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Il Satiro danzante

 

 

 

Il Satiro danzante, scultura in bronzo risalente al periodo ellenistico, raffigura la quintessenza della bellezza e dell’angoscia della civiltà antica. La scoperta della statua risale al luglio 1997, quando il peschereccio “Capitan Ciccio”, appartenente alla flotta di Mazara del Vallo, ripesca casualmente la gamba di una scultura in bronzo dal fondo del Canale di Sicilia. Nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1998, poi, lo stesso peschereccio riesce a recuperare gran parte del resto della scultura da una profondità di 500 metri, sebbene, durante l’operazione, venga perso un braccio. Quest’opera ci giunge dal passato come messaggero silenzioso di una cultura ormai svanita, eppure perennemente presente nelle sue creazioni immortali.
Il satiro, raffigurato in un momento di estasi frenetica, sembra sospeso in un istante di perpetua danza, con il capo riverso all’indietro, gli occhi chiusi, come rapito da una visione divina. Il corpo atletico e muscoloso, catturato in una torsione dinamica, racconta la maestria degli scultori ellenistici nel raffigurare il movimento con una vividezza quasi palpabile. La superficie del bronzo, patinata dal tempo e dall’acqua salata, aggiunge una dimensione ulteriore alla bellezza melanconica della statua, suggerendo un dialogo ininterrotto tra l’opera e gli elementi naturali che l’hanno custodita per secoli.
La genesi storica di questo capolavoro si colloca in un’epoca di grandi fermenti culturali e artistici, quando l’arte ellenistica, spinta dai contatti con altre civiltà del Mediterraneo, si avventurava nei territori inesplorati della rappresentazione umana. I satiri simbolizzavano l’energia primordiale della natura e l’abbandono ai piaceri sensoriali, in contrasto con l’ordine razionale della civiltà. Il loro ruolo nei rituali dionisiaci, che celebravano il dio del vino e dell’ebbrezza, rifletteva una dimensione filosofico-religiosa di trasgressione e liberazione, un ritorno alle radici istintuali dell’essere umano.

 

Satiro danzante (IV-II sec. a.C.), Mazara del Vallo, Museo del Satiro danzante

 

Il Satiro danzante è un’opera intrisa di significati che si intrecciano tra il mondo mitologico, religioso e filosofico dell’antica Grecia. Approfondire questi significati ci permette di comprendere meglio l’essenza di questa scultura e il suo valore simbolico.
Il satiro è una figura mitologica greca, una creatura metà uomo e metà capro, associata al culto di Dioniso. I satiri esprimono gli aspetti più selvaggi e incontrollati della natura umana, incarnando il desiderio, l’ubriachezza e la libertà dalle convenzioni sociali. La danza frenetica del Satiro danzante evoca il thiasos, il corteo dionisiaco, in cui i seguaci del dio, in preda all’estasi, celebravano con danze, canti e riti orgiastici. Questa rappresentazione mitologica sottolinea l’importanza del caos e della spontaneità come elementi essenziali della vita.
Dal punto di vista religioso, il Satiro danzante è un simbolo della connessione tra l’uomo e il divino. Le danze dionisiache erano viste come un mezzo per trascendere la realtà quotidiana e avvicinarsi al mondo degli dèi. Dioniso rappresentava una via di fuga dalle restrizioni della società e della razionalità. I riti a lui dedicati erano momenti di rottura delle norme, dove gli individui potevano sperimentare una fusione con la natura e con il divino. La figura del satiro, in questo contesto, diventa un intermediario tra l’umano e il sacro, una testimonianza vivente della potenza trasformatrice del dio.
Filosoficamente, il Satiro danzante raffigura il dualismo intrinseco dell’esistenza umana. La Grecia ellenistica, con il suo crescente interesse per l’individualità e l’esperienza soggettiva, rifletteva spesso nelle sue opere d’arte la tensione tra opposti. Il satiro, con la sua duplice natura, simboleggia la lotta continua tra ragione e istinto, tra ordine e disordine, tra civiltà e natura. Questa scultura ricorda che l’essere umano è un’entità complessa, che cerca costantemente di bilanciare queste forze contrastanti. La danza del satiro, quindi, non è solo espressione di gioia sfrenata, ma anche meditazione sulla condizione umana e sulla ricerca di armonia tra i diversi aspetti del sé.
Infine, il Satiro danzante può essere inteso come simbolo esistenziale, che parla della fragilità e della bellezza della vita umana. La sua postura dinamica e il suo movimento fissato nel bronzo suggeriscono un momento di intensa vitalità, ma anche di transitorietà. Come la danza, la vita è effimera, un flusso continuo di esperienze che si susseguono e si dissolvono. Il Satiro danzante invita a riflettere sull’esistenza umana, sulla necessità di abbracciare ogni momento con pienezza, pur nella consapevolezza della sua inevitabile fine. Racchiudendo in sé una molteplicità di significati, che vanno oltre la sua mera apparenza, offre un’immagine potente e malinconica della condizione umana, dell’eterna ricerca di senso e dell’incessante danza della vita.

 

 

 

La Venere Callipigia

 

 

 

La statua della Venere Callipigia è un’ode marmorea all’eterna bellezza femminile, scolpita con una grazia che trascende il tempo. Realizzata in marmo bianco, ritrae la dea ergersi in una posa delicata e insieme potente. Il suo corpo sinuoso, dalle forme morbide e armoniose, sembra animarsi sotto gli occhi di chi la osserva, raccontando storie di divinità, di femminilità e di miti antichi.
Il nome del suo scultore rimane avvolto nel mistero. Non esistono documenti certi che identifichino l’artista creatore di questa magnifica scultura. Tuttavia, si ritiene che la statua sia stata realizzata durante il periodo ellenistico, dal 323 a.C. al 31 a.C. L’epoca ellenistica fu evo di grande fioritura artistica e culturale, caratterizzato da un’estrema raffinatezza tecnica e da un’espressività marcata nelle opere d’arte. Gli scultori di quel periodo miravano a rappresentare non solo la bellezza fisica ideale, ma anche le emozioni e i movimenti naturali dei corpi. La Venere Callipigia, con la sua postura dinamica e i dettagli anatomici, riflette perfettamente queste caratteristiche.
Il nome Callipigia deriva dal greco antico Kallipygos, che significa “dalle belle natiche”. Tale appellativo mette in evidenza una particolarità specifica della statua: la raffigurazione idealizzata della parte posteriore del corpo femminile.
Secondo la leggenda, la statua fu ispirata da una gara di bellezza tra due sorelle di Siracusa, ciascuna delle quali vantava di avere le natiche più belle. Il giudizio favorevole portò all’edificazione di un tempio dedicato a Venere Callipigia, dove la statua fu collocata come simbolo di quella peculiare bellezza.

“Venere Callipigia”, IV-I sec. a.C., Napoli, Museo Archeologico Nazionale

La posa della statua vede la dea girarsi leggermente per guardare indietro. È come se Venere fosse còlta in un momento di intima riflessione, aggiungendo una dimensione di delicatezza e vulnerabilità alla sua figura divina. I suoi tratti, scolpiti con maestria, risplendono alla luce, creando giochi di ombre che esaltano ogni finitura. La postura, leggermente inclinata, suggerisce un movimento sospeso tra il passo e la stasi, un attimo di grazia catturato per l’eternità. Il volto, sereno ma impenetrabile, invita l’osservatore a immergersi in un mondo di bellezza e mistero, dove il divino e l’umano femminile si fondono in un amplesso senza tempo.
La Venere Callipigia celebra sì la bellezza esteriore, ma anche un ideale di perfezione interiore, una bellezza che risiede nell’equilibrio e nell’armonia. Guardarla (e incantarsi) è come ascoltare una quieta melodia, una poesia scolpita nella pietra, che sussurra segreti di un passato immortale. Ogni linea, ogni curva è un verso di questa poesia visiva, che incanta e affascina, rendendo omaggio alla magnificenza del corpo femminile e alla divina arte della scultura.

 

 

 

Per una interpretazione poetica della pittura impressionista

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

La poesia, come l’arte figurativa, deve essere interpretabile, deve stimolare sensazioni, emozioni, ricordi, attraverso le parole. Essa è nell’aria, è dentro di noi, è intorno a noi. La poesia libera l’animo e riesce ad esprimerlo, poi, in parole. L’istinto poetico dell’uomo si perde nella notte dei tempi, per alienarsi e ricomporsi in frammentarie bramosie liriche. La poesia svela l’impulso ancestrale, dominato dal sentimento, che diffonde misteri in ogni verso. La poesia diviene schizzo d’immenso e non concede all’autore, né al lettore, autorevoli o ragionevoli garanzie estetiche. La sua potenza, spesso inespressa, deve essere amata coi sensi e carezzata con gli occhi, affinché ci parli.

Claude Monet, “I papaveri” (1873) Parigi, Musée d’Orsay

La poesia dell’arte impressionista diventa soggettiva rappresentazione della realtà. Essa, infatti, evita qualsiasi costruzione ideale, per occuparsi soltanto dei “phoenomena”, quali essi “appaiono” nell’ispirazione artistica. Non c’è, nella pittura impressionista, alcuna evasione verso mondi idilliaci o esotici, quanto piuttosto, la volontà di calarsi interamente nella concretezza estetico-sentimentale che la anima, che l’assedia, evidenziandone le caratteristiche che la compongono. Il soggetto artistico, inanimato o animato, trasborda sulle tele, direttamente dagli occhi e dal cuore del pittore. Il linguaggio pittorico degli impressionisti, ricercato ma sempre poetico, con variegate tonalità, si alimenta, soprattutto, dell’uso del colore e della luce.

Édouard Manet, “Colazione sull’erba” (1862-1863), Parigi, Musée d’Orsay

Luci e colori costituiscono gli elementi fondanti della visione artistica impressionista. Ciò consente allo spettatore, inizialmente, di percepirli e, poi, pian piano, attraverso l’elaborazione concettuale, di distinguere le forme e gli spazi, in cui gli impressionisti li trasfondono e li trasfigurano. Questi “distinguo” costituiscono il riflesso degli “oggetti”, ritratti dagli artisti. La pittura impressionista si nutre principalmente di luce, perché nasce “en plein air”, all’aperto. Non rappresenta il frutto di un chiuso atelier di osservazione e di ispirazione, quanto piuttosto un paesaggio dell’anima, in cui germoglia l’artista. Esso coglie tutti gli effetti luministici che la visione diretta gli fornisce. Le sue pennellate diventano, di conseguenza, estremamente mutevoli, come mutevoli sono i colori e la luce dei paesaggi.

Paul Cézanne, “La casa dell’impiccato” (1873), Parigi, Musée d’Orsay

Questa sensazione di mutevolezza rappresenta la caratteristica più significativa del “modus pingendi” impressionista, che si caratterizza come la pittura dell’attimo fuggente, senza un prima, senza un dopo, in quanto coglie l’assoluto nella realtà, attraverso impressioni istantanee. La realtà, infatti, muta continuamente di aspetto. La luce varia ad ogni istante. Gli oggetti e le cose fluttuano. Si muovono nell’eremo della dimensione interiore dell’artista. Il momento sintetizza la sensazione e la sorprende in una particolare inquadratura, come fosse una fotografia d’autore. 

Pierre-Auguste Renoir, “Le Pont-Neuf” (1872), Washington, National Gallery of Art

La pittura impressionista cattura, anche in poche pennellate, le emozioni dell’artista, contrapponendole in immagini contrastanti, che sfuggono al tempo e al luogo, a fugaci e vivide impressioni, in una sintesi che scoperchia gli strati profondi dell’animo, provocando, così, sensazioni di realismo, di naturalezza, di complicità, ma, al tempo stesso, anche di distaccata e indifferente leggerezza. Lo spettatore, in tal modo, fa ricorso alla sensazione e all’identificazione con le impressioni suggerite. E oblia la ragione! Si libera, adunque, delle sovrastrutture della mente, dei concetti inutili e superflui, i quali si affollano intorno ad una veduta, ad una esperienza. Lo spettatore coglie, così, l’essenza di una visione, la sostanza di un’esperienza, il nucleo di un’emozione.

Edgar Degas, “Cavalli da corsa davanti alle tribune” (1866-1868), Parigi, Musée d’Orsay

 

 

Edward Hopper: l’artista oltre le opere

 

di

Dalila Ippolito

 

 

Edward Hopper è un artista inclassificabile. Per quanto interprete e maggior esponente del Realismo americano, i suoi dipinti sono atemporali rappresentazioni dell’animo umano e delle domande che pendono quotidianamente sulla nostra esistenza…

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Edward Hopper, Autoritratto
1930 Whitney Museum of American Art, New York

 

 

 

 

Artemisia Gentileschi ci insegna che la vita richiede tenacia, forza di volontà e capacità di reagire

 

 

di

Giulia Frigerio

 

 

Attraverso l’arte oggi si può esprimere la nostra voce più segreta, quella che spesso non trova spazio nella quotidianità, ci permette e promette di lasciare una traccia eterna della nostra storia, di ciò che siamo e cosa la vita ci ha insegnato. Nella pittura del Seicento si inizia a manifestare questo spiraglio di soggettività, al contrario dei movimenti artistici precedenti in cui regnavano il classicismo, le regole, la bellezza fatta di proporzioni e canoni. L’arte, ed in particolare la pittura, in questo periodo è fatta di luci e di ombre, proprio come la vita di Artemisia Gentileschi…

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Simon Vouet, “Ritratto di Artemisia Gentileschi”
(1623 circa; olio su tela, Pisa, Palazzo Blu)

 

 

 

Incidere la conoscenza: Albrecht Dürer, Rinascimento alla tedesca

 

di

Andrea Dusio

 

 

All’inizio ti senti mancare il terreno sotto i piedi: Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia, la mostra che il Palazzo Palazzo Reale di Milano ha ospitato dal 21 febbraio al 24 giugno 2018, proietta direttamente nel pieno della vita dell’artista tedesco, all’anno 1504, quello del suo viaggio documentato in Italia…

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Albrecht Dürer (1471 – 1528)

 

Melancholia I (1514)
Staatliche Kunsthalle, Karlsruhe

 

 

 

Giotto, Stil Novo a colori

 

da

ilgiornaledivicenza.it

 

 

Non vi sono cieli azzurri a Milano. Prevale l’oro, nella pur bellissima mostra allestita a Palazzo Reale, dedicata a Giotto, negli stessi spazi dove negli anni finali della sua vita (attorno al 1335-36) l’artista eseguì per Azzone Visconti una serie di dipinti murali oggi purtroppo perduti. Mostra pensata per accompagnare le settimane conclusive dell’Expo ma, a differenza di altre, studiate per trovare collegamenti diretti coi temi della nutrizione e dell’alimentazione… 

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Giotto di Bondone (1267-1337)

 

 

Amedeo Modigliani e le sue modelle: una brevissima analisi poetica

 

 

Amedeo Modigliani, misero, senza un soldo, perennemente ubriaco o stordito dall’oppio, ma artista immenso e maledetto, terminato un nudo, nel suo studio cadente a Montparnasse, soleva fare all’amore con la modella che aveva posato per lui. Misera anch’ella, vendeva le grazie di cui la Natura l’aveva dotata, per farsi ritrarre e guadagnare dei soldi, salvo poi preferire in compenso mezz’ora d’amore, anteponendo, così, la passione al danaro di cui, senza dubbio, aveva bisogno. Gli si concedeva, perché la baciasse quella bocca dalla quale erano uscite parole impastate di eccessi, perché la toccassero quelle mani che l’avevano così mirabilmente dipinta e perché entrasse in lei, attraverso il passaggio che pure gli aveva mostrato, l’immensa arte di quel giovane straccione italiano. Questo è quanto percepisco in certi quadri di Modì.

 

 

Amedeo_Modigliani_-_Le_Grand_Nu“Grande nudo disteso”, 1917, New York, Museum of Modern Art

 

Amedeo_Modigliani-nudo-disteso-768x465“Nudo disteso”, 1917, Collezione privata

 

572“Nudo”, 1917, New York, Solomon R. Guggenheim Museum

 

Amedeo_Modigliani_012“Nudo Rosso”, 1918, Milano, Collezione Gianni Mattioli

 

 

Tutti i riferimenti nascosti nel dipinto “La colazione dei canottieri” di Renoir

 

da

tpi.it

 

 

Il 25 febbraio del 1841 nasceva a Limoges, in Francia, Pierre-Auguste Renoir, figura di primo piano della pittura francese e uno dei massimi esponenti della corrente impressionista. Con oltre 5mila tele a lui attribuite, il pittore francese è stato uno tra i più prolifici artisti, senza contare i suoi numerosi disegni e acquerelli…

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Pierre-Auguste Renoir, “Le déjeuner des canotiers” (1880 – 1882)
Washington, Phillips Collection

 

 

Il Doriforo di Policleto, la perfezione oltre la realtà

 

da

artesplorando.it

 

 

Il Doriforo, che tradotto sta a significare “portatore di lancia”, è una statua realizzata dallo scultore greco Policleto, attivo tra il 460 e il 420 a.C. circa. Non si sa esattamente chi rappresenti, ma si pensa sia l’idealizzazione dell’eroe Achille. E’ un’opera emblema, conosciuta in tutto il mondo e che,, in un certo senso, incarna l’idea stessa di classicità. Come spesso capita con le statue greche…

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Policleto di Argo, “Doriforo”
Museo Archeologico Nazionale di Napoli