In questo mio ultimo libro, appena pubblicato da HARbif Editore, ho preso la filosofia e l’ho sbattuta nel presente, senza chiedere permesso. Reality show, politica emotiva, calcio, social network: tutto ciò che consumiamo ogni giorno viene passato al setaccio da Platone, Kant, Nietzsche, Marx, Spinoza, perfino fra Girolamo Savonarola e altri ospiti scomodi. Con ironia affilata e zero indulgenza ho smontato luoghi comuni, costringendo i lettori a una domanda semplice e scomoda: stiamo ancora pensando o stiamo solo reagendo? Un libro da leggere se non ci si accontenta di capire in fretta.
Discorsi culturali ed europeisti, a cura di Francesco Li Pira e Gianfranco Turatti, M.A.Gi.C. Editore, Collana Scholastice, 2025, è certamente un’opera corale di forte coerenza interna, nella quale i diversi contributi dialogano tra loro attorno a un nucleo tematico preciso: l’Europa come costruzione storica, culturale e politica e il ruolo decisivo della formazione, della memoria e delle istituzioni educative nella sua realizzazione. Il volume non procede per giustapposizione di saggi ma per progressiva stratificazione di livelli di analisi, che vanno dalla riflessione teorica sul federalismo europeo fino alle applicazioni concrete in ambito scolastico, urbano e territoriale. Il testo di apertura di Gianfranco Turatti, dedicato alla I Giornata culturale europea e al significato dell’incontro del 28 febbraio 2025, svolge una funzione introduttiva essenziale. È, altresì, un vero e proprio manifesto pedagogico: la scuola viene presentata come luogo privilegiato di elaborazione dell’identità europea, spazio in cui il dibattito sul futuro dell’Europa deve tradursi in educazione civica, consapevolezza storica e responsabilità democratica. Turatti sottolinea con chiarezza come l’europeismo non possa essere imposto dall’alto ma debba essere interiorizzato attraverso il confronto culturale e il coinvolgimento delle giovani generazioni. A questo intervento fa da contrappunto il contributo di Giuseppe Rizzi, Gli Stati Uniti d’Europa e la I giornata culturale europea, che assume un tono più apertamente critico e politico. Rizzi mette in discussione le forme di europeismo verticistico che hanno caratterizzato una parte della storia dell’integrazione europea, denunciando la distanza tra le élite decisionali e i cittadini. Insiste sull’urgenza di un’Europa partecipata, capace di parlare alle coscienze prima ancora che ai mercati e individua nella dimensione culturale il vero terreno su cui ricostruire un consenso europeo autentico. Il cuore teorico del volume è senza dubbio rappresentato dall’ampio saggio di Francesco Li Pira, Da Ventotene all’Europa federale. Le ragioni culturali e il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Qui l’autore mette in campo una ricostruzione di lungo periodo che attraversa la storia europea dal Medioevo fino al Novecento, dimostrando come il Manifesto di Ventotene sia il punto di arrivo di una tradizione secolare e non un episodio isolato. Il valore del contributo sta nella capacità di tenere insieme erudizione storica, riflessione filosofica e lettura del presente: il federalismo di Spinelli viene interpretato come risposta strutturale alla crisi dello Stato-nazione ma anche come progetto etico e civile fondato sulla limitazione del potere sovrano e sulla centralità del cittadino europeo. Il saggio si distingue, inoltre, per l’attenzione al Mediterraneo, alla dimensione geopolitica e al dialogo tra Europa e mondo extraeuropeo, elementi che conferiscono alla riflessione un respiro contemporaneo.
La seconda sezione del volume apre un importante cambio di scala, spostando l’attenzione dal macrotema dell’Europa federale alla dimensione territoriale e culturale. Nel saggio Genius loci, microstoria e salvaguardia della cultura immateriale, Li Pira mostra come la microstoria non rappresenti una riduzione del discorso storico, quanto, al contrario, un laboratorio privilegiato per comprendere i processi generali. La valorizzazione delle tradizioni locali, dei culti e delle pratiche immateriali viene letta come risorsa strategica per lo sviluppo turistico ed economico europeo, in un’ottica che coniuga identità, sostenibilità e innovazione. Questo contributo arricchisce il volume, introducendo una prospettiva concreta, capace di legare l’idea di Europa alle comunità reali e ai territori. Un altro asse tematico di grande interesse è quello dedicato alla toponomastica scolastica e urbana, affrontato nei due interventi di Gianfranco Turatti e Francesco Li Pira sull’intitolazione dell’Istituto Comprensivo a David Sassoli. Qui la riflessione assume una dimensione simbolica ed educativa: il nome di una scuola diventa strumento di trasmissione di valori, memoria civile e identità europea. La figura di Sassoli si staglia come modello di europeismo umanista, fondato sul dialogo, sulla dignità della persona e sulla centralità delle istituzioni democratiche. Il contributo successivo di Turatti, L’eredità di David Sassoli: un esempio per l’Europa di domani, approfondisce ulteriormente questa figura, collocandola all’interno della tradizione europeista che va da Schuman e Monnet fino al Parlamento Europeo contemporaneo. Il tono è insieme commemorativo e progettuale: Sassoli non è celebrato come icona ma come riferimento concreto per un’Europa più giusta e più vicina ai cittadini. La sezione dedicata al rapporto tra scuola, Intelligenza Artificiale e sviluppo tecnologico amplia ulteriormente l’orizzonte del volume. Nel suo intervento, Turatti affronta le sfide poste dall’IA al sistema educativo, ponendo l’accento sulla necessità di una governance etica e culturale dell’innovazione. A questo si affianca il saggio di Mariano Casaburi sulle sfide tecnologiche della Comunità Europea rispetto a Cina e Stati Uniti, che inserisce il discorso educativo in una cornice geopolitica più ampia, evidenziando i rischi di marginalizzazione dell’Europa in assenza di una strategia comune. Segue il contributo di Giuseppe e Giacomo Pezzotti sul tessuto urbano europeo, che individua nella città medievale il primo archetipo dell’Europa contemporanea. Questo saggio restituisce una visione storica e urbanistica dell’identità europea, mostrando come lo spazio cittadino sia da sempre luogo di incontro, scambio e costruzione comunitaria. A chiudere il volume è la postfazione di Giuseppe Pezzotti, che conclude il volume con uno sguardo diverso ma profondamente coerente con l’impianto complessivo dell’opera. Se i saggi precedenti hanno indagato l’Europa soprattutto come costruzione storica, politica e culturale, Pezzotti sceglie di concentrarsi sulla dimensione spaziale e urbana dell’identità europea, richiamando il pensiero e l’eredità di Leon Krier, figura centrale del dibattito architettonico e urbanistico europeo del secondo Novecento. Il ricordo di Krier non assume i toni di una commemorazione formale ma diventa occasione per riflettere sul significato profondo della città europea come luogo di relazione, misura umana e stratificazione storica. Pezzotti mette in evidenza come il pensiero di Krier abbia rappresentato una critica radicale alla dissoluzione della città tradizionale, opponendosi a un modernismo privo di memoria e di radicamento. In questa prospettiva, la città non è solo un fatto tecnico o funzionale, ma un organismo culturale, espressione di valori condivisi, di equilibrio tra spazio pubblico e vita comunitaria. Con questo contributo finale, Pezzotti amplia ulteriormente l’orizzonte del volume, mostrando come il progetto europeo non possa prescindere da una riflessione sull’urbanistica, sull’architettura e sulla qualità dello spazio pubblico. Il ricordo di Leon Krier diventa così un richiamo etico e culturale: costruire l’Europa significa anche costruire città che rispettino la storia, la scala umana e la dignità delle comunità. È una chiusura di grande eleganza intellettuale, che lega idealmente il destino dell’Europa a quello delle sue città, rafforzando l’idea di fondo del volume: l’Europa vive e si riconosce non solo nei trattati, ma nei luoghi concreti dell’esperienza quotidiana. Nel suo insieme, Discorsi culturali ed europeisti è un volume densamente argomentato e culturalmente impegnato, che riesce a tenere insieme teoria e prassi, passato e presente, dimensione europea e radicamento locale. La forza dell’opera sta nella sua capacità di mostrare che l’Europa non è soltanto un’entità istituzionale, ma un progetto culturale complesso, che vive nelle scuole, nei territori, nella memoria storica e nelle scelte quotidiane. Un libro che non si limita a interpretare l’Europa, ma invita il lettore a sentirsi parte attiva della sua costruzione.
Mi è stato segnalato, e la cosa mi rende molto orgoglioso, che l’on. prof. Giuseppe Gargani, già Sottosegretario di Stato al Ministero di Grazia e Giustizia, in un articolo pubblicato oggi su Il Dubbio – Quotidiano di informazione politica e giudiziaria, ha citato le mie riflessioni filosofiche sulla (giusta) separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, pubblicate sulla medesima rivista all’inizio di questo nuovo anno. Sono felice di poter condividere qui il tutto.
Il lavoro di Giuseppe Pezzotti, L’architettura coloniale in Africa Orientale Italiana, M. A. GI. C. Editore, 2024, si impone come uno studio di rara ampiezza, che utilizza l’architettura coloniale italiana in Africa Orientale come lente per osservare un intero sistema di relazioni storiche, culturali e artistiche. Il libro non si limita a descrivere edifici, stili o autori ma ricostruisce un clima intellettuale, un insieme di tensioni ideologiche e pratiche che attraversarono l’Italia tra la fine dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale, riflettendosi in modo diretto nella produzione architettonica d’Oltremare. Sul piano storico, l’Autore colloca con precisione l’esperienza coloniale italiana all’interno del più ampio quadro dell’imperialismo europeo. L’Italia arrivò tardi rispetto a Francia e Gran Bretagna, e questo ritardo pesò profondamente sulle sue scelte. La colonizzazione italiana non nacque quale progetto unitario ma come somma di iniziative politiche, militari ed economiche spesso contraddittorie. Eritrea e Somalia diventarono così, già a partire dai primi decenni del Novecento, territori in cui si sperimentavano modelli amministrativi e insediativi che oscillavano tra imitazione della madrepatria e tentativi di adattamento alle realtà locali. L’architettura si inserì in questo processo come strumento di costruzione simbolica del potere, ma anche come risposta concreta a problemi materiali. Il libro mostra come le città coloniali non fossero semplici “vetrine” dell’autorità italiana, bensì luoghi di confronto tra ingegneria, urbanistica, estetica e condizioni ambientali. In questo senso, l’architettura coloniale fu un campo di mediazione tra ideologia e necessità, tra retorica imperiale e vincoli economici. Dal punto di vista culturale, Pezzotti fornisce una lettura estremamente interessante del dibattito architettonico italiano tra le due guerre, mettendo in luce come le colonie avessero rappresentato una sorta di spazio di libertà progettuale. Mentre in patria il confronto tra accademismo, razionalismo e tradizione era spesso irrigidito da polemiche teoriche e da vincoli istituzionali, in Africa Orientale gli architetti furono costretti a “fare”, a trovare soluzioni immediate. Questo spiega la coesistenza, talvolta nello stesso centro urbano, di linguaggi molto diversi: edifici monumentali di impronta classica accanto a strutture razionaliste essenziali, architetture ispirate al déco accanto a riletture di motivi locali. Il libro chiarisce come il razionalismo italiano, lungi dall’essere una semplice importazione delle avanguardie europee, trovasse proprio nelle colonie una delle sue applicazioni più coerenti. Non un razionalismo astratto o dogmatico ma un razionalismo pragmatico, capace di dialogare con il clima, con la luce, con la ventilazione naturale. In questo senso, città come Asmara diventarono casi di studio di rilievo internazionale, non solo per la quantità di edifici modernisti quanto anche per la loro qualità urbana complessiva. Sul piano artistico, l’Autore insiste su un punto cruciale: l’assenza di uno “stile coloniale” unitario non è una debolezza ma un dato strutturale. L’arte e l’architettura italiane in Africa Orientale riflettevano una pluralità di riferimenti che andavano dal romanico al futurismo, passando per l’art déco e il monumentalismo del regime. Questa pluralità era il segno di un’identità architettonica ancora in formazione, che cercava di definire se stessa anche attraverso il confronto con l’alterità culturale africana. Un altro elemento di grande interesse è la riflessione sul rapporto tra architettura e territorio. Pezzotti mostra come molti progettisti italiani avessero sviluppato una sensibilità sorprendente nei confronti del genius loci, non tanto per adesione ideologica, quanto per necessità. L’uso di materiali locali, l’attenzione alle tradizioni costruttive, la ricerca di soluzioni climaticamente efficienti produssero edifici che, pur all’interno di un contesto coloniale, evitavano spesso la pura imposizione formale. Questa dimensione rese l’architettura coloniale italiana un antecedente importante delle attuali riflessioni sull’architettura sostenibile e contestuale. Il volume assume, inoltre, una forte valenza culturale nel modo in cui affronta il tema della memoria storica. Pezzotti denuncia apertamente la difficoltà, soprattutto in Italia, di studiare il colonialismo senza cedere né alla nostalgia né alla condanna sommaria. In questo senso, l’architettura si fa terreno privilegiato per una riflessione più matura: non può essere separata dal contesto di dominio in cui nasce e neppure ridotta a semplice strumento di oppressione simbolica. È, piuttosto, un prodotto complesso, che contiene in sé contraddizioni, innovazioni e ambiguità. Particolarmente significativo è il confronto implicito che il libro propone tra l’esperienza coloniale italiana e la modernità globalizzata del secondo Novecento. L’Autore suggerisce che l’omologazione architettonica contemporanea, fatta di vetro, acciaio e cemento replicati ovunque, rappresenti una forma di nuovo colonialismo culturale, forse più pervasivo di quello storico. In questa prospettiva, l’attenzione al luogo e alle differenze che caratterizzò molte architetture dell’A.O.I. appare oggi come una lezione ancora attuale. L’architettura coloniale in Africa Orientale Italiana, quindi, è un’opera che supera i confini disciplinari. È un libro di storia, di architettura, di cultura e, in ultima analisi, di metodo critico. Spinge a guardare al passato con strumenti analitici rigorosi, a riconoscere la complessità dei fenomeni storici e a interrogarsi sul ruolo dell’architettura come forma di mediazione tra potere, cultura e territorio. Proprio per questa sua capacità di generare domande, oltre che fornire risposte, il volume costituisce un contributo di grande valore nel panorama degli studi sul Novecento italiano e coloniale.
In questo saggio, appena pubblicato da HARbif Editore, analizzo come Giordano Bruno abbia rielaborato la tradizione ermetico-filosofica tardo-antica e rinascimentale per costruire una visione radicalmente innovativa dell’universo, dell’uomo e della conoscenza. Bruno interpretava l’universo come infinito, vivente e divino, e l’essere umano come microcosmo capace di agire su di esso tramite immaginazione, memoria simbolica e magia naturale. Al cuore della sua visione è il concetto di vincolo, forza invisibile che lega ogni cosa: conoscerlo significa accedere a un sapere trasformativo, operativo e politico. La magia bruniana, lontana da ogni superstizione, diventa una via per la conoscenza attiva e per la liberazione dell’intelletto. Bruno rivoluzionò l’ermetismo rinascimentale, fondendo filosofia, scienza e spiritualità in una visione unitaria, ancora oggi carica di forza critica e ispiratrice.
La Bibbia di Winchester è uno dei più straordinari manufatti della cultura medievale europea. Realizzata nel XII secolo, è un monumentum dell’arte romanica e un esempio della centralità che il testo sacro ebbe nel pensiero, nell’arte e nella politica del Medioevo. È un’opera colossale che parla di fede, potere, estetica e conoscenza. La Bibbia di Winchester fu creata tra il 1160 e il 1175 nell’abbazia di Winchester, uno dei centri religiosi più influenti dell’Inghilterra normanna. A quel tempo, Winchester era sede di una delle diocesi più potenti del regno e l’abbazia era un punto di riferimento per l’intellettualità monastica. Il progetto della Bibbia va compreso all’interno di un’epoca in cui la produzione libraria stava attraversando una fase di trasformazione profonda: lo scriptorium monastico non era più solo un laboratorio di copiatura ma un centro di elaborazione culturale, teologica e artistica. Questa Bibbia fu probabilmente commissionata da Enrico di Blois, vescovo di Winchester e fratello del re d’Inghilterra Stefano. La sua realizzazione durò molti anni e coinvolse diversi artisti e copisti, a dimostrazione della sua importanza e complessità. La Bibbia di Winchester è un manoscritto monumentale, sia per formato che per ambizione. Composta originariamente di almeno quattro volumi (oggi ne restano solo due, conservati nella cattedrale di Winchester e in altre collezioni), era pensata per contenere l’intero testo della Vulgata, la traduzione latina della Bibbia utilizzata ufficialmente dalla Chiesa cattolica. Ogni pagina è alta oltre 50 cm, scritta in una minuscola carolina precisa e leggibile, con colonne larghe e margini decorati. La struttura è ordinata ma dinamica, pensata per guidare il lettore attraverso il testo sacro con strumenti visivi e calligrafici.
Uno degli aspetti più sorprendenti della Bibbia di Winchester è la sua decorazione. Le miniature che accompagnano il testo sono un capolavoro dell’arte romanica inglese. Realizzate da più mani, le immagini riflettono influenze continentali (soprattutto francesi e italiane) ma anche elementi locali. Le figure sono robuste, stilizzate, spesso drammatiche nei gesti e nelle espressioni. Le scene bibliche sono rappresentate con vivacità narrativa, e talvolta con un certo gusto teatrale. I capilettera istoriati sono veri e propri microcosmi illustrativi: racchiudono figure, episodi e simboli che condensano interi brani in una singola lettera. Colori vividi, sfondi dorati, tratti decisi: ogni dettaglio serve a rendere il testo un’esperienza visiva, oltre che spirituale. La Bibbia di Winchester non era un libro da lettura quotidiana. Le sue dimensioni, il suo valore artistico e il contesto in cui fu prodotta suggeriscono che si trattasse di un oggetto cerimoniale, destinato a essere esposto in occasioni solenni. Era, in sostanza, un simbolo di autorità e di potere spirituale. Ma anche uno strumento di meditazione visiva: attraverso le immagini e la magnificenza del manoscritto, il lettore (o lo spettatore) era invitato a contemplare la grandezza della Parola divina. Era anche, senza dubbio, un’affermazione politica. Possedere un simile oggetto implicava un’enorme disponibilità economica e un legame profondo con la Chiesa. Per un vescovo o un’abbazia, una Bibbia come questa rappresentava uno strumento di legittimazione, una dichiarazione visiva della propria centralità nel tessuto ecclesiastico e sociale dell’epoca. Oggi la Bibbia di Winchester è conservata in parte presso la Cattedrale di Winchester e in parte in collezioni come quella della British Library. Solo una frazione dell’opera originale è giunta fino a noi, ma quel che rimane basta per renderla uno dei più preziosi esempi di manoscritto miniato romanico in Europa. Nel corso del Novecento e del nuovo millennio, il manoscritto è stato oggetto di numerosi studi. Storici dell’arte, paleografi, teologi e conservatori hanno lavorato per comprendere la sua genesi, i suoi autori, le sue influenze iconografiche e le sue funzioni. Le analisi hanno rivelato dettagli affascinanti: correzioni marginali, tracce di pentimenti degli artisti, indizi sulla collaborazione tra più scrivani e miniatori. Oggi, con l’uso della tecnologia digitale, molte parti della Bibbia di Winchester sono consultabili online, rendendo accessibile a studiosi e curiosi un tesoro che per secoli è rimasto riservato a pochi eletti.
In questo mio ultimo saggio, appena pubblicato da HARbif Editore, ho esaminato una delle pratiche più affascinanti della cultura medievale: la disputa quodlibetica, nata nelle università del XIII secolo, in cui i maestri rispondevano a domande libere su qualsiasi tema. Ho mostrato come i quodlibeta non fossero esercizi aridi ma momenti di grande vivacità culturale, capaci di unire rigore logico e apertura intellettuale, riflettendo l’energia creativa di un Medioevo spesso ingiustamente ritenuto “oscuro”. Ho ricostruito la storia, la struttura e l’eredità di queste dispute, mettendo in luce anche la loro attualità come modello di dialogo critico e interdisciplinare.
In questa mia ultimissima pubblicazione, intitolata “La comunicazione politica nell’era delle nuove tecnologie e dell’AI”, Eurilink University Press, con la prefazione di Raffaele Lauro, analizzo l’evoluzione della comunicazione politica nell’era delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale, esaminando come queste abbiano trasformato il panorama della comunicazione pubblica. Attraverso un’approfondita ricerca teorica ed esempi pratici, illustro il passaggio dalla comunicazione mediata dai mass media tradizionali a una dinamica, interattiva e digitale, dove il web gioca un ruolo centrale. Ho discusso i cambiamenti nei metodi di costruzione del consenso, l’importanza del dialogo diretto tra politici e cittadini e il potenziale delle piattaforme social digitali nel ridisegnare le strategie di comunicazione. Sottolineo anche come una efficace comunicazione politica, oggi, richieda non solo la padronanza degli strumenti digitali, specialmente dell’AI, ma anche una nuova sensibilità verso le esigenze di un elettorato sempre più informato e partecipativo.
This handbook traces the history of Western political thought, from its origins in ancient Greece to contemporary political thinkers. Author exposes the main political theories occurred over time, drawing them directly from the works of philosophers and political scientists. A useful introductory tool to the study of political thought.
“Vedrà, vedrà. Qualcuno ogni tanto si perde. E non si può neanche telefonare e dire: mi sono perso al bar. Perché dentro, come punto di riferimento, non c’è neanche la capanna di Tarzan. Ma è questo il divertimento, no? Io non ci sono ancora stato ma la mia famiglia sì. È un capolavoro. Ci hanno messo quindici anni a costruirlo”. “Quindici anni?”. “Be, non so. Ma più o meno”…