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La nascita, nell’Europa medievale, delle scuole laiche
e delle Università, interpretata in maniera molto singolare

 

 

 

Tratto dal mio “La Letteratura Italiana – Dalle origini al primo Novecento”, Eurilink University Press, 2022, pp. 42-43

 

“…Verso la metà dell’XI secolo, tuttavia, qualcosa cominciò a cambiare. Qualcuno decise di mettersi in concorrenza con la Chiesa. “Perché devono essere solo loro a insegnare, a scegliere le materie e i programmi? Perché la Bibbia deve essere l’unico manuale in uso di storia, geografia, letteratura, lingua, psicologia, fisica, chimica, architettura, ingegneria, astronomia, religione e pure educazione fisica?”.
Molti uomini, allora, estranei ai ranghi ecclesiastici, quando si incontravano all’osteria, la sera, dopo cena, cominciarono a discutere di filosofia aristotelica la quale, anche attraverso le traduzioni e i commenti dei dotti arabi Avicenna e Averroè, era giunta in Occidente. Così, parla oggi, discuti domani, leggiti il libro per dopodomani, i conversanti aumentavano sempre di più. Gli osti facevano affari d’oro, perché avevano messo la consumazione obbligatoria e, quando si faceva tardi, fittavano pure qualche camera per la notte con la prima colazione compresa. La cuccagna, per i gestori di osterie e taverne, però, durò poco. Ben presto, in tanti decisero di riunirsi in luoghi più adatti alle discussioni, alla lettura e allo studio.
Ed ecco che nacquero le Università e, in due secoli, dall’XI al XIII, ne sorsero in tutta Europa. Ogni città importante aveva la propria. Vi si poteva studiare la filosofia, le lettere, il diritto e le cosiddette arti liberali, fondamento di tutta l’istruzione dei secoli precedenti: la grammatica, la retorica, la dialettica, la musica, l’astronomia, l’aritmetica e la geometria. Tutto era molto ben organizzato: gli studenti, dopo aver letto i testi consigliati dai maestri, sceglievano quale corso seguire e in che materia diventare dotti.
Essi, inoltre, erano liberi di discettare con i docenti, senza dover sostenere esami, né scritti, né orali, ma, semplicemente, confrontando il loro pensiero con quello degli antichi, come, ad esempio, Aristotele e tanti altri, e con i compagni di banco. Era, dunque, un metodo di insegnamento e apprendimento molto particolare. Se oggi fosse ancora così, molti studentelli ne approfitterebbero e non imparerebbero un bel niente…”.

 

 

 

La filosofia inglese e le sue leggi “concrete”

 

Perché gli inglesi hanno dominato il mondo per almeno quattro secoli

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

Gli inglesi, per quel che concerne la storia del pensiero, si sono distinti dagli altri popoli europei, antichi e moderni, a causa di quella impronta, ad essi del tutto peculiare, tendenzialmente antimetafisica ed essenzialmente pragmatica. A scorrere rapidamente quella storia, infatti, ciò può essere facilmente notato: quando il Medioevo volgeva ormai al termine, mentre nelle scuole del resto d’Europa i dotti erano ancora impelagati nelle dispute scolastiche sulle prove dell’esistenza di Dio, sugli universali, sulla Trinità e sui quodlibeta, Roger Bacon, filosofo, scienziato e mago, il doctor mirabilis (dottore dei miracoli), fondava la gnoseologia empirica, secondo la quale l’esperienza sia il vero e unico mezzo per acquisire conoscenza del mondo. Tre erano, secondo il filosofo, i modi con cui l’uomo potesse comprendere la verità: con la conoscenza interna, data da Dio tramite l’illuminazione; con la ragione, la quale, però, non è bastevole, e, infine, con l’esperienza sensibile, ovvero tramite i cinque sensi, il non plus ultra di cui esso possa disporre e che gli consente di avvicinarsi alla reale conoscenza delle cose. Il frate francescano William of Ockham, il doctor invincibilis (dottore invincibile), con il suo famosissimo rasoio, semplificò al massimo la spiegazione dei fenomeni, mostrando l’inutilità di moltiplicare le cause e di introdurre enti al di là della fisica: “Frustra fit per plura, quod fieri potest per pauciora” (è inutile fare con più, ciò che si può fare con meno). Francis Bacon, il filosofo dell’adagio “Sapere è potere”, padre della rivoluzione scientifica e del metodo scientifico nell’osservazione e nello studio dei fenomeni attraverso l’induzione, meglio definita e rinnovata rispetto a quella aristotelica, fu avversatore dei pregiudizi, da lui chiamati idola (idoli o immagini), che impedivano la reale conoscenza e intelligenza della natura, e fu ispiratore di un’altra grande mente inglese, Isaac Newton, lo scienziato-osservatore empirico per eccellenza. Thomas Hobbes diede spiegazione a tutti gli aspetti della realtà col suo materialismo meccanicistico, annullando la res cogitans (sostanza pensante) di Cartesio e il suo ambiguo rapporto con la res extensa (sostanza materiale), retroterra sul quale basò la sua concezione della natura umana, della condizione di guerra di tutti contro tutti (l’homo homini lupus), del patto di unione e del patto di società, dai quali sarebbero poi nati, rispettivamente, la civiltà e, attraverso la rinuncia da parte di ogni uomo al suo diritto su tutto e la cessione di questo al sovrano, lo Stato, il Leviathan (Leviatano). John Locke, l’empirista, l’autore di An essay concerning human under standing (Saggio sull’intelletto umano), sosteneva che tutta la conoscenza umana derivasse dai sensi. Indagò le idee e i processi conoscitivi della mente, criticando l’innatismo cartesiano e leibniziano e, tra l’altro, fu strenuo propugnatore del liberalismo politico e della tolleranza religiosa. David Hume, l’estremo dell’empirismo inglese, asseriva, come Locke, che la conoscenza non fosse innata, ma scaturisse dall’esperienza. Egli negò sia la sostanza materiale che quella spirituale, tutto riducendo a sensazione e stato di coscienza. Demolì il concetto di causa, ritenendolo mero costume della mente, suscitato dall’abitudine, e postulò, quali conoscenze universali e necessarie, soltanto quelle della geometria, dell’algebra e dell’aritmetica. Adam Smith, filosofo ed economista, teorizzò l’idea che la concorrenza tra vari produttori e consumatori avrebbe generato la migliore distribuzione possibile di beni e servizi, poiché avrebbe incoraggiato gli individui a specializzarsi e migliorare il loro capitale, in modo da produrre più valore con lo stesso lavoro. E, infine, l’Utilitarismo di Jeremy Bentham e John Stuart Mill prima, con tutte le implicazioni morali (o moralmente inglesi), legate ai concetti di “utile” e di “felicità“, e quello di Henry Sidgwick, poi, col suo edonismo etico, mediante il quale aggiunse importanti precisazioni ai concetti dell’utilitarismo classico. Queste riflessioni filosofiche hanno certo corrispettivo pratico allorquando si osservano attentamente tutte le sfaccettature dell’English way of life e dei princìpi che, ancora oggi, lo animano. Il motivo per cui gli inglesi, fino a circa settant’anni fa, hanno realmente dominato il mondo (basti pensare al British Empire e al Commonwealth), ha le proprie basi nel pragmatismo che, dal 1200 in poi, ha caratterizzato le sue classi intellettuali e, di riflesso, quelle deputate all’azione. Un popolo non condizionato dalla religione, come lo sono stati, dal Medioevo alle soglie dell’età contemporanea, la maggior parte dei Paesi cattolici europei, libero di sottomettere altre genti, che non ha combattuto in nome di Dio ma degli uomini, era destinato ad avere il ruolo che ha avuto e che ancora ha. Del resto, negli stessi anni in cui un bardo venuto dalle Midlands incantava gli spettatori del Globe Theatre a Londra, mettendo in scena l’amore tra Romeo e Giulietta, la filosofia dell’essere e del non essere e la gelosia di Otello, la regina Elisabetta I nominava baronetto il più astuto e lesto pirata della storia: sir Francis Drake!

 

Sir Francis Bacon (1561-1626)

 

Pubblicato l’1 aprile 2017 su La Lumaca

 

Archeologia ricoperta in via delle Botteghe Oscure, a Roma

 

 

 

Ho ritrovato queste foto nel mio pc. Le scattai, se non ricordo male, a settembre del 2012, alla cieca, intrufolando il braccio e la macchina fotografica tra le protezioni che delimitavano il cantiere. Si tratta di Via delle Botteghe Oscure, a Roma, tra Piazza Venezia e Largo di Torre Argentina. Erano in corso lavori per il prolungamento della linea tranviaria “8”, che dal vecchio terminale di Largo di Torre Argentina sarebbe dovuta giungere a Piazza Venezia. Bene, i resti della città antica sono stati, in breve tempo, ricoperti per permettere il passaggio dei binari del tram. Una testimonianza fotografica di ciò che, probabilmente, non sarà mai più visibile ad alcuno!

 

 

 

 

 

L’ideologia tedesca di Karl Marx e Friedrich Engels

Materialismo storico, struttura, sovrastruttura e comunismo

 

 

 

 

L’ideologia tedesca di Karl Marx, scritta con Friedrich Engels tra il novembre del 1846 e l’agosto del 1846, è un’opera fondamentale nel corpus teorico marxista, essenziale per comprendere l’evoluzione del pensiero del filosofo di Treviri, che lo conduce a una visione più strutturata del materialismo storico. Rimasta pressoché inedita durante la vita degli autori, fu pubblicata postuma solo nel 1932.
Marx ed Engels prendono le distanze dall’idealismo hegeliano, criticandolo aspramente e opponendogli un materialismo radicale, che individua nelle condizioni materiali di esistenza la base delle strutture sociali e delle sovrastrutture ideologiche. Marx formula uno dei concetti chiave del suo pensiero: l’idea che non sia la coscienza degli uomini a determinare il loro essere, ma, al contrario, il loro essere sociale a determinare la coscienza. Il filosofo critica la dialettica hegeliana della storia, proponendo una visione materialistica secondo cui sono i conflitti tra classi sociali, basati su rapporti di produzione materiali, a guidare il progresso storico. Questo sposta l’attenzione dalle idee e dalla mente umana alle reali condizioni economiche e sociali. Hegel è accusato di aver sovvertito il rapporto tra essere e coscienza, conferendo a quest’ultima un primato che nella realtà non possiede. Secondo Marx, Hegel si trova intrappolato in un circolo vizioso di astrazioni, che allontanano la filosofia dalla realtà materiale e concreta delle condizioni umane. Di qui, l’approdo al materialismo storico.
Marx ed Engels argomentano che la base economica di una società –le forze produttive e i rapporti di produzione (la struttura) – condizioni le istituzioni sociali, politiche e ideologiche (la sovrastruttura). Questa teoria implica che qualsiasi cambiamento significativo nelle condizioni materiali porta a cambiamenti nella cultura e nell’organizzazione politica della società. Le forze produttive includono la tecnologia, le capacità lavorative e il know-how tecnico disponibili in una società, mentre i rapporti di produzione rappresentano le relazioni sociali ed economiche che si muovono attorno alla produzione (ad esempio, le classi di proprietari e di lavoratori). Il progresso delle forze produttive, poi, entra inevitabilmente in conflitto con i rapporti di produzione esistenti, un fenomeno che può portare a tensioni sociali e a rivoluzioni. L’approccio dialettico, ereditato da Hegel ma trasformato in una chiave materialistica, è essenziale nel materialismo storico. Marx adotta una visione della storia che contempla lo sviluppo sociale come risultato di contraddizioni interne e conflitti tra classi opposte, conflitti che non sono anomalie ma motore essenziale del cambiamento storico. A differenza di Hegel, per cui le idee (tesi) evolvono attraverso contraddizioni interne (antitesi) fino a risolversi in una forma superiore (sintesi), Marx vede i cambiamenti materiali ed economici come i veri driver del progresso storico. Questo implica che la coscienza e le idee degli uomini siano in gran parte il prodotto delle loro condizioni materiali di vita. Filosoficamente, il materialismo storico non si limita a una mera interpretazione della storia, ma serve anche come una guida per l’azione. Il riconoscimento delle condizioni materiali base dei conflitti sociali giustifica la lotta politica e la rivoluzione quali mezzi legittimi per risolvere queste contraddizioni.


Nell’opera, i due autori delineano altresì le fondamenta teoriche del comunismo, che poi svilupperanno ulteriormente nelle loro opere successive, culminando ne Il Capitale. Il comunismo è qui presentato sia come teoria politica od obiettivo da raggiungere che risultato inevitabile del collasso del capitalismo, guidato dalle sue stesse contraddizioni interne e dallo sviluppo delle forze produttive. Il capitalismo aliena l’uomo dalla sua essenza, dal suo lavoro e dai suoi simili. Il comunismo mira a superare questa alienazione, restituendo all’individuo un senso di appartenenza e di realizzazione tramite il lavoro. Il comunismo è così descritto come la fase della storia umana che segue la distruzione della borghesia e dei suoi rapporti di produzione. Marx ed Engels intendono la storia come una serie di fasi economiche, ognuna delle quali si evolve a causa delle contraddizioni interne e si conclude con la rivoluzione sociale. Il comunismo, quindi, costituisce l’ultima fase di questo processo storico. Nella società comunista le classi sociali sono abolite e non essendoci più distinzione tra proletariato e borghesia, si elimina la base dei conflitti di classe. La proprietà privata dei mezzi di produzione è rimpiazzata dalla proprietà collettiva. Ciò cambia radicalmente l’economia e la struttura della società, rendendo possibile una distribuzione equa delle risorse. Invece di essere guidata dal profitto, la produzione è organizzata per soddisfare i bisogni reali delle persone. Ciò dovrebbe garantire che nessuno soffra di povertà o mancanza di risorse essenziali. Marx ed Engels prevedono anche che lo Stato, considerato strumento per l’oppressione di una classe su un’altra, diventi superfluo in una società senza classi e, pertanto, si dissolverà gradualmente. L’utopia comunista, come presentata ne L’ideologia tedesca, è la risposta ai problemi generati dal capitalismo, inclusi sfruttamento, disuguaglianza e alienazione; tuttavia, l’applicazione pratica di questi principi nel XX secolo, attraverso regimi che si sono dichiarati comunisti, ha spesso portato a risultati molto diversi (e drammatici) dalle teorie originali di Marx ed Engels, suscitando critiche e dibattiti continui sull’applicabilità e sulla validità del comunismo come modello socio-economico.
L’ideologia tedesca è un testo cruciale per comprendere le radici del marxismo e la formazione intellettuale di Marx ed Engels. Nonostante la sua complessità e il contesto polemico in cui è stato scritto, offre spunti di riflessione ancora attuali sul rapporto tra economia, società e politica. La critica diretta a figure del tempo e la profondità, spesso violenta, dell’analisi rendono questo lavoro un pilastro della filosofia politica ed economica moderna.

 

 

 

 

I Principi di Scienza Nuova di Giambattista Vico

Reinterpretare la storia

 

 

 

Principi di Scienza Nuova di Giambattista Vico, pubblicato in diverse edizioni tra il 1725 e il 1744, costituisce un punto di svolta nella storia del pensiero filosofico e storico dell’epoca moderna. Questo testo ridefinisce il ruolo della filosofia e della storia, introducendo un nuovo metodo di indagine sulla civiltà umana, basato su principi di variazione e ripetizione, che Vico chiama corsi e ricorsi storici.
Nel XVIII secolo, il contesto culturale europeo era dominato dal razionalismo cartesiano e dall’empirismo inglese, correnti che propugnavano la deduzione logica e l’esperienza sensoriale quali fonti principali della conoscenza. Vico propone un radicale cambiamento di prospettiva, ponendo l’accento sulla comprensione dell’umanità attraverso le fasi del suo sviluppo culturale e sociale. La sua visione contrappone un modello di conoscenza che valorizza la storia e la cultura come chiavi per interpretare la realtà.
Uno degli aspetti più rivoluzionari di Principi di Scienza Nuova è rappresentato dalla teoria dei corsi e ricorsi storici, secondo la quale la storia dell’umanità si sviluppa attraverso cicli di ascesa, declino e rinascita, riflettendo le leggi naturali della vita sociale. Questa teoria costituisce il portato più famoso e innovativo del pensiero vichiano. Il filosofo sostiene che la storia umana non progredisca in linea retta, ma si muova attraverso cicli ripetuti di ascesa, stasi e declino, che lui identifica con le tre età (degli dei, degli eroi e degli uomini). Ogni ciclo è un “corso”, che alla fine porta a un “ricorso”, ovvero una sorta di ripetizione o rinnovamento, che può anche comportare variazioni significative. In altre parole, i pattern storici tendono a ripetersi, ma ogni ripetizione porta con sé elementi nuovi che arricchiscono il tessuto culturale e sociale delle civiltà. Vico vede i corsi e ricorsi come meccanismi attraverso i quali le civiltà sorgono, fioriscono e poi cadono, solo per essere sostituite da nuove civiltà che, pur essendo diverse, passano attraverso fasi simili. Questo ciclo si osserva, secondo Vico, non solo in Europa ma in tutte le civiltà umane. Le leggi, che iniziano come norme religiose o mitiche, evolvono in codici eroici e, infine, in sistemi legali razionali. Questo processo di evoluzione si ripete ogni volta che una società collassa e si riforma. Anche il progresso tecnico e intellettuale segue un percorso ciclico, in cui la conoscenza si accumula, si perde e poi viene riscoperta o reinventata in nuove forme. Vico utilizza questi cicli per criticare l’idea illuminista di un progresso umano inarrestabile e lineare, proponendo, invece, una visione ricorrente del progresso, che riconosce l’importanza delle ripetizioni storiche e della memoria collettiva. Questo modello gli permette di integrare elementi di storia, filosofia, antropologia e psicologia in una sintesi che mira a comprendere la complessità del comportamento e dello sviluppo umano.
Anche teoria delle tre età della storia riflette la visione ciclica della storia, in cui ogni civiltà passa attraverso tre fasi distinte: l’età degli dei, l’età degli eroi e l’età degli uomini.
L’età degli dei si caratterizza per la predominanza del mondo religioso e mitologico. In questo periodo, la società è guidata dalla paura degli dèi e dalle credenze religiose, che sono utilizzate per spiegare la realtà. Le leggi sono percepite come divine e immutabili, imposte da entità sovrannaturali, e non esiste ancora una chiara distinzione tra il naturale e il soprannaturale. La conoscenza è tramandata attraverso miti e simboli, che hanno la funzione di conservare le norme sociali e morali. Segue l’età degli eroi, un periodo in cui emergono figure carismatiche e dominanti, che assumono il controllo delle comunità. Questi eroi, spesso visti come semi-divini o discendenti diretti degli dèi, stabiliscono gerarchie sociali rigide e sono i protagonisti di grandi gesta e conquiste. In questa fase si sviluppano le distinzioni di classe e le strutture feudali o monarchiche. Le leggi iniziano a essere codificate, ma mantengono un forte legame con l’autorità divina. L’ultima è l’età degli uomini, caratterizzata dallo sviluppo di istituzioni più democratiche e dall’affermazione del diritto civile. La religione perde il suo ruolo centralizzante e le leggi vengono viste come prodotti dell’intelletto umano e del consenso sociale, piuttosto che come imposizioni divine. In questa età, la società si organizza attorno ai principi di uguaglianza e di diritto comune, favorendo lo sviluppo delle repubbliche e delle forme di governo partecipativo. L’educazione si diffonde e con essa cresce l’importanza della scrittura e del dibattito pubblico nella vita civile.
Questo schema delle tre età non solo permette a Vico di analizzare la storia umana in termini di sviluppo e declino, ma offre anche uno strumento per comprendere come le società interpretano e integrano i cambiamenti.
Anche il concetto di provvidenza occupa un posto di prim’ordine nell’opera vichiana. La provvidenza divina non è intesa come un intervento miracolistico negli affari umani, ma piuttosto quale principio ordinatore che guida il corso della storia verso fini di giustizia e razionalità. Questa visione differisce radicalmente dall’interpretazione meccanicistica o completamente laica della storia, tipica di molti suoi contemporanei illuministi. Secondo Vico, la provvidenza agisce attraverso le azioni umane e i loro risultati, inserendo un ordine e un fine morale nel flusso degli eventi storici. La provvidenza non elimina il libero arbitrio, ma lo indirizza verso lo sviluppo di civiltà e istituzioni sempre più complesse e giuste.
Il filosofo, inoltre, critica il metodo matematico di Cartesio, proponendo un approccio basato sulla “fantasia”, che considera fondamentale per la comprensione delle istituzioni umane. La sua metodologia si fonda sulla “poetica”, intesa come la capacità di creare connessioni tra eventi storici attraverso narrazioni che rispecchiano le mentalità e i valori di un’epoca. In questo modo, Vico anticipa tecniche di interpretazione che saranno centrali nelle scienze umane moderne, come l’ermeneutica e la filologia.
Principi di Scienza Nuova ha avuto un impatto profondo su molti campi del sapere, influenzando pensatori come Hegel e Marx nella filosofia, Croce nella critica letteraria e Joyce nella narrativa modernista. La visione vichiana della storia come processo dinamico e culturalmente determinato ha aperto nuove strade per la comprensione del ruolo delle narrazioni e dei simboli nella vita sociale.
L’opera di Vico, pertanto, nonostante la complessità stilistica e la densità concettuale, rimane una pietra miliare nella storia del pensiero occidentale. Offrendo uno straordinario intreccio di analisi storica e riflessione filosofica, il testo invita a riconsiderare le nostre idee sulla conoscenza e sulla civiltà, proponendo una visione della storia umana come teatro di infinite possibilità interpretative e trasformative.

 

 

 

Le Lezioni sulla filosofia della storia
di Georg Wilhelm Friedrich Hegel


Dialettica, spirito, libertà

 

 

 

 

Le Lezioni sulla filosofia della storia, tenute da Georg Wilhelm Friedrich Hegel nel 1821, 1824, 1827 e 1831 alla Humboldt-Universität zu Berlin, raccolte e pubblicate postume, nel 1837, da Eduard Gans e dal figlio Karl, esaminano la relazione tra l’evoluzione storica e il progresso del pensiero umano, secondo i principi della dialettica hegeliana. Hegel sostiene che la storia sia un processo razionale, guidato da una logica interna, che si sviluppa attraverso contraddizioni e sintesi successive, riflettendo il progresso dello spirito (Geist) verso la realizzazione di sé.
Hegel, quindi, interpreta la storia come una manifestazione visibile del Geist, forza guidante che muove l’umanità verso una maggiore libertà e autocoscienza. La sua visione è profondamente eurocentrica: considera il processo storico europeo come il culmine dello sviluppo umano, con particolare attenzione agli Stati nazionali quali entità che incarnano il raggiungimento della libertà individuale.
L’analisi hegeliana della storia universale è suddivisa in tre diverse ere: quella dell’Oriente, dove solo uno (il despota) è libero; quella del mondo greco-romano, dove solo alcuni sono liberi; quella del mondo germanico-cristiano, dove tutti sono idealmente liberi. Questa suddivisione riflette la sua teoria secondo cui la storia è il palcoscenico di realizzazione della libertà, con il mondo moderno che rappresenta il vertice di questo sviluppo.
Dal punto di vista filosofico, le Lezioni di Hegel sono intrise del suo metodo dialettico, che vede la storia evolversi attraverso la tesi, l’antitesi e la sintesi. Ogni epoca storica rappresenta una tesi che viene contrapposta da una antitesi, risultando in una sintesi che supera e incorpora gli elementi di entrambe. Questo processo dialettico non è solo un meccanismo storico, ma anche un processo logico che riflette il modo in cui la realtà stessa è strutturata.
Uno degli aspetti più innovativi e critici del pensiero del filosofo tedesco è rappresentato dall’idea che la storia sia guidata dalla ragione. Questo implica che ogni evento storico, non importa quanto caotico o irrazionale possa sembrare, contribuisca al progresso della libertà umana e della ragione.
Le Lezioni offrono anche una visione complessa e articolata dell’uomo, posto al centro del processo storico e filosofico. Per Hegel, l’uomo non è soltanto un ente passivo attraverso il quale si manifesta la storia; piuttosto, è l’agente attivo che porta in sé il Geist, il principio razionale che guida il progresso storico. L’uomo, in quanto entità razionale e libera, è visto come il culmine dello sviluppo dello spirito. Questa concezione implica che ogni individuo partecipi alla dialettica storica non solo come testimone o vittima, ma come co-creatore attivo del tessuto storico.
Anche la libertà costituisce uno dei temi centrali delle Lezioni. Essa non è semplicemente assenza di costrizioni, ma capacità di agire secondo leggi che sono razionalmente riconosciute come proprie. In questo senso, la storia rappresenta, attraverso il progressivo riconoscimento dell’individuo come soggetto autonomo e moralmente responsabile, il luogo in cui l’uomo apprende e realizza la propria libertà.
Alla filosofia della storia è intrinsecamente legata anche l’etica. Hegel sostiene che le norme etiche e i principi morali non siano astrazioni immutabili, quanto piuttosto il risultato di processi storici che riflettono la maturazione dello spirito umano. La moralità è intesa come sintesi dialettica di diritti individuali e doveri collettivi, nel cui ambito la legge e la società devono evolvere per riflettere sempre più la libertà individuale.
L’interazione tra l’individuo e la società è un altro aspetto fondamentale della speculazione storica hegeliana. La società è delineata quale arena in cui si concretizza lo spirito, per mezzo di istituzioni come la famiglia, la società civile e lo Stato. Ogni fase del suo sistema filosofico rivela come l’uomo e la società si influenzino reciprocamente, promuovendo un avanzamento verso forme sempre più complesse e integrate di organizzazione sociale, che riflettono una maggiore realizzazione della libertà.
Hegel, quindi, ritiene l’uomo essenziale all’attuazione dello spirito nella storia. La sua filosofia enfatizza una visione progressista della storia umana come marcia verso una sempre maggiore realizzazione della libertà, interpretando l’etica e la morale come entità dinamiche, intrinsecamente legate al tessuto sociale e storico in cui vivono gli individui. Questa visione continua a generare riflessioni sulla libertà, l’etica e il ruolo dell’individuo nella società moderna.
Le Lezioni sulla filosofia della storia rimangono un’opera cruciale, che offre profonde intuizioni sulla natura della storia e della filosofia. Tuttavia, è essenziale approcciare il testo con atteggiamento critico, riconoscendo tanto i suoi contributi significativi quanto i suoi limiti contestuali e ideologici (nonostante l’ingegnosità della sua sintesi filosofica e storica, l’approccio hegeliano presenta problemi notevoli: la sua eurocentricità e la visione progressista della storia sono state oggetto di numerose critiche, soprattutto per la loro apparente giustificazione dello status quo e del colonialismo. Inoltre, l’idea che la storia sia una marcia inarrestabile verso la libertà è stata messa in discussione da vari pensatori successivi, che hanno evidenziato come eventi storici quali guerre e genocidi sfidino questa interpretazione ottimistica).

 

 

 

Guido Cavalcanti

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

 

Guido Guinizzelli è stato il teorico del Dolce Stil Novo, l’altro Guido, come lo chiamò Dante (Purg. XI, v. 97) ne ha rappresentato il maggiore esponente. Fiorentino, nacque più o meno nel 1260, dalla nobile famiglia Cavalcanti, mercanti molto ricchi. Notissime erano, a Firenze, quasi fossero un punto cardinale, le terre e le case dei Cavalcanti, situate non lontane dalla Chiesa di Santa Maria in Campidoglio, nei pressi del Mercato Vecchio. Da giovane, era stato mandato dal padre a studiare la filosofia da Brunetto Latini e proprio lì aveva conosciuto il futuro sommo poeta, divenendone amico fraterno. imageGuelfo bianco convinto, per dare il buon esempio, cercando, in tal modo, di calmare un po’ le tormentatissime acque in città, aveva sposato Bice degli Uberti, figlia del famoso Farinata, il segretario comunale del PGF, Partito Ghibellino Fiorentino. Tutto questo, comunque, era servito a poco o niente. La tensione, a Firenze, era sempre altissima, tanto che quando non si riuscivano ad eliminare gli avversati in casa, si mandavano i sicari a raggiungerli in trasferta. Durante un pellegrinaggio al santuario di Santiago di Compostela, infatti, nei pressi di Tolosa, Guido prese una coltellata alla schiena, inflittagli da un assassino mandato da Corso Donati, il capo dei guelfi neri. Si salvò per miracolo! Incurante dei numerosi pericoli e della sua incolumità fisica, si fece eleggere al Consiglio Generale. Solo pochi anni dopo, però, ne fu escluso, quando Giano della Bella, un aristocratico passato a sinistra, fece approvare la riforma degli “Ordinamenti di Giustizia”, vietando, ai nobili non iscritti ai sindacati, l’accesso alle cariche pubbliche. Il 24 giugno del 1300, dopo aver preso parte ad una mega rissa in cui guelfi bianchi e neri se le erano suonate di santissima ragione, fino a quando non erano rimaste in piedi che due-tre persone, essendo lui un capo fazione, fu punito con l’esilio a Sarzana, oggi ridente centro in provincia di La Spezia, ma, nel XIII secolo, zona paludosa e insalubre. Fu proprio l’amico Dante, divenuto, nel frattempo, Priore, a firmare, con le lacrime agli occhi, la sua condanna. In poche settimane, a causa dei miasmi mortiferi esalati dagli acquitrini sarzanesi, Guido contrasse la malaria. Tornò a Firenze giusto in tempo per morire, nelle case dei Cavalcanti, il 29 agosto. Fiero nel carattere e altero nell’aspetto, è il più “tragico” dei poeti stilnovisti. L’amore, spesso, gli provocava sbigottimento, lasciandolo dubbioso, destrutto e desfatto:

L’anima mia vilment’è sbigotita
de la battaglia ch’ell’ave dal core
che s’ella sente pur un poco Amore:
più presso a lui che non sòle, ella more.

(L’anima mia vilment’è sbigotita, vv. 1-4)

Forte e nova mia disaventura
m’ha desfatto nel core
ogni dolce penser, ch’i’ avea, d’amore.

(Forte e nova mia disavventura, vv. 1-3)

Allo steso modo, la sua donna pare non essere così celeste e luminosa come quelle esaltate dagli altri poeti, tanto che il suo valore è difficilmente conoscibile dall’uomo. Se Guido fosse stato un trovatore avrebbe accompagnato le sue canzoni con una musica malinconica e angosciosa:

Se Mercé fosse amica a’ miei desiri,
e l’movimento suo fosse dal core
di questa bella donna e’l su’ valore
mostrasse la vertute a’ mie’ martiri.

(Se Mercé fosse amica a’ miei disiri, vv. 1-4)

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La canzone Donna me prega, per ch’eo voglio dire, i cui versi sono di difficile comprensione perché volutamente astrusi, è lo specimen della sua poesia. In essa, filosofia, metafisica, psicologia, tristezza, guai, lamenti e spiriti,  introdotti nella sua lirica per spiegare il funzionamento dei sensi e dei sentimenti dell’uomo, mostrano la donna non come una guida che renda l’anima perfetta, quanto come creatura la cui bellezza costringa a meditare, ad almanaccare, a scervellarsi, ad elucubrare e a rimuginarvi. Però, rimuginandovi troppo a lungo, il povero Guido correva il rischio di andare fuori di testa.

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è sì altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ’l ver sentire!
Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no spero – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramento
non ho talento – di voler provare
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ’l piacimento – che ’l fa dire amare,
e s’omo per veder lo pò mostrare.

(Donna me prega, – per ch’eo voglio dire, vv. 1-14)

Tra le sue composizioni più famose, infine, è la ballata Perch’i’non spero di tornar giammai. Il poeta, fuori dalla Toscana, chiese a questa sua ballatetta di raggiungere l’amata per dirle, tra pianti, sospiri e accidenti:

Questa vostra servente
viene per star con vui,
partita da colui
che fu servo d’Amore.

(Perch’i’ non spero di tornar giammai, vv. 33-36)

 

 

Verità e Storia: la storia vista come scienza sociale diacronica
Intervista a Paolo Borioni

 

da

www.gazzettafilosofica.net

 

 

Per la rubrica Verità e Storia, abbiamo qui con noi Paolo Borioni, Professore associato di storia delle istituzioni e delle dottrine politiche presso l’Università La Sapienza di Roma. I suoi interessi scientifici riguardano in particolar modo il socialismo europeo, il welfare state, la storia delle istituzioni e la storia nordica. Ha a lungo lavorato per la Fondazione Istituto Gramsci e la Fondazione Brodolini, occupandosi della collaborazione con i centri studi del socialismo europeo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Nordic welfare in ordoliberal europe: From welfare parity to social hierarchy? in The Relational Nordic Welfare State: Between Utopia and Ideology, a cura di Sakari Hänninen, (2019), Solo il re ha il potere delle armi (2008), Svezia (2005), P. Borioni, M.F. Christiansen, Danimarca (2015). 

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Paolo Borioni

 

 

 

Tiranni greci e despoti orientali nella Politica di Aristotele: Periandro e Sardanapalo

 

di 

Cesare Zizza

 

 

È mia intenzione analizzare due casi concreti e molto particolari di exempla utilizzati da Aristotele nella Politica e, soprattutto, nel V libro, che è quello che presenta il più alto numero di notazioni storiche. I brani sui quali mi soffermerò riguardano Sardanapalo, il leggendario signore di Ninive, e Periandro, il tiranno di Corinto….

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Eugène Delacroix, “La morte di Sardanapalo”,
1827, Parigi, Museo del Louvre