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La nascita, nell’Europa medievale, delle scuole laiche
e delle Università, interpretata in maniera molto singolare

 

 

 

Tratto dal mio “La Letteratura Italiana – Dalle origini al primo Novecento”, Eurilink University Press, 2022, pp. 42-43

 

“…Verso la metà dell’XI secolo, tuttavia, qualcosa cominciò a cambiare. Qualcuno decise di mettersi in concorrenza con la Chiesa. “Perché devono essere solo loro a insegnare, a scegliere le materie e i programmi? Perché la Bibbia deve essere l’unico manuale in uso di storia, geografia, letteratura, lingua, psicologia, fisica, chimica, architettura, ingegneria, astronomia, religione e pure educazione fisica?”.
Molti uomini, allora, estranei ai ranghi ecclesiastici, quando si incontravano all’osteria, la sera, dopo cena, cominciarono a discutere di filosofia aristotelica la quale, anche attraverso le traduzioni e i commenti dei dotti arabi Avicenna e Averroè, era giunta in Occidente. Così, parla oggi, discuti domani, leggiti il libro per dopodomani, i conversanti aumentavano sempre di più. Gli osti facevano affari d’oro, perché avevano messo la consumazione obbligatoria e, quando si faceva tardi, fittavano pure qualche camera per la notte con la prima colazione compresa. La cuccagna, per i gestori di osterie e taverne, però, durò poco. Ben presto, in tanti decisero di riunirsi in luoghi più adatti alle discussioni, alla lettura e allo studio.
Ed ecco che nacquero le Università e, in due secoli, dall’XI al XIII, ne sorsero in tutta Europa. Ogni città importante aveva la propria. Vi si poteva studiare la filosofia, le lettere, il diritto e le cosiddette arti liberali, fondamento di tutta l’istruzione dei secoli precedenti: la grammatica, la retorica, la dialettica, la musica, l’astronomia, l’aritmetica e la geometria. Tutto era molto ben organizzato: gli studenti, dopo aver letto i testi consigliati dai maestri, sceglievano quale corso seguire e in che materia diventare dotti.
Essi, inoltre, erano liberi di discettare con i docenti, senza dover sostenere esami, né scritti, né orali, ma, semplicemente, confrontando il loro pensiero con quello degli antichi, come, ad esempio, Aristotele e tanti altri, e con i compagni di banco. Era, dunque, un metodo di insegnamento e apprendimento molto particolare. Se oggi fosse ancora così, molti studentelli ne approfitterebbero e non imparerebbero un bel niente…”.

 

 

 

Mosè, Cristo e Maometto: tre impostori o tre grandi politici?

 

 

Una lunga tradizione di pensiero si è concentrata in un libello dalle origini leggendarie e dalla storia redazionale molto vivace, intitolato Trattato dei tre impostori, dove Mosè, Cristo e Maometto sono stati definiti con l’epiteto del titolo: impostori, appunto. Ne ripercorro, brevemente, le fasi redazionali. L’esistenza di un trattato latino, De tribus impostoribus, sebbene sia stata molte volte affermata e data per certa fin dal XIII secolo, non è mai stata dimostrata, non essendo giunta fino a noi alcuna copia. I probabili autori sono stati identificati, nel tempo, con AverroèFederico IIPier delle VignePoggio BraccioliniErasmo da Rotterdam, Pietro AretinoGuillaume PostelMichele ServetoJean Bodin, Bernardino OchinoGirolamo CardanoPietro PomponazziGiordano BrunoTommaso Campanella, Giulio Cesare VaniniBaruch Spinoza e altri. Un secondo trattato latino, sempre intitolato De tribus impostoribus, anonimo, è stato composto nel 1688 e stampato, a Vienna, nel 1753. Un terzo trattato, intitolato La Vie et l’Esprit de Mr Benoît de Spinosa, è stato pubblicato, per la prima volta, anonimo e in francese, a L’Aia, nel 1719. Solo le successive edizioni avrebbero assunto il titolo di Traité des trois imposteurs.
Eccone alcuni passaggi (tratti da Trattato dei tre impostori. La vita e lo spirito del signor Benedetto De Spinosa, Einaudi, 1994): “La stessa nozione di Dio è incerta per coloro che pure ne sostengono l’esistenza, i quali danno «la definizione di Dio ammettendo la loro ignoranza», senza comprendere «chi lo ha creato» o affermando «che è lui stesso il principio di sé», sostenendo così «una cosa che non capiscono. Dicono: non comprendiamo il suo inizio; dunque l’inizio non esiste». Avviene che la sua nozione sia «il limite di un’astrazione intellettuale», e venga definito a volte Natura, a volte Dio, avendone idee disparate. Chi chiama Dio «la connessione delle cose», chi «un essere trascendente, perché non può essere visto né compreso». Si sostiene, poi, che Dio sia amore, benché egli, in quanto creatore, abbia dotato l’uomo di una natura opposta alla sua e lo abbia sottoposto «alla tentazione dell’albero, sapendo che avrebbe commesso una trasgressione fatale a se stesso e ai suoi discendenti». Per riscattare poi la colpa dell’uomo, Dio farà subire a suo figlio i peggiori tormenti: «nemmeno i barbari credono a storie così menzognere». Ci si deve chiedere, allora, perché mai bisognerebbe tributare un culto a Dio, regolato da un’istituzione religiosa, oltre tutto in considerazione del fatto che un essere perfetto non dovrebbe averne bisogno: «il bisogno di essere onorato è segno d’imperfezione e d’impotenza». In realtà, «ognuno comprende che è interesse dei governanti e dei potenti stabilire una religione per mitigare gli istinti violenti del popolo». Si dice che la presenza di una coscienza morale sarebbe la prova che Dio ha dato all’uomo la nozione del bene e del male e conseguente timore della punizione, ma in realtà le cattive azioni alterano l’armonia sociale e chi le commette teme le sanzioni della società umana. È la ragione naturale a illuminare il comportamento morale dell’uomo. Il resto è «un’invenzione dei nostri oziosi sacerdoti, che così accrescono considerevolmente il loro tenore di vita». Nessuna religione è in grado di dimostrare né l’esistenza né la natura di un’essenza divina, anche se sempre vi è chi ha preteso di conoscerla: i pagani dell’antichità, il re Numa, Mosé, Maometto, i bramini indiani, i cinesi, ciascuno contraddicendo gli altri. «Si credette che il giudaismo correggesse il paganesimo, il cristianesimo il giudaismo, Maometto entrambi, e si attende il correttore di Maometto e dell’islamismo». È, dunque, naturale sospettare che i fondatori delle religioni siano tutti degli impostori. Del resto, ogni religione accusa tutte le altre di impostura e, in particolare nel cristianesimo, ogni setta cristiana «accusa l’altra di aver corrotto il testo del Nuovo Testamento». Occorrerebbe, poiché non è evidentemente possibile credere a ogni religione, non credere a nessuna, «finché non si sia trovata la vera religione». Pertanto, per stabilire la verità di ogni singola religione, bisognerebbe esaminare con cura le affermazioni dei loro singoli fondatori: «non bisogna prendere affrettatamente per dogma o per testimonianza sicura quel che il primo che passa abbia asserito». Operazione molto difficile, che si può dubitare possa mai giungere a una conclusione effettiva”.
Io credo che Mosè, Cristo e Maometto siano stati sì, impostori, ma filosofici, considerata la sostanziale fallacia dei loro insegnamenti metafisico-teologici, e, allo stesso tempo, li ritengo i più grandi politici della storia, visti gli “iscritti” ai loro “partiti” e quanto questi hanno fatto e continuano a fare in nome loro. Niente di divino o rivelato, quindi. Solo ignoranza, superstizione e credulità da parte di chi, ancora oggi, segue questi tre “segretari di partito” e i loro diktat, da un lato, antivitali, per dirla alla Nietzsche, e, dall’altro, espansionistici. Tutto ciò non fa altro che dimostrare, dunque, la natura esclusivamente politica dell’azione dei tre fondatori di religioni (Ebraismo, Cristianesimo e Islam), come enunciato nel pamphlet, “veri e propri impostori dediti alla gloria personale e all’asservimento dei popoli”.

 

 

 

Dante Alighieri e l’Islam

 

di 

Maria Soresina

 

 

Un secolo fa, nel 1919, usciva il libro La escatología musulmana en la Divina Comedia di Miguel Asín Palacios che fece molto scalpore e che in Italia fu accolto da una dantista autorevolissima, Maria Corti, la quale arrivò a titolare un articolo sul Corriere della Sera «Dante. Il sommo poeta partorito dall’Islam». Un versetto del Corano, il primo della sura XVII, recita…

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Dante Alighieri (1265 – 1321)

 

 

Giobbe mette Dio sul banco degli imputati. Sulla sofferenza innocente

 

di

Ignacio Carbajosa

 

 

«Se esiste al mondo un libro che merita la parola sublime, credo che sia quello di Giobbe». Parole pronunciate da Jorge Luis Borges in una conferenza tenutasi all’Instituto Cultural Argentino-Israelí nel 1965. Lo stesso aggettivo impiega Paul Claudel, dell’Académie Française, che nella sua monografia sul Libro di Giobbe dice che, tra i libri del Vecchio Testamento, «Giobbe è il più sublime, il più commovente, il più audace, e allo stesso tempo il più enigmatico, il più scoraggiante, anzi, oserei dire, il più rivoltante». Giustificando i suoi aggettivi, l’autore francese aggiunge…

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Giobbe

 

 

Una esposizione alquanto insolita, e molto partenopea, dell’Inferno di Dante Alighieri

 

 

 

Cominciamo con fornire qualche breve ragguaglio di ordine generale sulla Divina Commedia. Dante, innanzi tutto, non la titolò mai in questo modo, ma semplicemente Comedía. Fu Giovanni Boccaccio ad aggiungere, qualche tempo dopo la morte dell’Autore, l’aggettivo Divina, perché era Dio il padrone dei luoghi visitati dal poeta. Nella Divina Commedia è raccontato il viaggio che il sommo poeta immagina di compiere nei tre regni dell’Aldilà, tra anime dannate, spiriti penitenti e beati nella gloria del Signore. Il poema è diviso in tre cantiche, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, 2composte, ciascuna, di trentatré canti di terzine, tranne l’Inferno, che ne ha uno in più, fungente da prologo generale. Il cammino, cominciato il 7 aprile 1300, giovedì santo, e finito il successivo mercoledì 13, ha come intento principale quello di mostrare agli uomini come stessero le cose dal lato dei morti, a cosa si andasse incontro se si fosse disobbedito a Dio e quali fossero, invece, i premi, se si fosse fatta la sua volontà. Il pellegrino non è solo, perché nell’Inferno e nel Purgatorio  è il grande letterato latino Virgilio ad accompagnarlo, mentre, dall’ingresso del Paradiso Terrestre, è Beatrice, la sua Beatrice, a guidarlo sino a Dio. L’Autore, sostituendo la sua giustizia a quella divina, riempie il mondo ultraterreno dei personaggi più diversi: dai re ai grandi condottieri, dagli scrittori antichi ai filosofi, dai protagonisti delle storie della Bibbia e della mitologia classica a quelli dei romanzi cortesi, fino ai concittadini, morti qualche anno prima che cominciasse a scrivere. Questo perché, i lettori, conoscendo di chi si trattava, rimanessero maggiormente impressionati in negativo o in positivo. Bene, ora possiamo andare all’inferno!

Dante si è perso in una selva oscura ed è già impaurito di suo, quando gli si parano davanti tre bestiacce: un leone, una lonza (lince) e una lupa. Il poveretto non sa più che pesci prendere, ma, per fortuna, arriva a salvarlo Virgilio e, insieme, cominciano a scendere verso il baratro. L’Inferno ha la forma di un cono, che arriva fino al centro della Terra, formatosi quando Dio buttò giù dal suo regno Lucifero, rimasto conficcato nel fondo alla botticelli-infernovoragine. Il luogo della dannazione infinita, tra burroni, precipizi, ripe, dirupi e fossi, è diviso in nove cerchi, nei quali i dannati pagano per le loro colpe: quanto più grossa l’hanno combinata durante la vita, tanto più giù scendono. Si comincia dall’antinferno, in cui sono quelli che vissero tanto per vivere, forse solo perché erano nati (gli ignavi). Oltrepassata la porta dalla scritta terribile della Città Dolente e il fiume Acheronte, dove il nocchiero Caronte prende a remate sulla schiena le animacce che non si muovono a salire sulla sua barca, si trova il Limbo, nel quale bambini e persone perbene nate prima di Cristo sospirano e si struggono. Da lì, passando davanti a Minosse, il giudice infernale, il quale attorciglia la coda tante volte quante il numero del cerchio dove lo spiritaccio deve andare a scontare la sua pena, si trovano i veri maledetti da Dio. Nei primi sei cerchi ci sono i cosiddetti incontinenti: quelli che pensavano sempre alla stessa cosa (i lussuriosi); quelli che stavano sempre a masticare qualcosa e ad ingozzarsi (i golosi); quelli che avevano la mano corta, i genovesi e gli scozzesi (gli avari) e quelli che ce l’avevano bucata (i prodighi); quelli che si incazzavano per un nonnulla e quelli che se ne fregavano di ogni cosa per tutta la vita (gli iracondi e gli accidiosi). Nel settimo cerchio Dante trova i violenti contro il prossimo, i violenti contro se stessi e i violenti contro Dio, l’arte e la natura: quelli che dicevano la verità contro le bugie della Chiesa (gli eretici); quelli che avevano il grilletto facile e quelli che ti scamazzavano per rubarti pure le mutande e i calzini (gli assassini e i briganti); quelli che l’avevano fatta finita prima del tempo e quelli che guadagnavano duemila euro al mese e ne spendevano cinquemila (i suicidi e gli scialacquatori); quelli che nominavano Dio, la Madonna e i santi senza motivo, specialmente all’interno di volgari e colorite espressioni (i bestemmiatori); quelli che ti prestavano ventimila euro e dopo un mese ne volevano cinquantamila, sennò ti facevano incendiare il negozio (gli usurai); quegli uomini col vizio di andare con gli altri uomini (i sodomiti). Nell’ottavo cerchio, invece, ci sono i fraudolenti contro chi non si fida: pierdellevignequelli che cercavano di fregarti con il loro bell’aspetto (i seduttori); quelli che volevano imbrogliarti con le belle parole (i lusingatori); quelli che vendevano o compravano cose sacre fuori dalle sagrestie (i simoniaci); quelli che predicevano il futuro, pure se ci azzeccavano (gli indovini); quelli che vivevano facendo imbrogli e pacchi vari (i barattieri); quelli che davanti ti dicevano che eri bravo e dietro che non eri buon a niente (gli ipocriti); quelli che avevano le mani lunghe (i ladri); quelli che con i loro consigli ti sgarrupavano (i cattivi consiglieri); quelli che ti facevano fare a mazzate con tutti (i seminatori di discordia); quelli che stampavano e spacciavano soldi e monete false (i  falsari). Infine, il nono cerchio, l’ultima zona, divisa in quattro parti, proprio la peggiore, patibolo eterno dei fraudolenti contro chi si fida: la Caina, con i traditori dei parenti, da Caino, che aveva ucciso il fratello Abele; l’Antenora, con i traditori della patria, da Antenore, che aveva venduto la città di Troia ai greci; la Tolomea, con i traditori degli ospiti, da Tolomeo, un sacerdote biblico che aveva fatto uccidere il suocero e i cognati dopo averli invitati a pranzo a casa sua; la Giudecca, con i traditori dei benefattori, da Giuda, il traditore di Cristo, sommo benefattore dell’umanità. Tutti questi disgraziati sono affogati nel fiume ghiacciato Cocito. E, nell’ultimo posto possibile, il buco del c..o del mondo, inficcatovi come un pecorone, Lucifero, un mostro con le ali di pipistrello e tre teste, nelle cui bocche maciulla i tre più schifosi peccatori di tutta la storia dell’umanità: Giuda, Bruto e Cassio, responsabili della morte dei due veri rappresentanti di quei poteri che, all’epoca di Dante, si dividevano il mondo: il religioso (Gesù) e il civile (Giulio Cesare).

Per comminare le pene alle anime infami, il poeta ricorre al sistema del contrappasso: in base a quello che di male avevano commesso nella vita, così pagheranno per l’eternità. I lussuriosi, ad esempio, lasciatisi trascinare dall’impeto delle passioni, sono sbattuti di qua e di là da venti fortissimi; i suicidi, che avevano voluto privarsi con violenza del loro corpo, sono imprigionati in alberelli secchi e brutti; i lusingatori, dopo aver coperto tutti di belle parole, false come loro, sono immersi nella merda, anche oltre il collo. Dante non si preoccupa affatto di usare un linguaggio adatto a questo luogo: bestemmie, male parole e mandate affanculo, lungo i canti, sono all’ordine del giorno, anzi, della notte, visto il posto. L’intera cantica, con i suoi dannati, è pervasa da una negatività, da un buio, da un rumore assordante e da una puzza così forte da apparire reale e da sembrare vera, soprattutto a quanti ne leggevano allora. Nonostante ciò, da questo vallone di pianti, di strilli e di tormenti vengono fuori, sublimate, figure memorabili, rimaste nella storia della letteratura mondiale: Paolo e Francesca, amanti anche nella dannazione, Farinata degli Uberti, valoroso nemico ghibellino dei guelfi di Dante, Pier delle Vigne, il consigliere dell’imperatore Federico II di Svevia, Brunetto Latini, il maestro di gioventù del poeta, Ulisse, che invitò i compagni a seguir virtute e canoscenza, e il conte Ugolino della Gherardesca, di cui colpisce, ancora oggi, la fine orrenda, insieme con i figli, nella Torre della Muda.

 

 

La Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica

 

A Napoli abbiamo un detto: “La vacca si è tirata le zizze”, quando vogliamo significare la fine di una qualsiasi situazione che provocava profitto, godimento o felicità. Lo strapotere della Chiesa Cattolica Romana, che durava sin dai primi secoli del Medioevo, dovette pur finire e l’inizio della fine cominciò in Germania, detta, dagli inizi del ‘500, la mucca personale del papa, perché nei suoi territori, grazie alla vendita delle indulgenze, i successori di San Pietro e i loro dipendenti, stavano raccogliendo la maggior parte dei danari per la costruzione dell’imponente Martin_Lutherbasilica, dedicata al principe degli apostoli, a Roma. Ecco perché, il richiamo al detto napoletano. Chi fu, dunque, a tirare le zizze alla vacca? Fu un monaco agostiniano, chiamato Martin Lutero. Martin Luther (immagine a destra), questi il nome e cognome in tedesco, nacque a Eisleben, l’1 novembre 1483. Studiò all’Università di Erfurt e, a 22 anni, entrò in convento. Qui, si fece subito notare per l’acume e la vis polemica e fu segnalato dai suoi superiori al principe di Sassonia Federico III, che cercava professori per la nuova Università a Wittenberg. Lutero vi insegnò dialettica e fisica fino a che, inviato a Roma per risolvere questioni interne al suo ordine, ebbe modo di constatare quanto fosse in rovina la Chiesa, nel senso che sembrava tutto tranne un’istituzione quale sarebbe dovuta essere agli occhi di Dio e degli uomini e, consapevolmente o inconsapevolmente, cambiò la storia sociale, politica e religiosa del mondo. La goccia che fece traboccare il vaso fu la questione delle indulgenze. Cosa era successo: per racimolare i soldi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma, i papi promettevano la remissione dei peccati per i vivi e gli sconti in Purgatorio per i morti, a quanti avessero pagato somme di danaro in proporzione alle proprie colpe. L’affare era molto redditizio, perché la raccolta delle indulgenze era data in appalto ai potenti locali, che ingaggiarono predicatori molto furbi e abili a raggirare i fedeli. Il caso più eclatante fu quello di Alberto di Hohenzollern, principe di Brandeburgo, il quale aveva pagato diecimila ducati al papa per avere l’arcivescovato di Magonza e che, dalla vendita delle indulgenze, avrebbe ricavato il necessario venditada restituire a chi gli aveva prestato i soldi, più un’altra consistentissima offerta per la basilica. Questi, poté contare sul più abile ciarlatano e truffatore di tutta la Germania del tempo, migliore di Vanna Marchi e della figlia messe insieme: il frate domenicano Johann Tetzel. Fu così bravo a vendere “perdoni su misura” che i principi confinanti con il regno del suo datore di lavoro gli impedirono di entrare nei loro territori, perché anch’essi stavano allattando alla grande la mucca delle indulgenze. Un giorno, il domenicano raggiunse alcune parrocchie vicine a quella di Lutero per vendere le indulgenze ai suoi parrocchiani. Quando questi si presentarono da lui con la pergamena benedetta, dicendogli che non avrebbero dovuto più pentirsi e confessarsi, perché tanto era stato messo tutto a posto con qualche soldo, Lutero non ci vide più e, il 31 ottobre 1517, affisse sulla porta della Cattedrale di Wittenberg le famose 95 Tesi contro le indulgenze. Guai, però, a interferire negli affari della Chiesa Cattolica!, Nonostante le Tesi luterane fossero soltanto contro le indulgenze e non contro il papa o la Chiesa, i tuoni da Roma non tardarono ad arrivare. Sulle prime, papa Leone X fece solo un richiamo ufficiale ai superiori di Lutero, affinché lo tenessero buono e lasciassero che i traffici proseguissero in santa pace ma, poi, qualche tempo dopo, lo fece chiamare a Roma per discutere, de visu, delle sue idee.Pope-leo10 Per intervento del principe Federico, che lo proteggeva, il processo al monaco fu trasferito in Germani. Le cose, tuttavia, non cambiarono, perché Lutero non ritrattò un bel niente davanti al vicario del papa. Leone X (immagine a destra) non perse tempo e, nel 1520, emanò una bolla, Exurge Domine, con la quale invitava Lutero a ritrattare e a presentarsi a Roma, pena la scomunica. Il riformatore, per tutta risposta, la bruciò pubblicamente, insieme con libri di diritto canonico. La miccia era stata accesa e la Germania era in subbugli. Il nuovo imperatore Carlo V appoggiò la politica del papa, il quale, nel frattempo, aveva scomunicato Lutero, e, nella dieta di Worms, lo giudicò eretico, nemico del popolo, mise al bando tutte le sue dottrine e, in più, chi l’avesse ucciso non sarebbe andato in galera. La situazione, per lui, si fece pericolosissima, tanto che il suo protettore ne inscenò il rapimento, nascondendolo nel suo castello e facendolo stare tranquillo per un po’. Le idee di Lutero contagiarono anche principi, nobili senza feudo, cavalieri senza cavallo e morti di fame. Ci furono guerre e battaglie, con numerosissimi morti e feriti. Lutero, dal canto suo, disapprovò queste violenze, si dedicò alla scrittura, abbandonò l’abito monacale, sposò una ex suora, ebbe sei figli e costruì tutto l’impianto dottrinale del luteranesimo o protestantesimo. La rottura con la Chiesa di Roma fu definitiva. Questa, però, tentò di riorganizzarsi e, alla Riforma Protestante, fece seguire la Controriforma Cattolica. Come si dispose, quali misure adottò, come cercò di contrastare i protestanti? L’atto più importante e significativo fu la convocazione del Concilio di Trento. Nel 1545, papa Paolo III aprì questa commissione di cardinali, riunitasi per cambiare tutto quello che non andava e per riaffermare quello che a loro parere doveva rimanere com’era. In prima istanza, il Concilio sconfessò tutte le dottrine dei protestanti, giudicandoli eretici e dichiarando loro guerra. concilio-trento-quadro.1200Per quel che riguardava se stessa, serrò i ranghi, pretese una maggiore istruzione, a cominciare dai preti di campagna che spesso non conoscevano il latino e, in materia teologica, erano molto debili, obbligò i vescovi a risiedere nelle proprie diocesi, confermò l’assolutezza di alcuni dogmi, come la transustanziazione, ovvero quel miracolo secondo cui l’ostia e il vino nel calice diventano veramente il corpo e il sangue di Cristo, ribadì il valore dei sacramenti, che pure erano stati messi in dubbio da Lutero, e rinvigorì il culto dei santi, delle reliquie e della Madonna. Cercò, poi, di porre fine alle oscenità che erano perpetrate alla corte dei papi, come durante il periodo di papa Borgia e altri. Il successore, papa Paolo IV, fu molto più pratico, rafforzò l’Inquisizione, diretta da sei cardinali e presieduta dal pontefice stesso, con i suoi tribunali sparsi dovunque, e stilò il primo Indice dei libri proibiti nel 1559: in questo catalogo furono inseriti il Decameron di Giovanni Boccaccio, il De Monarchia di Dante, tutte le opere di Niccolò Machiavelli e Pietro Aretino, le novelle di Masuccio Salernitano, tutte le Bibbie tradotte in volgare, le poesie di Luigi Pulci e Francesco Berni eccetera, eccetera, eccetera. Ho citato solo alcuni tra i più famosi ma, in verità, la lista dell’Indice era più lunga di quella degli iscritti alla P2. Torture e roghi furono distribuiti in tutta Europa con precisione scientifica. Un’altra importante misura fu la creazione di nuovi ordini monastici: i Cappuccini, i Teatini, i Somaschi, i Barnabiti, le Orsoline e i Gesuiti, ordine fondato da Ignazio di Loyola, con l’intento di essere da modello di vita per i fedeli, di istruirli e di essere più vicini alle loro esigenze. Per quanto riguarda la letteratura, chi si mise a scrivere da quel momento in poi dovette stare molto attento. Bastava, infatti, soltanto possedere un libro proibito, che le bestie dell’Inquisizione intentavano un processo, torturavano e bruciavano vivi. L’elenco dei martiri sarebbe troppo lungo, ma vorrei ricordare Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, assassinati o torturati per le loro idee. Galileo_Inquisizione_480Il mestiere di esprimere le proprie idee le quali, guarda caso, il più delle volte erano contrarie, se non antitetiche, a quelle di Santa Romana Chiesa, divenne più pericoloso di quello del soldato, come se quasi si morisse più facilmente pensando e scrivendo che combattendo, ma, nonostante ciò, ci fu ci continuò a usare la ragione, a voce o per iscritto. A questi uomini, che furono e sono i veri santi, devono andare le nostre preghiere e le nostre lodi. In questa cupa, tremenda, terribile, infame e angosciosa desolazione culturale voluta dalla censura della Chiesa Cattolica, contrapposta all’oro e alle decorazioni barocche degli edifici sacri, che si andavano costruendo in quegli anni, vi sono stati autori dei quali vi parlerò certamente in qualche altra occasione. Queste mie ultime parole, sicuramente forti, non devono, però, essere prese alla lettera: la desolazione culturale non vi fu neppure nel Medioevo, figuratevi nel Rinascimento. Ma, come ho già detto, il Vaticano condizionò così tanto la vita culturale europea di quel periodo, che, per lo meno, tardò l’esplosione delle nuove idee, quelle che saranno il lievito della Rivoluzione scientifica e, più tardi, dell’Illuminismo. Come vedete, per fortuna, il corso del pensiero e della ragione non poté essere arrestato, neppure da una mappata di… beh, lasciamo perdere!