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La bugia dell’amnistia Togliatti 

Insensato alibi per non capire (e accettare) perché,
oggi, la destra vince democraticamente

 

 

 

L’amnistia Togliatti non spiega il governo Meloni. Affermarlo è una semplificazione falsa, ottusa e utile solo a spostare le colpe lontano nel tempo. Trasforma la storia in una favola morale, con un peccato originale che assolve tutto ciò che è venuto dopo. Il presente non nasce da un decreto del 1946: è frutto di scelte politiche recenti, di crisi reali, di responsabilità precise. Insistere sull’amnistia è una forma di comoda cecità. E la cecità, in politica, si paga. 

 

 

L’idea che senza l’amnistia Togliatti, oggi, i “fascisti” non sarebbero al governo con Giorgia Meloni è profondamente falsa. Falsa non per una sottigliezza storiografica ma perché poggia su una concezione troppo semplicistica del rapporto tra passato e presente. Come se la storia fosse una partita a domino in cui, togliendo una tessera nel 1946, si impedisse automaticamente un esito politico ottant’anni dopo.
Questa narrazione, comunque, ha un grande vantaggio polemico: individua un colpevole chiaro, lontano nel tempo e impossibilitato a replicare. E proprio per questo è intellettualmente insostenibile. Trasforma un problema complesso, che riguarda la lunga vita della società italiana, in una favola morale con un atto originario di colpa. E, soprattutto, assolve chi, molto più vicino a noi, ha contribuito in modo concreto a creare le condizioni dell’attuale quadro politico.
L’amnistia firmata da Palmiro Togliatti nel 1946 non “salvò il fascismo”. Non lo rigenerò, non lo rese accettabile, non gli garantì un futuro. Fu un provvedimento giuridico che rispondeva a una situazione di emergenza estrema, probabilmente e(s)terodiretto. Pensare che, in sua assenza, l’Italia avrebbe conosciuto una completa bonifica culturale e politica è una fantasia retrospettiva. Anche perché il fascismo non era solo un gruppo di criminali identificabili e punibili, ma un’esperienza di massa che aveva coinvolto milioni di persone, spesso in modo passivo, conformista, opportunistico. Mettere tutti sotto processo non avrebbe prodotto una società più democratica quanto una società più rancorosa e più violenta di quanto già non avessero fatto le “vendette” compiute nell’ambito della Resistenza.
C’è, inoltre, un punto ancora più decisivo, che rende del tutto infondata la tesi del “senza amnistia niente Meloni”. Anche ammesso, per ipotesi, che nel 1946 si fosse scelta una linea durissima, con condanne estese e pene esemplari, questo non avrebbe eliminato le condizioni sociali, culturali e internazionali che hanno permesso alla destra radicale di esistere e trasformarsi nel tempo. I movimenti politici non nascono solo dalla continuità personale dei loro dirigenti ma da bisogni, paure, conflitti e rappresentazioni collettive.

Il neofascismo italiano, nelle sue varie forme, si è nutrito della Guerra fredda, dell’anticomunismo, delle fratture territoriali, delle crisi economiche, del fallimento di molte promesse repubblicane. Tutti elementi che nulla hanno a che vedere con un decreto di amnistia del dopoguerra. Sostenere il contrario significa attribuire all’amnistia un potere quasi metafisico, come se avesse congelato il tempo e trasmesso il “gene fascista” di generazione in generazione. È una visione che non regge a un’analisi minimamente seria. Se davvero bastasse una scelta giudiziaria per cancellare una cultura politica, allora dovremmo concludere che ottant’anni di scuola, informazione, dibattito pubblico, governo democratico e memoria istituzionale non abbiano contato nulla. Un’ipotesi che, paradossalmente, è molto più pessimistica e accusatoria nei confronti della Repubblica di quanto non lo sia l’amnistia stessa.
Un altro aspetto, poi, spesso viene ignorato deliberatamente. La destra che oggi governa non è il prodotto diretto di una continuità fascista lineare (affermarlo è un esercizio di somma disonestà intellettuale, se non di mera idiozia!), quanto il risultato di trasformazioni politiche avvenute negli ultimi trent’anni (dal 1995, con la svolta di Fiuggi), non dal 1945 o, addirittura, dal 1922. La crisi dei partiti di massa, la dissoluzione della sinistra storica, la personalizzazione della politica, la precarizzazione del lavoro, l’impoverimento del ceto medio, l’immigrazione incontrollata, la gestione delle emergenze. Tutti fattori recenti, concreti, verificabili. Tirare in ballo il 1946 serve solo a non parlare del 1992, del 1994, del 2008, del 2011, del 2020. Serve a spostare l’attenzione da responsabilità vive a colpe archeologiche.
In questo senso, quindi, la tesi “senza l’amnistia Togliatti non ci sarebbe stato il governo Meloni”, oltre a essere falsa è comoda. È un modo per evitare una domanda molto più scomoda, e cioè: “Perché una parte rilevante dell’elettorato italiano, oggi, democraticamente riconosca in quella destra una risposta ai propri problemi?”. Finché si continuerà a spiegare il presente con un presunto errore originario, si continuerà anche a non capirlo. E a perderlo.
L’amnistia Togliatti fu una scelta storicamente situata, figlia di un equilibrio fragile e di un Paese in macerie. Può essere discussa, criticata, problematizzata. Ma trasformarla nella causa remota del governo Meloni non è analisi storica: è polemica inutile e consolatoria. E la consolazione, in politica, è spesso il primo passo verso l’impotenza!

 

 

 

 

 

L’ambiguità politica non è neutralità. È scelta

La sinistra istituzionale e le foto “scomode”

 

 

 

Una critica può essere dura senza diventare insulto. E può essere netta senza perdere lucidità. Queste riflessioni provano a fare proprio questo: interrogare le ambiguità della sinistra istituzionale italiana sul conflitto israelo-palestinese, partendo non dalle intenzioni dichiarate ma dagli effetti politici, simbolici e morali delle parole e dei silenzi. Un invito a scegliere la chiarezza, quando l’equidistanza non è più neutralità.

 

 

Si può essere duri senza insultare. E si può criticare con forza senza trasformare l’analisi politica in una caricatura. È da questo punto che vale la pena partire quando si guarda a una parte della classe dirigente progressista italiana e al suo comportamento sul tema di Hamas e del conflitto israelo-palestinese. Il problema non è l’intenzione, quanto l’effetto politico di certe scelte, di certe parole e di certi silenzi. Ed è su questo terreno che la critica deve diventare più profonda.
Nell’attuale dibattito pubblico italiano, larga parte della sinistra istituzionale continua a muoversi come se il conflitto israelo-palestinese fosse ancora leggibile con le categorie degli anni Settanta: oppressi e oppressori, resistenza e imperialismo, piazza e potere. Ma il mondo è cambiato. E, soprattutto, è cambiata la natura di Hamas, che non è un soggetto di liberazione nazionale in senso classico ma un’organizzazione jihadista che usa il terrorismo come strumento politico e la popolazione civile come scudo e come ostaggio.
Ignorare questo dato, o trattarlo come un dettaglio fastidioso, non è più una svista ideologica: è una rimozione consapevole. Quando amministratori e figure pubbliche di primo piano dell’area progressista intervengono sul tema con formule prudenti, simmetriche, vaghe, non stanno “tenendo insieme le complessità”. Stanno scegliendo di non scegliere.
La politica, però, non è il regno dell’equidistanza morale. Non lo è mai stata e di certo non lo è davanti a un’organizzazione che ha rivendicato massacri di civili, rapimenti, stupri, esecuzioni. In questi casi, la chiarezza non è un atto ideologico: è un prerequisito minimo della responsabilità istituzionale.
Ed è qui che entrano in gioco i simboli. Le fotografie, le presenze, le manifestazioni condivise. Non perché una foto “dimostri” una collusione – questa, francamente, è una scorciatoia polemica che non regge – ma perché i simboli sono il linguaggio principale della politica contemporanea. Chi ricopre un ruolo pubblico lo sa benissimo. Ogni gesto comunica appartenenza, priorità, sensibilità. Dire “non era mia intenzione” o, come il recente caso della sindaca di Genova Silvia Salis, minacciare querele per foto pubblicate, non basta, quando si è scelto di essere lì, in quel contesto, con quelle persone.


Il punto cieco di questa sinistra è credere che la propria storia la metta automaticamente al riparo da equivoci. Come se l’antifascismo, la solidarietà internazionale o l’impegno per i diritti umani fossero un lasciapassare eterno. Non lo sono. Ogni contesto va valutato per quello che è oggi, non per quello che rappresentava ottanta o quarant’anni fa.
C’è, poi, un secondo livello di responsabilità, più sottile ma forse ancora più grave: l’effetto sul discorso pubblico. Quando chi governa, anche una città, non riesce a distinguere con nettezza tra causa palestinese e terrorismo jihadista, offre un doppio regalo. Da un lato, a chi giustifica o minimizza Hamas, che può così rivendicare una sorta di legittimazione indiretta. Dall’altro, a chi equipara ogni solidarietà ai palestinesi a complicità con il terrorismo. In entrambi i casi, a perdere è la possibilità di una posizione democratica, razionale e umanamente credibile.
Una sinistra matura dovrebbe essere capace di dire tre cose insieme, senza esitazioni: la vita dei civili palestinesi conta ed è stata calpestata; lo Stato di Israele ha diritto alla sicurezza ma non a una guerra senza limiti; Hamas è un nemico della pace, dei palestinesi e di qualunque prospettiva di convivenza.
Se una di queste tre frasi viene sussurrata, diluita o subordinata alle altre, il discorso si rompe.
Il problema, in fondo, non è che alcuni amministratori “sbaglino foto” o “sottovalutino il contesto”. Il problema è che continuano a pensare che la buona intenzione basti a compensare la cattiva politica. Non è così. In tempi di radicalizzazione e propaganda, la vaghezza non è neutralità: è terreno fertile per gli estremismi.
Essere duri, oggi, significa chiedere alla sinistra istituzionale di crescere. Di uscire dalla comfort zone dei riflessi ideologici. Di accettare che governare non vuol dire solo rappresentare sentimenti, ma anche tracciare confini. Morali, politici, simbolici.
Chi non è disposto a farlo dovrebbe almeno smettere di stupirsi quando quelle ambiguità vengono contestate. Perché non è persecuzione mediatica. È il prezzo, inevitabile, della responsabilità pubblica.

 

 

 

 

 

Nietzsche li avrebbe chiamati deboli
(e non era un complimento)


Appunti nietzschiani sul buonismo di sinistra

 

 

 

 

Se Nietzsche guardasse il nostro presente, non urlerebbe. Annoterebbe. Con lucidità spietata smonterebbe il buonismo di sinistra come morale della stanchezza, rifugio di chi ha smesso di credere nella forza, nel rischio, nella grandezza. Queste brevi riflessioni non accusano, diagnosticano. Non consolano, provocano. Una lettura scomoda che chiede una cosa sola: che tipo di uomini stiamo diventando quando scambiamo la bontà per virtù e la rinuncia per saggezza?

 

 

 

Nietzsche, oggi, non griderebbe allo scandalo. Non sprecherebbe energia in invettive. Si limiterebbe a constatare, con quella lucidità che rasenta la crudeltà, che il buonismo di sinistra è il punto d’arrivo di una lunga stanchezza morale. Non un tradimento improvviso ma una resa progressiva. Un pensiero che ha smesso di credere nella possibilità della grandezza e ha deciso di trasformare questa rinuncia in virtù.
Lo leggerebbe come un sintomo, non come una colpa. Perché Nietzsche non accusava mai i fenomeni, biasimava le forze che li generano. E qui vedrebbe una forza debole che si autocelebra. Un’etica che non nasce dall’abbondanza ma dalla scarsità. Scarsità di visione, di coraggio, di fiducia nell’essere umano come qualcosa che può andare oltre se stesso.
Direbbe che il buonismo confonde la morale con il conforto, perché non chiede: “Che tipo di uomo vogliamo diventare?”, ma “Come facciamo a sentirci meno in colpa?”. È una morale terapeutica, non creativa. Serve a calmare le coscienze non a formare caratteri. E per Nietzsche, una morale che non forma caratteri è solo un sedativo ben confezionato.
Noterebbe come il buonismo abbia sostituito l’idea di responsabilità con quella di contesto. Nessuno agisce davvero, tutti reagiscono. Nessuno sceglie, tutti sono spiegabili. Ogni gesto viene dissolto in una rete di cause, traumi, strutture. Nietzsche direbbe che questo non è progresso ma un nuovo fatalismo travestito da compassione. Un modo elegante per dire all’uomo: “Non sei capace di volere davvero”.
Osserverebbe, con particolare ironia, l’ossessione per l’innocenza. Tutti devono essere innocenti, sempre. Innocenti per nascita, per condizione, per appartenenza. La colpa diventa un tabù, qualcosa da rimuovere, non da affrontare. Ma per Nietzsche la colpa, il conflitto, l’errore sono materia prima della trasformazione. Senza attrito non c’è forma. Senza rischio non c’è stile.
E, poi, c’è l’uguaglianza, parola che Nietzsche maneggerebbe come un oggetto pericoloso. Non perché rifiuti la dignità di tutti ma perché diffida delle idee che pretendono di valere per chiunque allo stesso modo. Vedrebbe nel buonismo una passione per l’uguaglianza emotiva: nessuno deve sentirsi inferiore e, soprattutto, nessuno deve sentirsi superiore. Ogni eccellenza diventa sospetta, ogni verticalità un’offesa. Il risultato è una pianura morale dove tutto è accessibile e nulla è desiderabile.


Coglierebbe anche la dimensione estetica del fenomeno. Il buonismo è brutto, direbbe. Non nel senso superficiale ma in quello profondo. È privo di stile perché ha paura di scegliere. Accumula gesti morali come decorazioni e non costruisce una forma. È una morale senza ritmo, senza tensione, senza tragico. E, per Nietzsche, dove manca il tragico manca anche la possibilità del grande.
Vedrebbe con fastidio il modo in cui il dissenso viene trattato non come errore ma come patologia. Chi non aderisce al buonismo non è sbagliato, è “problematico”. Non va confutato, va corretto. Non va combattuto, va educato. Nietzsche riconoscerebbe subito questa dinamica: è la vecchia volontà di potere che cambia maschera. Non più la forza che impone ma la bontà che normalizza.
E, forse, la cosa che più lo irriterebbe sarebbe l’autocompiacimento. Il sentirsi dalla parte giusta senza aver rischiato nulla. Il considerare la propria sensibilità come una prova di superiorità morale. Direbbe che questa è la forma più raffinata di mediocrità: quella che si scambia per virtù.
Alla fine, come sempre, tornerebbe alla domanda decisiva: “Che tipo di uomini produce tutto questo?”. Non uomini crudeli, non uomini malvagi ma uomini timorosi. Uomini che evitano il conflitto, che delegano il giudizio, che preferiscono l’approvazione alla verità. Uomini che confondono la gentilezza con la forza e la rinuncia con la saggezza.
Concluderebbe, forse, senza rabbia, ma con una chiarezza spietata: una cultura che ha bisogno di dirsi continuamente buona è una cultura che non si sente più forte. E quando la forza scompare, la morale diventa il suo surrogato. Un surrogato gentile, inclusivo, rassicurante, ma pur sempre un surrogato.
Poi, chiuderebbe davvero il quaderno. E annoterebbe, come ultima avvertenza: “Non temete chi è duro. Temete chi non osa più esserlo!”.