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Faust

 

 

Tra i maggiori esponenti del kraut rock tedesco degli anni ‘70, i Faust hanno avuto il grande merito di allargare i confini della musica tutta, proponendo un rock tanto folle quanto “tecnologico”, avanti di almeno un paio di decenni rispetto al sound dell’epoca. Faust_(early_1970s)I Faust sono stati tante cose insieme: tentazioni cosmiche, viaggi nello spazio, destrutturazione, sperimentazione oltraggiosa e anche rumore, tanto rumore. La band si formò ad Amburgo, nel 1969, e, ascoltandoli, si potrebbe dire che, forse, vendettero l’anima al diavolo. Ma è molto più probabile che l’avessero data in prestito al caos e alla follia, ricevendo, in cambio, il dono di creare una musica a dir poco terribile e anarchica, una miscela esplosiva di suoni folli e perversi. Non credo di esagerare nel ritenere i Faust una delle band più influenti di tutti i tempi, assieme a Pink Floyd e Velvet Underground. L’unico peccato è che, mentre questi ultimi sono conosciuti in ogni angolo del globo, i Faust restano ancora una realtà sconosciuta al grande pubblico. Il progetto iniziale della band fu un rock tecnologico, portato alle estreme conseguenze. “In ogni paese – raccontano i musicisti nelle interviste dell’epoca – le band stanno cominciando a sintetizzare nuovi suoni. Il problema è che non viene fatto abbastanza. Un musicista, oggi, deve avere delle conoscenze di elettronica, per costruire lo strumento in grado di produrre esattamente il suono che vuole. L’ideale, per ogni musicista, è sapersi costruire gli strumenti da solo”. Per mettere in pratica questa teoria, la band si ritirò in una sorta di isolamento monastico, in un piccolo paese di campagna, nel nord della Germania, utilizzando una vecchia scuola abbandonata come studio di registrazione, con innumerevoli equipaggiamenti elettronici all’avanguardia e un registratore a otto piste. Giornate su giornate di prove e jam session e prese vita il sound mostruoso e anarchico, destinato a Faustdivenire un vero e proprio marchio di fabbrica e influenzare una moltitudine di musicisti, fino ai nostri giorni. I testi, poi, surreali e sarcastici, erano in gran parte suggestionati dal pensiero hippie dell’epoca. Nacque così, nel 1971, il primo album della band, intitolato semplicemente “Faust“, Polydor (copertina a sinistra). L’opera è una magniloquente operazione di sperimentazione, in cui tutto venne spinto all’estremo, ed è suddivisa in tre lunghi brani: “Why don’t you eat carrots?”, “Meadow meal” e “Miss Fortune“. Si parte con un fischio assordante, sotto il quale si percepiscono alcune note di “All you need is love” dei Beatles e “Satisfaction” dei Rolling Stones. Più che un omaggio alla due band storiche, i Faust vollero lanciare un chiaro messaggio: decapitare la musica che il pubblico aveva sempre ascoltato. Si trattò di una chiara scelta stilistica con la quale i Faust dichiararono guerra all’orecchio. Intendevano stravolgere l’ascoltatore con un sound malato e ricco di rumore, caotico e confuso. “Why don’t you eat carrots?” (ascolta) comincia, poi, a destrutturarsi con dei cori strampalatiage-old-shot-of-the-early-members-of-can e alcune note di pianoforte sconnesse, che avviano un jazz-rock in stile Frank Zappa. Voci demoniache si rincorrono bloccando la marcia, che riprende con calma, ma sempre più malata e caotica. La tromba fischia un motivetto quasi demenziale, al quale si susseguono altri fischi e rumori di ogni tipo, creando un caos disumano che spiazza letteralmente l’ascoltatore il quale, confuso e disorientato, non capisce su cosa doversi soffermare. A cosa serve tutta questa confusione? Molto probabilmente, i Faust miravano a far perdere il contatto con la realtà al cervello, creando un trip malefico alla fine del quale non si poteva che rimanere perdutamente innamorati. Il secondo brano, “Meadow meal” (ascolta), inizia con rumori elettronici, sui quali si inseriscono suoni del tutto casuali, sparsi qua e là. Arriva, poi, il solito assordante sibilo, dopo il quale parte una chitarra che ricorda vagamente lo stile flamenco e accompagna un cantato che non riesce ad essere classico per più di qualche secondo, perché sussulta in continuazione, con dei botta e risposta, che fanno da apripista a una jam blues-rock, dominata da chitarre elettriche strampalate e sconnesse. Quando la jam finisce, riparte il tema iniziale, col suo arpeggio inquietante e i soliti rumori sparsi. Il terzo e ultimo brano, “Miss Fortune” (ascolta), parte con delle percussioni ossessive, una chitarra tanto acida quanto completamente sconnessa e il synth, che massacra letteralmente tutta la jam. Terminata questa, arrivano voci che sembrano quasi venire dall’aldilà, sostenute da una pigra Faust_03batteria. Si aumenta di ritmo pian piano e, infine, inevitabilmente si ritorna al caos puro, che si spegne lentamente, lasciando spazio a un coro che sembra cantato da zombie. Il brano si conclude simbolicamente con un “Nobody knows if it really happened”. Nessuno sa se sia davvero accaduto. E, in effetti, terminato l’ascolto, viene quasi da chiedersi se sia stato tutto sogno o realtà. Faust rimane, in assoluto, uno dei dischi più belli del filone kraut rock e della musica tutta, una vera e propria opera d’arte, avanti di almeno due decenni rispetto alla musica del tempo, un disco malato e ossessivo, astratto, confuso, anarchico, dal sound massiccio e fortemente psichedelico, un’esperienza musicale da vivere a pieno, magari chiusi in camera e a luci spente, per poterne assorbire a pieno l’immensa portata rivoluzionaria. Dopo “Faust” la band pubblicò vari dischi, tutti più o meno validi, fino allo scioglimento, avvenuto nel 2009.

Pier Luigi Tizzano

 

Scorpions

 

Chi non conosce gli Scorpions? Forse in pochissimi. Sono una vera e propria leggenda del rock e, con ogni probabilità, dopo Led Zeppelin, Pink Floyd e Queen seguono proprio loro per fama e milioni di dischi venduti in tutto il mondo (oltre cento milioni). Purtroppo, però, non tutti, anzi, forse in pochi, li conoscono veramente bene. Per la maggior parte delle persone, gli scorpions-546614ff8e615-lScorpions sono quelli di “Wind of change” (ascolta), storica hit del 1991, che scalò le classifiche europee e non. Alcuni, poi, giusto un po’ più colti musicalmente, conoscono anche “Still loving you” (ascolta), storica ballata che, ancora oggi, continua a mettere i brividi. Per la maggior parte delle persone gli Scorpions sono soltanto una band hard rock degli anni ‘80. Ma non è così. Gli Scorpions, infatti, sono ben altro. La loro carriera comincia nei primi anni ‘70 e proprio nei ‘70 hanno dato alla luce i dischi più belli della loro saga (senza voler sminuire assolutamente quanto fatto negli ’80, nei ‘90 e tutt’ora). Essendo io un loro fan sin dall’adolescenza, voglio rendere giustizia a questa band e recensire il loro secondo semisconosciuto lavoro in studio (il mio preferito), datato 1974. Prima, però, voglio raccontare la storia del gruppo. Gli Scorpions sono una hard rock band, fondata nel 1965 ad Hannover (Germania), dal chitarrista Rudolf Schenker. Rimase nell’anonimato per circa quattro anni, poi, nel 1969, Rudolf ingaggiò suo fratello minore Micheal e il cantante Klaus Meine. La scelta si Scorpions-3-¸-Udo-Wegerdimostrò più che giusta e la band iniziò a riscuotere un discreto successo nei locali rock e nei circoli underground. Dopo svariati concerti e ore passate in sala prova, la band sembrò essere pronta per l’esordio. Nel 1972, il loro primo disco: “Lonesome crow“, Rhino Entertainment (ascolta). L’album, purtroppo, non è dei migliori, l’esordio passa inosservato e snobbato dalla critica. Il disco è piuttosto immaturo e chiaramente ispirato ai primi Led Zeppelin, anche se ci sono dei momenti di puro genio, che lasciano capire chiaramente di che pasta siano fatti i ragazzi. E’ chiaro, sin dal primo momento, che la band è composta da ottimi musicisti, ma ha solo bisogno di un po’ di tempo per affinarsi e mettere in chiaro le idee sullo stile da adottare. Gli Scorpions non si danno Scorpions-Fly_To_The_Rainbowper vinti e nel 1974 lanciano sul mercato il loro secondo (capo)lavoro: “Fly to the rainbow“, RCA Records (copertina a destra). Il disco (ascolta), a differenza del primo, viene accolto con molto entusiasmo da pubblico e critica, tanto che la band tedesca guadagna il titolo di “gruppo rock emergente dell’anno”. L’album è sicuramente uno dei migliori della band, ma sarà destinato a rimanere nell’ombra, soprattutto grazie al successo planetario che il gruppo avrà negli 80’ con un hard rock tanto duro quanto ballabile. Il brano di apertura, “Speedy’s coming” (ascolta), canzone breve e veloce, riassume tutto ciò che fanno gli Scorpions: un hard rock duro e fulmineo, ricco di assoli chitarristici, estremamente tecnici e virtuosi. In “They need a million” (ascolta), la band si calma un pochino e tira fuori atmosfere arabe ed esotiche, strizzando l’occhio alla psichedelia floydiana. La canzone racconta dell’irrefrenabile voglia delle persone di accumulare soldi, demonizzando e quasi indicando il denaro come il peggior male dell’umanità (in linea con l’ideologia hippie dominante all’epoca). “Drifting sun” (ascolta), permette al chitarrista di mostrarsi grande fan e allievo di Jimi Hendrix, usando tantissimo la leva del vibrato e vari pedali effettati. Non è sicuramente un brano di facile comprensione, soprattutto perché le ritmiche sono complesse ed elaborate. Molto interessante anche “Fly peolpe fly” (ascolta), ballata quasi strappalacrime, che parla di libertà e voglia di volare, volare verso l’infinito e in luoghi lontani dalla Terra e dai suoi abominevoli peccatori. Altra grande ballata è “Far away” (ascolta), dal ritmo lento e vagamente spagnoleggiante. In “This is my song” (ascolta)compare uno dei primi esempi di chitarra incrociata tra Schenker e Roth, tecnica che la band riproporrà in tantissime canzoni del futuro e ispirerà la musica di gruppi scorpionsimportanti come Judas Priest e Thin Lizzy. Il testo è quasi una filastrocca, basato su due singole frasi che si ripetono in continuazione per tutta la durata del brano e cantate da Klaus in maniera impeccabile. Il momento più alto del disco si ha alla fine, con “Fly to the rainbow“, capolavoro della band e del rock tutto. “Fly to the rainbow” (ascolta)inizia con un intro di chitarra acustica per poi sfociare in una vera e propria cavalcata, in cui dominano chitarre affilate come rasoi e distorte fin quasi all’inverosimile. Il tutto si chiude con un outro psichedelico che sembra un vero e proprio omaggio ai Pink Floyd e al kraut rock suonato da tanti connazionali della band e che proprio in quegli anni viveva in Germani il suo periodo d’oro. “Fly to the rainbow” è sicuramente uno dei capolavori degli Scorpions, un disco da ascoltare con la massima attenzione per non perdere nessun passaggio. Un disco da ascoltare se non altro per poter comprendere a pieno l’inizio della magnifica saga Scorpions. Al suo interno è custodito gelosamente il segreto per capire quella irrefrenabile voglia della band di fare musica “pensata” ma che, al tempo stesso, riesca ad entrare nella testa delle persone la prima volta che la si ascolta. Dopo “Fly to the rainbow” la band produrrà altri ottimi dischi (“In trance“, “Virgin Killer“, “Taken by force“) destinati, più o meno, a rimanere nell’ombra. Tutto il resto, dagli anni ‘80 ad oggi, è leggenda.

Pier Luigi Tizzano

 

Tangerine Dream

 

Tra i fautori della “musica cosmica”, nata come costola del krautrock tedesco, i Tangerine Dream, con le loro opere surreali e visionarie, hanno rivoluzionato l’elettronica, aprendo la strada al pop elettronico degli anni ‘80 e anticipando di un paio di decenni la new age. I Tangerine Dream possono ambire al titolo di massimi rappresentanti della kosmische musik, scena compostatangerinedreampressefoto2 da musicisti dalle eccezionali doti tecniche, spesso con un background di musica classica alle spalle, che riuscirono, grazie alle loro sperimentazioni senza confini, a indicare una nuova strada nell’utilizzo di tastiere e sintetizzatori, aggiornando la lezione dei Pink Floyd e portandola verso nuovi territori ancora inesplorati. La band nasce a Berlino nel 1966, ad opera del chitarrista Edgar Froese, già membro di una band psichedelica sulla falsa riga dei Pink Floyd. Ma Froese vuole di più, non vuole essere una copia di quanto già fatto. Vuole andare oltre, vuole osare e sperimentare sempre nuovi suoni. Resosi conto che con i musicisti della sua band ciò non è possibile, abbandona il progetto e cerca menti folli come la sua. Rispondono all’appello il batterista e percussionista Klaus Schulze, destinato, poi, a una brillante carriera solista, e il tastierista Conrad Schnitzler. E’ questo il nucleo originario del gruppo, il folle trio che dà vita a “Electronic Meditation“, Ohr, 1970 (ascolta), un disco che rielabora e aggiorna, in chiave ancora più dilatata, le prime intuizioni floydiane, pur non disdegnando la psichedelia dei connazionali Amon Düül (leggi articolo). Un disco rivoluzionario per l’epoca, in cui la fanno da padrone chitarre distorte, percussioni africane, organi possenti e rumori catturati in ogni dove, anche da oggetti domestici, registrati e poi immessi casualmente nel disco. “Electronic Meditation è, a tutti gli effetti, lo stato embrionale della musica cosmica. La collaborazione con Schulze e Schnitzler finisce, però, poco dopo. Il primo intraprende la carriera solista, che lo incoronerà come mago indiscusso dell’elettronica; il secondo diventerà, poi, membro di un’apprezzatissima band: i Cluster. Col secondo disco, “Alpha Centauri“, Ohr, 1971 (ascolta), viene ufficialmente coniata dalla stampa la definizione di musica cosmica. E’ un disco improvvisato ma si spinge ben oltre la tradizione psichedelica. Inizia a farsi massicio l’uso di synth ed elettronica e il risultato è quanto mai suggestivo. La complessa title track è proprio il manifesto di questo nuovo modo di fare musica. Si tratta di un’elettronica astrale, quasi del tutto priva di ritmo, stravolta da synth, riverberi e frasi di flauto sparse qua e là. Dopo “Alpha 81bqTTgCTiL._SL1500_Centauri“, i Tangerine Dream lasciano per sempre in soffita i tradizionali strumenti del rock per darsi a un’elettronica totale. Nasce, così, “Zeit“, Ohr, 1972 (copertina a sinistra) e firmato, oltre che da Froese, da Christopher Franke e Peter Baumann, che hanno ufficialmente sostituito Klaus Schulze e Conrad Schnitzler. “Zeit” (ascolta) è la loro opera più significativa e ha un preciso scopo: portare in musica la bellezza delle arti visive attraverso viaggi spaziali. Il tutto si traduce in una serie di suite, spesso frutto d’improvvisazione, nello stile del rock psichedelico, ma anche del free jazz e della musica d’avanguardia. “Zeit” è un vero e proprio trip elettronico, dove l’ascoltatore si trova immediatamente avvolto in un vortice di echi, dissonanze, riverberi, rumori e distorsioni elettroniche, sospeso in trance, nel vuoto dello spazio e nell’assenza totale di ritmo. La musica del disco è teutonica, oscura e mistica, una lunga sinfonia in quattro movimenti, all’insegna delle più spericolate sperimentazioni elettroniche. “Birth of liquid Plejades” (ascolta) è una ouverture piuttosto tetra, quasi minacciosa, che si apre con un quartetto di violoncelli cui fa seguito, nella seconda parte del movimento, una sorta di suono liquido e astratto, tangerinedreammisterioso e inafferrabile. Dopo circa un quarto d’ora di trance nello spazio, prende forma la terza parte del movimento, in cui dominano incontrastate una serie di dissonanze, che fluttuano libere in un suono astratto di moog. L’idea è quella di un viaggio interstellare, dove corrono libere note maestose e suoni al rallentatore. Segue “Nebulous dawn” (ascolta), dall’atmosfera astratta e magica, che sembra quasi trasportare l’ascoltatore in una dimensione parallela eterea e impalpabile. Poi, “Origin of supernatural probabilities” (ascolta), anch’essa rarefatta, dall’atmosfera tremendamente fragile. Il preludio è un silenzio inquietante, che tiene sulle spine, appena interrotto da qualche accordo di chitarra sommesso, poi, si parte per il viaggio, un viaggio allucinante, con pulsazioni sintetiche e rumori cosmici, prodotti dai generatori di Froese. Il disco chiude in grande stile con la title track “Zeit” (ascolta), un brano dall’atmosfera drammatica, ambiziosissimo e pretenzioso, impressionante nella sua immensa grandezza. “Zeit” è anche il momento più dark del disco, un concentrato di sonorità aspre e cupe, di venti stellari e tempeste cosmiche, una musica che sembra spedire dritti su Marte, con un biglietto di sola andata. Dopo “Zeit”, la carriera della band continua fino ai giorni nostri, interrompendosi, a causa della morte di Froese, nel 2015. L’ultimo disco contenente le sonorità del “primo corso”, ovvero quella musica cosmica che ha fatto viaggiare le generazioni anni ‘70, è “Hyperborea“, Virgin, 1983 (ascolta). Dal successivo “Le Parc“, Jive Records, 1985 (ascolta), si è tangerine-dream-51abd45d4b259vista una sorta di variazione nel sound della band, che ha portato i Tangerine Dream a divenire un gruppo new age, di cui possono essere considerati senza dubbio gli antesignani. “Zeit” rimarrà il loro capolavoro, un disco importantissimo per lo sviluppo dell’elettronica e per tutta la successiva stagione new age. Un disco epocale che dovrebbe essere presente sugli scaffali di tutti gli intenditori di musica, un disco che, per l’epoca in cui è stato concepito, è andato semplicemente oltre. Un disco da ascoltare per evadere dalle angosce e dalle prigioni interiori. L’unica nota negativa: terminata la musica, si ritorna nel mondo reale, con tutti i sui problemi e tutte le sue noie.

Pier Luigi Tizzano

 

 

Amon Düül II

 

Nati nella Germania sessantottina, fervida di avanguardie culturali, gli Amon Düül II, con la loro musica oscura e demoniaca, intrisa di atmosfere esoteriche e ritmi tribali, sono riusciti ad affermarsi come una delle più grandi band del krautrock tedesco anni Settanta. La band si forma in una comune anarchico-freak a Monaco, dove si organizzano jam session free rock.amon-duul-4 La loro prima musica è molto sperimentale e caotica, fortemente politicizzata e impegnata contro la guerra. Nella prima formazione, alquanto precaria, si opera presto una scissione, dalla quale nasceranno due progetti diversi: gli Amon Düül I e gli Amon Düül II. La prima formazione si ispira chiaramente alla psichedelia americana dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane. Ciò lo si avverte chiaramente nel loro primo omonimo disco, ma ancor di più nel secondo album, “Paradieswärts Düül”, Ohr, 1970 (ascolta). Nel primo lato vi è “Love is peace” (ascolta), una lunga suite nella quale, inizialmente, un cantato dolce e sognante parla di terre incontaminate, dove l’amore e la pace regnano sovrani, il sogno hippie per eccellenza. Seguono malinconici e densi arpeggi di chitarra, che creano un clima di attesa irreale, a tratti claustrofobico, fino all’esplosione di suoni psichedelici negli ultimi cinque minuti. amonNel secondo lato, “Snow Your Thurst And Sun Your Open Mouth” (ascolta), più che una canzone è una lunga jam session di acid rock, accompagnata da percussioni tribali e da una batteria ipnotica, con chitarre distorte e ossessive, evocanti le visioni dell’Lsd. Ben presto, però, sono gli Amon Düül II a prendere il sopravvento e a dominare i palcoscenici, grazie a sonorità ben più complesse e originali. Attivissimi sin dal ‘68, grazie alla loro psichedelia d’avanguardia, si affermano come portabandiera di quel krautrock, nato in Germania con gruppi come Can, Neu, Ash ra temple e Tangerine dream. La band, nel corso degli anni, riesce ad imporsi anche a livello internazionale, con una serie di dischi, vere e proprie opere rock, dove convergono sonorità acustiche e orientali, mescolate a ritmi tribali e a devastanti suoni psichedelici. Il disco più rappresentativo del gruppo, manifesto ideologico del phallus_deikrautrock (quella estrema e sperimentale psichedelia made in Germany negli anni 70’, è “Phallus Dei”, Belle Antique, 1969 (copertina a destra). “Phallus Dei” (ascolta) contiene quattro brani e una lunga suite finale. È una vera e propria opera d’arte, qualcosa di così folle e inimmaginabile per l’epoca, subito risuonata rivoluzionaria per gli intenditori di musica. Era chiaro che qualcosa di magico stesse nascendo sulla scena musicale tedesca, una musica che riprendeva la psichedelia di Pink Floyd e soci, reinterpretandola in maniera ancora più estrema e fondendola con ritmi tribali e motivi orientaleggianti. Il disco parte in maniera egregia con “Kanaan” (ascolta), che, con la sua atmosfera, trasporta immediatamente l’ascoltatore in un mondo arcano e oscuro, dove la fanno da padroni suoni mediorientali ed esoterici, sui quali si innalzano maestosamente cori spettrali e inquietanti. Il punto di forza di questa danza occulta sta nella combinazione di riff tipicamente rock con archi e sitar. Poi, c’è “Luzifers Ghilom” (ascolta), brano dalle sonorità quasi horror, pieno di improvvisi cambi di tempo e in cui il cantato fluttua folle, su un mare di sonorità psichedeliche e percussioni. I vocalizzi demoniaci della cantante, Renate Knaup-Krötenschwanz, continuano in “Henriette Krotenschwanz” (ascolta), traccia breve che evoca la lunga notte dell’Inquisizione, sfociando, sul finale, in una corale marcia militare. Il massimo, in questo disco, si raggiunge con la title track (ascolta), una jam infernale di oltre 20 minuti, in cui gli Amon Düül dimostrano di essere musicisti con gli attributi. Amon_Dueuel_II-Carnival_In_Babylon_Japan-Booklet-L’inizio è calmo, ma questa calma è solo apparente perché presto esplodono una miriade di droni e suoni spaziali, mescolati a grida da indemoniati e vibrazioni di archi impazziti. La band improvvisa in maniera sempre più caotica e confusa, poi, un assolo di violino, che introduce percussioni tribali, sulle quali il cantato si inserisce prepotentemente in maniera sempre più folle. Il risultato finale è una vera e propria odissea acida, in cui gli strumenti suonano tutti in maniera scoordinata e dissonante, accompagnando l’ascoltatore direttamente nell’inferno delle anime dannate. “Phallus Dei” è un’opera mastodontica, un qualcosa che sarebbe potuto nascere solo dalle menti stravolte dall’Lsd in una comune anarchico-freak. E’ un disco dalle mille sonorità, complesso, allucinante e demoniaco, per certi aspetti tremendo, visionario e spettrale. “Phallus Dei” è probabilmente l’anno zero del krautrock ed è certamente una magnifica risposta alla psichedelia americana, troppo legata al blues, alle tradizioni e al progressive rock britannico. Un modo per dire che la Germania c’è e la sua musica non ha nulla da invidiare a nessuno!

Pier Luigi Tizzano

 

 

Sigur Rós

 

Se l’emozione avesse un nome, con ogni probabilità, si chiamerebbe Sigur Rós. La musica della Rosa della Vittoria (così, Sigur Rós viene tradotto dall’islandese all’italiano) è il genuino frutto dell’incontro tra tanti stili e suggestioni artistiche. Sigur RósUn decadente e romantico mix tra psichedelia, shoegaze, dream pop e post rock, con una strizzatina d’occhio all’eleganza senza tempo della musica classica. Il risultato è una musica più unica che rara, tremendamente sentimentale, tormentata, fragile, capace di emozionare fino ai brividi e fortemente istintiva. Una musica che ha fatto innamorare mezzo mondo, proiettando i Sigur Rós su palcoscenici sempre più importanti. La storia della band comincia nel 1994 in Islanda. Inizialmente, il gruppo è un terzetto formato da un chitarrista cantante, Jónsi Birgisson, un bassista, Georg Hólm, e un batterista, Ágúst Ævar Gunnarsson. La loro carriera prende il volo in men che non si dica, grazie alla connazionale Bjork (cantante e produttrice discografica), che nota subito la grande abilità della band nel creare una musica semplice ma disarmante e inserisce una loro canzone in un’antologia per celebrare i 40 anni dell’indipendenza islandese dalla Danimarca. Qualche anno dopo, l’album di debutto: Von. Il disco mette subito in chiaro la propensione della band verso atmosfere psichedeliche ed è solo l’inizio di un percorso artistico, coronato da successi in ogni dove e vendite da capogiro. Una carriera ancora attiva e coronata, ultimamente, da Kveikur, il loro disco più rock. Ma il capolavoro, forse la pietra miliare della band, l’album Sigurros()che più di tutti rappresenta il manifesto per eccellenza del loro modo di fare musica, è ( ) (copertina a sinistra), FatCat Records. ( ) è il terzo lavoro in studio degli islandesi, datato 2002. Il disco mette a nudo i Sigur Rós, rinunciando sia alla sperimentazione psichedelica del primo lavoro (Von), sia alle partiture orchestrali del suo predecessore (Agaetis Byrjun). La band islandese, con questo lavoro, punta al più totale minimalismo: nessun titolo, nessuna informazione, nessuna lingua con cui esprimersi (come già accaduto per i Cocteau Twin). Birgisson, infatti, non utilizza alcuna parola, ma solo suoni insensati e improvvisati, finendo per usare la voce come un altro strumento, che si aggiunge al già straordinario sound. L’album si compone di otto lunghe tracce, in cui si possono trovare le più disparate influenze, dai Radiohead al post rock e allo slowcore dei Low. Ci sono, ovviamente, anche echi dei Pink Floyd e di un certo modo di fare psichedelica. La più grande forza dei Sigur Rós sta proprio nel riuscire a mescolare tante influenze, reinventandole in un sound personalissimo, che ancora oggi è tra i più innovativi della scena rock mondiale. In questo disco c’è solo la musica, una musica che emoziona come poche e che affiora lenta e inesorabile, intensa, fragile e struggente. I brani non hanno nomi e non ci sono testi. L’ascoltatore è padrone di dare qualsiasi titolo alle otto tracce del disco e di inventare qualsiasi testo. L’unica pecca di questo album è forse un’eccessiva tendenza al melenso e al lacrimevole, ma, per fortuna, questa è eccedente solo nella prima traccia (ascolta), una struggente e ripetitiva frase di piano, sulla quale il cantato di Birgisson sembra quasi far male al cuore.sigur_ros La seconda traccia (ascolta), forse la più astratta del disco, è composta da tenui gemiti campionati, sui quali si inseriscono gli altri strumenti, con una calma e una lentezza quasi straziante. La traccia numero tre (ascolta), invece, è pura poesia, un lento crescendo di piano, che regala sei minuti di emozioni pure, sei minuti di tregua e di pace, sei minuti lontani da un mondo sempre più alieno e crudele. Poi, c’è la quarta traccia (ascolta), una tenerissima e melodica marcia, che avanza piano fino a quando una paradisiaca melodia di tastiera non introduce la parte finale, basata su un sound più duro e una batteria che picchia più minacciosa. Ma in questo disco non c’è solo pace. Dalla traccia numero sette (ascolta), i Sigur Rós cominciano ad alternare momenti di quiete e di tempesta. Emblematico, in tal senso, è il caso dell’ottava e ultima traccia (ascolta), che sul finire viene brutalmente travolta da una cavalcata di suoni psichedelici e dall’incalzare di una batteria massiccia e metallica.15e4d2c0-162c-11e3-a5c8-720952d2a5e4 ( ) è, in definitiva, l’album della maturità artistica e stilistica dei Sigur Rós. Con esso, la band finalmente trova la sua dimensione sonora ideale. L’unico scopo di ( ) è regalare un’emozione sincera e genuina, far tornare bambini, innocenti e candidi, liberare dal peccato. ( ) ci offre un aiuto per estraniarci da quella prigione che noi umani abbiamo costruito con le nostre stesse mani. E’ un disco da ascoltare nel buio della nostra stanza, con gli occhi chiusi e il cuore aperto verso il magico mondo che ci offre, un mondo fatto di maestosi paesaggi, visioni paradisiache, fate, folletti e gnomi. Un mondo libero, colmo di gioia infantile e amore.

Pier Luigi Tizzano