Archivio mensile:ottobre 2016

“La Lumaca”, il quindicinale culturale di Massa Lubrense e della Penisola Sorrentina è in edicola

 

 

 

I professori della domenica. Così ci chiameranno: e chi se ne frega. Non vogliamo insegnare, vogliamo comunicare. E allora a chi ci chiederà il perché di questa rivista, diremo a gran voce: perché una rivista come ‘La Lumaca’ non c’è e quello che vuole fare è chiaro e lo porta scritto sotto il titolo: vuole essere un elogio della lentezza e del contrappunto. Elogio della lentezza vuol dire che ribadiamo la necessità di non correre, ribadiamo la necessità di soffermarsi sulle cose, di poter parlare di altro; elogio del contrappunto vuol dire che ribadiamo la necessità di una cultura che vada per strada, che sappia comunicare, che sappia essere nel mondo. ‘La Lumaca’ è il luogo degli artisti che vogliono confrontarsi su un tema, di pensatori (non di opinionisti), di politici (non di amministratori)”. Queste le parole del professor Domenico Palumbo, fondatore della rivista, dall’editoriale del primo numero de “La Lumaca”, nelle edicole di Massa Lubrense, a partire da martedì 1 novembre 2016 e disponibile, gratuitamente, on-line, sul blog www.rivistalalumaca.blogspot.com. “Quattro pagine – continua Palumbo – che usciranno ogni 15 giorni, a costo zero (per il lettore): gli articoli saranno in relazione con una parola-chiave specifica, tema unico indagato, secondo differenti e opposte visioni del mondo”. Redattori iniziali della rivista che, comunque, è aperta a tutti i contributi, sono l’archivista Gennaro Galano e il pubblicista e blogger Riccardo Piroddi. “Noi vogliamo un posto in Europa e nel mondo – conclude il fondatore Palumbo – non una sedia qui o lì: vogliamo radunare avanguardisti, progettisti di futuro, appassionati di radici e amanti del territorio”.

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(leggi il giornale)

 

 

 

Edward Hopper, Pier Paolo Pasolini e la Solitudine

 

 

Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte, 
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

(Pier Paolo Pasolini, “Senza di te tornavo“, da “Tutte le poesie”, Volume 2, “I Meridiani” Mondadori, 2003)

 

 

 

Edward Hopper (1882-1967), Opere (video da www.restaurars.altervista.org)

 

 

 

 

Gli occhi di una donna

 

 

Ascoltate una donna quando vi guarda, non quando vi parla. Nei suoi occhi vedrete voi stessi e la vostra storia, velata dalla struggente malinconia del ricordo e della sua trasfigurazione in ideale. Ma, soprattutto, ravviserete la delicatezza della redenzione. Gli occhi di una donna sono il solo luogo in cui l’abisso conduce alla purificazione, all’empatia universale.

 

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Afternoon

 

 

Non pagherà rovistare il bosco che incupa
se crolliamo bocconi ai rimorsi del tronco,
inabili per le radure più cave,
recisi alla base come risultato
d’una selezione efferata.
Noi salutati dalla vecchiaia
che orba incede su zampe di porco,
ha stivali di sterco,
vesti di rovina.
Per familiarità congenita
a quel che di più modesto
ci riservò a suo tempo
l’attimo fragile che zampettammo nel latte.
Presi a sassate – stralci di rimproveri
semiseri e puerili.
O dietro porte sbattute, il fracasso.
Che ci fece l’amore prima del sangue.
Come i tuoi amanti sbandati.
E luridi.
Come i tuoi padri. Che prima ti furono figli.
Non ci varrà uno sputo nel fango.
Calpestare il domicilio straniero.
Lo sforzo inumano d’una foresteria nel tinello.
Ribattezzare la fatica del tarlo
a pensione nei tuoi cassetti,
l’asprezza dei terrazzi esposti al buio del Nord,
il buco dell’alba che impaglia l’Orsa Maggiore.
Non griderà questa pupilla grondante di nebbia,
il ginocchio che dalla rabbia
storce e poi piega,
ribollire il fragore dell’angelo
affiorato dal viola dei pruni.
Se brandiremo la falce.
Per ferirci a ogni ora.
Abbatterci l’uno con l’altro,
sazi, nauseati, controvoglia.
Nel sonno dei principii che adombra
il rossore ondivago del bimbo.
Siamo cani tramortiti dalle carezze superflue,
i guinzagli perduti.
Questa è la morte.
Che adagia sul prato le risa
e spegne le torce e gli abbai finiti.

(Patrick Gentile)

 

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“Dance The Love – Una stella Vico Equense. Le interviste – Le testimonianze”. Il nuovo libro di Raffaele Lauro e Riccardo Piroddi

 

 

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Questa pubblicazione, firmata da Raffaele Lauro e Riccardo Piroddi, in uscita a dicembre 2016, in solo formato eBook, raccoglie, in ordine cronologico, nella versione italiana e, di seguito, in quella inglese, le interviste rilasciate da Lauro, autore del romanzo “Dance The Love – Una stella a Vico Equense”, terzo e ultimo capitolo de “La Trilogia Sorrentina”, e le testimonianze dei relatori, raccolte ed editate da Piroddi, alle manifestazioni culturali di presentazione dell’opera, dal luglio al novembre 2016, da Vico Equense (27 luglio) a Presenzano (19 novembre). Un omaggio collettivo alla protagonista del romanzo, la grande danzatrice russa Violetta Elvin, nata Prokhorova. Un ringraziamento doveroso agli organizzatori delle manifestazioni e ai relatori, per il loro prezioso contributo di riflessione sull’opera.

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La seconda versione del celebre dipinto di Henri Matisse, “La Danse” (1910, olio su tela, 260×391 cm), conservato presso il Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, ispira la copertina del libro. Il capolavoro fu commissionato da Sergej Ščukin, grande collezionista d’arte russo, il quale acquistava, con regolarità, i lavori del pittore francese. Sulla cover, realizzata da Teresa Biagioli per la GoldenGate Edizioni, viene riportato anche un commento di Matisse sul quadro, nel quale predominano tre colori (il blu, il rosso e il verde): “Il mio obiettivo è rappresentare un’arte equilibrata e pura, un’arte che non inquieti né turbi. Desidero che l’uomo stanco, oberato e sfinito, ritrovi, davanti ai miei quadri, la pace e la tranquillità”.

 

11700781_10206607167772129_1840801441274742818_oRaffaele Lauro e Riccardo Piroddi nel luglio 2015

 

 

 

Sandro Botticelli, Percy Bysshe Shelley e la Bellezza

 

 

I

La terribile ombra d’un invisibile Potere fluttua
in mezzo a noi, benché non vista – e visita
questo svariato mondo con incostante ala,
come le brezze dell’estate che strisciano di fiore in fiore.
Come raggi di luna che dietro una montagna fitta di pini scrosciano,
visita con sguardo incostante
il cuore e il volto di ogni uomo;
come colori e armonie la sera,
come nuvole disperse nel chiarore delle stelle,
come il ricordo d’una musica fuggita,
come qualcosa che per sua grazia possa
essere cara, e tuttavia più cara per il suo mistero.

II

Spirito di bellezza, che consacri
coi tuoi colori ogni pensiero e ogni forma
umana su cui splendi – dove te ne sei andato?
perché trascorri e lasci il nostro stato,
questa oscura e vasta valle di lacrime, deserta e desolata?
Chiedi perché per sempre il sole
non tessa arcobaleni sul torrente,
perché quello che appare, scolori e si dissolva, –
perché paura e sogno e morte e nascita
sulla giornata della terra gettino
un’ombra tale, – e all’uomo venga dato
tanto d’amore e d’odio, e di sconforto e di speranza?

III

Da mondi più sublimi nessuna voce ha mai
dato ai poeti o ai saggi la risposta –
perciò i nomi di Dio, dei demoni e del Cielo,
non sono che tracce del loro vano sforzo, incanti fragili,
che recitati non aiutano a staccare
da tutto quello che sentiamo e vediamo
il dubbio, il caso e la mutevolezza.
Soltanto la tua luce – come una nebbia sopra i monti,
o musica che il vento della notte
manda attraverso uno strumento immoto,
o il chiaro della luna sulle acque,
dà grazia e verità al sogno inquieto della vita.

IV

Speranza, Amore, e Orgoglio, passano come nuvole e ritornano,
per qualche incerto attimo concessi.
L’uomo sarebbe immortale, e onnipotente,
se tu, ignota e terribile, fissassi
col tuo glorioso seguito dimora nel suo cuore.
Tu messaggero degli affetti
che crescono e declinano negli occhi degli amanti –
tu – che alimenti il pensiero umano,
come l’oscurità una fiamma morente!
non ti partire come la tua ombra venne,
non ti partire – o la tomba sarà
come la vita e la paura, un’oscura realtà.

V

Fanciullo ancora, andavo in cerca di spettri e attraversavo
fugace stanze vigili, rovine e anfratti,
e boschi al chiarore delle stelle, con timorosi passi perseguendo
speranze d’alto conversar coi morti.
E invocavo i nomi velenosi che nutrono la nostra giovinezza;
non fui ascoltato – non li vidi – quando,
mentre ero assorto sul destino
del vivere, nel dolce tempo in cui i venti corteggiano
tutte le cose vive che si destano per recare
nuove gemme e fiori, – all’improvviso,
la tua ombra cadde sopra di me;
io detti un grido, e giunsi le mani in rapimento!

VI

Allora feci il voto di consacrare le mie forze
a te e a ciò che t’appartiene – non l’ho mantenuto?
Con cuore palpitante e occhi in lacrime, adesso
dai loro taciti sepolcri invoco
i fantasmi di mille ore, che in pergolati chiari di visioni,
d’ardente studio o dilettoso amore,
hanno vegliato con me l’invida notte –
e sanno che mai gioia illuminò questa mia fronte
non giunta alla speranza che tu avresti liberato il mondo
dalla sua oscura schiavitù
che tu – terribile splendore,
avresti dato ciò che la parola non può esprimere.

VII

Il giorno diventa più solenne e più sereno,
trascorso il meriggio – c’è un’armonia
in autunno, e una luce nel suo cielo,
che nell’estate non si sente e non si vede,
come se non potesse esserci, come se non ci fosse stata!
Così il tuo potere, che come la verità
della natura sulla mia inerte giovinezza
discese, alla mia vita d’ora innanzi doni
la sua calma – a uno che ti adora,
e venera le forme in cui sei infuso,
e che i tuoi incanti, spirito bello, spinsero
a temere se stesso, e amare tutti gli uomini.

(Percy Bysshe Shelley, Inno alla bellezza intellettuale, 1816)

 

 

Sandro Botticelli, “La nascita di Venere” (1482-1485) tempera su tela di lino (172×278 cm), Firenze, Galleria degli Uffizi (video da www.restaurars.altervista.org)

 

 

 

La polvere

 

 

Se incapaci saremo
di ricondurre alla notte la via,
o indomabilmente
affrancati
in prossimità del rovo,
(fratello di colpe
spino severo),
dalla polvere
stancamente sospinta
in fondo al tappeto
salveremo forse il filaccio,
il refe ritorto,
la treccia che
mise insieme i pensieri.
E faremo
quest’ultimo musicare di dischi,
il danzare lugubre
delle camere spente,
un abbuiare di neve.
Invogliati a salpare
verso gli anni che
ci lamparono incontro.
Là dove l’alba ci parve.
Ridente. Glaciale.

(Patrick Gentile)

 

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Squame

 

 

Gli alberi
squamano obliqui
ai bordi dell’inverno,
come noi
ottusi e torti,
digiuni nel
grande spreco
di dicembre,
sgraziati a un

fervore sbandato
di semafori,
miseri capricci
di foglie
avanzate
dai giorni
dello scalpore,
quelli
in cui io ti spogliai
di me,
tu di te.

(Patrick Gentile)

 

il_fullxfull-1059805119_pc9lLeonid Afremov, “Farewell to anger”, 2013