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Il Tempio e la Volta. Leggende e Miti
liberomuratori e rosacrociani


 di Travis Trinca, Queen Kristianka Edizioni

 

 

Recensione di Riccardo Piroddi

 

 

 

 

Il Tempio e la Volta. Leggende e Miti liberomuratori e rosacrociani, di Travis Trinca, Queen Kristianka Edizioni, 2026, è un’opera ambiziosa e meditata, che trova collocazione nell’ambito delle ricerche contemporanee su Rosacrocianesimo e Libera Muratoria. Il libro, che si pregia della postfazione di Fabio Venzi, ricostruisce fonti e riassumere tradizioni, proponendo, altresì, una riflessione strutturata sulla funzione del mito all’interno delle organizzazioni iniziatiche.
L’autore, saggista australiano e iniziato a diversi ordini, chiarisce immediatamente la sua posizione. Riconosce che oggi il Rosacrocianesimo è spesso interpretato attraverso la lente di un’accademia talvolta cinica o eccessivamente riduzionista e, allo stesso tempo, prende le distanze da ogni forma di idealizzazione del passato. Questo equilibrio, dichiarato e in larga parte mantenuto, è uno dei tratti distintivi dell’opera. Trinca non difende acriticamente le tradizioni iniziatiche, né le riduce a fenomeni sociologici o psicologici: le considera strutture simboliche complesse, capaci di produrre trasformazione interiore quando vengono comprese e vissute nel modo corretto.
Il cuore teorico del volume è nella prima sezione, dedicata all’uso del mito. L’autore vi introduce una categoria interpretativa che costituisce il contributo più originale del libro: il concetto di “Mito Iniziatico”. Trinca distingue con accuratezza tra mito tradizionale, allegoria letteraria e drammatizzazione rituale. Un mito, nel senso antropologico, può spiegare valori e credenze di una cultura; un’allegoria trasmette insegnamenti morali o spirituali tramite immagini simboliche. Il Mito Iniziatico, invece, è qualcosa di più specifico: è una narrazione costruita e messa in scena all’interno di un rituale, con lo scopo preciso di guidare il candidato verso un’esperienza trasformativa. Questa distinzione è cruciale. Secondo Trinca, la potenza di tali narrazioni non risiede soltanto nel loro contenuto simbolico, quanto nella loro incarnazione rituale. Quando l’allegoria diventa azione, quando il candidato attraversa fisicamente una sequenza di gesti, parole e simboli, allora il mito smette di essere un racconto e diventa esperienza. È in questa esperienza che può nascere la trasformazione. L’autore insiste più volte su un punto fondamentale: nessun gruppo iniziatico può “dare” l’illuminazione o la gnosi a un candidato. Può soltanto predisporre le condizioni affinché egli la scopra dentro di sé. L’iniziazione autentica, pertanto, non è un atto esterno ma un evento interiore.
Per rafforzare la sua tesi, Trinca richiama le antiche scuole misteriche, in particolare i Misteri Eleusini e il mito di Osiride. Il parallelo con Eleusi è particolarmente efficace. La rivelazione finale di una semplice spiga di grano può apparire deludente a uno sguardo superficiale, eppure acquista un significato immenso se inserita nel contesto stagionale, simbolico e rituale dell’iniziazione. Il simbolo non è potente di per sé: lo diventa quando viene collocato in un’esperienza drammatizzata che coinvolge emotivamente il candidato. Allo stesso modo, il mito di Osiride, con il suo schema di morte, smembramento, giudizio e rinascita, viene presentato come una matrice simbolica che attraversa i secoli. Non tutti i suoi elementi sono oggi culturalmente efficaci, eppure il nucleo tematico – il confronto con la morte, il giudizio morale, la tensione tra coscienza e tentazione – resta universale.
Questa capacità di distinguere tra elementi contingenti e strutture simboliche permanenti è uno dei meriti maggiori dell’opera. Trinca riconosce che non tutto ciò che è antico sia automaticamente valido per il presente. Alcuni miti devono essere reinterpretati, talvolta modernizzati, per continuare a parlare alle nuove generazioni.
La seconda sezione affronta direttamente i Miti Iniziatici del Rosacrocianesimo e della Libera Muratoria, con particolare attenzione alla figura di Christian Rosenkreutz e ai tre manifesti rosacrociani: Fama Fraternitatis, Confessio Fraternitatis e Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz. L’analisi non si concentra tanto sulla questione della storicità di Rosenkreutz, quanto sulla funzione simbolica della sua figura. Trinca sottolinea come la biografia del protagonista presenti caratteristiche chiaramente allegoriche. Rosenkreutz è l’archetipo del cercatore che viaggia, apprende, fonda una fraternità, muore e viene riscoperto in una tomba simbolica. Il mito non va letto come cronaca, bensì quale mappa del percorso iniziatico. Particolarmente interessante è l’attenzione dedicata alla Confessio Fraternitatis, spesso trascurata rispetto alla più narrativa Fama o alla simbolicamente ricchissima Nozze chimiche. Trinca mostra come la Confessio costituisca una presa di posizione culturale e spirituale: un appello a un rinnovamento del Cristianesimo e della conoscenza, un invito a studiare sia la Scrittura sia la Natura come libri complementari della rivelazione divina. Anche qui il mito funziona da dispositivo trasformativo, non come semplice racconto.
Un altro interessantissimo elemento compreso nel libro è la riflessione sulla figura del candidato. Trinca dedica dense pagine alla sincerità e alla predisposizione interiore di chi si avvicina a un gruppo iniziatico. Senza questa disposizione, anche il rituale meglio eseguito rimane sterile. L’autore osserva che la cultura di gruppo può favorire la crescita di alcuni individui e isolare altri, e che non ogni persona è adatta a ogni fraternità. Questa consapevolezza introduce una dimensione quasi pedagogica nel discorso esoterico. L’iniziazione non è un privilegio automatico ma un processo che richiede preparazione, allineamento valoriale e impegno personale.
La postfazione di Fabio Venzi, Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d’Italia, riconosciuto tra i più importanti e prolifici studiosi di Massoneria a livello internazionale, intitolata Il Rosacrucianesimo: un esoterismo cristiano, amplia e, al tempo stesso, precisa il quadro teorico del libro di Trinca, collocando il Rosacrocianesimo entro la categoria dell’esoterismo cristiano. Venzi riprende la definizione di Antoine Faivre e interpreta l’esoterismo cristiano come una corrente che unisce Cristianesimo mistico e filosofia della Natura fondata sulle corrispondenze. Richiamando, poi, gli studi di Guy G. Stroumsa, sostiene che nelle prime fasi del Cristianesimo fossero presenti tendenze esoteriche successivamente marginalizzate o rese invisibili. A differenza di Stroumsa, tuttavia, Venzi non ritiene che tali correnti siano scomparse. Al contrario, individua nella Libera Muratoria e nel Rosacrocianesimo moderne manifestazioni di quell’esoterismo cristiano sopravvissuto in forme nuove. Particolarmente significativa è l’analisi del processo di de-cristianizzazione dei rituali massonici inglesi, promosso dal Duca di Sussex, primo Gran Maestro della United Grand Lodge of England, nel primissimo Ottocento. Venzi interpreta la nascita e la riorganizzazione di società rosacrociane inglesi anche come reazione a questa riforma, che aveva rimosso espliciti riferimenti cristiani dalla ritualità massonica. La Societas Rosicruciana in Anglia è così presentata quale tentativo di recuperare una dimensione cristiana esoterica che la Massoneria ufficiale stava attenuando. La postfazione approfondisce, altresì, la dimensione morale e spirituale dei manifesti rosacrociani, evidenziandone la radice cristiana attraverso richiami a Tommaso da Kempis e alla tradizione della purificazione interiore. Il contributo di Venzi arricchisce il libro di Trinca, fornendo una chiave interpretativa più marcata sul piano confessionale. Se Trinca si concentra soprattutto sulla funzione simbolica e trasformativa del mito, Venzi sottolinea con forza la matrice cristiana di tali tradizioni. Le due prospettive, comunque, si completano: una illumina la struttura del mito, l’altra ne chiarisce il contesto teologico e storico.
Nel complesso, Il Tempio e la Volta si distingue per la sua maturità concettuale. È un tentativo di comprendere perché il mito, quando viene vissuto e non solo letto, possa diventare uno strumento di trasformazione. L’idea che il cuore delle tradizioni iniziatiche non risieda nei segreti ma nella capacità delle loro narrazioni di parlare alla psiche e di orientare l’interiorità, costituisce il filo conduttore dell’intera opera.
Il volume di Trinca, quindi, riesce nel suo intento dichiarato: mostrare che il Tempio e la Volta non siano soltanto architetture simboliche ma spazi interiori. Il mito non è una reliquia del passato, quanto uno strumento vivo, capace, ancora oggi, di guidare chi è disposto ad attraversarlo con serietà e sincerità.

 

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Queen Kristianka Edizioni

 

 

 

 

 

Quaestiones ad omnia. I quodlibeta nella cultura
e nella scolastica medievale

 

 

Recensione

 

 

Sono molto felice di poter condividere questa esaustiva recensione del mio saggio, Quaestiones ad omnia. I quodlibeta nella cultura e nella scolastica medievale, HARbif Editore, settembre 2025, pubblicata sul numero 2/2025 di MediaRes – Rivista su trasformazione dei conflitti, cultura della riparazione e mediazione. Ringrazio l’autore Carlo Lunardelli per l’eccellente lavoro e il direttore scientifico della rivista Federico Reggio per la pubblicazione.

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La caduta nell’ombra

René Guénon e la diagnosi del mondo moderno
in Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi

 

 

 

 

 

Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, pubblicato per la prima volta nel 1945, costituisce l’opera più ambiziosa, strutturata e definitiva di René Guénon, uno dei pensatori tradizionalisti più radicali e lucidi del Novecento. In questo libro, Guénon non si limita a una critica del mondo moderno: ne decostruisce le fondamenta stesse, ne svela le dinamiche occulte e mostra come esse conducano inevitabilmente a un collasso spirituale e cosmico, interpretato alla luce della dottrina ciclica propria delle tradizioni sapienziali.
Il libro si apre con una dichiarazione d’intenti che non lascia spazio a fraintendimenti: l’epoca moderna è per Guénon l’espressione terminale di una deviazione iniziata molto tempo prima, una fase finale della storia ciclica dell’umanità che corrisponde, secondo la tradizione indù, al Kali Yuga, l’Età Oscura. Ciò che rende quest’opera particolarmente potente non è soltanto l’impianto teorico, rigorosamente tradizionale, quanto il modo in cui l’autore collega dottrine metafisiche, simbolismi sacri, fenomeni storici e derive ideologiche moderne in un’unica visione coesa, coerente e profondamente inquietante.
Il concetto cardine intorno a cui ruota l’intera esposizione è quello della quantità, intesa come simbolo e principio della caduta. Guénon identifica nella riduzione della realtà a dati quantitativi – misurabili, comparabili, replicabili – il tratto distintivo della modernità. Il mondo moderno, infatti, ha progressivamente abbandonato la dimensione qualitativa dell’esistenza – legata alla gerarchia, alla verticalità, all’essenza e al significato – per sostituirla con una prospettiva meccanica, utilitaristica e materiale. La “quantità” rappresenta dunque, per l’autore, il punto più basso della manifestazione ciclica, lo stadio finale di un processo di progressiva solidificazione del mondo.
Questa “solidificazione” non è solo intellettuale o culturale ma ontologica: il mondo si irrigidisce, si coagula, perde il suo contatto con i princìpi superiori. Le forme si svuotano del loro contenuto simbolico; i riti diventano abitudini meccaniche; la scienza, anziché essere mezzo di conoscenza, si riduce a tecnologia e dominio; l’unità, che nella visione tradizionale è principio e sintesi, viene confusa con l’uniformità, che ne è la parodia.
Guénon non si vincola a una denuncia della società moderna nei suoi aspetti esteriori – sociali, politici, culturali – ne penetra, piuttosto, la struttura interna, mostrando come l’errore moderno sia in realtà una perversione simbolica, una contraffazione dei princìpi spirituali. Laddove una civiltà tradizionale si fonda su un ordine derivante da un principio trascendente, il mondo moderno, rifiutando tale principio, cerca un ordine orizzontale, costruito dall’uomo, attraverso la razionalizzazione, la burocrazia, la tecnica, il calcolo statistico. Questo ordine, tuttavia, non è altro che disordine mascherato: è un ordine senza centro, senza senso, senza qualità.


Un passaggio particolarmente potente dell’opera è l’analisi del rapporto tra la scienza tradizionale e la scienza moderna. Guénon dimostra che la scienza profana, che si pretende autonoma e “oggettiva”, non è che un frammento separato da un corpo più vasto e profondo: la scienza sacra, ossia quella conoscenza integrale che si fonda su princìpi metafisici e che ha come fine non il dominio sulla natura ma la realizzazione spirituale dell’essere. I numeri pitagorici, ad esempio, non sono semplici quantità ma archetipi qualitativi; la geometria sacra non è una tecnica per misurare lo spazio ma un linguaggio per esprimere l’ordine del cosmo. La scienza moderna, ignorando tutto questo, non è altro che un residuo degenerato, una caricatura meccanizzata della vera conoscenza.
Una parte centrale del testo è dedicata all’analisi delle trasformazioni simboliche e sociali dell’epoca moderna. Guénon si sofferma sulla perdita del senso dell’autorità sacra, sulla desacralizzazione dei mestieri, sulla distruzione dei riti, sulla banalizzazione del linguaggio, sulla degenerazione della moneta, sulla diffusione dell’anonimato e dell’individualismo. Tutti questi fenomeni sono letti come manifestazioni della stessa tendenza profonda: la discesa verso la quantità, la frammentazione dell’essere, la separazione dell’uomo dalla totalità del reale.
Con straordinaria lucidità, Guénon anticipa molti fenomeni oggi sotto gli occhi di tutti: il culto del dato numerico, l’egemonia della tecnica, l’idolatria dell’opinione pubblica, l’illusione del progresso, la dissoluzione della famiglia e delle forme tradizionali di comunità, la sostituzione della religione con forme spurie di “spiritualità” individualistica e sentimentale. A questo proposito, l’autore denuncia in modo impietoso fenomeni come lo spiritismo, la pseudo-iniziazione, il neospiritualismo, la psicanalisi, la confusione tra psichico e spirituale: tutte derive moderne che fingono di andare oltre il materialismo, ma che in realtà lo radicalizzano, proponendo surrogati distorti della vera conoscenza tradizionale.
Uno dei concetti più inquietanti – e più profetici – del libro è quello di contro-tradizione, ovvero di quella forza che nega la tradizione proponendone, di contro, una caricatura invertita e satanica. Guénon parla apertamente della “grande parodia”, una spiritualità alla rovescia che prepara l’avvento della fine del ciclo, della dissoluzione finale, della rottura totale del legame fra l’uomo e il Principio. In quest’ottica, Satana diventa per Guénon non il “male” in senso morale ma la scimmia di Dio, colui che imita i segni del sacro per ingannare e deviare.
Lo stile dell’opera è austero, implacabile, volutamente distante dal tono divulgativo. Guénon non cerca di piacere al lettore né di facilitarne la comprensione. La sua prosa è densa, strutturata, fortemente tecnica nel linguaggio metafisico, esoterico, simbolico. Non si rivolge alla massa ma a quei pochi che sono ancora in grado di ascoltare e di comprendere la voce della verità tradizionale. Il libro non è pensato per chi cerca conforto ma per chi cerca chiarezza.
Letto oggi, Il regno della quantità e i segni dei tempi appare con tratti profetici quasi sconvolgenti. Guénon sembra aver previsto con estrema precisione il destino del mondo occidentale, non per capacità divinatorie ma per la profonda conoscenza delle leggi cicliche e cosmiche che regolano la storia. La sua non è una visione pessimistica bensì realistica: il ciclo deve concludersi, la dissoluzione deve compiersi, affinché un nuovo inizio sia possibile. Ma questa rinascita non avverrà per tutti: solo coloro che avranno saputo conservare i germi della verità potranno essere i portatori di un nuovo ciclo.
Nonostante la radicalità della sua critica e l’apparente assenza di speranza, l’opera di Guénon è tutt’altro che nichilista. È un libro che scuote, che esige, che obbliga a ripensare la realtà dalle fondamenta. Non propone soluzioni immediate né utopie sociali ma invita alla reintegrazione nell’Ordine, al ritorno ai princìpi, alla restaurazione della verticalità dell’essere. È un’opera severa, ma anche profondamente liberatoria per chi ne coglie il messaggio: l’unica vera libertà è quella dell’intelletto che si libera dalle catene dell’illusione moderna.
In definitiva, Il regno della quantità e i segni dei tempi è un testo fondamentale, non solo per comprendere Guénon ma anche, e soprattutto, per comprendere il nostro tempo. È un libro che non si legge: si studia, si medita, si digerisce lentamente. E, una volta assimilato, cambia per sempre il modo in cui si guarda il mondo. Non è un’opera per tutti ma è un’opera necessaria. Di fronte al caos crescente, alla confusione generalizzata, alla spiritualità di plastica che oggi dilaga, la voce di Guénon resta una delle poche autenticamente ferme, lucide e verticali.

 

 

 

 

 

 

Rimpalli

 

 

Recensione di Riccardo Piroddi

 

 

 

La felicità è una fortuna, donata da una divinità misteriosa, che accade all’improvviso. La fortuna, per essere felicità, bisogna averla sognata. La felicità non si può trattenere, svanisce in fretta e ritorna nel mistero dal quale proviene”.
Così si conclude il primo, fulminante capitolo di Rimpalli, di Teodoro Lorenzo, Voglino Editrice, 2024. Subito è già chiaro: questo non è solo un libro di ricordi d’infanzia, né un’autobiografia sportiva e nemmeno una raccolta di aneddoti nostalgici. È un romanzo-saggio, una narrazione a più livelli dove l’autore, con voce limpida e strutturalmente meditata, affronta grandi temi – felicità, identità, appartenenza, memoria – attraverso una lente originale: quella del pallone.
Il narratore è dichiaratamente l’autore ma il suo “io” narrativo si muove su più piani: è il bambino che corre in Piazzetta, l’adolescente che si forma tra Supersantos e rigori, il giovane che riflette sulla propria città e sul proprio Paese ed è, infine, l’uomo maturo, che guarda indietro e cerca, in ciò che è stato, un significato duraturo.
La struttura è lineare solo in apparenza. La divisione in capitoli non segue una progressione cronologica rigida ma è scandita da snodi tematici forti: la felicità, il trasferimento da via Bogino a Mirafiori, l’ingresso nella Piazzetta, la figura di Anastasi, il giudizio sulla città di Torino. Ogni sezione è un tassello che costruisce un’identità, più che una trama.
L’analisi della felicità nel primo capitolo è una sorta di saggio filosofico in forma narrativa. L’autore parte da un’ora precisa – le 17:28 del 4 maggio 1986 – per costruire un percorso etimologico, storico e mitologico che prende avvio dal latino felix, passa per l’inglese happiness e torna all’Iliade e a Sofocle. È un’apertura che impone al lettore uno standard alto: Rimpalli non sarà un tuffo infantile nel passato ma un’indagine esistenziale in cui ogni dettaglio biografico sarà caricato di senso. La corsa di Tardelli, nella finale dell’82, diventa l’incarnazione esemplare di questa definizione: evento inatteso, sognato, totalizzante, solitario, fugace. Ed è proprio in questo paradigma che il narratore riconosce la propria esperienza personale, in quel gol segnato ad Alessandria nel 1986, dove anche lui corre, urla, si perde, senza che i compagni lo raggiungano. Il cuore del libro è costituito dai capitoli ambientati nella Piazzetta di Mirafiori. È un’epopea minuta, narrata con precisione antropologica ma anche con tenerezza asciutta. Non c’è nostalgia patetica né estetizzazione del degrado: la Torino degli anni ’70 è descritta per quella che era, una città operaia, ruvida, povera ma vitale. Il cortile prima e la Piazzetta poi diventano l’universo formativo: scuola, campo, arena sociale e palcoscenico. I dettagli sono puntuali e parlano una lingua viva. Le partite con il gesso a disegnare le aree, le infinite discussioni sui gol “alti” o “a mezza altezza”, la minaccia dell’ispettore Fumarola, le pistole ad acqua che si sformano dopo il primo spruzzo, la prima bicicletta – una Graziella da donna – pagata in giornalini. E proprio i giornalini, come le figurine, diventano moneta, misura di status e desiderio. La Piazzetta è un’economia parallela e una società con regole proprie, capace di autogestione e persino di redistribuzione. La narrazione è disseminata di personaggi che sembrano usciti da una novella neorealista: Facciolà, con i suoi oggetti sempre nuovi; Alfredo, che sposta di nascosto i pali per stringere la porta; Franco e Claudia, che svaniscono nella memoria come apparizioni infantili.
Uno dei passaggi più potenti è la riflessione sulla natura rivelatoria del gioco del calcio. A differenza della vita, dove si può mentire, recitare, dissimulare, sul campo non si può fingere. “Si gioca come si è”: questa frase è la chiave di lettura dell’intero libro. Il calcio è verità, messa a nudo. I tratti del carattere – generosità, egoismo, aggressività, riflessività – emergono nitidi in ogni azione. È qui che si inserisce la figura di Pietro Anastasi, eroe personale dell’autore. Lorenzo lo descrive con lucidità tecnica (lo stop difettoso, la rapidità di recupero) ma anche con commozione esistenziale. In lui riconosce se stesso e una generazione di figli del Sud trapiantati al Nord. Il gol del ‘68 diventa un simbolo, così come la sua morte scelta e dignitosa. “E con la solita sveltezza si è impossessato del pallone e ha segnato il suo ultimo gol. Beffando anche la morte”, scrive Lorenzo, e non è retorica: è una sintesi perfetta dell’etica che attraversa tutto il libro.

Nella parte finale, Lorenzo sposta lo sguardo dalla Piazzetta al contesto più ampio: Torino. Qui il registro diventa civile e storico, quasi pamphlettistico. L’autore descrive la sua città come prigioniera di una cultura elitaria, gerarchica, che non premia il merito ma l’appartenenza. I Savoia, il Risorgimento, l’estetica militare, i monumenti nel centro: tutto è visto con rispetto ma anche con disincanto. La critica alla Juventus – che scarica Anastasi quando non serve più – è, in realtà, un atto d’accusa verso una Torino che consuma e abbandona, che non perdona l’origine proletaria, che fa crescere i suoi figli solo fino a una certa soglia.
Lorenzo scrive con chiarezza, senza vezzi, senza manierismi. Ogni pagina ha ritmo, senso, misura. I riferimenti colti (Sofocle, Omero, etimologie) non appesantiscono mai il discorso: si integrano con naturalezza. Le pagine dedicate alla Piazzetta sono tra le migliori sul tema dell’infanzia urbana. Il tono cambia quando necessario: ironico con Facciolà, struggente con Anastasi, lucido con i Savoia, poetico con Claudia e Franco. Ma è sempre coerente e controllato. È il tono di chi scrive perché ha qualcosa di vero da dire, non per stupire o dimostrare.
Rimpalli è un libro unico. Chi ama il calcio vi troverà la bellezza di un gesto tecnico che si fa esistenziale. Chi ama la letteratura vi troverà una lingua autentica e precisa. Chi cerca una testimonianza sulla Torino operaia del dopoguerra vi troverà un documento sociale. Ma, soprattutto, chi ha vissuto (o sognato) un’infanzia fatta di piazzette, palloni bucati e amici con nomi in codice, vi troverà se stesso. È, infine, un libro sull’identità: personale, generazionale, cittadina. Un libro sulla felicità come scatto improvviso, sul dolore della perdita, sulla bellezza delle cose che non tornano più.

 

 

 

 

Il giardino dei Finzi-Contini

 

 

Recensione di Carmela Puntillo

 

 

 

Giorgio Bassani fa parte, insieme a Lalla Romano, Natalia Ginzburg e, in secondo piano, Dacia Maraini, di un filone della letteratura italiana della seconda metà del Novecento legato a una poetica della memoria, del ricordo, di sapore proustiano, e a un’indagine psicologica di gusto sveviano. Ma questa poetica in Bassani assume un’angolatura particolare: le vicende degli ebrei di Ferrara, comunità cospicua e numerosa, e le persecuzioni naziste e fasciste a cui sono stati sottoposti. I Finzi-Contini sono una famiglia appartenente alla comunità ebraica di Ferrara, vivono una vita di alta qualità nel loro palazzo munito di ampio giardino. Il padre, appassionato di cultura, passa il suo tempo ricercando notizie sugli ebrei e raccogliendo libri per ingrandire la sua biblioteca. Alberto, il figlio, è una persona isolata, presentato dall’autore come schivo e non desideroso delle donne, anzi, ha quadri di uomini nella sua stanza, tanto da far sospettare di essere un omosessuale. Si tratta di un’ipotesi abbastanza fondata, visto che quella dell’omosessuale ebreo è una tipologia descritta da Bassani in un altro romanzo del ciclo “Il romanzo di Ferrara”, “Gli occhiali d’oro”. In realtà, probabilmente si tratta di un nerd, cioè di uno studente di materie scientifiche tipico delle università americane degli anni ‘40, tutto chiuso nelle sue ricerche e che trascura il suo corpo tanto da diventare brutto fisicamente. La figlia Micòl è la vera protagonista del romanzo: è dinamica, sa fare da padrona di casa gentile e brillante nell’intrattenere gli ospiti quando i Finzi-Contini offrono il rinfresco agli invitati alle partite di tennis che si tengono nel loro giardino, sa preparare piatti originali in cucina, sostiene brillantemente la discussione della tesi e sa parlare di argomenti elevati come la teoria per cui gli alberi sentono e vedono come gli uomini. È pratica quanto basta per regolarsi sull’amore che lei ha per i suoi. La sua magnanimità sarà importante per il protagonista (di cui l’autore non dice mai il nome ma che probabilmente è l’immagine di se stesso) il quale entra nella vita di Micòl per chiedere umilmente di restarci. Non dichiara subito il suo amore, ma lei lo capisce e fa finta di niente. Nel tema generale dei sette romanzi di Ferrara, è la figura di Micòl che differenzia questo dagli altri, per cui si può parlare del “Romanzo di Micòl”, il cui personaggio è linea-guida della narrazione. La persecuzione sembra non toccare lei come sembra non toccare tutta la famiglia, ma si manifesta a poco a poco e all’improvviso culmina nella disgrazia. L’esclusione degli ebrei dal circolo del tennis, la cacciata dalla biblioteca pubblica del protagonista e la cancellazione di suo padre dal circolo dei negozianti, la mancata assegnazione della lode a Micòl alla discussione della tesi si susseguono tra l’ironia e l’indifferenza dei protagonisti. Ma all’improvviso scoppia la tragedia: nel 1943 tutti (tranne Alberto che morirà prima di un tumore) vengono catturati dai repubblichini e portati nel campo di concentramento di Fossoli. Da lì verranno trasportati in un lager in Germania. Un ignoto forno crematorio inghiottirà le loro esistenze. È proprio per il presentimento di questa triste fine che Micòl non ricambierà mai l’amore che il protagonista le manifesta; non vorrà coinvolgerlo nella disgrazia preferendo legarsi a Giampiero Malnate, anche lui destinato a essere ucciso, accomunato a Micòl in una morte tragica a causa della guerra.

 

 

 

 

La memoria e la vita

 

 

Recensione di Carmela Puntillo

 

 

Un libro uscito qualche anno fa e che vale la pena leggere è La memoria e la vita, di Serena Elisabetta Dal Mas, Primiceri Editore, 2020. L’autrice, nativa di Belluno ma che per anni ha insegnato Italiano e Latino al Liceo Scientifico Messedaglia di Verona, ha rievocato, attraverso le vicende familiari, sue fino all’età di tredici anni ma soprattutto dei suoi genitori, i momenti salienti delle loro vite, inserendoli e mirabilmente incorniciandoli nella storia d’Italia, dalla Prima guerra mondiale al boom economico degli anni ’50-’60. I fatti obiettivi si intersecano con le considerazioni personali della scrittrice, veri e propri momenti di espressione, di meditazione e di sentimenti che danno un aspetto più vivo, più umanizzato al realismo talora crudo (le guerre, le disgrazie familiari) degli avvenimenti. Possiamo così “far capolino”, tra le righe, nella Prima guerra mondiale, con i prigionieri russi nel campo di Belluno e la fame che tanagliava soprattutto le famiglie con bimbi; nelle guerre di Etiopia, di Grecia-Albania, nella Seconda guerra mondiale, con la durezza e la spietatezza che le hanno caratterizzate, ma anche con le diversità ambientali ed etniche che stimolavano curiosità e davano vita a nuove conoscenze (il paesaggio di Etiopia, i ras, le donne nei costumi tipici); nel boom economico degli anni ’50, con le città industrializzate (Padova) e tutti i servizi che offrivano. Questi avvenimenti sono resi vivi dalle emozioni della scrittrice (il padre che portava da mangiare ai prigionieri russi, che faceva visita a una signora francese durante la Seconda guerra mondiale, la vita nella casa di Belluno dove ci si raccoglieva intorno al caminetto, il trasferimento a Padova con i suoi negozi di lusso, la festa di San Marco a Venezia e la distribuzione delle rose per le strade, il talento artistico della madre) che raccontano momenti della nostra storia con il rimpianto per un mondo che, pur in difficoltà, difficile da vivere, era ricco di valori umani. Un’opera, quindi, che sposa in maniera rigorosa e nello stesso tempo piacevole, la storia obiettiva, personale e nazionale, con la storia soggettiva dei sentimenti e delle emozioni, il tutto reso gradevole dalla grafica che riporta i commenti dell’autrice in corsivo, inquadrati in cartigli, e dalle illustrazioni, le foto dell’album di famiglia. Una lettura appassionante che vale la pena gustare.

 

 

 

 

Venerdì o il limbo del Pacifico

 

 

Recensione di Carmela Puntillo

 

 

 

Ci sono libri che si lasciano leggere volentieri perché sono ricchi di cambiamenti che provocano nel lettore la curiosità di andare avanti per sapere che cosa succederà in seguito. Uno di questi è “Venerdì o il Limbo del Pacifico”, Einaudi, 2010, opera dello scrittore francese Michel Tournier, Grand Prix du Roman de l’Académie Française. Il libro è una rivisitazione dell’opera di Daniel Defoe: ci presenta un Robinson Crusoe, naufrago su un’isola deserta, che deve organizzare un sistema per poter sopravvivere, che incontra il selvaggio Venerdì a cui insegna i vari elementi della civiltà occidentale e che riesce a costruirsi, nella sua difficile situazione, una vita accettabile. Anche nel romanzo di Tournier, Robinson Crusoe è il tipico borghese inglese dotato di acuto spirito di osservazione, religiosità pratica e gusto del comfort e che insegna al selvaggio Venerdì la cultura occidentale che lui ritiene superiore. Una sorta di “colonialismo” personale, quindi. Poi, il colpo di scena: Venerdì gli distrugge tutto e i due rimangono senza niente. Ed ecco che il selvaggio insegna a Robinson le “sue” tecniche per vivere, legate all’osservazione e al connubio con la natura. Fin dall’inizio del romanzo, momento dopo momento, Robinson rivive personalmente le tappe percorse prima dalla civiltà occidentale: dalla caccia e dalla raccolta passa all’allevamento e all’agricoltura, dall’anarchia alla formulazione di leggi scritte per l’isola, dalla permanenza nella parte più esterna della caverna all’esplorazione delle zone più profonde, dal colonialismo alla rivalutazione delle civiltà considerate inferiori. Questa rivalutazione lo porta a scegliere, quando dopo più di ventotto anni arriverà la nave che potrebbe riportarlo in patria, di rimanere nell’isola, immerso in quella vita innocente e ricca di armonia in cui era ormai entrato. Ma Robinson non sarà solo, avrà una compagnia: il mozzo della nave inglese che vuole rimanere anche lui in quel mondo naturale e buono. Sarà Venerdì, invece, a volere andare in Inghilterra e a imbarcarsi sulla nave. L’opera è un’enciclopedia di tipo antropologico per lettori curiosi e colti, in cui è Venerdì ad avere il ruolo più importante, quello di dire che esistono civiltà diverse e migliori di quella occidentale. Il titolo quindi cambia: da “Robinson Crusoe” a “Venerdì”.

 

 

 

 

 

Tre piani

 

 

Recensione di Carmela Puntillo

 

 

Ho saputo dell’esistenza di questo scrittore da un articolo pubblicato su un periodico di varia cultura. Leggendo una sua opera, Tre piani, Neri Pozza Editore, 2017, sono rimasta stupita dalla sua capacità di indagare gli angoli più profondi dell’animo umano. Eshkol Nevo fa parte di quella generazione di scrittori israeliani, fiorita negli anni ‘80-‘90 del Novecento, che non guarda più al passato degli ebrei (olocausto, guerre arabo-israeliane), ma che tratta temi più universali, immettendosi nella letteratura mondiale. Questi autori cercano di creare un’identità propriamente “israeliana”, con caratteristiche peculiari di questa società. Il romanzo (più propriamente è un insieme di tre racconti legati tra loro) ci porta dentro l’animo dei protagonisti, gli inquilini dei tre piani di un palazzo vicino Tel Aviv. Al primo piano vivono Arnon e Ayelet, che hanno due bimbe, Ofri e Yaeli. Una spiacevole vicenda (la piccola Ofri viene presa a tradimento da un vicino, Hermann, che le faceva da baby-sitter e che aveva l’Alzheimer, viene ritrovata con lui in un frutteto) scatena in lui nervosismo e irruenza mai prima apparsi, tanto da portarlo a fare l’amore con una nipote di Hermann, la quale poi lo minaccerà di raccontare tutto a sua moglie. Il brano si chiude nell’imbarazzo di Arnon, che cerca a tutti i costi di tirarsi fuori da quell’impiccio.
Hani, l’inquilina del secondo piano, una donna che soffre la solitudine, supera il suo problema con la compagnia di Eviatar, il cognato che ha commesso un reato di truffa e ora sfugge ai creditori. Un giorno fa all’amore con lui. Alla fine, lo perderà.
L’inquilina del terzo piano, Dvora, un giudice in pensione, ricorda la vicenda del figlo Adar, che ha investito e ucciso una donna incinta di cinque mesi e che per questo è stato messo in carcere. Il marito per il suo errore lo ha rinnegato, lei invece continua a volerlo contattare, coltivando un legame affettivo molto forte. Il figlio li abbandona, ma, alla fine, quando lei ha venduto la sua casa, Avner, un amico, la porta da lui. Il racconto finisce con il riavvicinamento dei due.
Il romanzo ci invita a cercare di conoscerci meglio e di farci conoscere meglio agli altri, a dirsi agli altri. Per questo, i protagonisti sentono il bisogno di affidare le loro confessioni a un interlocutore immaginario (all’autore Arnon, a un’amica lontana irraggiungibile, tramite lettera, Hani, a una segreteria telefonica in disuso, con la voce del suo caro marito Michael, Dvora). Nei loro racconti emergono a poco a poco le loro angosce, le loro paure e i loro dolori. Eshkol Nevo ha voluto mettere in evidenza i tre aspetti dell’esistenza secondo Freud, l’Es, cioè l’inconscio, in Arnon; l’Io, dibattuto fra Es ed il Super-Io in Hani; il Super-Io, cioè le costrizioni della società, in Dvora. Questi aspetti determinano una saga della vita umana in cui tutti noi ci possiamo identificare.

 

 

 

 

Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson

 

 

Recensione di Carmela Puntillo

 

 

 

Un libro appassionante e istruttivo per chi vuole affrontare la lettura delle lettere e delle poesie di Emily Dickinson, apportatrice della cultura e dei valori della società americana di estrazione puritana (utile soprattutto per gli studiosi di letteratura americana) è Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson, della scrittrice sudafricana Lyndall Gordon, Fazi Editore, 2017. La biografia traccia una panoramica molto approfondita dell’opera della Dickinson, vissuta nella seconda metà dell’Ottocento negli Stati Uniti, e lo fa attraverso le vicende personali e della famiglia, le quali figurano così come l’origine della sua produzione. Il libro scorre come una cronaca della vita e della mentalità di una piccola cittadina degli Stati Uniti, mentalità che viene presentata come causa e spiegazione del contenuto dei versi di Emily. È forse la maniera migliore per penetrare nel significato intrinseco del lavoro di una poetessa che era parte di un mondo che non palesava i suoi sentimenti (lei stessa aveva dato ordine che dopo la sua morte fosse bruciata la corrispondenza con le persone estranee). Partendo dall’educazione tendenzialmente religiosa a cui lei non aderiva totalmente, cercando una religione consapevole e non costrittiva (famoso è l’episodio in cui un’insegnante del seminario di Mount Holyoke, che Emily frequentava, chiese di alzarsi in piedi alle ragazze che volessero diventare cristiane e lei, unica fra tutte, non lo fece) e dalla sua vicinanza a quella corrente di pensiero che è all’inizio del movimento femminile in America (segnato dalle dichiarazioni di Seneca Falls), passando alle vicende della sua malattia, probabilmente l’epilessia, di cui non si sa nulla, e alle sue “passioni amorose” (forse solo amicizie) per due persone, Sam Bowles ed il reverendo Wadsworth, giungendo fino alle vicende legali della famiglia, come la causa intentata ai Todd per il lascito di un terreno, la sua poesia si snoda con scioltezza e può essere naturalmente compresa e ricordata anche dal lettore comune. Si presentano quindi ai nostri occhi i lavori domestici, che spesso nascondono con una parvenza di serenità avvenimenti tragici e dolori da cui era stata segnata, la sua attitudine alla dolcezza femminile ed all’intimità delle cose (in una poesia scrive: “Malati? Abbiamo bacche per placare la sete”), gli affetti e gli uomini amati (alcune poesie parlano di un “padrone” non meglio identificato, forse l’uomo che amava, il reverendo Wadsworth o Sam Bowles o forse una persona immaginaria che lei riteneva fosse un padrone), la sua malattia (non fu mai accertato, ma forse era l’epilessia, infatti in alcuni versi dice: “Avvertimento all’ombra sbigottita / che la tenebra sta per cominciare”, alludendo probabilmente ai sintomi di avvertimento dell’attacco), la natura a cui lei era affezionata e la sua creatività nella lingua (la Dickinson ha creato nuovi vocaboli come “perfettità”, perché secondo lei rendevano meglio il concetto, e ha rivoluzionato la punteggiatura, concependo il trattino come uno spazio che può essere riempito dai lettori), il senso del divino, fondamentale nella poetessa, che le parlava di un Dio a cui doveva tutto il suo talento (“È Dio che mi ha fatta – Signore – non mi sarebbe dato d’esser da me stessa”, dice in alcuni suoi versi) e che per lei era un’immagine di sicura giustizia (“Nessuno resta defraudato dal Cielo / anche se il Cielo sembra un ladro rende / in qualche dolce modo occultamente / secondo che decide il suo volere”). Così la biografia spiega indirettamente l’origine della creazione di quelle “perle” arrivate fino ai nostri giorni, che giustificano la burrasca sorta dopo la morte di Emily per la spartizione di questo gioiello immortale.