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Dalla Dottrina Monroe a Trump

Due secoli di potere e l’ombra lunga
delle sfere di influenza

 

 

 

Una dottrina del 1823, un presidente del XXI secolo. La Dottrina Monroe costituisce una chiave per leggere il presente. L’idea di un’America padrona del proprio “spazio vitale” riaffiora, senza troppi filtri, nell’era Trump. Cambia il mondo, cambiano i toni, eppure la logica resta: sfere di influenza, confini informali, interessi nazionali prima di tutto. Tra passato e presente, per capire perché certe idee, negli Stati Uniti, non passano mai davvero di moda.

 

Rilanciato da theglobaleye.it

 

 

La Dottrina Monroe è stata uno dei pilastri della politica estera statunitense e, allo stesso tempo, uno dei concetti più fraintesi quando è richiamata nel dibattito contemporaneo. Elaborata nel 1823 dal presidente James Monroe, con il contributo determinante del suo segretario di Stato John Quincy Adams, segnò l’inizio di una lunga tradizione di pensiero geopolitico. Il fatto che questa logica stia riaffiorando, in forme diverse, durante la presidenza Trump, è indice di una continuità profonda nel modo in cui Washington, al di là del colore politico delle amministrazioni, concepisce potere e influenza,
Agli inizi dell’Ottocento, gli Stati Uniti erano una nazione in ascesa, seppure ancora lontana dalla statura globale che avrebbero acquisito nel secolo successivo. L’Europa, reduce dalle guerre napoleoniche, guardava alla restaurazione dell’ordine monarchico e coloniale. L’ipotesi, pertanto, che Spagna, Francia o altre potenze tentassero di riprendere il controllo delle ex colonie latinoamericane non era affatto remota. La Dottrina Monroe fu formulata proprio per rispondere a queste circostanze. Il messaggio era chiaro: nessuna nuova colonizzazione europea nelle Americhe e nessuna ingerenza negli affari degli Stati indipendenti del continente. In cambio, Washington prometteva di non intervenire nelle dinamiche interne europee. Dietro questa apparente simmetria si celava, invero, un’idea più ambiziosa: l’emisfero occidentale sarebbe dovuto diventare uno spazio politico distinto, regolato da logiche diverse da quelle europee e, implicitamente, posto sotto l’ombrello statunitense.
Con il passare del tempo, la portata della Dottrina Monroe mutò. Da presa di posizione difensiva contro l’Europa divenne base ideologica per l’espansione dell’influenza statunitense. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con la crescita economica e militare degli Stati Uniti, il principio fu reinterpretato in senso sempre più interventista. E, infatti, l’impostazione prevalentemente difensiva della dottrina cambiò nel 1904, quando, con il cosiddetto “corollario Roosevelt”, che prese il nome dal presidente Theodore Roosevelt, lo stesso che aveva attivamente partecipato al conflitto contro la Spagna per il controllo di Cuba (la guerra ispano-americana del 1898), Washington si attribuì una sorta di legittimazione a intervenire negli affari interni dei Paesi dell’America Latina.
Da quel momento, l’area latinoamericana venne di fatto considerata dagli Stati Uniti come propria zona di influenza diretta, un vero “cortile di casa”. In diverse occasioni, soprattutto durante la guerra fredda, la Casa Bianca intervenne per impedire l’affermazione di governi vicini all’Unione Sovietica, agendo, tramite la CIA, per favorire regimi considerati affidabili, anche quando questi erano tutt’altro che democratici. L’America Latina iniziò così a essere vista come un’area di interesse prioritario, in cui la “stabilità” era misurata in base alle esigenze politiche e strategiche degli Stati Uniti. I governi considerati ostili o deboli erano percepiti come una minaccia non solo a livello regionale ma anche globale. In questo modo, la Dottrina smise di essere uno strumento di difesa contro l’ingerenza europea e divenne una giustificazione dell’intervento statunitense.
Questo passaggio è fondamentale per comprendere i parallelismi con l’era Trump. Si tratta della riattivazione di una logica consolidata: l’idea che sicurezza e prosperità degli Stati Uniti dipendano dal controllo politico, economico e strategico del proprio spazio regionale.

La presidenza Trump sta segnando una rottura evidente nello stile della politica estera americana. Lo slogan “America first” non parla solo all’elettorato interno. È una dichiarazione di intenti su scala globale. In quest’ambito, la Dottrina Monroe è implicitamente richiamata soprattutto nella gestione dell’America Latina e nei rapporti con le potenze rivali. La crescente presenza economica della Cina e il ritorno attivo della Russia in alcuni Paesi della regione sono stati presentati come inaccettabili. Il messaggio, anche quando non formulato in termini dottrinali, è netto: l’emisfero occidentale deve restare una sfera di influenza privilegiata degli Stati Uniti.
A differenza di Monroe, Trump non cerca formulazioni eleganti o universalizzabili. Il suo linguaggio è diretto, spesso aggressivo, privo della patina idealistica dell’Ottocento. La sostanza, però, resta sorprendentemente simile: tracciare confini di influenza e difenderli senza ambiguità.
Il parallelo tra Dottrina Monroe e politica trumpiana funziona soprattutto sul piano della mentalità geopolitica. In entrambi i casi, si profila l’idea che gli Stati Uniti abbiano una responsabilità speciale e, di conseguenza, un diritto speciale nel proprio spazio geografico. Una visione che tende a subordinare la sovranità degli altri Stati agli interessi americani.
Le differenze, tuttavia, sono rilevanti. Monroe parlava a un mondo dominato da imperi territoriali; Trump si muove in un sistema globalizzato e interdipendente. L’isolamento selettivo promosso da Trump è difficile da sostenere senza costi economici e politici elevati. Inoltre, mentre la Dottrina Monroe puntava a una stabilità di lungo periodo, la politica estera trumpiana appare spesso discontinua, legata al ciclo mediatico e alle dinamiche interne.
Il caso Trump mostra, comunque, che la Dottrina Monroe è un serbatoio concettuale a cui la politica estera americana continua ad attingere. Non viene ripresa alla lettera, eppure riaffiora ogni volta che Washington percepisce una minaccia alla propria centralità regionale o globale.
Il parallelismo, quindi, va oltre la figura di Trump. Riguarda una tendenza ricorrente della politica statunitense: il ritorno a una visione del mondo fatta di sfere di influenza, gerarchie di potere e confini informali. Trump sta semplicemente rendendo questa visione più esplicita, meno filtrata dal linguaggio diplomatico e più orientata allo scontro.
Analizzare il legame tra Dottrina Monroe e le politiche di Trump porta al riconoscimento di una continuità profonda nella storia degli Stati Uniti. Una continuità fatta di adattamenti, ma anche di idee che tornano. La convinzione che Washington debba proteggere il proprio spazio vitale, respingere influenze esterne e agire in nome dell’interesse nazionale attraversa due secoli di politica estera e tutte le amministrazioni, democratiche e repubblicane. Trump non ha inventato questa logica. L’ha soltanto riportata al centro della scena, anche se in un mondo molto diverso da quello del 1823.

 

 

 

 

 

I valori sono il racconto, il potere è la realtà

Trump non rompe il sistema: lo rende solo più esplicito

 

 

 

Per trent’anni ci sono state raccontate storie rassicuranti: guerre giuste, interventi umanitari, valori universali. Una narrazione, però, smontata pezzo per pezzo per mostrare cosa c’è sotto: potere, interessi, imperi che non hanno mai smesso di comportarsi da imperi. Dall’Iraq all’Ucraina, dalla Primavera araba a Trump, nulla è casuale e nulla è morale. Una lettura scomoda, ma necessaria, per smettere di tifare e (provare a) iniziare a capire.

 

Rilanciato da theglobaleye.it

 

 

Proviamo a guardare la questione da una prospettiva più ampia, mettendo da parte slogan, insulti e tifoserie.
Per oltre trent’anni, dalla fine della guerra fredda, gli Stati Uniti e tutte le loro amministrazioni, democratiche e repubblicane, hanno costruito e imposto una narrazione precisa: quella di una potenza globale che interveniva nel mondo non per interesse ma per principio. Ogni operazione militare, ogni destabilizzazione politica, ogni pressione economica veniva infatti giustificata con un lessico nobile e apparentemente inattaccabile. Democrazia, diritti umani, sicurezza internazionale, difesa delle regole comuni. Un linguaggio che ha funzionato a lungo, soprattutto in Europa, dove è stato interiorizzato quasi senza spirito critico.
In realtà, dietro quella narrazione si è sviluppata una forma di imperialismo classico, solo più sofisticato, più presentabile, più digeribile per l’opinione pubblica. Un imperialismo che ha prodotto risultati devastanti. L’Iraq è stato smantellato come Stato, con conseguenze che ancora oggi alimentano instabilità e terrorismo. L’Afghanistan è stato occupato per due decenni per poi essere abbandonato in fretta e furia, lasciando macerie, frustrazione e un ritorno al passato che rende evidente il fallimento dell’intera operazione. La Libia, eliminato Gheddafi, da Paese fragile ma unitario è diventata un mosaico di milizie e interessi stranieri. La Siria è stata trascinata in una guerra interminabile, con milioni di profughi e un equilibrio regionale completamente alterato.
Nel mondo arabo e nordafricano si è giocata una partita ancora più cinica. La Primavera araba nel Nord Africa, iniziata nel 2011, ha suscitato grandi aspettative di democratizzazione e cambiamento politico. Tuttavia, a distanza di anni, quei processi sono in larga parte falliti o si sono trasformati in nuove forme di autoritarismo e instabilità. Le rivolte hanno portato prima al crollo dei regimi e poi a un ritorno del potere militare o a conflitti prolungati.
Nei Balcani si è bombardata Belgrado, creando un precedente pesante in Europa e riscrivendo confini e sovranità con la forza.
Nel frattempo, la NATO si è progressivamente allargata verso est, disattendendo le promesse politiche che avevano accompagnato la fine della guerra fredda e indebolendo, poi, quello spirito di cooperazione che aveva trovato una formalizzazione negli accordi con la Russia, firmati a Pratica di Mare nel 2002, quando si tentò di costruire un partenariato strategico stabile e inclusivo. Questi processi non sono stati né neutri né indolori. Hanno infatti contribuito ad ampliare la frattura con la Russia, aggravata anche dalla scelta di Mosca di aggredire l’Ucraina. Quest’ultima è stata trasformata in una piattaforma di confronto strategico: sono state sostenute rivoluzioni “colorate”, influenzati gli assetti di potere interni e orientato il Paese lungo una traiettoria che non poteva non essere percepita dal Cremlino come una minaccia diretta. Il risultato è una guerra devastante, con costi umani, economici e politici enormi, che avrebbe potuto essere evitata con scelte diverse, più prudenti e meno ideologiche.
A tutto questo va aggiunto un effetto collaterale spesso rimosso dal dibattito pubblico: i flussi migratori. Guerre, Stati falliti e caos regionali hanno spinto milioni di persone verso l’Europa e l’Occidente, generando tensioni sociali, crisi politiche e una polarizzazione che ancora oggi condiziona la vita democratica di molti Paesi.


Con la seconda presidenza Trump, il quadro non cambia nella sostanza, piuttosto muta radicalmente nello stile. Si abbandona il linguaggio moralistico e si torna a un imperialismo esplicito, quasi brutale nella sua chiarezza. Non più missioni per “esportare valori” ma operazioni per difendere interessi concreti. Il rovesciamento di Maduro in Venezuela, le pressioni e le mire dichiarate sulla Groenlandia, le interferenze annunciate o possibili in Colombia e perfino in Messico non sono anomalie, quanto tasselli coerenti di una strategia più ampia.
Trump non è un pazzo né un isolazionista ingenuo, come spesso viene dipinto. Agisce secondo una logica imperiale classica: proteggere il proprio spazio di potere e impedire l’ascesa di un rivale sistemico. Quel rivale ha un nome preciso: Cina. Tutto il resto è funzionale a questo obiettivo. Il petrolio venezuelano non è essenziale per l’autosufficienza energetica americana ma è fondamentale per evitare che diventi una leva stabile nelle mani di Pechino. La Groenlandia non è un capriccio geografico ma un nodo strategico per l’accesso alle terre rare, indispensabili per l’industria tecnologica, militare e digitale, oggi in larga parte sotto controllo cinese.
Siamo, quindi, di fronte a una competizione globale per risorse, rotte, influenza e supremazia tecnologica. Una competizione che non ha nulla di morale e molto di concreto. I valori servono a giustificare, a raccontare, a convincere le opinioni pubbliche. Le decisioni reali, però, si prendono su tutt’altro piano.
Capirlo è fondamentale. Non per assolvere o condannare in modo automatico, quanto per smettere di leggere la politica internazionale come una favola di buoni contro cattivi. È una partita di potere tra grandi attori e chi non ne è consapevole rischia solo di esserne travolto. Essere lucidi, oggi, significa riconoscere che la morale è spesso una decorazione. La sostanza, invece, è un’altra!

 

 

 

 

 

America Latina: democrazia, populismo e criminalità

di Giorgio Malfatti di Monte Tretto

 

 

Recensione di Riccardo Piroddi

 

 

 

America Latina: democrazia, populismo e criminalità, di Giorgio Malfatti di Monte Tretto (Eurilink University Press, 2024), ambasciatore e docente universitario, presenta una panoramica esaustiva delle dinamiche politiche, sociali ed economiche dell’America Latina. Il libro si distingue per un’approfondita analisi storica e contemporanea della regione, ponendo l’accento su temi cruciali quali, appunto, la democrazia, il populismo e la criminalità.
Il volume è diviso in due parti principali: la prima si concentra sull’analisi generale dell’America Latina, mentre la seconda consegna una sintesi dettagliata dei singoli Paesi della regione.
L’Autore principia dalla composizione etnica dell’America Latina, evidenziando la complessità e la diversità delle sue popolazioni. Viene tracciata una linea temporale che parte dalle origini indigene, passando per la colonizzazione europea, fino ad arrivare all’attuale combinazione etnica variegata.
Sono poi descritti il passaggio dal colonialismo all’indipendenza, le guerre di indipendenza e le figure chiave come Simón Bolívar e José de San Martín. Viene altresì evidenziato come la transizione abbia lasciato in eredità strutture sociali ed economiche fragili e disuguaglianze persistenti, anche a causa del ruolo predominante dei militari nelle politiche post-indipendenza, un fenomeno che ha contribuito all’instabilità generalizzata e alla formazione di governi autoritari. Viene anche mostrata l’influenza della Chiesa Cattolica nella storia della regione, dalla colonizzazione fino ai tempi moderni, sottolineando il suo ruolo nel mantenimento dell’ordine sociale e nella politica. L’Autore dipinge un quadro dell’America Latina contemporanea discutendo le problematiche attuali, come la disuguaglianza, la corruzione e la violenza, e fornendo una panoramica delle principali organizzazioni criminali che operano nella regione, il loro impatto sulla società e l’economia e le strategie di contrasto adottate dai governi locali.
La seconda parte del libro, invece, si concentra sull’indagine approfondita dei singoli Paesi, con l’esame della loro storia, della politica, dell’economia e le specifiche sfide che ciascuno deve affrontare. Tra i Paesi trattati vi sono Messico, America Centrale (inclusi Honduras, Guatemala, El Salvador, Belize, Costa Rica, Nicaragua, e Panama), i Caraibi (Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Giamaica, e i territori d’oltremare della Francia), Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Bolivia, Paraguay, Brasile, Argentina, Uruguay e Cile.
Il volume fornisce una dettagliata analisi storica e contemporanea dell’America Latina. L’Autore, infatti, collega gli eventi passati con le condizioni politiche, sociali ed economiche attuali, offrendo una prospettiva di lungo periodo sulle dinamiche che hanno plasmato l’America Latina.
Dovuta attenzione è data anche alle dinamiche politiche correnti, con un particolare focus sui temi della democrazia e del populismo. Malfatti analizza come questi fenomeni siano evoluti nel tempo, influenzando i sistemi di governo e la stabilità politica dei vari Paesi.
Scopo precipuo del libro è indagare il fenomeno del populismo in America Latina. L’Autore dimostra come questo sia emerso quale risposta alle disuguaglianze sociali e alle crisi economiche e come abbia condizionato la politica regionale. Vengono presentati i casi di vari leader populisti e i loro impatti sulle società latinoamericane.
Un altro obiettivo del volume è lo studio della criminalità organizzata nella regione. Vi è infatti esposta una panoramica delle principali organizzazioni criminali, i loro modus operandi e il loro impatto sulla stabilità sociale ed economica. Viene altresì analizzato il legame tra criminalità organizzata e politica e come questo influisca sullo sviluppo della regione.
Ampio risalto è dato anche all’analisi delle relazioni internazionali dell’America Latina, con un particolare focus sul rapporto con gli Stati Uniti e come questo abbia influenzato le dinamiche politiche ed economiche locali. L’Autore mostra pure il ruolo di altre potenze globali e le loro interazioni con i Paesi latinoamericani.
Anche le questioni socio-economiche che affliggono l’America Latina, come la povertà, le disuguaglianze sociali e la distribuzione del reddito, sono vagliate, in particolare, l’impatto delle politiche economiche neoliberiste e assistenzialiste e come queste abbiano influenzato il benessere delle popolazioni locali.
L’opera si distingue per il suo approccio esaustivo e critico, offrendo ai lettori una visione completa e informata delle problematiche storiche e contemporanee della regione. È un testo fondamentale per chiunque desideri comprendere le complesse dinamiche che caratterizzano l’America Latina perché, con la sua ricchezza di dettagli storici e analisi approfondite, consegna una visione completa e critica delle problematiche attuali della regione.

 

 

 

Un cortocircuito filosofico che alimenta la guerra

 

di

Gabriele Zuppa

 

 

Ci sono delle categorie, delle questioni fondamentali che stanno alla base di ogni discorso, l’ignoranza delle quali porta a degli errori che non sono legati alla situazione empirica particolare, ma a qualsiasi situazione – all’analisi stessa delle situazioni possibili…

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Europa e Cina sotto le lenti dei filosofi di ieri e di oggi

 

di

Andrea Cimarelli

 

Odi et amo. È forse questa l’espressione che meglio di tutte riesce a cogliere la natura del rapporto tra Occidente e Oriente, per lo meno per come lo si percepisce da Occidente. Tutto, e il suo contrario, contemporaneamente. Come nella dottrina dei contrari di Eraclito, questi due momenti del mondo vivono una perenne contrapposizione – ieri più geografica e culturale, oggi economica e politica – all’interno della quale però, in sporadici punti di contatto, hanno saputo scoprirsi molto più simili di quanto non potesse sembrare…

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Empires and Nations: convergence or divergence?

 

by

Krishan Kumar

 

 

It has long been the conventional wisdom that nations and empires are rivals, sworn enemies. The principle of nationalism is homogeneity, often seen in ethnic terms. Nations strive to embody, or to produce, a common culture. They express a radical egalitarianism: all members of the nation are in principle equal, all partake of the common national “soul”. Nations moreover are intensely particularistic…

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L’impossibilità dell’unificazione europea e il superstato tecnico

 

di

Maurizio Morini

 

Sono molti i libri nei quali Emanuele Severino ha scritto sull’Europa e sulle prospettive dell’unificazione europea. Spesso si tratta di raccolte di articoli pubblicati sul Corriere della Sera dove il filosofo bresciano commentava periodicamente fatti e vicende della politica nazionale e internazionale. Fin dagli scritti riassunti in Gli abitatori del tempo del 1978 e poi in Téchne, il saggio sulle radici della violenza apparso l’anno successivo, è sembrato subito chiaro che…

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Il ruolo del Mediterraneo nella geopolitica e nella geostrategia

 

Parte XII

 

Conclusioni

 

Si può concludere che il “Mediterraneo allargato” continuerà a rappresentare, sotto il profilo geopolitico e geostrategico, il paradigma dei contrasti e dei conflitti, che si manifesteranno sul teatro globale. La stabilità dell’area mediterranea, inoltre, dipenderà anche dal successo, o meno, delle politiche di consolidamento della democrazia e della cooperazione economica allo sviluppo, che la sponda Nord e, in particolare, l’UE riusciranno a realizzare, in un nuovo spirito di collaborazione paritaria con le democrazie nascenti. In linea teorica, gli Stati membri dell’UE hanno concordato sulla necessità di appoggiare, senza indugi, i processi di pacifica transizione politica, che si sono manifestati nel Nord Africa e nel Vicino Oriente, e sulla revisione, in senso migliorativo, delle politiche mediterranee di cooperazione e di sviluppo. Bisogna riconoscere, tuttavia, che, dai confronti in atto, tra gli Stati membri UE, si va affermando, non tanto una radicale ed innovativa riforma delle politiche mediterranee, tanto attesa, quanto un’opzione di miglioramento, di rafforzamento e di aggiornamento delle stesse (rafforzamento della PEV; trasformazione dell’UPM, superando il conflitto fallimentare tra il secondo pilastro – collaborazione politica e di sicurezza – e gli altri pilastri – collaborazione economica e culturale), senza la modifica della logica esistente. Non prevale l’applicazione, con rigore e coerenza, del criterio della condizionabilità, del criterio di sostegno preferenziale del settore privato dell’economia e del criterio della minore interferenza negli orientamenti politici e religiosi, che si affermeranno, tramite libere elezioni. In particolare, mentre si preannunciano continue ondate di immigrazione clandestina, ancora non si afferma, in sede comunitaria, l’urgente necessità di individuare una comune e coerente politica della mobilità e dell’immigrazione nell’area mediterranea. Sul tema dell’immigrazione, legale e clandestina, permane una visione fortemente conservatrice, per cui si manifesta più la disponibilità ad aumentare le risorse finanziarie per fronteggiare l’assistenza ai migranti, piuttosto che la reale volontà di definire una politica europea dell’immigrazione, che venga sostenuta non solo dai paesi di frontiera della sponda Nord del Mediterraneo, ma da tutti gli Stati membri dell’UE. Questa incertezza dell’UE condiziona anche una visione unitaria su come affrontare altri teatri di crisi, come la Siria. Allo stesso modo, l’UE non sembra sufficientemente pronta ad affrontare ed a risolvere le questioni che si pongono, con l’emergere di nuovi importanti attori della scena internazionale, come la Cina, l’India e i paesi del Golfo. Sarebbe necessaria una radicale riforma delle politiche mediterranee, una nuova logica, che inquadri il “Mediterraneo allargato” non come un’area separata dalle altre aree, specie quelle immediatamente adiacenti. Non è più possibile separare il Mediterraneo dal Medio Oriente, anche perché crescente risulta, sulla regione, l’influenza dell’Iran, del Qatar, degli Emirati Arabi Uniti e del Kuwait. La nuova politica euro-mediterranea, a mio giudizio, dovrà essere non solo migliorata, ma riformata radicalmente, tenendo presente le interrelazioni con il Medio Grande Oriente.

 

 

Il ruolo del Mediterraneo nella geopolitica e nella geostrategia

 

Parte XI

 

Una radicale riforma delle politiche mediterranee dell’UE

 

 

Prima di accennare alle possibili linee di una radicale riforma delle politiche mediterranee della UE, può risultare utile approfondire le ragioni di fondo di quel disagio sociale, che ha determinato la crisi di alcuni regimi autoritari del Nord Africa. La precarietà delle condizioni economiche investe vastissimi strati sociali e colpisce tutte le generazioni, con una particolare gravità le più giovani. Le famiglie si sono impoverite e i giovani sembrano non aver altra prospettiva che sfidare, su un gommone, il Mediterraneo per emigrare, anche clandestinamente, anche a costo di perdere la vita. Se il tasso della disoccupazione giovanile nel mondo è del 14,5%, nel mondo arabo arriva al 30% ed incide al 51% sulla disoccupazione totale. E, paradossalmente, la disoccupazione della gioventù araba colpisce di più i diplomati ed i laureati.  Questa situazione è destinata ad aggravarsi, anche in Algeria, che, pur beneficiando delle risorse energetiche, a differenza dei paesi petroliferi del Golfo, non produce sviluppo economico e sociale (disoccupazione giovanile al 46% e, sul quella totale, fino al 70%). Non mancano attese ed aspettative di miglioramento del clima sociale, per effetto della svolta che sarà impressa dai regimi democratici, che hanno sostituito quelli autoritari caduti, ma nessuno si può aspettare, a breve, un’inversione netta di tendenza, in materia di sviluppo economico, di lotta alla corruzione e di epurazione delle classi dirigenti responsabili del “sacco cleptocratico”. Riusciranno i responsabili delle nuove democrazie arabe ad imporre le riforme politiche necessarie ed a migliorare le condizioni economiche e sociali oppure, come ammoniva Alexis de Tocqueville, saranno travolti o si trasformeranno, anch’essi, in regimi oppressivi? Naturalmente, l’UE non può rimanere a guardare, anche perché il ruolo dei paesi della sponda Nord e delle organizzazioni economiche internazionali risulta determinante. Le discussioni, tra i membri UE, su come riformulare e su come rafforzare la politica euro-mediterranea, hanno almeno indicato i principali obiettivi da conseguire: 1) l’istitution-bulding: trasformazione democratica e consolidamento delle istituzioni; 2) un più forte collegamento operativo nella cooperazione con le popolazioni; 3) una crescita economica sostenibile ed equa. Altro discorso riguarda le modalità per perseguire questi obiettivi trasversali e che passano per: il criterio di differenziazione dei partner; il criterio di condizionabilità per le incentivazioni, chi dimostrerà di saper ben fare, riceverà di più (more for more); il criterio dell’estensione a tutti i partner dello statuto avanzato e il criterio del rafforzamento del dialogo politico, multilaterale e bilaterale, non solo con i governi, ma anche con le espressioni della società civile, anche per non cadere, di nuovo, nella trappola del sostegno a regimi autoritari, concepiti come bastioni della minaccia terroristica islamista. I fondamenti della riforma delle politiche mediterranee dell’UE sono: la promozione della democrazia e il sostegno ai processi di transizione nel Nord Africa, con politiche coerenti a tali obiettivi; il miglioramento qualitativo del sostegno economico, con una particolare attenzione al rafforzamento dei sistemi di istruzione e di formazione e alle aspirazioni socio-economiche delle popolazioni (un lavoro, un reddito, infrastrutture sociali); il bilanciamento delle iniziative di sviluppo tra i governi, che spesso si sono appropriati delle risorse a fini di arricchimenti personali, ed i privati e, laddove esistenti, le espressioni della società civile; il perseguimento diretto del benessere delle popolazioni, con programmi mirati; una politica unitaria dell’UE in materia di immigrazione e di immigrazione clandestina; il finanziamento e l’assistenza finanziaria per progetti infrastrutturali, anche privati; la realizzazione di una governance multilaterale dell’area mediterranea, conflitto arabo-israeliano e processi di transizione in atto, permettendo. Il ruolo della UE nel “Mediterraneo allargato” dipenderà anche dal futuro della NATO e dal rapporto tra l’UE e gli Stati Uniti. La trasformazione, cioè, della “pax americana” nella “pax cum America”, la quale, secondo alcuni autorevoli studiosi, sarebbe possibile solo se l’Unione Europea riuscisse a raggiungere un livello di coesione politica e una volontà di ricorrere, quando necessario, all’impiego della forza militare, tali da potersi trasformare in un partner credibile, affidabile ed efficace degli Stati Uniti.

 

 

 

Il ruolo del Mediterraneo nella geopolitica e nella geostrategia

 

Parte X

  

I rivolgimenti politici in Nord Africa e in Siria

 

L’instabilità geopolitica e geostrategica del “Mediterraneo allargato” ha avuto una conferma con i rivolgimenti politici nel Nord Africa, iniziati nel dicembre 2010, in Tunisia, e che hanno portato progressivamente alla caduta del regimi, personali ed autoritari, in Tunisia, del presidente Ben Alì; in Egitto, del presidente Mubarak e, in Libia, attraverso una guerra civile e l’internazionalizzazione della crisi libica, del colonnello Gheddafi, nonché, in Siria, alla crisi del regime della famiglia Assad, con sanguinose repressioni di massa e centinaia di morti civili, accadute anche in queste ultime settimane. Mentre altre manifestazioni antiregime restano, finora, nei limiti dell’ordine pubblico, in Algeria, in Giordania, in Yemen e nel Bahrein. Ma si tratta situazioni in ebollizione! Le ragioni di fondo sono sempre le stesse, precedentemente approfondite, che hanno subito un aggravamento con il processo di globalizzazione: disoccupazione giovanile e limitato sviluppo economico, crisi alimentare, urbanizzazione violenta, in una parola, profondo disagio sociale, non compreso, nella sua entità, dai regimi autoritari, che hanno risposto con una suicida repressione, finalizzata alla sola conservazione del potere dell’oligarchia dominante. Un particolare ruolo, anch’esso non colto dai regimi caduti, è stato quello svolto dalle comunicazioni di massa, dal web e dai social network, che hanno consentito, specie ai giovani arabi, di scambiarsi informazioni e giudizi, di aggregare il consenso e di organizzare prima le contestazioni in rete e, poi, le rivolte di massa in piazza. Tutta la politica euro-mediterranea dell’UE, dalle origini dell’Unione e, con maggior impegno, dal 1995, con il processo di Barcellona, fino all’istituzionalizzazione dell’UPM, finalizzata ad incentivare le riforme politiche dei paesi arabi del Mediterraneo e, attraverso la cooperazione multiforme, orientato allo sviluppo economico e sociale delle popolazioni, ha subito una pesante sconfessione. Si è imposto e si impone, quindi, un bilancio di questa politica, che, negli ultimi dieci anni, al di là della propaganda, non ha conseguito significative realizzazioni ed ha svelato l’errore di fondo dell’UE e degli Stati europei, nell’aver privilegiato la stabilità degli interlocutori politici della sponda sud del Mediterraneo, chiudendo gli occhi di fronte all’autoritarismo politico, alla repressione del dissenso e alla corruzione diffusa degli apparati di regime. Non che la politica di interrelazione con i regimi esistenti, nel breve, al fine di creare una reale interdipendenza economica tra i paesi della sponda Sud e della sponda Nord del Mediterraneo, non abbia prodotto un qualche risultato positivo, anche sui tentativi, purtroppo abortiti, di riforma politica (si ricorda, in tal senso, la pressione, nel 2005, degli Stati Uniti e dell’UE su Mubarak), ma, nel tempo lungo, l’aver prevalentemente privilegiato le esigenze di stabilità dei regimi, a svantaggio di riforme democratiche, da richiedere con fermezza, si è rivelato un errore storico, che impone oggi una radicale riforma delle politiche mediterranee dell’UE.