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Sì come rota ch’igualmente è mossa

Il tributo di Dante ad Aristotele

 

 

 

 

 

Quando Dante chiude il Paradiso con l’immagine della ruota che gira nel modo più regolare possibile, raggiunge uno dei punti più alti della poesia occidentale. Quel verso è il risultato di un percorso lungo migliaia di versi, costruito sostenendo una tesi precisa: l’universo ha un ordine. E quell’ordine è comprensibile attraverso un pensiero che unisce ragione e fede. Al centro di questa operazione c’è Aristotele, il filosofo che più di ogni altro ha dato forma al modo in cui Dante immagina il cosmo e l’essere umano.
Il tributo non è mai esplicito. È diffuso ovunque. È un fondamento che spesso non si vede ma regge tutto l’edificio della Commedia. Per capirlo, bisogna guardare non solo alle citazioni dirette di Aristotele ma anche ai modelli concettuali che Dante assorbe e trasforma. La presenza del “Filosofo” nel Convivio e nella Commedia nasce da una scelta culturale: Dante riconosce in Aristotele il pensatore che ha saputo organizzare la realtà con più chiarezza. Non è il filosofo che “ha visto Dio”, ma è quello che ha dato alla ragione gli strumenti per avvicinarsi al vero. Dante studia Aristotele attraverso le traduzioni latine e i commentatori medievali, soprattutto Tommaso d’Aquino. Ma l’impronta non è scolastica. È personale. Aristotele diventa la fonte di una mentalità ordinatrice. Dove il mondo sembra scomposto in frammenti, Dante cerca la forma. Dove il pensiero sembra disperso, Dante cerca la causa. Questa spinta nasce dal pensiero aristotelico. Nel Canto IV dell’Inferno, Aristotele (’l maestro di color che sanno, v. 131) siede al centro dei sapienti. Il gesto vale più di molte pagine di commento. Dante riconosce in lui il culmine della ragione naturale. L’ordine stesso del cerchio è aristotelico: gerarchia, armonia, rispetto dei diversi gradi di sapere. La topografia dell’Inferno deriva dal modello aristotelico delle azioni morali. Gli incontinenti rappresentano chi cede alle passioni senza malizia. I violenti rappresentano chi agisce contro natura. I fraudolenti rappresentano chi usa la ragione per il male, violando l’essenza stessa dell’essere umano. Questa ripartizione nasce nell’Etica Nicomachea e nella Retorica. Nessun filosofo prima di Aristotele aveva classificato con questa precisione la responsabilità morale. Dante non solo la riprende ma la traduce in spazio: i peccati non sono idee, diventano paesaggi. La selva dei suicidi riprende l’idea che la forma dell’anima informa il corpo. La pena è un paradosso aristotelico messo in scena: chi ha negato la propria forma ora non può riavere il proprio corpo. I seminatori di discordia sono la negazione dell’unità sostanziale. Gli usurai forniscono il caso più chiaro: per Aristotele la ricchezza nasce dalla natura, non dall’artificio. Nell’Inferno, l’usura è peccato proprio contro la natura e contro Dio che l’ha creata. Dante usa Aristotele per determinare il grado di distanza dalla razionalità. L’Inferno è l’esito della ragione smarrita.
Nel Purgatorio, Virgilio spiega a Dante che ogni peccato deriva da un amore mal diretto, carente o eccessivo. Questa dottrina è il prodotto di un incontro tra Aristotele e Agostino: la spinta dinamica di Aristotele unita alla centralità cristiana dell’amore. La triade che sostiene la struttura del Purgatorio è aristotelica nell’impianto: amore naturale, amore eletto, amore disordinato. Ogni anima della montagna è impegnata a ritrovare l’equilibrio tra volontà e desiderio, concetto che deriva dalla teoria aristotelica delle passioni e della virtù. I penitenti diventano via via più leggeri. L’immagine nasce dall’idea che la forma domina la materia. Nel Purgatorio la forma si purifica e diventa più coerente con la sua natura. Il moto spirituale di chi sale risponde alla legge aristotelica secondo cui ogni essere tende naturalmente al suo fine. Anche la figura di Virgilio è aristotelica. Rappresenta la ragione ordinatrice, potente ma non sufficiente. Può indicare la via ma non può portare al compimento. È la logica aristotelica nella sua funzione più alta. Tutto il Paradiso è costruito seguendo la fisica aristotelica. Ogni cielo ha un movimento, un’intelligenza motrice e un grado di perfezione. Dante accoglie questa struttura ma la orienta verso un fine cristiano. L’universo è un corpo vivo governato dall’amore divino, che svolge il ruolo del Motore Immobile aristotelico ma in una prospettiva teologica. L’idea degli angeli come motori dei cieli deriva dall’interpretazione medievale del De Caelo. Per Aristotele, ogni sfera celeste è mossa da un’intelligenza separata. Dante prende questa visione e la trasforma nell’ordine angelico. Non è una semplice trasposizione. È una ricomposizione spirituale di una teoria fisica. Nel Paradiso Dante mette in scena anche l’intelletto possibile e l’intelletto agente. Quando Beatrice corregge errori filosofici, si muove in un terreno aristotelico. L’uomo non può comprendere tutto con le sue forze ma può essere elevato dalla grazia. Aristotele è il limite più alto della ragione e proprio per questo il punto da cui Dante deve partire. Qui il tributo diventa evidente. Il movimento perfetto del cielo, per Aristotele, è circolare, perché l’eterno non può avere inizio né fine. Dante prende questa immagine, la porta al punto di saturazione simbolica e la usa per descrivere la visione di Dio. La ruota che gira “igualmente” non rappresenta solo la perfezione del moto ma la quadratura di ragione e fede. È la poesia che completa ciò che la filosofia non può compiere.
Il rapporto tra Dante e Aristotele non è imitazione ma trasformazione. Aristotele fornisce la struttura logica. Dante la riempie di storia, di volti, di sentimenti. L’Inferno nasce dalle categorie morali di Aristotele, il Purgatorio dalla sua teoria dell’anima e delle passioni, il Paradiso dalla cosmologia e dalla metafisica. Ma il risultato non è filosofia in versi. È una visione totale dell’essere umano.
La chiusa della Commedia è il gesto con cui Dante ringrazia Aristotele senza dirlo apertamente. La ruota perfetta è il sigillo di un percorso che parte dalla fisica, passa per l’etica e termina nella metafisica. È l’immagine di un ordine che non cancella il pensiero umano ma lo compie. È il riconoscimento che la ragione di Aristotele, pur insufficiente da sola, è stata una guida necessaria per arrivare al punto in cui l’intuizione poetica può finalmente dire ciò che nessun trattato potrebbe descrivere.

 

 

 

 

 

Dante profeta e maestro

La vocazione intellettuale nella Divina Commedia

 

 

 

 

 

La Divina Commedia è, insieme, poema narrativo, trattato teologico, enciclopedia del sapere medievale e atto di testimonianza personale. Nell’opera, infatti, Dante esercita la sua arte poetica e rivendica per sé una vocazione intellettuale precisa, che va oltre la figura tradizionale del poeta e si colloca in un orizzonte più alto: quello del poeta-teologo e profeta, incaricato di guidare l’umanità verso la salvezza e di ricomporre in unità i frammenti del sapere.
Nel Medioevo, il poeta non aveva lo stesso ruolo che avrebbe avuto in età romantica o moderna: non era una voce isolata ma un artigiano della parola, spesso al servizio di una corte. Dante ruppe con questa visione: nella Commedia assunse la funzione di vate. Scrivere poesia, per lui, non era un esercizio di stile ma una missione che ha radici divine. Lo si vede nell’invocazione alle Muse (Inferno e Purgatorio) e ad Apollo (Paradiso), che apre ciascuna cantica, ma soprattutto nell’idea che la sua opera non sia invenzione personale bensì trasmissione di una verità che lo trascende. Dante stesso si inserì in una genealogia di poeti e profeti: Virgilio, maestro della poesia classica, ma anche Mosè, Isaia, Ezechiele, i profeti che Dio chiamava per guidare Israele. La Commedia, dunque, non è “solo” letteratura: è un libro destinato a cambiare chi lo legge, a convertire, a trasformare. In questo senso Dante rivendicò per sé una funzione simile a quella dei profeti biblici: ammonire, giudicare, indicare la via giusta.
Il progetto di Dante nacque dall’intreccio tra due vocazioni: quella poetica e quella teologica. Da un lato, il poeta era erede della lirica stilnovista, del gusto per la parola elevata, dell’arte del canto. Dall’altro, conosceva a fondo la teologia scolastica, soprattutto quella tomista, che cercava di spiegare razionalmente i misteri della fede. La Commedia è la sintesi di queste due dimensioni: la verità cristiana viene trasmessa non con formule aride ma con immagini potenti, allegorie e narrazioni. È la teologia fatta poesia. Questa scelta è rivoluzionaria: Dante si pose come teologo laico, fuori dalle università e dalle scuole ecclesiastiche, eppure capace di parlare di Dio e della salvezza con la stessa autorità dei dottori della Chiesa.
La vocazione intellettuale di Dante non si esaurisce nella teologia e nella poesia ma si estende a una funzione pedagogica e civile. Il poema è scritto in volgare fiorentino, non in latino, proprio perché Dante volle raggiungere il popolo intero e non soltanto una ristretta élite colta. Egli si propose come maestro di umanità, come guida che accompagna il lettore in un percorso spirituale: dall’oscurità del peccato (la selva oscura) alla visione luminosa di Dio (il Paradiso). In questo senso, la Commedia ha un valore universale: ogni uomo, in ogni tempo, può riconoscersi in quel viaggio, che è insieme personale e collettivo. Dante, dunque, reclamò il ruolo di educatore ma non in senso paternalistico: egli stesso è pellegrino, peccatore, bisognoso di essere guidato (da Virgilio, Beatrice, san Bernardo). La sua autorità nasceva dall’esperienza, dalla trasformazione vissuta, non da un sapere astratto.


La Commedia è anche una grande enciclopedia medievale. In essa confluiscono filosofia, scienza, astronomia, medicina, politica, letteratura classica e cristiana. Questa ricchezza mostra la vocazione di Dante a essere intellettuale universale, capace di raccogliere e armonizzare tutto il sapere umano. Non c’è separazione tra cultura classica e cristiana: Virgilio e Aristotele convivono con san Tommaso e san Francesco; la ragione e la fede si sostengono a vicenda. Dante rivendicò, così, un’idea di sapere totale, in cui ogni conoscenza ha senso se ordinata verso il fine ultimo dell’uomo: la salvezza in Dio.
Un altro tratto distintivo della vocazione intellettuale di Dante è il suo impegno politico e civile. Lontano dall’immagine di un poeta isolato, egli concepiva la cultura come strumento di giustizia. Nella Commedia giudica severamente papi corrotti, imperatori incapaci, cittadini che tradiscono il bene comune. Non si limita a descrivere: denuncia, rimprovera, propone un modello alternativo di società, basato sull’armonia tra potere spirituale (il papato) e potere temporale (l’impero), ognuno nei suoi limiti. Questa è una novità radicale: Dante richiede per l’intellettuale il diritto di parlare contro i potenti, senza timore. Il poeta non è servo né cortigiano: è voce libera, garante della verità e della giustizia.
In ultima analisi, Dante rivendica una vocazione intellettuale che non è riducibile alle categorie ordinarie. Egli si percepisce come chiamato a un compito unico: farsi tramite tra il divino e l’umano. Il viaggio narrato nella Commedia è, al tempo stesso, personale e universale: Dante racconta la propria esperienza e questa esperienza diventa paradigma di quella di ogni uomo. Per questo la sua opera ha valore profetico: Dante non parla solo di sé: attraverso di sé parla a tutti.
La vocazione intellettuale che Dante avanza nella Commedia è, quindi, quella di un poeta-profeta, che unisce la bellezza della poesia alla verità della teologia, la cultura enciclopedica all’impegno civile, la missione personale a quella universale. Egli si propone come guida dell’umanità, non per ambizione personale ma perché ritiene che la sua parola sia ispirata e necessaria. La Commedia è il testamento della sua vocazione: l’idea che l’intellettuale non debba limitarsi a contemplare ma abbia il compito di guidare, educare e denunciare, assumendosi la responsabilità di parlare in nome della verità e del bene comune. In questo senso Dante si colloca come figura unica nella storia della letteratura: non solo poeta sommo ma intellettuale che rivendica per sé la dignità e l’autorità di maestro universale.

 

 

 

Visione, verità e redenzione

L’estetica metafisica di Samuel Taylor Coleridge

 

 

 

 

Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), sebbene sia stato spesso frainteso, occupa un posto di primo piano nella cultura romantica non soltanto inglese. Poeta originale, pensatore inquieto, teologo non ortodosso e critico letterario acutissimo, è un autore che sfugge alle etichette. La sua opera si muove in una zona di confine tra poesia, filosofia, religione e psicologia, mescolando riflessione teorica e immaginazione creativa in un progetto ambizioso: fondare una vera e propria filosofia della poesia, capace di illuminare l’essere umano nella sua totalità.
Per comprendere Coleridge bisogna andare oltre i suoi versi più celebri – The Rime of the Ancient Mariner, Kubla Khan, Christabel – e considerare il quadro più ampio della sua opera speculativa, in particolare la Biographia Literaria (1817), insieme ai suoi scritti teologici e filosofici, frequentemente frammentari ma densi di intuizioni. È in questa sinergia tra poesia e pensiero che si manifesta l’unicità della sua poetica.
L’asse portante del pensiero coleridgiano è la distinzione tra fantasia e immaginazione, concetti che egli carica di un significato filosofico radicale. La fantasia (fancy) è per Coleridge una facoltà meccanica, che rielabora passivamente le immagini sensibili. L’immaginazione, invece, è organica, vivente, creativa: è la forza che unifica, che dà forma e coerenza al molteplice e che consente all’essere umano di partecipare alla mente divina.
Coleridge attinge alla tradizione neoplatonica e, soprattutto, alla filosofia idealista tedesca, in particolare a Schelling, da cui mutua l’idea dell’arte come espressione dell’Assoluto. L’immaginazione è, perciò, un atto teomorfico: essa ripete nella mente finita ciò che l’eterno atto della creazione compie nell’infinito. È un atto conoscitivo, sì, ma anche etico e spirituale: tramite essa, l’uomo supera la scissione tra soggetto e oggetto e si ricongiunge simbolicamente con l’unità primordiale del reale.


Per Coleridge, la poesia non è soltanto una forma espressiva o un gioco estetico: è un modo privilegiato di accedere al vero. La sua epistemologia poetica si fonda sulla convinzione che ci siano verità che non possono essere còlte né dimostrate dalla logica discorsiva. La poesia, in quanto linguaggio simbolico, ha la capacità di dire l’indicibile, di evocare presenze e verità che eccedono la razionalità. Il simbolo, pertanto, non è mai una semplice allegoria. L’allegoria è un rapporto meccanico tra significante e significato. Il simbolo, invece, è vivente: è parte del mondo che rimanda in modo organico a un ordine superiore. Quando Coleridge descrive l’albatro nell’Ancient Mariner non lo usa come segno convenzionale del peccato o della grazia: l’albatro è un’interruzione sacra del mondo umano, un essere carico di una sacralità profonda, il cui abbattimento comporta uno squilibrio cosmico.
Il soprannaturale coleridgiano ha una funzione ben diversa da quella meramente spettacolare del gotico settecentesco. In Christabel o in The Rime of the Ancient Mariner, i fenomeni strani, le figure ambigue, i paesaggi onirici non sono orpelli esotici: sono manifestazioni psichiche, proiezioni simboliche di stati interiori. Coleridge anticipa di oltre un secolo alcune intuizioni della psicoanalisi: il soprannaturale non è “altro” rispetto all’umano ma è l’irruzione dell’inconscio nella coscienza, la materializzazione dell’ambivalenza affettiva, del desiderio, del senso di colpa. In quest’ottica, i suoi poemi diventano viaggi iniziatici nella mente, in cui l’esperienza estetica è anche trasformazione psicologica. La redenzione del marinaio, ad esempio, passa attraverso una crisi visionaria che ha tutti i tratti di un processo psichico profondo.
A differenza del più lineare e “pastorale” Wordsworth, Coleridge concepisce la natura come enigmatica, potente, spesso ostile. Non è un luogo di riconciliazione garantita ma uno spazio simbolico, quasi sacro, in cui l’uomo incontra il sublime, l’inconoscibile, il perturbante.
La natura coleridgiana, tuttavia, non è priva di spiritualità. Essa è trasparenza dell’invisibile, epifania dell’unità. Ma tale epifania non è data: è da conquistare, attraverso l’immaginazione, l’ascolto interiore, la sofferenza. In questo senso, Coleridge è vicino a una certa mistica cristiana: il mondo creato è carico di significato e solo chi ha occhi per vedere – occhi immaginativi, simbolici – può coglierne la verità profonda.
Un altro asse fondamentale del suo pensiero è l’idea di redenzione. I suoi poemi mettono spesso in scena personaggi in crisi, che attraversano l’errore, il senso di colpa, il castigo, per approdare, a volte, a una nuova consapevolezza. Ma questa redenzione non è moralistica: è esistenziale.
Nel Mariner, la colpa nasce da un atto di hybris (l’uccisione dell’albatro), tuttavia la salvezza non passa per una punizione esterna: avviene interiormente, quando il protagonista riesce ad amare ciò che prima disprezzava. Il gesto redentivo – “He prayeth well, who loveth well / Both man and bird and beast” – è poetico, spirituale, universale. L’etica coleridgiana è un’etica dell’empatia cosmica, fondata sull’unità profonda del vivente.
L’opera di Coleridge, pur disorganica e a tratti oscura, ruota attorno a una tensione verso l’unità. Unità tra ragione e immaginazione, tra spirito e natura, tra individuo e Assoluto. Questa tensione lo rende uno dei pensatori più moderni del romanticismo. A differenza di Kant, Coleridge non accetta una divisione netta tra fenomeno e noumeno: è convinto che l’uomo possa, tramite l’immaginazione, accedere all’essenza delle cose. A differenza di Wordsworth, non si accontenta di un’adesione emotiva alla natura: cerca una comprensione simbolica e spirituale del mondo.
Il suo pensiero è coerente, non sistematico. È fatto di metafore, intuizioni, analogie, più che di deduzioni. Eppure, in questa struttura fluida sta la sua forza: Coleridge pensa per immagini, per visioni, ed è proprio questa modalità “poetica” del pensiero che gli permette di oltrepassare i limiti della filosofia razionale.

 

 

 

 

 

L’estetica del male

La rivoluzione poetica di Charles Baudelaire

 

 

 

 

Charles Baudelaire è stato uno spartiacque determinante nella storia della poesia. Con Les fleurs du mal (1857) ha rivoluzionato la lirica francese, ridefinendo, altresì, il ruolo stesso del poeta, spingendolo ai margini della società borghese e trasformandolo in testimone e vittima delle contraddizioni della modernità. Baudelaire non è soltanto il cantore dell’estetismo decadente o il padre del simbolismo: è il primo poeta che assume come oggetto la dissonanza, la frattura, l’impossibilità dell’armonia. La sua poetica è il tentativo estremo di salvare la bellezza in un mondo in rovina, di trovare l’assoluto nel fango, di cantare l’orrore senza negarlo.
Baudelaire scrive in un periodo di radicale trasformazione. La Parigi del Secondo Impero, modernizzata da Georges Eugène Haussmann, si espande, si industrializza, si velocizza. Il poeta si trova di fronte a una società in cui il progresso tecnico e scientifico produce nuove forme di alienazione e omologazione. La sua risposta non è nostalgia ma consapevolezza tragica. La modernità non è una stagione felice ma un processo di disgregazione inarrestabile. Come ha affermato Walter Benjamin, Baudelaire è il primo a trasformare l’esperienza dello shock urbano in materiale poetico. Non più la natura ma la folla, il rumore, la velocità, il mutamento incessante diventano oggetti della poesia. Nel suo Salon de 1846, Baudelaire scrive che la modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente – ma aggiunge che il compito dell’artista è proprio quello di cogliere l’eterno nel transitorio. La poesia, quindi, non può più rifugiarsi nell’idillio o nell’astratto: deve confrontarsi con l’instabile, con l’informe, con il presente.
Il titolo della sua raccolta più celebre, Les fleurs du mal, contiene già la sintesi di tutta la poetica baudeleriana: il male può dare origine a fiori, la bruttezza può essere trasfigurata, il dolore può diventare arte. Ma non c’è sublimazione: il male non viene negato, solo osservato, sezionato, trasfigurato. In poesie come Une charogne (Et le ciel regardait la carcasse superbe comme une fleur s’épanouir), la decomposizione del corpo femminile viene descritta con crudezza anatomica, ma anche con uno sguardo estetico che ne coglie la tragica bellezza. È qui che la poetica di Baudelaire tocca una delle sue vette: la bellezza è inseparabile dall’orrore. Questa tensione è la chiave della sua concezione dell’arte: il bello non è ciò che consola ma ciò che inquieta, che mette a nudo il dolore esistenziale. Il poeta è un esploratore dell’abisso, non un sacerdote dell’armonia.
La dialettica tra “Spleen” e “Ideale” è la struttura portante dell’intera opera. Lo Spleen rappresenta la noia, la paralisi, il tedio metafisico che assale l’uomo moderno. Non è semplice malinconia ma nausea dell’esistenza. In poesie come Spleen (Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle…), il cielo è come un coperchio che opprime l’anima, lo spazio si deforma, il tempo si blocca. È la descrizione di una condizione claustrofobica, in cui il soggetto è divorato dall’inutilità del vivere. All’opposto, L’idéal (Ce ne seront jamais ces beautés de vignettes… qui sauront satisfaire un cœur comme le mien), canta l’aspirazione alla bellezza, alla purezza, all’assoluto. Ma l’ideale è continuamente negato dalla realtà. Il poeta è, quindi, una figura tragica, condannata a desiderare ciò che non può raggiungere. Questa frattura interna, questa scissione dell’io, rende la poesia di Baudelaire profondamente moderna: l’unità è persa per sempre.

Parigi non è solo sfondo ma protagonista. Nei Tableaux Parisiens, una delle sezioni de Les fleurs du mal, la città viene rappresentata come un luogo di spettacolo e degrado, di solitudine e metamorfosi. Il poeta-flâneur vaga tra i boulevard, osserva mendicanti, prostitute, ubriachi, passanti anonimi. La città è una macchina che produce identità instabili e relazioni fugaci. Non c’è più comunità ma solo individui isolati che si incrociano senza toccarsi davvero. In À une passante (Fugitive beauté dont le regard m’a fait soudainement renaître), la figura femminile è colta nell’attimo, in un lampo di bellezza che svanisce subito: la fugace bellezza il cui sguardo mi ha fatto rinascere. È una visione che contiene tutta la modernità: frammento, velocità, perdita.
Con la poesia Correspondances (La Nature est un temple où de vivants piliers laissent parfois sortir de confuses paroles), Baudelaire consegna una delle intuizioni più fertili della poesia moderna: il mondo è un insieme di simboli, di corrispondenze segrete tra le cose. I sensi non sono compartimenti separati ma comunicano tra loro: suoni, profumi, colori si mescolano in una sinestesia percettiva. Questo porta a un’idea del linguaggio poetico come evocazione, non descrizione. Il poeta è colui che sa leggere dietro le apparenze, che coglie l’invisibile nel visibile. È qui che nasce il simbolismo, che avrebbe permeato tutta la poesia europea del XX secolo. Eppure in Baudelaire c’è ancora il senso del limite: il simbolo non è mai pienamente afferrabile, l’unità del mondo è solo intuito, non conquistato.
Baudelaire rifiuta l’idea borghese del poeta come figura “utile” o decorativa. Il poeta è un emarginato, un escluso, un essere in eccesso. In L’Albatros (Le Poète est semblable au prince des nuées qui hante la tempête et se rit de l’archer) il poeta è paragonato al grande uccello marino, maestoso in volo e ridicolo a terra, zimbello della ciurma. Questa è la condizione del poeta nella società moderna: inadatto, fuori luogo, deriso. Ma è proprio questa esclusione che fa del poeta una figura visionaria. Non potendo integrarsi è costretto a guardare più in profondità, a diventare un veggente. Rimbaud, nella sua Lettre du Voyant, dichiarerà apertamente di voler portare avanti il programma baudeleriano.
Baudelaire è stato letto come precursore del simbolismo, del decadentismo, del modernismo. Ma la sua eredità va oltre le correnti letterarie. È il primo a porre al centro della poesia la crisi dell’identità, la frammentazione del soggetto, l’angoscia del tempo. La sua è una poesia della perdita, non della celebrazione. Il suo lascito non è uno stile ma un problema: come continuare a scrivere poesia in un mondo desacralizzato? Autori come T.S. Eliot, Paul Valéry, Fernando Pessoa, Pier Paolo Pasolini e perfino cantautori come Fabrizio De André devono qualcosa a Baudelaire. Non solo nella forma ma nell’atteggiamento: la poesia come esercizio di verità, come lotta contro l’anestesia dell’anima.
La poetica di Baudelaire non offre consolazioni ma strumenti per guardare in faccia l’oscurità. È una poesia fatta di fratture, di tensioni insanabili, di luci accecanti e abissi profondi. In un tempo come il nostro, segnato da nuove forme di disorientamento, la sua voce resta più che mai necessaria. Non per indicarci una via d’uscita ma per insegnarci a stare nel conflitto, nella bellezza feroce delle cose che finiscono.

 

 

 

 

La poetica della luna: Giacomo Leopardi e Lucio Dalla

 

 

 

Giacomo Leopardi e Lucio Dalla. Un poeta-filosofo e un cantautore. Cosa possono avere mai in comune? Lo scoprirete presto! Voglio, però, condurvici pian piano, cominciando da un elemento naturale, visibile, di notte, da qualche parte nel cielo: la luna. La luna ha eccitato la fantasia dei poeti sin dalla notte dei tempi. Gli antichi greci la deificarono, arrivando a conferirle una triplice personificazione: Proserpina, moglie di Ade e regina degli Inferi (simbolo della luna calante); Artemide, dea della caccia (simbolo della luna crescente), e Selene, la luna propriamente detta (la luna piena). Anche Dante Alighieri cedette al fascino di questa triplice personificazione e, nel canto X dell’Inferno, ai versi 79-81, mise in bocca a Farinata degli Uberti, fiero capo ghibellino, una profezia post eventum, scritta, cioè, quando gli eventi predetti erano già accaduti: “Ma non cinquanta volte fia raccesa/ la faccia de la donna che qui regge/ che tu saprai quanto quell’arte pesa”. Dante si riferiva proprio alla luna (Proserpina, la donna che qui regge, in una commistione tra mitologia classica, dottrina cristiana e astronomia medievale), e le cinquanta volte in cui si sarebbe “riaccesa” rappresentavano i cinquanta mesi mancanti alla sua condanna all’esilio. Più vicino a noi, come non citare i tenerissimi versi di uno dei miei migliori conterranei: il principe De Curtis, Totò, il quale, nella poesia “A cunsegna”, esplora il topos poetico della luna quale benevola protettrice degli innamorati: “’A sera quanno ‘o sole se nne trase/ e dà ‘a cunzegna a luna p’ ‘a nuttata/ lle dice dinto ‘a recchia: I’ vaco ‘a casa:/ t’arraccumanno tutt’ ‘e nnammurate”. La luna, quindi, è il trait d’union tra i due protagonisti di questo mio breve scritto.

 

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Nonostante tutto ciò, mi si potrebbe obiettare: “Cosa c’entra uno dei più grandi, se non il più grande poeta italiano con Lucio Dalla, un cantante, seppure famoso? Cosa possono avere in comune un uomo che, a 10 anni, aveva una cultura vasta quanto quella di un paio di centenari messi insieme con un personaggio che ha giusto terminato le scuole medie? Cosa c’entra, dunque, Giacomo Leopardi con Lucio Dalla? Posso assicurarvi che hanno molti punti in comune e cercherò, qui, di esporveli nel modo più breve ma più esauriente possibile. Il materialismo del pensiero marxista, dal punto di vista filosofico-letterario (ciò, in Italia, è avvenuto soprattutto grazie all’opera di Antonio Gramsci), ha avuto il merito di permettere ai critici di concentrarsi su problematiche, relative agli autori, non soltanto di poetica ma anche, e soprattutto, di vita reale, materiale. Ecco perché, allora, gli elementi biografici di un autore assumono una importanza fondamentale nel tentativo di imagesricostruire e motivare l’arte dello stesso. Detto questo, andiamo ad analizzare cosa successe nelle vite di questi due personaggi, Leopardi e Dalla, in quella fase delle loro vite dove, per usare una felice espressione, andò in scena, per entrambi, il “preludio del genio”. Giacomo Leopardi, il conte Giacomo Taldegardo Leopardi (immagine a destra), nacque a Recanati, il 28 giugno 1798. Era figlio di genitori molto particolari. Il padre Monaldo, nobile, intellettuale, era il responsabile del dissesto economico familiare. Un uomo che viveva con la testa tra le nuvole, o, meglio, tra i libri, e incapace ad amministrare i beni di famiglia, terreni, fattorie, campi. Fu scrittore anch’egli, eclissato, ovviamente, dalla fama del figlio. Fu lui ad istillare nel piccolo Giacomo l’amore per le lettere. Aveva una biblioteca prodigiosa, visitabile, ancora oggi, a Recanati. Era un brav’uomo, a modo suo affettuoso con i dieci figli, ma, ripeto, totalmente incapace nella gestione degli affari di famiglia. La madre, Adelaide dei marchesi Antici, fu l’amministratrice economica della casa, riuscendo anche ad assestare il patrimonio, a prezzo di grandi sacrifici. Una donna dura, che non mostrava affetto, arida, molto religiosa, ai limiti della superstizione. Una figura, quindi, tutt’altro che materna. Il rapporto di Leopardi con la madre è, ancora oggi, oggetto di studio. Vi è un solo luogo nella sua opera, nelle Operette morali, in cui il poeta identifica la cattiva Natura con la madre, ma è comunque troppo poco per ritenere che sia l’interpretazione preponderante del suo rapporto con donna Adelaide. Lucio Dalla nacque a Bologna, il 4 marzo 1943. Il padre, Giuseppe, era un commesso viaggiatore, poco impegnato nel suo lavoro, quanto piuttosto nelle sue passioni, la caccia e la pesca. Un bell’uomo, alto e prestante. Morì di tumore quando Lucio aveva solo 6 anni. Il dolore di quella perdita avrebbe accompagnato il cantante per tutta la vita, influenzandone anche la poetica. La madre, Iole, era una sarta, una donna energica e risoluta, che dovette farsi carico dell’educazione del figlio e della sua crescita, in una Italia che usciva devastata dalla guerra. Una figura fondamentale nella vita di Lucio. La balena bianca, come è stata spesso chiamata. Giacomo Leopardi trascorse l’infanzia e la prima giovinezza nel palazzo di famiglia a Recanati, più propriamente, nella biblioteca del palazzo, in lunghissime ore di studio. A quindici anni già conosceva il latino, il greco, l’ebraico, l’inglese e il francese. Componeva trattati di astronomia e di chimica. Era già un vero e proprio erudito. Aveva mostrato, quindi, a quell’età, le caratteristiche del genio letterario che lo avrebbero consacrato alla fama immortale. Lucio Dalla (immagine a sinistra) ebbe, in sua madre, il vero incentivo della sua carriera d’artista. La donna lo faceva esibire prima delle sfilate di moda che teneva d’estate, a Manfredonia, dove si recava per vendere i capi delle sue collezioni. A dieci anni, Lucio era un animale da palcoscenico. Ci sono delle bellissime fotografie nel libro di Angelo Riccardi, “Ti racconto Lucio Dalla” (2014), che lo ritraggono con gli abiti di scena. Fa tenerezza. Era davvero un bel bimbo, disinvolto, sicuro di sé. Gli insuccessi scolastici, l’abbandono della scuola al quinto ginnasio e l’amore per la musica, per quel clarinetto, che gli era stato regalato da un amico di famiglia, il forsennato studio dello strumento, da autodidatta, e l’arrivo a Roma, lo proiettarono nel mondo della musica, grazie anche alla protezione di Gino Paoli. Questi, infatti, gli aveva consigliato di affrancarsi da I Flippers e di intraprendere la carriera solista. Appare chiaro, quindi, come entrambi, sin dall’infanzia, manifestassero quelle qualità che, poi, avrebbero sublimato nelle proprie creazioni artistiche. Vi ho già detto della luna. La poetica di Leopardi e di Dalla è una poetica naturalistica, in cui con gli elementi della natura è costante. Sono riuscito a contare almeno cinquanta occasioni in cui, nelle canzoni di Dalla, compaia la luna. Di meno nelle poesie e prose di Leopardi. Questo dialogo dei due, però, si compie in modi differenti. Dalla vi dialoga come un innamorato che si rivolge al garante del suo amore per la natura. Nella poetica dalliana la luce della luna illumina l’esistenza notturna degli uomini, nella notte della vita, quando le cose non appaiono ben chiare e definite nei loro contorni. La luna di Dalla ha anche una funzione salvifica e apotropaica. Pensate ai versi di Caruso: “Ma quando vide la luna uscire da una nuvola/ gli sembrò più dolce anche la morte”. In Leopardi, invece, le invocazioni alla luna sono disperate richieste di aiuto contro una Natura che il poeta giudica essenzialmente maligna e dannosa per gli uomini. Sono grida infelici di una grande mente che si sforza di ricercare qualche positività in un sistema di elementi che lui giudica pernicioso per l’uomo. Questa concezione viene fuori, principalmente, nel Canto notturno di un pastore errante per l’Asia e in Alla luna, opere al cui dialogo con l’astro l’autore affida lo svelamento delle proprie concezioni filosoficheScreen-shot-2011-10-22-at-1.26.05-AM-425x450 sulla natura, sulla vita e sulla condizione degli uomini. Un altro elemento che accomuna i due autori, è un concetto di derivazione classica: il binomio Eros-Thanatos, Amore e Morte. Esso sottintende al capolavoro di Dalla, Caruso, perché ha attraversato anche la sua vita. Lucio si è portato dietro, per sempre, il ricordo della tragica fine del padre e, altre volte nella vita, ha perso persone a lui care. Questi sentimenti sono presenti nella sua canzone più celebre. Il grande tenore Enrico Caruso, nell’ora della morte, è innamorato della fanciulla sorrentina, alla quale sta dando lezioni di canto. L’amore, Eros, nell’ora della Morte, Thanatos, la rende più dolce, in un binomio indissolubile. “Amore e morte”, invece, è il titolo di un canto di Leopardi, scritto all’epoca dello sfortunato amore per Fanny Targioni Tozzetti, per cui, certamente risente della delusione per la mancata corrispondenza amorosa. Anche per Leopardi, Amore e Morte rappresentano un binomio indissolubile: “Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte/ ingenerò la sorte”, recita il citato canto. Nella concezione leopardiana, tipicamente estremista, la morte non è soltanto un male a cui bisogna rassegnarsi, ma, vista in contrapposizione con il dolore, la malattia e le pene dell’esistenza, assume connotazioni positive, come una sorta di miglioramento rispetto allo stato abituale dell’uomo, una liberazione dai laceranti dolori dell’animo. La morte è un punto di arrivo, una soluzione finale, una meta verso cui tendere, un traguardo indolore e quieto, che rappresenta la fine di ogni tormento. Un ultimo, importante legame, che accomuna questi due personaggi straordinari: l’amore per Napoli. Quello di Lucio Dalla per Napoli, per Sorrento e per il Sud Italia, come è ormai noto, grazie anche alle recenti pubblicazioni di Raffaele Lauro (“Caruso The Song – Lucio Dalla e Sorrento”, 2015, “Lucio Dalla e San Martino Valle Caudina – Negli occhi e nel cuore”, 2016, e “Lucio Dalla e Sorrento Tour – Le tappe, le immagini e le testimonianze”, 2016), è stato un amore fatto di rapporti sinceri con le persone, di lunghe frequentazioni, Veduta-di-Napoli-e-del-Vesuvio-420di curiosità per gli aspetti della vita delle genti del Sud. Lucio era interessato alla vita del Sud. Aveva dei taccuini neri sui quali annotava sempre tutto. Era un curioso come il don Ferrante de I promessi sposi. Anche Leopardi amò Napoli, seppure di un amore bisbetico e insofferente, per un ambiente, soprattutto intellettuale, che considerava alquanto arruffato. Leopardi morì a Napoli, a 39 anni, più precisamente, a Villa delle Ginestre, a Torre del Greco, ospite del fidato amico Antonio Ranieri. A Napoli è, ancora oggi, la sua tomba. In quella villa aveva composto il suo testamento spirituale, quella La ginestra, che nel 2014, è stata protagonista della scena di chiusura del film di Mario Martone, Il giovane favoloso, dedicato proprio alla breve esistenza del poeta di Recanati. L’attore Elio Germano, che interpreta Leopardi, ne recita alcuni versi, mentre il Vesuvio, lo “sterminator Vesevo”, erutta. Pochi giorni prima di morire, a Torre, Leopardi aveva composto Il tramonto della Luna. Ancora una volta, la luna.

 

 

 

Per una interpretazione poetica della pittura impressionista

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

La poesia, come l’arte figurativa, deve essere interpretabile, deve stimolare sensazioni, emozioni, ricordi, attraverso le parole. Essa è nell’aria, è dentro di noi, è intorno a noi. La poesia libera l’animo e riesce ad esprimerlo, poi, in parole. L’istinto poetico dell’uomo si perde nella notte dei tempi, per alienarsi e ricomporsi in frammentarie bramosie liriche. La poesia svela l’impulso ancestrale, dominato dal sentimento, che diffonde misteri in ogni verso. La poesia diviene schizzo d’immenso e non concede all’autore, né al lettore, autorevoli o ragionevoli garanzie estetiche. La sua potenza, spesso inespressa, deve essere amata coi sensi e carezzata con gli occhi, affinché ci parli.

Claude Monet, “I papaveri” (1873) Parigi, Musée d’Orsay

La poesia dell’arte impressionista diventa soggettiva rappresentazione della realtà. Essa, infatti, evita qualsiasi costruzione ideale, per occuparsi soltanto dei “phoenomena”, quali essi “appaiono” nell’ispirazione artistica. Non c’è, nella pittura impressionista, alcuna evasione verso mondi idilliaci o esotici, quanto piuttosto, la volontà di calarsi interamente nella concretezza estetico-sentimentale che la anima, che l’assedia, evidenziandone le caratteristiche che la compongono. Il soggetto artistico, inanimato o animato, trasborda sulle tele, direttamente dagli occhi e dal cuore del pittore. Il linguaggio pittorico degli impressionisti, ricercato ma sempre poetico, con variegate tonalità, si alimenta, soprattutto, dell’uso del colore e della luce.

Édouard Manet, “Colazione sull’erba” (1862-1863), Parigi, Musée d’Orsay

Luci e colori costituiscono gli elementi fondanti della visione artistica impressionista. Ciò consente allo spettatore, inizialmente, di percepirli e, poi, pian piano, attraverso l’elaborazione concettuale, di distinguere le forme e gli spazi, in cui gli impressionisti li trasfondono e li trasfigurano. Questi “distinguo” costituiscono il riflesso degli “oggetti”, ritratti dagli artisti. La pittura impressionista si nutre principalmente di luce, perché nasce “en plein air”, all’aperto. Non rappresenta il frutto di un chiuso atelier di osservazione e di ispirazione, quanto piuttosto un paesaggio dell’anima, in cui germoglia l’artista. Esso coglie tutti gli effetti luministici che la visione diretta gli fornisce. Le sue pennellate diventano, di conseguenza, estremamente mutevoli, come mutevoli sono i colori e la luce dei paesaggi.

Paul Cézanne, “La casa dell’impiccato” (1873), Parigi, Musée d’Orsay

Questa sensazione di mutevolezza rappresenta la caratteristica più significativa del “modus pingendi” impressionista, che si caratterizza come la pittura dell’attimo fuggente, senza un prima, senza un dopo, in quanto coglie l’assoluto nella realtà, attraverso impressioni istantanee. La realtà, infatti, muta continuamente di aspetto. La luce varia ad ogni istante. Gli oggetti e le cose fluttuano. Si muovono nell’eremo della dimensione interiore dell’artista. Il momento sintetizza la sensazione e la sorprende in una particolare inquadratura, come fosse una fotografia d’autore. 

Pierre-Auguste Renoir, “Le Pont-Neuf” (1872), Washington, National Gallery of Art

La pittura impressionista cattura, anche in poche pennellate, le emozioni dell’artista, contrapponendole in immagini contrastanti, che sfuggono al tempo e al luogo, a fugaci e vivide impressioni, in una sintesi che scoperchia gli strati profondi dell’animo, provocando, così, sensazioni di realismo, di naturalezza, di complicità, ma, al tempo stesso, anche di distaccata e indifferente leggerezza. Lo spettatore, in tal modo, fa ricorso alla sensazione e all’identificazione con le impressioni suggerite. E oblia la ragione! Si libera, adunque, delle sovrastrutture della mente, dei concetti inutili e superflui, i quali si affollano intorno ad una veduta, ad una esperienza. Lo spettatore coglie, così, l’essenza di una visione, la sostanza di un’esperienza, il nucleo di un’emozione.

Edgar Degas, “Cavalli da corsa davanti alle tribune” (1866-1868), Parigi, Musée d’Orsay

 

 

Vittoria Colonna, il volto femminile della poesia italiana del Cinquecento

 

di

Alessia Sanzogni

 

 

Ancora oggi, nei tanto democratici ed evoluti anni Duemila, parlare di una celebre poetessa e intellettuale italiana suonerebbe un tantino strano. Immaginate di parlarne facendo riferimento a una donna vissuta in pieno Cinquecento. Considerando che il numero delle autrici italiane di un certo calibro vissute negli ultimi secoli non supera le poche decine, il fatto ha quasi dello straordinario…

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Vittoria Colonna (1490 – 1547)

 

 

“Bomb” di Gregory Corso: un’ironia d’attualità

 

di

Vincenzo Corrado

 

“A volte l’inferno è un buon posto, se serve a dimostrare con la sua esistenza che deve esistere anche il suo contrario, cioè il paradiso. E cos’è questo paradiso? La poesia.”

Parola di Gregory Corso. Tra i più noti poeti dell’americana scena Beat, esplosa nella metà del Novecento. Di chiare origini italiani, Gregory, fu l’ultimo arrivato ed il più giovane in quel consolidato gruppo ribelle di amici meglio conosciuto come la Beat Generation a cui tutt’ora dobbiamo molto. Sicché infatti, l’effervescenza dei testi di Gregory…

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Gregory Corso (1930 – 2001)

 

Allen Ginsberg e Gregory Corso a New York (1973)

 

 

 

L’effimero e la poesia crepuscolare

 

 

Effimero è qualcosa di fugace e passeggero. E’ ciò che è fragile nel suo essere nel tempo. La sua attrattiva e la sua bellezza, quella che seduce e che si vorrebbe poter fissare, trova la propria ragion d’essere nell’incostanza. Nella mancanza di continuità. Nella negazione dell’eternità e, persino, nella deliberata rinunzia all’Assoluto. Proprio lì, in quell’attimo di non perpetuo, guido_gozzanodavanti alla vacuità del tempo, saltano gli schemi, i piani e tutte le certezze. Si annullano le distinzioni e le consuetudini. Si mandano all’aria le regole. Si sovverte lo status quo ante. I poeti crepuscolari, Guido Gozzano (immagine a destra) (1883-1916), Corrado Govoni (1885-1965), Tito Marrone (1882-1967) e Sergio Corazzini (1886-1907), massimi cantori dell’effimero nella storia della Letteratura italiana, dopo la stagione della poesia celebrativa di Giosuè Carducci e dell’estetismo superomistico di Gabriele D’Annunzio, con il mito del poeta, come animatore della storia e creatore delle forze del futuro, avevano ripiegato su temi e movimenti più semplici, declinanti, smorzati e quasi spenti. Il loro verso si presenta privo di qualsiasi ornamento e fluttua libero dal peso della tradizione formalistica. Tutto è accomunato dal bisogno del compianto e della confessione, nonché da una sorta di rimpianto pascoliano per un tempo che non c’è più e che diviene, giocoforza, fonte di perenne insoddisfazione: un’insoddisfazione che non si trasforma, giammai, in ribellione, piuttosto in rifugio dell’anima. La poesia crepuscolare evoca la tristezza e canta la coscienza infelice, la musica raminga, le canzoni d’amore del tempo perduto, le suppellettili che sanno di polvere, le luci soffuse nelle chiese, dove le candele si consumano lente, gli autunni nostalgici, fatti di addii e, persino, le primavere disadorne, senza alberi in fiore e senza profumi di vita rinnovata. Un lirismo della malinconia, la cui bellezza diventa canto dell’illusione. Quell’illusione che, seppure concepita in un momento di entusiasmo o di disperazione, si trasforma, poi, in verità, in realtà, disvelando, come un lampo improvviso, i misteri più nascosti, gli abissi più cupi della natura, i rapporti più lontani e segreti, le cause più inaspettate e remote, le astrazioni più sublimi, nei confronti delle quali la poetessa, paziente tessitrice di stati dell’animo, per dirla leopardianamente: “si affatica indarno per tutta la vita, a forza di analisi e di sintesi”.

 

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Quantunque la bellezza brilli,
essa cade. Così
in questo mondo chi
potrebbe essere in eterno?
Valicando oggi
le profonde valli dell’esistenza
non farò più vani sogni
né mai più m’illuderò!”.

Così, il monaco buddhista giapponese Kobo Daishi, vissuto tra l’ottavo e il nono secolo d. C., medita sulla fugacità della bellezza. “Cosa bella e mortal passa e non dura”, scrive Francesco Petrarca nel sonetto 248 del “Canzoniere”. E Molière, nel terzo atto della commedia “Le donne sapienti”, ricorda come “La bellezza del viso è un fragile ornamento, un fiore che appassisce presto, il bagliore di un istante”. Il bardo immortale William Shakespeare, in “Sogno di una notte di mezza estate”, si presenta sulla stessa lunghezza d’onda: “Tanto presto, quel che risplende è pronto a sparire”. Riecheggia anche “La canzone di Marinella” di Fabrizio De André: “E come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno, come le rose”. Non valgono patti faustiani con il demonio, oppure trasferimenti wildiani su tavole dipinte! La parola diviene tutto quello che resta. “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, recita l’excipit del romanzo di Umberto Eco, “Il nome della rosa”. La rosa, che era, ora esiste solo nel nome, noi possediamo soltanto nudi nomi! Nomi, parole, versi, specula dell’ispirazione poetica, cifre del vissuto dei poeti crepuscolari, pendoli silenti che oscillano tra la realtà e l’immaginazione, tra l’illusione e il disincanto.

 

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La triste storia di Isabella di Morra, poetessa di Valsinni e del poeta Diego Sandoval De Castro, signore di Bollita

 

di

Cristina Manzo

 

 

Fa da sfondo alla vicenda la guerra franco-spagnola. Il periodo è la metà del Cinquecento. Isabella Morra (1520-1546), nata a Favale, l’odierna Valsinni, vicino Matera, da famiglia nobile, condusse una vita infelice e inquieta nel castello di famiglia, una severa rocca sulla valle del fiume Siri oggi Sinni, sognando la corte francese nella quale viveva il padre, costretto ad emigrare per aver parteggiato con gli sconfitti francesi contro gli spagnoli…

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Isabella di Morra (1520 – 1546)