi o punizioni dopo la morte? Pomponazzi capovolse il problema. La virtù non ha bisogno dell’immortalità per essere giustificata. La vita virtuosa è preferibile perché genera armonia interiore, produce rispetto sociale ed è conforme alla razionalità umana. E i malvagi? Anche se talvolta sembrano trionfare, alla lunga vivono nell’ansia, nella solitudine, nella paura. L’ordine morale si mantiene anche senza il timore dell’inferno. In questo, Pomponazzi anticipò un’etica laica, fondata sulla dignità dell’uomo e sull’autonomia della coscienza.
Pomponazzi morì nel 1525, ancora professore a Bologna. Le sue opere furono in parte censurate e in parte circolarono clandestinamente. La sua influenza fu comunque enorme, anche se spesso indiretta, nei libertini eruditi francesi del XVII secolo (come La Mothe Le Vayer), che ripresero le sue idee per sostenere l’ateismo o il deismo; nei naturalisti italiani come Giulio Cesare Vanini e Lucilio Vanini, che spinsero oltre la critica al soprannaturale; nella riflessione di Spinoza, che avrebbe radicalizzato l’idea di un mondo pienamente immanente e razionale; infine, nel dibattito moderno sulla laicità del sapere, sulla separazione tra scienza e religione e sull’autonomia della filosofia.
Pomponazzi è stato il filosofo del limite: il limite della ragione rispetto alla fede, della filosofia rispetto alla teologia, dell’uomo rispetto al mistero del proprio destino. Ma è stato anche il filosofo del coraggio intellettuale: quello che porta a dire ciò che si pensa, anche quando ciò può costare caro. Non fu un ateo né un nichilista. Fu un pensatore onesto e rigoroso, che volle distinguere ciò che si può sapere da ciò che si può solo credere. E in questo, rappresenta una figura fondamentale della modernità nascente: non un rivoluzionario che distrugge, quanto un intellettuale che pensa fino in fondo, anche controcorrente.

 

 

 

 

Il fanatico serio e l’amore che se la cava benissimo

Voltaire ride. L’omofobia si prende troppo sul serio

 

 

 

Se Voltaire tornasse oggi, non per insegnare ma per smascherare? Qui lo si immagina alle prese con l’omofobia contemporanea, osservata come solo lui saprebbe fare: con ironia affilata, precisione chirurgica e zero indulgenza per la paura che si finge morale. Non un manifesto, non una predica: una demolizione elegante delle certezze ottuse, delle parole nobili usate per coprire il pregiudizio. Una lettura scomoda, lucida, necessaria. Perché il vero scandalo, qui, non è l’amore. È il bisogno di giudicarlo.

 

 

Voltaire entra nel nostro secolo senza alcuna solennità: non come una statua maestosa che prende vita, piuttosto con l’aria di chi ha appena scoperto che l’umanità, pur cambiando parrucche e dispositivi elettronici, conserva intatta la vocazione a impaurirsi delle cose più innocue. Si guarderebbe intorno come ci si guarda in una casa altrui: con curiosità, con un pizzico di giudizio e con quella cortesia tagliente che non chiede permesso perché, in fondo, è convinta che la ragione sia già di per sé un titolo d’ingresso.
E la prima cosa che farebbe, come sempre, sarebbe ascoltare. Non per concedere credito ma per prendere le misure del ridicolo. Voltaire era un geometra del fanatismo: non lo abbatteva con l’ira, che lo nutre, ma con la precisione, che lo sgonfia. Di fronte agli omofobi farebbe quello che ha sempre fatto coi devoti sanguinari, coi moralisti professionisti, coi custodi del “buon senso” che non hanno mai avuto il coraggio di usare il proprio: li lascerebbe parlare. E, mentre parlano, annoterebbe le loro contraddizioni con la stessa attenzione con cui un botanico descrive una pianta velenosa: non perché ne sia affascinato ma perché è utile sapere dove cresce.
Li riconoscerebbe subito da una cosa: dalla gravità. L’omofobo, spesso, è una persona drammaticamente seria. È serio come un giudice che condanna senza processo, come un prete che si immagina contabile del cielo, come un padre che chiama “valori” le proprie paure. È serio al punto da trasformare due persone dello stesso sesso che si tengono per mano in un’apocalisse. E Voltaire, davanti alla serietà sproporzionata, non resisteva: era la sua esca preferita. Avrebbe probabilmente esclamato con quella finta ingenuità che è il modo più efficace di dire “vi state rendendo ridicoli”: “Ma davvero? Il mondo crolla perché qualcuno ama in modo diverso da voi? Il vostro universo è tenuto insieme da legacci così fragili?”.
Poi comincerebbe l’opera di scavo. Perché l’ironia volterriana non è mai soltanto uno sberleffo: è un bisturi. Taglia via le giustificazioni nobili e lascia scoperto il nervo. Gli omofobi, infatti, raramente si presentano come tali. Non dicono quasi mai: “Odio”. Dicono: “Proteggo.” Non dicono: “Mi dà fastidio”. Dicono: “È contro natura”. Non dicono: “Mi spaventa ciò che non capisco”. Dicono: “Ho dei princìpi”. Voltaire avrebbe adorato questa metamorfosi lessicale, questa alchimia morale in cui la paura si traveste da virtù e la ripugnanza si finge filosofia.
“Contro natura”, già. Voltaire avrebbe sorriso. Non perché il tema sia leggero ma perché il concetto, usato così, è quasi sempre una barzelletta che si racconta da sola. “Contro natura” – scriverebbe – “è un’espressione che significa: contro le mie abitudini”. E aggiungerebbe, con quella calma che fa più male di un insulto: “La natura non ha un catechismo. La natura non vota. La natura non si offende. La natura, se proprio vogliamo parlarne, è un’immensa indifferenza creativa che produce varietà come un artista distratto: senza chiedere permesso a nessuno”.
E qui entrerebbe la sua filosofia, densa ma senza incenso. Per Voltaire, la libertà non era un tema da salotto, era una necessità pratica: serviva a evitare che gli uomini, sentendosi autorizzati dalla propria “verità”, distruggessero gli altri. L’omofobia, vista da lui, sarebbe una delle forme più stolte e insieme più pericolose di tirannia: quella che vuole governare non solo i corpi ma i desideri; non solo le azioni ma l’intimità. “Che ambizione” – commenterebbe – “quella di voler essere il gendarme del cuore altrui. C’è già così poca ragione nel mondo, e voi volete anche imporre una sola maniera di amare?”.
Ma Voltaire non si fermerebbe a difendere il diritto. Attaccherebbe la struttura mentale dell’omofobia, che è spesso una superstizione travestita da logica. E la superstizione, per lui, era l’arte di credere con fervore a ciò che non si è mai esaminato. L’omofobo tipico dice: “È una minaccia per la famiglia”. Voltaire chiederebbe: “Quale famiglia? Quella che si regge sull’odio? Quella che educa al disprezzo? Se l’amore tra due persone può distruggere la vostra idea di famiglia, forse non avevate una famiglia, avevate un fortino”.
Poi, con un gusto quasi teatrale, ridicolizzerebbe l’ossessione per la “normalità”. “Normale” – scriverebbe – “è una parola comoda: serve a far passare la maggioranza per verità”. La maggioranza, per Voltaire, non era un argomento. Era un fatto sociologico, non un criterio morale. Se molti credono a una cosa, non per questo è giusta. Se molti ripetono un pregiudizio, non per questo diventa saggezza: diventa solo un coro. E Voltaire odiava i cori quando cantavano per coprire la coscienza.
A questo punto, immagino che cambierebbe registro. Farebbe una di quelle mosse che gli riuscivano benissimo: finta comprensione, finta indulgenza, come se volesse mettersi al livello del suo interlocutore per farlo inciampare nelle proprie parole.
“Capisco” – direbbe all’omofobo. “Voi temete la confusione. Temete che, se esistono altre forme d’amore, la vostra perda valore. È un timore curioso: come se l’amore fosse una moneta e non una sorgente. Ma forse avete ragione a essere inquieti: se l’amore è fragile, se dipende dal confronto, se ha bisogno di un nemico per sentirsi legittimo, forse non era amore. Era abitudine con un cappotto elegante”.
E qui Voltaire colpirebbe uno dei punti più umani e più tragici: l’idea che la libertà altrui sia una minaccia alla propria identità. Molti omofobi non odiano davvero gli altri, odiano l’instabilità che gli altri introducono nel loro sistema di certezze. Perché se l’amore può avere forme diverse, allora anche la vita può essere diversa. E se la vita può essere diversa, allora le scelte fatte finora non sono l’unica via. Questa possibilità, che per alcuni è un sollievo, per altri è un terremoto. Voltaire, senza psicologismi facili, lo tradurrebbe in una frase lapidaria: “Non sopportate la libertà, perché vi costringe a riconoscere che avreste potuto scegliere”.
Naturalmente, non mancherebbe la parte più mordace. Voltaire amava insinuare con eleganza ciò che altri urlano con volgarità. Direbbe: “È straordinario come certi uomini passino tanto tempo a pensare a ciò che fanno altri uomini in camera da letto. Una passione tenace, quasi poetica. Vi consiglierei di dedicarla a qualcosa di più produttivo, come lo studio della geometria o la coltivazione delle rose”. E, poi, come se fosse una nota a margine, aggiungerebbe: “O alla conoscenza di voi stessi, che è sempre un territorio più vasto e più temibile di qualsiasi ‘devianza’ immaginata”.
Sì, perché Voltaire non avrebbe risparmiato l’aspetto più grottesco dell’omofobia: la sua fissazione. L’omofobo pensa spesso di essere “normale” perché non parla mai di sesso. Ma parla continuamente di sesso, solo che lo fa sotto forma di proibizione. È un erotismo negativo, un’ossessione che si crede pudica. Voltaire lo avrebbe trovato irresistibile: “Vi scandalizza la parola ‘amore’, ma la pronunciate solo per accusare. Che strano modo di essere virtuosi: passare la vita a contemplare ciò che dite di detestare”.


Poi, verrebbe il momento della religione o, meglio, dell’uso che se ne fa. Voltaire non era un ateo militante nel senso moderno ma era allergico all’idea che la fede diventi manganello. E l’omofobia, in molti casi, è proprio questo: un sentimento che cerca un timbro sacro per diventare diritto. Qui Voltaire diventerebbe feroce ma con misura. Direbbe qualcosa del tipo: “Se Dio è infinitamente grande, come dite, perché lo immaginate così piccolo da indignarsi per ciò che accade tra due persone consenzienti? Se Dio è amore, come predicano, perché lo arruolate come guardia notturna della vostra ansia?”.
E qui, quasi inevitabilmente, tornerebbe al suo tema preferito: la tolleranza. Che non è bontà ma lucidità. Non è un sentimento dolce, è una disciplina dell’intelligenza. Essere tolleranti significa riconoscere che l’altro non è un errore da correggere ma un essere umano da lasciare vivere. E Voltaire avrebbe aggiunto, con quella chiarezza spietata che rende le frasi memorabili: “L’intolleranza nasce quando la coscienza è debole e ha bisogno di compensare con la crudeltà”.
Ma attenzione: Voltaire non farebbe l’errore di confondere la tolleranza con la resa. Non direbbe: “Lasciamo perdere, tanto sono fatti loro”. Direbbe: “È proprio perché sono fatti loro che dovete smettere di occuparvene”. La libertà privata, per lui, era un confine sacro. Quando lo Stato o la folla varcano quel confine per imporre un modello morale, comincia la barbarie elegante: quella che si presenta con buone maniere e cattive intenzioni.
A questo punto, se fosse in vena, potrebbe addirittura rivolgersi direttamente agli omofobi con un discorso quasi educativo, ma senza paternalismi: “Voi credete di difendere la società ma la state impoverendo. Una società che restringe l’amore è una società che allena la crudeltà. Oggi proibite un bacio, domani proibirete una parola, dopodomani proibirete un pensiero. Il fanatismo non è mai soddisfatto: comincia con una minoranza e finisce per divorare anche voi”.
E qui arriviamo al cuore filosofico: l’omofobia, per Voltaire, sarebbe soprattutto un fallimento dell’immaginazione morale. È l’incapacità di concepire l’altro come pienamente reale. È un difetto del pensiero: ridurre un essere umano a un’etichetta, a un atto, a una caricatura. Voltaire l’avrebbe definita una forma di ignoranza aggressiva: non sapere e, invece di imparare, colpire. Non capire e, invece di interrogarsi, condannare.
C’è un punto, però, in cui la sua ironia si farebbe più triste. Perché Voltaire sapeva che il ridicolo, da solo, non basta a salvare le vittime. L’omofobia non è solo una buffonata intellettuale; è un sistema che produce vergogna, isolamento, violenza. E lui, che pure amava il sarcasmo, aveva un senso acuto dell’ingiustizia concreta. Riderebbe degli omofobi, sì, ma non riderebbe delle conseguenze. Riderebbe per togliere loro la maschera, per svelare che dietro la retorica c’è paura e dietro la paura c’è spesso desiderio di dominio.
Così, dopo averli canzonati con eleganza, chiuderebbe con una delle sue conclusioni da moralista laico: semplice, quasi ovvia, e proprio per questo intollerabile per i fanatici.
Direbbe più o meno così: “Se l’amore tra due persone vi scandalizza, non è l’amore il problema. È il vostro bisogno di essere giudici. Rinunciate alla toga. Fate un passo indietro. Occupatevi della vostra vita, che è già abbastanza difficile da governare. E se proprio volete essere utili, combattete ciò che davvero corrompe una società: l’ignoranza che si crede virtù, la morale che si nutre di disprezzo, la religione ridotta a pretesto, la legge trasformata in capriccio”. Poi, con un gesto tipicamente volterriano, che sembra leggero ma è una condanna definitiva, aggiungerebbe: “E soprattutto, non chiamate ‘ordine’ ciò che è solo paura ben incipriata”.
E se qualcuno provasse a rispondergli con l’ultima trincea dell’omofobo, quella che suona sempre come un timbro d’ufficio, “Io ho diritto alla mia opinione”, Voltaire sorriderebbe ancora, come chi ha già visto questa commedia troppe volte, e direbbe: “Certo che avete diritto a un’opinione. Ma non avete diritto a trasformarla in una persecuzione. L’opinione è vostra. La vita degli altri no”.
E in quella frase ci sarebbe tutta la sua filosofia: la libertà come limite alla prepotenza, la ragione come antidoto alla superstizione, l’ironia come arma contro la serietà violenta. Perché l’omofobia, alla fine, non è solo un errore etico: è un errore logico con pretese morali. È una paura che pretende di chiamarsi verità.
Voltaire, di fronte a questo, farebbe quello che gli riusciva più naturale: non si metterebbe a urlare. Scriverebbe. E scrivendo, li renderebbe piccoli. Non perché non siano pericolosi ma perché la prima cosa da togliere al fanatismo è la sua aura di grandezza. L’omofobo ama sentirsi paladino. Voltaire lo ridurrebbe a ciò che è spesso, nella sua essenza più nuda: un uomo spaventato dall’idea che l’amore possa essere più libero della sua mente.
E questo, per un filosofo dell’Illuminismo, è la vera oscenità. Non due persone dello stesso sesso che si amano, ma una persona che pretende di impedire agli altri di farlo e si convince persino di essere dalla parte del bene.

 

 

 

Brevi ragguagli sul concetto di “coscienza” nella storia della filosofia Occidentale

 

PARTE II

 

LA COSCIENZA COME CONOSCENZA (Ragion pura) E COME MORALE (Ragion pratica)

downloadImmanuel Kant, nella sua monumentale opera filosofica, dà al concetto di coscienza una duplice attenzione: una gnoseologica, relativa ai processi della conoscenza, l’altra morale, relativa alla sfera comportamentale. Per quanto riguarda il primo aspetto, considerò la coscienza come appercezione (Leibniz), pur rimanendo nella convinzione dell’esistenza del mondo esterno alla coscienza. Il filosofo di Königsberg (immagine a destra) distinse, poi, le appercezioni in pure trascendentali (chiamate anche “Io penso“), il vertice della conoscenza critica, in quanto fornisce senso alle rappresentazioni della realtà esterna; e in empiriche, l’esperienza interna, variabile e soggettiva. Entrambe le appercezioni e, quindi, la coscienza di esse, concorrono alla formazione dei processi cognitivi. In merito all’aspetto comportamentale, Kant considerò la coscienza come l’elemento che garantisce il valore assoluto della legge morale. La moralità è la somma ultima dei comandamenti della ragione, o imperativi, dai quali l’uomo deriva tutti gli obblighi e i doveri. Kant definisce la morale “Ragione pura pratica“, concependola come un’attività razionale a priori, che risulta sufficiente, da sola, a determinare la volontà. (Critica della ragion pura, Critica della ragion pratica).

 

HEGEL: LA COSCIENZA PREMESSA DELL’AUTOCOSCIENZA CHE NON RICERCA L’ASSOLUTO PERCHE’ E’ PARTE DI ESSO

GeorgWilhelmFriedrichHegelAl concetto di coscienza, inteso in molteplici significati, il filosofo tedesco George Wilhelm Hegel (immagine a sinistra) dedicò un’intera opera: La fenomenologia dello Spirito. Nella Fenomenologia è tracciato il cammino che la coscienza umana, detta anche individuale, deve compiere per giungere all’Assoluto. La prima tappa è costituita dall’indagine sulla coscienza: l’individuo, attraverso il confronto sensibile con la realtà circostante, ha contezza e, quindi, coscienza della propria esistenza. Tale consapevolezza è generata dalla conoscenza sensibile, dalla percezione e dall’intelletto. Interiorizzata in sé la realtà, la coscienza diviene autocoscienza, seconda tappa. L’autocoscienza che riesce a raggiungere l’indipendenza crede di poter sussistere facendo a meno della realtà. La scissione tra l’autocoscienza e il tutto è chiamata da Hegelcoscienza infelice religiosa“, intesa come spaccatura che l’uomo avverte tra sé e Dio. Giunta al punto più basso di mortificazione e infelicità, l’autocoscienza si rende conto che è inutile ricercare l’Assoluto in quanto essa stessa è parte dell’Assoluto. Allora diviene Ragione, terza ed ultima tappa del percorso.

 

LA COSCIENZA COME RIFLESSO DELLA REALTA’ MATERIALE

220px-Karl_Marx_001Per Karl Marx (immagine a destra) la coscienza, come la produzione di idee e di rappresentazioni mentali, è direttamente collegata alle attività materiali degli uomini. Anche la produzione spirituale, che si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale e della religione, è una conseguenza dei comportamenti materiali. Gli uomini, intesi quali reali, operanti e condizionati dallo sviluppo delle loro forze produttive e dalle relazioni che vi corrispondono, sono i produttori delle loro rappresentazioni. La coscienza, quindi, è l’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Gli uomini, sviluppando la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali, trasformano, insieme con la loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è, dunque, la coscienza a determinare la vita, ma la vita a determinare la coscienza  (Ideologia Tedesca).

 

LA COSCIENZA NEL PENSIERO FILOSOFICO CONTEMPORANEO

Con Edmund Husserl il concetto di coscienza, arricchito dalle dottrine dei filosofi dei secoli precedenti, conquista il passaggio verso il pensiero contemporaneo. Se per Hegel il termine Husserl-3fenomenologia aveva significato tracciare il cammino della coscienza, per Husserl (immagine a sinistra), invece, ineriva proprio lo studio della coscienza. Il filosofo prese le distanze dallo Spiritualismo del XIX secolo, per cui la coscienza era una sostanza, un ente, sostenendo che questa non fosse, appunto, un essenza, ma un’attività. In più, essa è anche intenzionalità, ovvero coscienza di qualcosa e si presenta in diversi modi: percepire, pensare, ricordare, immaginare. La coscienza, però – e qui c’è la rottura con tutta la tradizione precedente -, non si identifica col suo oggetto. Essa è totalmente soggettiva. Solo la coscienza può rivelare l’essere: essere è solo ciò che è per la coscienza. Da ciò, l’originale intreccio husserliano tra coscienza e filosofia: teoretica (filosofia di riflessione, di contemplazione, poiché riguarda sempre il soggetto conoscente); edetica (che si occupa delle essenze, non avendo un rapporto diretto con la realtà come essa è ma come appare alla coscienza); non oggettiva (l’approdo cui giungono le sue posizioni è estremamente soggettivo) (Ricerche logiche, Meditazioni cartesiane). Come Husserl, anche Martin Heidegger muove la sua analisi della coscienza Heideggerdalla soggettività di questa, mettendo, però, in luce che gli sforzi di Husserl non siano bastati, avendo questi non tenuto conto anche della finitezza e della esistenza storica. Il filosofo tedesco (immagine a destra) insiste sull’esigenza di connettere la coscienza alla concretezza dell’esistenza. L’essere, progettando il mondo, lo fa venire all’esistenza, in quanto coscienza trascendentale, trovandosi, quindi, ad essere a sua volta progettato. L’essere, avendo coscienza della propria esistenza si apre al mondo, uscendo dalla soggettività per entrare nell’universo della coesistenza fra le cose. Tale azione aliena l’essere da sé stesso. La conseguenza è l’appello alla coscienza, ma questa apre la prospettiva al nulla, al nichilismo (Essere e tempo). Jean Paul Sartre, ponendosi tra la fenomenologia di Husserl e l’esistenzialismo di Heidegger, trasforma la filosofia della coscienza in esistenzialismo ateo, negando l’esistenza dell’io nella coscienza e trasportandolo al di fuori di essa, come ente del mondo. L’esistenza è la nullificazione dell’essere, poiché l’essere è affetto da una frattura insanabile tra l’essere in sé, come totalità fuori dalla coscienza, e l’essere per sé, che è l’essere della coscienza stessa. L’essere non riesce mai ad afferrare sé stesso. Ha in sé la tara del nulla. Da qui, la nullificazione del mondo, poiché le cose sono quelle che sono in sé, ma non ne hanno coscienza. Esse non hanno senso, come non ha senso la coscienza umana; sono una realtà di fronte alla quale l’unico atteggiamento possibile della coscienza umana non può che essere la nausea (Saggi, La nausea). Con Sigmund Freud e la sua scuola il concetto di coscienza entra nella psicoanalisi moderna. Per esigenze di brevità, data la vastità del pensiero freudiano, mi limito a fornire accenni esplicativi sui più importanti contributi che lo psicoanalista austriaco ha fornito alla scienza contemporanea, con l’indagine della mente umana e dei suoi processi: i concetti di coscienza, preconscio e inconscio. La coscienza è downloadfacilmente accessibile perché in stretta e immediata connessione con la realtà che ci circonda: essa è sempre vigile, razionale, presente e non vive, perciò, di ricordi passati. Freud (immagine a sinistra) considera la coscienza come un dato dell’esperienza individuale. La assimila alla percezione, considera come essenza di quest’ultima la capacità di ricevere qualità sensibili e affida questa funzione di percezione-coscienza ad un sistema autonomo e funzionante in base a principi quantitativi. Tra la coscienza e l’inconscio, è collocato il preconscio. Esso incamera tutte le esperienze passate, che possono essere fatte emergere con facilità: attraverso uno sforzo, grande o piccolo, dipende dal ricordo, si può riscoprire qualcosa che è accaduto. Al preconscio, dunque, vi si può accedere grazie alla ragione, senza grosse difficoltà. L’inconscio. In esso risiedono desideri vergognosi, impulsi repressi, esperienze traumatiche rimosse. Tutto ciò che si vuole cancellare definitivamente e domare con la ragione si inabissa in questo spazio di ricordo eterno. Tutto ciò che accade o è accaduto in un passato, anche remotissimo, viene divorato dall’inconscio e mai viene dimenticato (L’interpretazione dei sogni).