Archivi tag: violenza

Compagni che sbagliano

La retorica vigliacca sulla violenza politica

 

 

 

Qui non si fanno sconti. Si smonta una delle formule più ipocrite della storia politica italiana e la si chiama col suo nome: una resa morale. “Compagni che sbagliano” è stato un alibi. Un modo per attenuare l’orrore, salvare l’identità e rimuovere le vittime. Le Brigate Rosse non erano ragazzi confusi ma terroristi consapevoli. L’ambiguità coltivata per anni attorno a quell’epoca, anche nell’area del Partito Comunista Italiano, ha lasciato un’eredità tossica che paghiamo ancora oggi, perché senza parole nette non c’è memoria, e senza memoria non c’è politica, solo autoassoluzione.

 

 

Per anni, una parte consistente della sinistra italiana ha usato una formula rassicurante quanto devastante: “compagni che sbagliano”. Una frase che sembra uscita da una riunione di sezione, detta a bassa voce, come se bastasse abbassare il tono per ridurre la portata di ciò che è accaduto. E, invece, quella formula non è mai stata neutra. È stata una scelta. Una scelta politica, culturale e morale, che ha avuto effetti profondi e duraturi nel modo in cui l’Italia ha raccontato a se stessa la stagione del terrorismo rosso.
Dire “compagni che sbagliano” significò, prima di tutto, salvare l’identità e sacrificare la verità. Significò dire: sono dei nostri, anche se hanno preso una strada sbagliata. Ma non era una strada sbagliata qualsiasi. Era la strada della lotta armata, del sequestro, dell’omicidio politico. Era la strada imboccata consapevolmente dalle Brigate Rosse, che non agirono per confusione o ingenuità quanto per convinzione ideologica. Non erano ragazzi travolti dagli eventi. Erano militanti che studiavano, pianificavano, colpivano. Con metodo. Con disciplina. Con una visione del mondo che metteva la pistola al posto del consenso e la clandestinità al posto della democrazia.
Eppure, una parte del mondo che orbitava intorno al Partito Comunista Italiano ha preferito usare il linguaggio dell’attenuazione. Non sempre per complicità diretta, certo, piuttosto per paura di rompere una continuità simbolica. Ammettere che quelle persone non fossero “compagni”, ma terroristi, avrebbe implicato ammettere una frattura. Avrebbe imposto una distinzione netta, dolorosa, forse persino impopolare: da una parte la lotta politica, dall’altra la violenza criminale. Molto più semplice dire che avevano “sbagliato”. Come se l’errore fosse una deviazione momentanea, non una scelta strutturale.


Quella retorica ha avuto un effetto collaterale distruttivo: ha spostato il centro del discorso dai fatti alle intenzioni. Non importa ciò che hai fatto, importa da dove venivi. Non importa chi hai ucciso, importa contro chi pensavi di lottare. È un ribaltamento morale che in altri contesti non sarebbe mai stato accettato. Nessuno si sognerebbe di definire un terrorista di destra come “un patriota che sbaglia”. Eppure, a sinistra, questa indulgenza è stata tollerata, a volte persino difesa come segno di “complessità storica”.
La complessità, però, non giustifica l’ambiguità. E, soprattutto, non giustifica la rimozione delle vittime. Dietro quella formula anodina ci sono corpi, famiglie distrutte, istituzioni colpite al cuore. C’è il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, che non è stato un “incidente di percorso” ma il punto più alto di una strategia terroristica lucida e spietata. Parlare ancora oggi di “compagni che sbagliano” vuol dire guardare quella tragedia e tutte le altre della medesima matrice e abbassare lo sguardo, come se nominarle con le parole giuste fosse troppo scomodo.
C’è, poi, un altro aspetto, forse il più grave: questa retorica ha educato generazioni intere a una tolleranza implicita verso la violenza politica, purché provenga dal lato “giusto” della barricata. Ha trasmesso l’idea che l’uso delle armi sia un eccesso, non una negazione totale della politica. Che, in fondo, il problema non fosse la violenza in sé ma il fatto che fosse “isolata”, “non compresa dalle masse”. Un’idea pericolosa, perché lascia sempre aperta la porta a una futura giustificazione. Oggi non è il momento. Domani, chissà.
Alla fine, però, quella frase non ha protetto la sinistra. L’ha indebolita. L’ha resa incapace di fare davvero i conti con i propri fantasmi. Ha permesso a ex terroristi di reinventarsi come intellettuali incompresi, a certi ambienti di raccontarsi come vittime della storia invece che come parte di un conflitto reale e sanguinoso. Ha trasformato una tragedia nazionale in una disputa semantica, dove le parole servivano a smussare, non a chiarire.
Chiamare le Brigate Rosse per quello che sono state non è revisionismo, non è odio ideologico. È igiene morale. È l’unico modo per dire che la politica, se rinuncia al limite, diventa barbarie. E che nessuna appartenenza, nessuna storia, nessuna bandiera può trasformare il terrorismo in un semplice errore di percorso. Non erano compagni che sbagliavano. Erano terroristi che sceglievano. E continuare a fingere il contrario è l’errore più grande che certa sinistra si porta dietro ancora oggi.

 

 

 

 

Tra spada e verso poetico

Bertrand de Born, il trovatore che Dante
condannò all’eternità

 

 

 

Un signore feudale che vive di guerra. Un poeta che canta la discordia come valore. Un uomo che Dante condanna a portare la propria testa mozzata per l’eternità. Qui racconto racconta Bertrand de Born nella sua interezza: trovatore raffinato, istigatore di conflitti, simbolo di un Medioevo violento e lucidissimo. Dalla poesia occitana all’Inferno della Divina Commedia, una figura che costringe ancora oggi a riflettere sul potere delle parole e sulle ferite che queste sanno aprire.

 

 

 

Bertrand de Born, nobile feudale, signore di castelli, uomo profondamente immerso nella cultura medievale e nella logica della guerra, fu allo stesso tempo un poeta di straordinaria consapevolezza tecnica e uno dei più importanti trovatori della lirica occitana. La sua vita e la sua opera mostrano senza filtri il volto di un’epoca in cui la violenza non era un’eccezione ma una struttura portante dell’ordine sociale e in cui la poesia non serviva a fuggire dal mondo, bensì a interpretarlo, esaltarlo e, talvolta, a incendiarlo.
Nacque nella seconda metà del XII secolo, nel Périgord, regione francese divisa in una miriade di domini feudali, dove il potere centrale era debole e le rivalità locali costanti. In questo contesto, il conflitto era quasi necessario per affermare prestigio e autorità. Fu signore del castello di Hautefort e passò buona parte della sua vita coinvolto in guerre, alleanze mutevoli e tradimenti. La sua biografia è segnata da scontri armati, perdite territoriali e riconquiste, ma anche da un’intensa attività politica che lo portò a interagire con alcune delle figure più potenti del suo tempo.
Un ruolo centrale nella sua vicenda è occupato dal rapporto con la dinastia dei Plantageneti. Le fonti, non sempre concordi, raccontano di un Bertrand de Born abile nel fomentare discordie tra Enrico II d’Inghilterra e i suoi figli, in particolare Enrico il Giovane. Al di là della precisione storica di questi racconti, ciò che conta è la percezione che se ne consolidò: Bertrand come istigatore, come voce che alimentava l’odio e trasformava il conflitto politico in lacerazione personale. Questa immagine, filtrata dalla tradizione, sarebbe stata decisiva per la sua fortuna letteraria.
Parallelamente alla vita politica, Bertrand sviluppò una produzione poetica di grande rilievo. Come trovatore, scrisse soprattutto sirventesi, componimenti satirici e politici, lontani dalla tematica amorosa che spesso associamo alla lirica provenzale. Nei suoi versi la guerra è celebrata senza ambiguità: il rumore delle armi, il movimento degli eserciti, l’eccitazione prima dello scontro sono descritti con entusiasmo quasi fisico. Per Bertrand, la guerra è la condizione naturale della nobiltà, il luogo in cui l’uomo dimostra il proprio valore e conquista fama.
Questa visione non nacque da ingenuità o crudeltà gratuita, quanto da una concezione del mondo profondamente radicata nella società feudale. La pace, per Bertrand, era spesso sinonimo di stagnazione e decadenza. La guerra, invece, generava ricchezza, onore, dinamismo. In questo senso, la sua poesia è un documento prezioso: non idealizza il Medioevo ma lo mostra dall’interno, con una lucidità che può risultare scomoda al lettore moderno.
È proprio questa esaltazione della discordia che colpì Dante Alighieri, il quale inserì Bertrand de Born nella Divina Commedia, assegnandogli un posto di assoluto rilievo nell’Inferno. Nel canto XXVIII, dedicato ai seminatori di scandalo e di scisma, Bertrand appare in una delle immagini più potenti e perturbanti dell’intero poema: cammina tenendo in mano la propria testa mozzata, che parla e illumina il cammino come una lanterna.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;

 e ’l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: “Oh me!”.

 Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com’esser può, quei sa che sì governa.

 Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ’l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,

 che fuoro: “Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.

 E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch’io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.

Così s’osserva in me lo contrapasso”.

(Inf. XXVIII, vv. 118-142)

Il significato simbolico di questa pena è limpido. La divisione del corpo riflette la divisione che Bertrand causò in vita, separando padre e figlio, rompendo legami che Dante considerava sacri e fondativi dell’ordine umano e politico. Il contrappasso è diretto, quasi didascalico, e proprio per questo di una forza impressionante. Dante trasformò Bertrand in un’immagine eterna della colpa della discordia.
È importante notare che la condanna dantesca non è meramente storica ma ideologica. Dante, esule e profondo critico delle lotte civili e delle guerre fratricide del suo tempo, vide nella figura di Bertrand de Born un antecedente simbolico del caos politico che affliggeva l’Italia dei secoli XVIII e XIV. La sua dannazione diventa, così, un atto di accusa contro chi usa l’intelligenza, la parola e l’arte per dividere anziché unire.
Allo stesso tempo, la scelta di dedicare a Bertrand una descrizione così intensa rivela un riconoscimento implicito della sua grandezza. Dante riserva immagini memorabili solo a personaggi che considera significativi. Bertrand non è un dannato qualunque: è una figura esemplare, tragica, che incarna una colpa precisa ma anche una straordinaria forza individuale. La sua parola, che in vita accendeva la guerra, nell’Inferno continua a parlare, ma svuotata di potere, ridotta a monito.
Bertrand de Born rimane, dunque, sospeso tra storia e letteratura, tra realtà e costruzione simbolica. Da un lato, è il trovatore che canta la guerra come valore e destino. Dall’altro, è il personaggio dantesco che paga eternamente il prezzo della divisione. In questa doppia identità risiede la sua forza: Bertrand è sì un uomo del suo tempo, ma anche una figura che interroga ancora il rapporto tra parola e violenza, tra responsabilità individuale e conseguenze collettive. È forse per questo che, a distanza di secoli, continua a parlarci con tanta intensità.