Critica della ragion solitaria

Manuale di solitudine applicata per esseri
sociali in dismissione

 

 

 

 

Questo mio ultimo libro, appena uscito per HARbif Editore, è una lama affilata travestita da risata. È feroce, ironico, spietatamente attuale. Vi farà ridere, spesso di gusto. Ma mentre ridete, vi accorgerete che sta parlando proprio di voi. Dentro ci trovate tutto quello che oggi chiamiamo “vita connessa”: notifiche che non smettono mai, gruppi WhatsApp che sopravvivono per inerzia, videochiamate senza calore, algoritmi convinti di conoscervi meglio di chi vi sta accanto. E, poi, relazioni sospese, lasciate lì, in quel limbo silenzioso “visualizzato”. È il racconto della nostra solitudine contemporanea, quotidiana, digitale, a tratti ridicola, a tratti dolorosa. La solitudine di chi è sempre raggiungibile ma sempre più raramente davvero incontrato. Pagina dopo pagina, il disagio diventa satira, pensiero, osservazione lucida del presente. Si ride, sì. Ma è una risata che lascia il segno. Perché alla fine resta una sola domanda: forse, il problema non è essere soli. Forse il problema è vivere in un mondo pieno di connessioni… e sempre più povero di presenza.

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Il volo delle api e l’ordine del cosmo

Natura, angeli e armonia divina in tre versi
del Paradiso di Dante

 

 

 

Darei molto, anche tutto, per poter tornare a Urbino, nel 1999, quando da studente universitario seguivo i corsi di Letteratura italiana, e mostrare al me stesso ventiduenne questo articolo, dicendogli: “Lo hai scritto tu quando avrai 48 anni!”

 

 

Un semplice sciame d’api. Tre versi di Dante. E dentro, un intero universo. Nel XXXI canto del Paradiso, la natura diventa rivelazione: ho intrecciato botanica, zoologia, mitologia, filosofia e teologia in una delle immagini più luminose della Commedia. Le api sono simboli dell’ordine cosmico, del movimento degli angeli e dell’armonia divina. Un viaggio, breve, dentro il significato nascosto di una delle similitudini più straordinarie di Dante, “sì come schiera d’ape che s’infiora…”

 

 

 

L’immagine dello sciame d’api nel canto XXXI del Paradiso (vv. 7-9) appartiene a quella particolare categoria di similitudini dantesche in cui la realtà più umile e quotidiana viene improvvisamente elevata a chiave interpretativa del cosmo. Dante non sceglie animali nobili o terrificanti, come l’aquila o il leone, ma un insetto minuscolo, fragile, apparentemente comune. Eppure, proprio questa scelta rivela la profondità della sua visione: nell’ordine del creato ogni essere, anche il più piccolo, custodisce una traccia dell’intelligenza divina.

sì come schiera d’ape che s’infiora
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro s’insapora

L’intera similitudine è costruita sul movimento. Le api escono, si disperdono sui fiori, ritornano all’alveare. Non vi è staticità ma ritmo. Dante concepisce il Paradiso come una realtà vivente, pulsante, animata da una circolazione continua di energia spirituale. Gli angeli non stanno immobili nella contemplazione: si muovono incessantemente tra Dio e i beati, come messaggeri della luce e dell’amore.
Questo dinamismo riflette una concezione profondamente medievale dell’universo. Nel Medioevo il cosmo non era pensato come materia inerte ma come organismo vivente. Ogni creatura era inserita in una rete di corrispondenze e finalità. Le api costituivano uno dei più perfetti esempi naturali di questa armonia organica.


Dal punto di vista zoologico, le api erano considerate creature quasi misteriose. Gli antichi naturalisti le descrivevano come esseri purissimi, nati senza corruzione carnale. Aristotele, pur studiandole con metodo relativamente scientifico, non riusciva a spiegare interamente la loro riproduzione; Virgilio e altri autori credevano addirittura che potessero nascere spontaneamente dalla decomposizione dei buoi morti. Questa teoria della bugonia conferiva alle api un’aura sacrale: sembravano creature sospese tra morte e resurrezione.
Per l’immaginario cristiano, questa caratteristica le rendeva particolarmente adatte a simboleggiare il mondo spirituale. Le api producono miele senza apparente violenza; vivono in comunità ordinate; sembrano guidate da una sapienza collettiva superiore all’individuo. In esse il Medioevo vedeva il riflesso di una società ideale, priva di conflitti egoistici. La struttura dell’alveare era spesso interpretata politicamente e moralmente. Come ogni ape lavora per il bene comune, così ogni uomo dovrebbe contribuire all’armonia della società cristiana. Dante, profondamente interessato ai temi dell’ordine civile e imperiale, non poteva essere insensibile a questo significato. L’alveare era un’immagine del cosmo governato dalla giustizia divina.
È altresì significativo che il poeta parlasse di “schiera”. Il termine richiama immediatamente una formazione ordinata, quasi militare. Le api non sono un ammasso caotico di insetti ma un esercito disciplinato. Nel Paradiso dantesco la disciplina non nasce dalla coercizione, bensì dalla perfetta adesione della volontà individuale al bene universale. Gli angeli si muovono liberamente ma la loro libertà coincide totalmente con il volere divino.
Qui si può cogliere un importante nucleo filosofico di matrice tomistica. Per Tommaso d’Aquino, la libertà autentica non consiste nel poter scegliere arbitrariamente ma nel tendere senza ostacoli verso il bene. Il peccato è disordine; la santità è armonia. Le api dantesche incarnano precisamente questa armonia perfetta fra individuo e totalità.
In chiave mitologica, le api possiedono una lunga storia simbolica. Nella Grecia antica erano associate alle anime dei morti. Alcune tradizioni orfiche immaginavano le anime come sciami alati. Anche per questo l’immagine dantesca acquista una particolare profondità: gli angeli sembrano anime luminose in perpetuo movimento. Le api erano inoltre legate alla figura di Demetra e ai misteri eleusini, culti centrati sul ciclo di morte e rinascita della natura. Il miele era considerato cibo sacro e iniziatico. Persino Zeus, secondo alcune leggende, sarebbe stato nutrito con miele durante l’infanzia. Dante assorbì questa eredità culturale e la ricollocò all’interno della teologia cristiana. L’antico simbolismo pagano venne purificato e orientato verso il Dio cristiano. Ciò dimostra ancora una volta come la Commedia sia una gigantesca opera di sintesi culturale, capace di fondere Bibbia, filosofia scolastica e tradizione classica.
Anche il verbo “s’infiora” merita un approfondimento ulteriore. Sul piano linguistico è una parola straordinariamente concreta e insieme raffinata. Non indica soltanto il posarsi sui fiori ma quasi un rivestirsi di fiori, un entrare in comunione con essi. La natura qui non è sfondo decorativo ma realtà viva e relazionale.
In botanica, il rapporto tra api e fiori è uno degli esempi più perfetti di simbiosi naturale. Oggi sappiamo che molte piante dipendono dagli insetti impollinatori per riprodursi. Dante non poteva conoscere la genetica vegetale né la fisiologia della riproduzione fitologica ma attraverso l’osservazione intuitiva la reciprocità profonda tra i due organismi. I fiori offrono nettare; le api diffondono il polline. Ciascun essere trova nell’altro il completamento del proprio ciclo vitale. Questa reciprocità può essere letta anche teologicamente: nessuna creatura esiste in isolamento. L’intero creato è fondato sulla relazione. È un principio che attraversa tutta la Commedia: dall’amore cosmico del canto iniziale del Paradiso fino alla visione finale di Dio come unità trinitaria. Inoltre, il fiore possiede un valore simbolico antichissimo. Nella cultura medievale era l’emblema della perfezione effimera, della bellezza che rinvia a Dio. San Bernardo, protagonista degli ultimi canti del Paradiso, aveva fatto ampio uso della simbologia floreale nella sua mistica mariana. La rosa, soprattutto, rappresentava la pienezza della grazia.

La “Candida rosa” del Paradiso è una struttura vivente, quasi un immenso organismo cosmico. I beati siedono nei suoi petali come cellule luminose di un unico corpo spirituale. Le api angeliche che vi si muovono dentro trasformano la visione paradisiaca in un ecosistema sacro.
Qui Dante raggiunge una sintesi impressionante tra cosmologia medievale e immaginazione poetica. Il Paradiso non è descritto come uno spazio astratto o geometrico ma come una forma naturale. La natura stessa diventa linguaggio del trascendente.
Particolarmente profondo è poi il significato del verso finale:

là dove suo laboro s’insapora

Il lavoro delle api trova “sapore” nel miele, cioè nel frutto ultimo della propria attività. Ma il verbo “insaporare” suggerisce qualcosa di più della semplice dolcezza materiale. Indica il conferimento di senso. Il lavoro acquista gusto perché giunge al proprio compimento.
Qui Dante tocca un tema centrale della filosofia medievale: il rapporto tra azione e fine. Nulla esiste senza uno scopo. Ogni movimento tende a una perfezione. Come l’ape trova il compimento del proprio operare nell’alveare e nel miele, così l’anima umana trova il senso ultimo della propria esistenza in Dio.
L’idea è profondamente aristotelica. Per Aristotele ogni ente tende al proprio telos, cioè al proprio fine naturale. Tommaso cristianizzò questa concezione, identificando il fine supremo con Dio stesso. Dante tradusse questa filosofia in immagine poetica.
Ma vi è anche una dimensione mistica. Il miele, nella tradizione biblica e patristica, rappresenta spesso la sapienza divina. I Padri della Chiesa parlavano della Scrittura come di un miele spirituale. San Bernardo descriveva la contemplazione di Dio come una dolcezza ineffabile.
Così, il miele delle api si fa figura della beatitudine eterna. Gli angeli tornano continuamente a Dio perché in Lui trovano il “sapore” della propria esistenza. Non obbediscono per necessità ma per amore.
Persino il piccolo gesto naturale di un’ape che vola verso un fiore diventa allora epifania del divino. Dante è convinto che il creato intero sia attraversato da un ordine invisibile, da una musica segreta che collega tutte le cose. È questo, forse, il nucleo più profondo della similitudine: la convinzione che natura, spirito e Dio non siano realtà separate ma aspetti diversi di un’unica armonia cosmica.

 

 

 

 

Il dialogo tra Nietzsche e Heidegger sulla fine
della metafisica e il destino dell’Essere

 

 

 

 

Nietzsche e Heidegger: due pensatori, un unico abisso. Dalla “morte di Dio” al nichilismo contemporaneo, queste riflessioni attraversano il cuore della crisi dell’Occidente e mettono a confronto due delle visioni più radicali della filosofia moderna. Chi ha davvero compiuto la fine della metafisica? E cosa resta all’uomo quando crollano tutti i valori assoluti? Un viaggio intenso tra volontà di potenza, eterno ritorno, tecnica e questione dell’essere. Un confronto che non appartiene solo alla filosofia ma parla direttamente al nostro tempo.

 

 

 

Il rapporto filosofico tra Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger costituisce uno degli snodi centrali della filosofia contemporanea. Sebbene i due filosofi non si siano mai incontrati direttamente – Nietzsche morì nel 1900, quando Heidegger era ancora adolescente – il loro pensiero si intreccia in modo profondo e complesso. Heidegger dedicò ampie riflessioni a Nietzsche, non solo considerandolo un interlocutore privilegiato, ma elevandolo a figura chiave per comprendere la crisi della metafisica occidentale. Tuttavia, questo confronto non si esaurisce in una mera esegesi; esso assume i contorni di un tentativo di “superamento” e, al contempo, di “appropriazione critica” del pensiero nietzschiano. Heidegger vede in Nietzsche l’ultimo metafisico, colui che porta la metafisica occidentale al suo culmine e, paradossalmente, ne svela la fine.
Questo dialogo filosofico ruota attorno a temi fondamentali: la volontà di potenza, l’eterno ritorno dell’uguale, il nichilismo e la questione dell’essere.
Per comprendere il punto di partenza della riflessione heideggeriana su Nietzsche, è essenziale collocare quest’ultimo nella storia della metafisica occidentale. Secondo Heidegger, Nietzsche non è il “distruttore” della metafisica, come spesso viene interpretato, bensì il suo “compitore” estremo. In altre parole, Nietzsche porta alle estreme conseguenze le dinamiche interne alla metafisica platonico-cristiana, mostrando il loro esaurimento e al tempo stesso il loro pieno sviluppo. Heidegger identifica la metafisica occidentale come una storia dell’oblio dell’essere (Seinsvergessenheit), in cui l’essere è stato progressivamente ridotto a mera presenza (Vorhandenheit) o a oggetto della volontà e della tecnica. Platone, con la sua distinzione tra mondo sensibile e mondo delle idee, inaugura il dualismo ontologico che caratterizza tutta la tradizione metafisica. Con l’avvento della modernità, questa distanza si riduce e l’ente diventa l’unico polo di interesse filosofico, culminando nella soggettività cartesiana e nella razionalità scientifica.
In questo contesto, Nietzsche rappresenta il punto di rottura e di compimento: con la “morte di Dio” e la svalutazione dei valori supremi, egli smaschera l’infondatezza della metafisica tradizionale. Tuttavia, Heidegger sostiene che Nietzsche rimane ancora intrappolato nello schema metafisico, poiché le sue proposte alternative – la volontà di potenza e l’eterno ritorno – non abbandonano l’orizzonte della soggettività e del dominio, ma li radicalizzano.
La volontà di potenza, in particolare, secondo Heidegger, non è altro che l’estremo tentativo della metafisica di fondare l’ente su un principio primo, sebbene dinamico e privo di trascendenza. Nietzsche dissolve i valori metafisici, ma li sostituisce con la forza e la dinamica della volontà, mantenendo inalterata la struttura fondamentale della metafisica: la ricerca di un principio che spieghi e giustifichi il divenire.
Il concetto di nichilismo costituisce il fulcro del confronto tra Nietzsche e Heidegger. Nietzsche identifica il nichilismo come il destino ineluttabile della cultura occidentale, la conseguenza ultima della crisi dei valori assoluti su cui essa si era fondata. Con la morte di Dio, il fondamento metafisico della verità crolla e l’uomo moderno si ritrova in un universo privo di senso e di scopo.
Per Nietzsche, il nichilismo è, in prima istanza, un pericolo, ma anche una possibilità: esso può sfociare nella rinuncia e nella decadenza (nichilismo passivo) oppure nella creazione di nuovi valori (nichilismo attivo), incarnati dalla figura dell’Oltreuomo (Übermensch).
Heidegger, tuttavia, rilegge il nichilismo in termini più radicali e ontologici. Per lui, il nichilismo non è solo un fenomeno culturale o morale, ma la cifra stessa della storia della metafisica occidentale. L’oblio dell’essere, che caratterizza l’intera tradizione filosofica, culmina nella riduzione dell’ente a semplice oggetto di calcolo e manipolazione. La tecnica moderna, in quanto espressione ultima di questa visione, incarna il nichilismo nella sua forma più pura: l’essere è completamente dimenticato e sostituito dalla volontà di dominio sull’ente.
In questa prospettiva, Nietzsche non è il superatore del nichilismo, ma il suo esecutore. La sua volontà di potenza, lungi dall’aprire a un nuovo pensiero dell’essere, consacra l’autoaffermazione della soggettività come principio ultimo. Heidegger definisce questa fase come “nichilismo compiuto”, in cui ogni fondamento trascendente è eliminato e l’uomo diventa l’unica misura del reale.
Un altro punto risolutivo del confronto riguarda il concetto di tempo. Nietzsche, con l’idea dell’eterno ritorno dell’uguale, propone una visione ciclica del tempo che rompe con la linearità teleologica della tradizione cristiana e moderna. Questo concetto, che a prima vista può apparire cosmologico, ha in realtà profonde implicazioni esistenziali: l’eterno ritorno esige l’accettazione radicale dell’esistenza così com’è, senza ricorso a finalità o giustificazioni trascendenti. È l’estremo banco di prova per l’amor fati, l’amore del proprio destino.
Heidegger legge l’eterno ritorno in chiave metafisica e lo interpreta come un tentativo di Nietzsche di stabilizzare il divenire attraverso una forma ciclica che, pur negando il fine ultimo, conserva una struttura ordinativa. Tuttavia, Heidegger propone una concezione del tempo ancora più radicale, esposta in Essere e tempo. Il tempo autentico non è né lineare né ciclico, ma esistenziale: il Dasein è essenzialmente temporale, perché proiettato verso il futuro nella sua finitezza e apertura al possibile. Questa concezione del tempo consente a Heidegger di distaccarsi dalla metafisica della presenza e di porre l’essere come evento temporale e storico, sottraendolo alla logica del dominio e della volontà. La tensione più profonda tra Nietzsche e Heidegger emerge nella questione del “superamento” della metafisica. Nietzsche, nella sua critica ai valori platonico-cristiani, sembra tentare una distruzione della metafisica, ma Heidegger coglie che, pur nel suo radicalismo, Nietzsche rimane comunque all’interno dell’orizzonte metafisico. Il suo pensiero, infatti, si muove ancora entro la logica della fondazione, anche se questa fondazione è divenuta immanente e dinamica.
Heidegger, invece, propone un “superamento” che non è distruttivo, ma “trascendente”, nel senso di un pensiero che lascia essere l’essere senza più sottoporlo alla logica della rappresentazione e del dominio. In questo senso, la “fine della metafisica” non è un evento catastrofico, ma la possibilità di una nuova apertura al senso dell’essere.
Il pensiero heideggeriano del “ritorno all’essere” non cerca un nuovo fondamento, ma un ascolto dell’evento dell’essere stesso, nel suo disvelarsi e nascondersi. In questa prospettiva, il linguaggio assume un ruolo centrale come spazio in cui l’essere si manifesta poeticamente, oltre la rigidità concettuale della metafisica.
Il confronto tra Nietzsche e Heidegger rimane uno dei dialoghi più fecondi e problematici della filosofia moderna. Nietzsche ha svelato il destino nichilistico dell’Occidente, ma, secondo Heidegger, non ha saputo superarne i limiti metafisici. Heidegger, invece, tenta di riaprire la questione dell’essere, cercando una via d’uscita dalla metafisica attraverso un pensiero più originario.
Tuttavia, il rapporto tra i due non si esaurisce in una dialettica di superamento o rifiuto. C’è, in Heidegger, un profondo rispetto per la radicalità di Nietzsche e una consapevolezza che il pensiero del filosofo di Röcken ha aperto la strada alla crisi della metafisica stessa. Il nichilismo, lungi dall’essere una fase superata, rimane la condizione del nostro tempo e il compito della filosofia è quello di confrontarsi con esso senza cedere alla tentazione della mera restaurazione di valori o alla cieca esaltazione della tecnica.
In ultima analisi, il dialogo tra Nietzsche e Heidegger non è solo uno scontro tra due visioni del mondo, ma il riflesso della crisi profonda della modernità. Attraverso questo confronto, emerge l’urgenza di un pensiero che sappia misurarsi con il vuoto lasciato dalla morte di Dio, ma che non cada nella trappola del dominio assoluto della soggettività. In questo spazio critico si gioca ancora oggi la possibilità di un pensiero che sappia interrogare il senso dell’essere al di là dei limiti della metafisica.

 

 

 

 

 

La dissoluzione della causalità

La rivoluzione empirista di David Hume

 

 

 

 

Cosa succede se la causalità non esiste davvero? David Hume ribalta tutto: ciò che chiamiamo “causa ed effetto” non è una legge della realtà ma un’abitudine della nostra mente. Vediamo eventi succedersi e crediamo che uno produca l’altro… ma quella connessione non la percepiamo mai davvero. Da qui nasce una domanda: e se anche la scienza si fondasse su una convinzione, più che su una certezza? Queste riflessioni mettono in crisi ciò che diamo per ovvio e costringono a ripensare il modo in cui conosciamo il mondo.

 

 

 

David Hume (1711-1776), uno dei più influenti filosofi dell’Illuminismo scozzese, ha profondamente segnato la filosofia moderna attraverso la sua critica radicale al concetto di causalità. Nelle sue opere principali, il Trattato sulla natura umana (1739-40) e la Ricerca sull’intelletto umano (1748), Hume mette in discussione le fondamenta stesse della conoscenza scientifica e metafisica, introducendo un punto di vista empirista e scettico che ha avuto un impatto duraturo sulla filosofia successiva.
Per comprendere pienamente la portata della critica humeana alla causalità, è essenziale situarla nel contesto della tradizione empirista britannica. L’empirismo, rappresentato da filosofi come John Locke e George Berkeley, sostiene che tutta la conoscenza derivi dall’esperienza sensibile. Tuttavia, mentre Locke riteneva che l’intelletto umano potesse costruire concetti astratti a partire dall’esperienza e Berkeley eliminava la materia a favore di una realtà composta esclusivamente da percezioni, Hume adotta una posizione ancora più radicale: egli mette in dubbio la possibilità stessa di fondare conoscenze certe sulle relazioni causali.
Per Hume, la filosofia deve limitarsi a descrivere i meccanismi mentali attraverso cui l’uomo costruisce il sapere, senza pretendere di cogliere l’essenza ultima della realtà. In questo senso, la critica della causalità si inserisce nella più ampia impresa di smantellamento delle pretese metafisiche tradizionali.
La riflessione humeana sulla causalità parte da un’osservazione semplice ma decisiva: quando osserviamo due eventi correlati – ad esempio, il lancio di una palla e la rottura di una finestra – percepiamo chiaramente la successione temporale tra i due eventi, ma non la “connessione necessaria” che li lega. Non vi è alcuna impressione sensibile della necessità causale.
Hume distingue, quindi, tre elementi fondamentali che caratterizzano il concetto comune di causalità: contiguità spaziale e temporale (la causa e l’effetto devono essere vicini nel tempo e nello spazio); successione temporale (la causa precede l’effetto; connessione necessaria (si presume che la causa “produca” l’effetto in modo inevitabile). Se i primi due elementi sono direttamente osservabili, il terzo – la connessione necessaria – non lo è. Secondo Hume, l’idea di necessità deriva non da un’osservazione oggettiva, ma da un’abitudine psicologica. Dopo aver visto più volte A seguito da B, la mente sviluppa un’aspettativa che B seguirà sempre A. È l’abitudine che genera l’idea di causalità, non una conoscenza razionale o intuitiva della connessione reale tra i fenomeni. Questo porta Hume a formulare il principio secondo cui la causalità è un prodotto della mente umana e non una proprietà intrinseca della realtà.

Uno degli aspetti più dirompenti della critica humeana è la sua implicazione per il metodo scientifico basato sull’induzione. La scienza moderna si fonda sulla convinzione che le leggi naturali osservate nel passato continueranno a valere nel futuro. Tuttavia, Hume dimostra che tale convinzione non può essere giustificata razionalmente. Il cosiddetto “problema dell’induzione” emerge dalla constatazione che non vi è alcuna garanzia logica che il futuro replicherà il passato. Ad esempio, l’osservazione che il sole è sorto ogni giorno fino a oggi non giustifica, in termini di pura logica, la certezza che sorgerà anche domani. L’aspettativa del ripetersi dei fenomeni si basa unicamente sull’abitudine. Questo scetticismo non implica che la scienza sia inutile, ma mette in discussione le sue pretese di verità assoluta. La scienza funziona perché è utile e pratica, non perché fornisce conoscenze metafisicamente certe.
La critica humeana della causalità ha avuto profonde ripercussioni nella storia della filosofia. Il suo scetticismo ha spinto Immanuel Kant a rivedere le fondamenta della conoscenza nella Critica della ragion pura. Kant riconosce a Hume il merito di averlo “risvegliato dal sonno dogmatico” e sviluppa la teoria secondo cui la causalità non è un concetto empirico, ma una categoria a priori della mente umana che struttura l’esperienza. Se per Hume la causalità è una costruzione psicologica basata sull’abitudine, per Kant essa diventa una condizione necessaria per la possibilità dell’esperienza stessa. In questo modo, Kant cerca di salvare la validità del sapere scientifico, senza però ripristinare le vecchie pretese metafisiche.
In epoca contemporanea, la critica humeana ha influenzato anche la filosofia della scienza, in particolare con Karl Popper, che ha rifiutato l’induzione come metodo scientifico, proponendo al suo posto il criterio della falsificabilità: le teorie scientifiche non possono essere verificate definitivamente, ma solo messe alla prova e potenzialmente confutate.
Un altro aspetto significativo della riflessione humeana riguarda la psicologia della percezione e della conoscenza. Nel sottolineare che la causalità è il risultato di un processo mentale piuttosto che una realtà esterna, Hume anticipa teorie psicologiche moderne sulla costruzione della realtà da parte della mente umana. La sua analisi suggerisce che la mente non si limita a registrare passivamente i dati sensibili, ma attivamente li organizza secondo schemi abitudinari e associazioni. Questa intuizione ha condizionato approcci successivi come il pragmatismo e alcune correnti della psicologia cognitiva, che vedono la conoscenza come il risultato di processi adattativi piuttosto che come la scoperta di verità oggettive.
La critica di Hume al concetto di causalità ha segnato un punto di svolta nella filosofia moderna. Smontando la pretesa di una conoscenza certa e razionale delle connessioni causali, egli ha aperto la strada a un nuovo modo di intendere il rapporto tra mente e realtà, tra esperienza e sapere. Il suo approccio empirista e scettico continua a interrogare la filosofia contemporanea, spingendo a riflettere sui limiti della conoscenza umana e sul ruolo della soggettività nella costruzione della realtà. La lezione di Hume rimane un monito alla prudenza epistemologica: ciò che consideriamo vero potrebbe essere, in ultima analisi, il frutto delle abitudini della mente piuttosto che un riflesso fedele della realtà oggettiva.

 

 

 

 

Materialismo e nichilismo

Il passaggio da d’Holbach a Nietzsche

 

 

 

 

Dio è morto… ma cosa resta davvero dopo? Prima ancora di Friedrich Nietzsche, Paul-Henri Thiry d’Holbach aveva già smontato le fondamenta della religione e del pensiero tradizionale. Ma mentre l’Illuminismo credeva di poter sostituire Dio con la ragione, Nietzsche mostrò il lato oscuro di questa svolta: il vuoto, il nichilismo, la crisi dei valori. Queste riflessioni attraversano quella frattura. Non solo filosofia ma una domanda ancora aperta: cosa significa vivere quando non esistono più certezze?

 

 

 

Il rapporto tra il pensiero di Paul-Henri Thiry d’Holbach e quello di Friedrich Nietzsche si fa interessante quando si abbandona l’idea di un’influenza diretta e si adotta, invece, una prospettiva genealogica. Nietzsche non è un “discepolo” di d’Holbach, eppure si muove dentro uno spazio teorico che l’Illuminismo materialista aveva contribuito a costruire. In questo senso, d’Holbach può essere letto come uno degli autori che preparano il terreno per la crisi che Nietzsche avrebbe analizzato con maggiore radicalità.
Per capire meglio questo passaggio, bisogna partire dal progetto filosofico di d’Holbach. Il suo materialismo è un sistema completo che investe ontologia, antropologia e morale. Nel Sistema della natura, egli affermò che l’universo è un insieme di corpi in movimento, regolati da leggi necessarie e immutabili. L’uomo non fa eccezione: i suoi pensieri, le sue emozioni e le sue azioni sono effetti di cause naturali. Questa impostazione eliminò ogni riferimento a una dimensione trascendente e dissolse l’idea di un ordine morale fondato su Dio. Questa operazione ebbe una portata enorme. Togliere Dio significò smontare l’intera architettura simbolica che aveva sostenuto la cultura europea per secoli. In questo senso, d’Holbach era già dentro quel processo che Nietzsche avrebbe descritto con la formula della “morte di Dio”. Tuttavia, qui viene fuori una prima tensione: d’Holbach non sembrò cogliere fino in fondo le conseguenze di ciò che stava facendo. Egli pensava che, eliminata la religione, fosse possibile sostituirla con una morale naturale, fondata sull’interesse e sulla ricerca della felicità. L’idea era che gli uomini, riconoscendo la propria natura, potessero vivere in modo razionale e armonico.
Nietzsche, invece, vide in questo passaggio un punto critico. Per lui, la “morte di Dio” non apre automaticamente a un nuovo ordine razionale, piuttosto produce un vuoto. I valori tradizionali perdono il loro fondamento e non è affatto scontato che possano essere rimpiazzati da altri altrettanto solidi. Qui si inserisce il tema del nichilismo: non come semplice negazione ma come processo storico in cui i valori si svalutano. Da questo punto di vista, si può dire che d’Holbach rappresenti una fase “ingenua” dell’ateismo moderno, mentre Nietzsche ne delinea la fase “critica”.
Un altro aspetto da approfondire riguarda il modo in cui i due filosofi concepirono la natura. Per d’Holbach, la natura è un sistema ordinato, intelligibile, governato da leggi che la ragione umana può conoscere. C’è una fiducia di fondo nella capacità della scienza e della filosofia di spiegare il reale. Nietzsche ruppe questa immagine. La sua concezione della realtà era più fluida, meno stabilizzata. Non esiste una “natura” intesa come ordine armonico ma un intreccio di forze in lotta. La famosa nozione di volontà di potenza va letta in questo contesto: non come una legge fisica ma come un principio interpretativo che descrive la dinamica fondamentale della vita.
Questa differenza si riflette anche nel modo in cui i due pensarono l’uomo. In d’Holbach, l’essere umano è un ente naturale tra gli altri, determinato da cause che lo precedono. La sua libertà consiste essenzialmente nella conoscenza delle leggi che lo governano: più comprende la necessità, più può orientare il proprio comportamento in modo utile. Nietzsche, invece, mise in crisi questa idea di soggetto unitario e trasparente a sé stesso. L’io non è un centro stabile ma il risultato di una pluralità di impulsi, spesso in conflitto. La coscienza, lungi dall’essere il nucleo dell’identità, è solo una superficie.
Questo portò a una divergenza importante sul piano etico. D’Holbach propose una morale che potremmo definire “naturalistica”: ciò che è buono è ciò che favorisce la conservazione e il benessere dell’individuo e della società. È una morale che mantiene un certo universalismo: in linea di principio, vale per tutti. Nietzsche rifiutò questa impostazione. Non credeva che esistesse una morale valida in generale. Le morali sono espressione di tipi umani diversi, di condizioni di vita differenti. La sua analisi genealogica mostrò come i valori nascessero da esigenze concrete, spesso legate a rapporti di forza. In questo senso, la morale non è qualcosa da fondare razionalmente ma da interpretare e, eventualmente, da superare.
La critica alla religione è un terreno in cui il confronto diventa ancora più sottile. D’Holbach attaccò la religione come errore: un insieme di credenze false che possono essere corrette attraverso l’educazione e la diffusione della conoscenza. Nietzsche, invece, non si limitò a dire che la religione fosse falsa. Si chiese perché gli uomini ne avessero avuto bisogno. La religione, in particolare il cristianesimo, fu interpretata come una risposta a condizioni di sofferenza e di impotenza. In questo senso, ha avuto una funzione storica precisa. Criticarla significa, quindi, anche comprendere le forme di vita che l’hanno prodotta. Un ulteriore livello di confronto riguarda il rapporto con la tradizione illuminista più ampia, in cui d’Holbach si collocò accanto a figure come Denis Diderot. Nietzsche ebbe un atteggiamento ambivalente verso questo mondo. Da un lato, ne riconobbe il valore liberatorio: l’Illuminismo aveva contribuito a smascherare illusioni e superstizioni. Dall’altro, ne criticò il residuo moralismo e la fiducia eccessiva nella ragione. In alcune opere, Nietzsche si scagliò contro quello che percepiva come un “ottimismo” ingenuo, incapace di fare i conti con la dimensione tragica dell’esistenza. È proprio questa dimensione tragica che segna forse la distanza più profonda tra i due. D’Holbach pensava che la conoscenza della verità potesse rendere l’uomo più felice e più libero. Nietzsche non condivise questa convinzione. La verità può essere destabilizzante, persino distruttiva. Non tutti sono in grado di sostenerla. Da qui nacque la sua attenzione per la creazione di nuovi valori e per la figura di un individuo capace di vivere senza appoggi metafisici.
In conclusione, approfondendo il confronto, affiora con maggiore chiarezza che d’Holbach e Nietzsche appartengono a due momenti diversi di uno stesso processo storico. Il primo contribuì a demolire l’ordine tradizionale, confidando nella possibilità di sostituirlo con un sistema razionale. Il secondo prese atto che questa sostituzione non fosse affatto garantita e che la crisi aperta dall’ateismo moderno fosse molto più radicale. In questo senso, Nietzsche non fu semplicemente oltre d’Holbach: fu anche colui che ne rivelò i limiti, mostrando che la liberazione dalle illusioni religiose non coincidesse automaticamente con la costruzione di un nuovo senso condiviso.

 

 

 

 

Il popolo e il suo specchio

Alexis de Tocqueville nell’America di Trump

 

 

 

 

La democrazia non muore sempre con un colpo di stato. A volte cambia forma, lentamente. Si svuota dall’interno. Due secoli fa, Alexis de Tocqueville aveva già visto tutto: una società di individui uguali, liberi… e sempre più soli. Una maggioranza capace non solo di governare ma di plasmare le coscienze. Un popolo pronto a cercare sé stesso in un leader. Oggi, nell’America di Donald Trump, quelle intuizioni tornano a inquietare.Queste mie riflessioni, pubblicate su www.ilmondonuovo.club – Magazine digitale della transizione culturale e politica, diretto da Giampaolo Sodano, non parlano solo di politica. Parlano di noi. Di cosa diventa la libertà quando smettiamo di esercitarla.

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La professione di fede di Dante e la visione trinitaria
in dialogo con la dottrina di Gioacchino da Fiore

 

 

 

 

Dante non sta solo scrivendo poesia. Sta mettendo in scena la sua fede. Nel Paradiso, la sua voce diventa dichiarazione assoluta: un Dio unico che muove tutto con amore, una verità che unisce ragione e rivelazione, un mistero che si fa visione nella Trinità. Accanto a lui, in filigrana, c’è Gioacchino da Fiore: profeta della storia, interprete del tempo come riflesso di Dio. Due sguardi diversi, una stessa tensione verso l’invisibile. Dante raccoglie quell’intuizione e la trasforma: non una profezia sul futuro ma un’esperienza viva, qui e ora. La Trinità non si spiega. Si contempla. E alla fine resta solo questo: l’amore che muove tutto.

 

 

 

Nel canto XXIV del Paradiso, Dante professa un’autentica confessio fidei, nella quale riassume l’essenza della sua credenza cristiana. La dichiarazione comincia con un atto di fede nel Dio unico ed eterno, creatore e motore dell’universo:

E io rispondo: Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
non moto, con amore e con disio;
(vv. 130-132)

Il “non moto” è una chiara allusione all’“immobile motore” aristotelico, reinterpretato cristianamente: Dio muove l’universo non per necessità ma per attrazione amorosa, principio che rimanda alla nozione agostiniana della carità come forza ordinatrice del cosmo.
Dante continua proclamando che la sua fede è radicata tanto nella ragione quanto nella rivelazione, riconoscendo quali fonti autentiche di verità i testi sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento:

e a tal creder non ho io pur prove
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verità che quinci piove

per Moïsè, per profeti e per salmi,
per l’Evangelio e per voi che scriveste
poi che l’ardente Spirto vi fé almi;
(vv. 133-138)

Il culmine della sua professione di fede è la dichiarazione trinitaria:

e credo in tre persone etterne, e queste
credo una essenza sì una e sì trina,
che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.
(vv. 139-141)

La capacità di dire insieme sono (plurale) ed este (singolare) è segno della perfetta unità e distinzione tra le tre Persone della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.

L’immaginario trinitario di Dante trova una fonte ricca e suggestiva nella visione storico-profetica di Gioacchino da Fiore (1130-1202), figura dirompente nel pensiero religioso medievale, la cui influenza si è estesa ben oltre la sua epoca. Dante ne riconosce la statura carismatica, riservandogli un posto tra i beati nel Paradiso, accanto a San Bonaventura:

…e lucemi dallato,
il calavrese abate Gioacchino
di spirito profetico dotato.
(Par., canto XII, vv. 139-141)

Il riconoscimento non è casuale. Dante coglie in Gioacchino sia il carisma del profeta sia l’audacia teologica di un interprete che ha tentato di dare forma simbolica e dinamica al mistero centrale della fede cristiana: la Trinità. A differenza dei grandi scolastici suoi contemporanei, Gioacchino non costruì un sistema concettuale, ma una visione simbolica della storia, fondata su una lettura spirituale della Bibbia, delle genealogie, dei numeri e delle analogie tra eventi storici.
Al centro del pensiero gioachimita c’è l’idea che la Trinità non riguardi solo la natura di Dio: è la forma stessa della storia della salvezza. Questo principio si incarna nella sua concezione delle tre età o status temporum, ciascuna sotto il segno di una Persona divina. L’età del Padre è il tempo dell’Antico Testamento, segnato dalla Legge, dalla distanza tra Dio e l’uomo, dalla paura reverenziale; il Padre si rivela nella sua maestà, come legislatore e guida del popolo eletto. L’età del Figlio ha inizio con l’incarnazione del Verbo e prosegue nel tempo della Chiesa. È l’epoca della redenzione, della grazia e dell’imitazione di Cristo. Ma è anche, secondo Gioacchino, un tempo ancora “imperfetto”, perché caratterizzato da mediazioni esterne, strutture giuridiche e potere ecclesiastico. L’età dello Spirito Santo è la grande attesa profetica gioachimita: un’epoca futura e definitiva, in cui la legge scritta sarà superata da una legge interiore, spirituale. In questa terza fase non sarà più necessaria la mediazione della gerarchia ecclesiastica: l’uomo vivrà in libertà spirituale, in una comunità fraterna guidata dallo Spirito. È il tempo della consolatio, della sapienza diretta, della piena interiorizzazione del messaggio cristiano.
Questa struttura trinitaria è più di una cronologia: è una visione escatologica. Ogni età compie la precedente ma senza annullarla, in un movimento analogo alle relazioni interne alle Persone divine. Il Figlio manifesta pienamente il Padre, lo Spirito Santo compie l’opera del Figlio nella vita dell’anima e della comunità.
Nel Liber Figurarum, l’opera che raccoglie le visioni più significative di Gioacchino, la Trinità è rappresentata mediante tre cerchi congiunti, tre volti o alberi genealogici tripartiti. Queste immagini intendono rendere visibile la coappartenenza tra Dio e il tempo, tra struttura divina e destino umano. Le tavole, accompagnate da brevi commenti esegetici, sono strumenti meditativi e pedagogici, rivolti non a definire quanto a svelare attraverso il simbolo.
È probabilmente da queste rappresentazioni che Dante trasse ispirazione per la descrizione visionaria della Trinità nel XXXIII canto del Paradiso, dove tre cerchi colorati e concentrici rappresentano simbolicamente il mistero trinitario.

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
(vv. 115-120)

I “tre giri” danteschi, distinti nei colori, ma identici nella sostanza, evocano direttamente l’immaginario figurativo gioachimita. Anche qui, la Trinità non è spiegata, è contemplata.

Pur riconoscendone il valore spirituale, Dante prende le distanze dall’escatologia più radicale di Gioacchino. L’idea di una futura “età dello Spirito” che possa superare la rivelazione evangelica e la struttura della Chiesa suscitò sospetti già nel XIII secolo e fu condannata, in parte, dal Concilio Lateranense IV (1215), che pur non citando Gioacchino per nome, ne mise in discussione le implicazioni teologiche.
Dante non abbracciò queste idee estreme. La sua Commedia non profetizza una terza rivelazione, ma culmina in una visione beatifica atemporale, in cui la verità della fede trova il suo compimento fuori dal tempo, nel punto eterno dell’Amore divino. L’età dello Spirito, per Dante, non è un’epoca storica futura: è una condizione spirituale già accessibile nell’esperienza mistica e nella comunione dei santi. La tensione profetica gioachimita viene così interiorizzata e armonizzata con la dottrina cristiana tradizionale.
Dante e Gioacchino da Fiore convergono su un punto fondamentale: la Trinità come forma dinamica e generativa della realtà. In Gioacchino, la Trinità diventa la struttura profonda del tempo e della storia; in Dante, è la chiave della visione finale, la sorgente dell’essere e della beatitudine.
Entrambi cercano, con mezzi diversi – il simbolo profetico e la poesia teologica – di esprimere l’inesprimibile: un Dio che è insieme Uno e Trino, distante e intimo, giudice e amante, inizio e fine.
Gioacchino aprì una nuova via nell’interpretazione della storia sacra, proponendo un’escatologia radicale della liberazione spirituale. Dante ne raccolse l’intuizione e la trasfigurò, facendo della Trinità non solo la fine del viaggio ultraterreno ma la forma ultima della conoscenza e dell’amore, quell’amor che move il sole e l’altre stelle.

 

 

 

Novalis

La poesia che diventa conoscenza
e l’infinito che entra nel reale

 

 

 

Non è solo poesia. Non è solo filosofia. Con Novalis, pensare diventa immaginare e immaginare diventa conoscere. Queste riflessioni conducono dentro una visione che ribalta tutto: il mondo non è qualcosa da spiegare ma da trasformare. La realtà si apre, si espande, diventa più profonda sotto lo sguardo poetico. Se si crede che la filosofia sia solo teoria o che la poesia sia evasione, qui si troverà qualcosa che mette in crisi entrambe le idee. E, forse, anche il modo di guardare ciò che ci circonda.

 

 

La poesia filosofica di Novalis (pseudonimo di Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg) è un unicum nella storia del pensiero europeo. Non è filosofia espressa in forma poetica o verso poetico portatore di idee filosofiche: nel suo caso, poesia e filosofia coincidono in un unico gesto conoscitivo. Verseggiare significa pensare e pensare significa trasformare il mondo attraverso l’immaginazione. Questa fusione costituisce una presa di posizione radicale su che cosa significhi conoscere.
Novalis nacque alla fine del Settecento, in pieno clima romantico tedesco, un’epoca in cui la ragione illuminista veniva messa in discussione non per essere rifiutata ma per essere superata. La sua riflessione si sviluppò in dialogo con pensatori come Immanuel Kant e Johann Gottlieb Fichte, ma anche con la sensibilità poetica dei primi romantici, come Friedrich Schlegel. Il suo punto di partenza fu l’indagine sulla possibile vera conoscenza della realtà solo attraverso la ragione. La posizione di Novalis fu negativa. La ragione analizza, divide, classifica. È uno strumento potente ma lavora per separazioni. La poesia, invece, unisce, suggerisce, mette in relazione. Non elimina la complessità: la rende abitabile.
Per lui, il mondo non è qualcosa di dato una volta per tutte. È qualcosa che deve essere “romanticizzato”. Questa è una delle sue idee più celebri e anche più fraintese. Romanticizzare non vuol dire rendere tutto sentimentale o irreale, quanto piuttosto restituire alla realtà la sua profondità nascosta, far affiorare il mistero che la quotidianità tende a cancellare. Un oggetto comune, una scena ordinaria, possono diventare porte verso l’infinito se osservati con uno sguardo poetico. In questo senso, la poesia non è evasione ma intensificazione dell’esperienza. È un modo per accorgersi che il mondo è più vasto di quanto appare.
Questa operazione ha anche una dimensione etica. Romanticizzare il mondo implica opporsi a una visione puramente utilitaristica della realtà, in cui le cose valgono solo per ciò che servono. Per Novalis, ogni elemento del reale possiede un valore simbolico, una risonanza interiore. La poesia educa a riconoscere questa dimensione e, quindi, a vivere in modo meno superficiale.
Un testo fondamentale per capire questa visione è Inni alla notte. Qui la notte diviene simbolo filosofico complesso. Rappresenta l’accesso a una dimensione più profonda della realtà, dove le opposizioni si dissolvono: vita e morte, finito e infinito, io e mondo. La notte è il luogo dell’interiorità, del sogno, dell’assoluto. In contrapposizione, il giorno è il regno della separazione e della chiarezza razionale, utile ma limitante.
Nei Inni, il linguaggio stesso cambia funzione. Non descrive soltanto: evoca, trasforma, crea un’esperienza. Il lettore non è chiamato a capire in modo lineare ma a lasciarsi attraversare da immagini e ritmi. Questo è un punto decisivo della poesia filosofica di Novalis: la verità non è qualcosa che si possiede, piuttosto qualcosa che si vive. E la poesia è il mezzo privilegiato per accedervi.
La morte, in particolare, assume un valore completamente diverso rispetto alla visione comune. È passaggio, trasformazione, apertura verso una dimensione più ampia. Questo tema è legato anche alla biografia di Novalis, segnata dalla morte della sua amata Sophie von Kühn. Tuttavia, la sua elaborazione non si riduce a un dolore personale: diventa una riflessione universale sulla possibilità di superare i limiti dell’esistenza individuale. La morte è quasi una soglia conoscitiva, un punto in cui il finito si apre all’infinito.
Dal punto di vista filosofico, Novalis propose una forma di idealismo poetico. Il mondo, secondo lui, non è indipendente dal soggetto che lo percepisce. Ma, a differenza dell’idealismo più rigoroso, non ridusse tutto a struttura logica. Introdusse, invece, l’immaginazione come forza creativa fondamentale. L’io non si limita a conoscere il mondo: lo co-crea. E lo fa attraverso simboli, immagini, intuizioni. Questo non significa che tutto sia arbitrario ma che la realtà è sempre anche relazione, esperienza vissuta.
Qui si leva un’altra idea importante: la conoscenza come processo infinito. Non esiste un punto di arrivo definitivo. Ogni comprensione apre nuove domande. In questo senso, la poesia è più adatta della filosofia sistematica, perché non pretende di chiudere il discorso. Mantiene aperto lo spazio del possibile.


Un altro concetto chiave è quello di frammento. Molti dei suoi scritti filosofici, raccolti nei cosiddetti Frammenti, sono brevi riflessioni, aforismi, intuizioni isolate. Questo non è un limite ma una scelta precisa. Il frammento rispecchia la natura incompleta e aperta della conoscenza. Ogni pensiero è un punto di partenza, non una conclusione definitiva. Inoltre, il frammento richiede la partecipazione attiva del lettore, che deve collegare, interpretare, completare.
La poesia filosofica di Novalis ha anche una dimensione sorprendentemente interdisciplinare. Era infatti interessato alla matematica, alla fisica, alla chimica e alla geologia, discipline che studiò concretamente. Ma non le considerava ambiti separati dalla poesia. Al contrario, cercava una sintesi più ampia, una visione unitaria del sapere. Questo progetto si fece chiaro nel romanzo incompiuto Heinrich von Ofterdingen, dove il percorso del protagonista è una metafora della formazione poetica e conoscitiva. Il celebre simbolo del “fiore azzurro” rappresenta proprio questa tensione verso l’infinito, verso qualcosa che non si lascia mai possedere del tutto. In questo romanzo, come in molti suoi testi, si vede bene come Novalis concepisca la poesia non come genere letterario tra gli altri ma come principio universale. Tutto può diventare poetico, se viene colto nella sua connessione con l’infinito. La poesia è, quindi, una modalità dello sguardo, prima ancora che una forma di scrittura.
Un aspetto spesso trascurato è la dimensione linguistica della sua riflessione. Novalis attribuiva al linguaggio un potere creativo. Le parole non sono semplici etichette che applichiamo alle cose. Sono strumenti che partecipano alla costruzione della realtà. Per questo, la poesia, che usa il linguaggio in modo più libero e intenso, è anche uno spazio di sperimentazione ontologica, cioè, un modo per esplorare ciò che esiste e come esiste.
Ciò che rende unica la sua opera è il tentativo di superare ogni dualismo: tra ragione e sentimento, tra soggetto e oggetto, tra arte e pensiero, tra scienza e poesia. La poesia è il luogo in cui queste opposizioni possono essere riconciliate, non attraverso dimostrazioni ma attraverso esperienza e intuizione. Non si tratta di eliminare le differenze ma di metterle in relazione.
Leggere Novalis comporta confrontarsi con un’idea esigente di conoscenza. Non basta capire: bisogna trasformarsi. Non basta osservare il mondo: bisogna imparare a vederlo di nuovo, come se fosse la prima volta. Proprio per questo, la sua poesia filosofica resta attuale. Ricorda che il sapere non è solo accumulo di informazioni ma esperienza viva. Che il mondo non è solo ciò che appare ma anche ciò che possiamo scoprire guardandolo in modo diverso. E che, forse, la poesia non è un lusso ma una necessità per comprendere davvero ciò che siamo e ciò che ci circonda.

 

 

 

 

Libero recensisce il mio ultimo libro

 

 

 

Annalisa Terranova si concentra sul tema del linguaggio politico contemporaneo e della sua crescente polarizzazione, mettendo in luce come il confronto pubblico si sia progressivamente trasformato in uno spazio di delegittimazione reciproca. Prendendo spunto dal mio libro, l’articolo si concentra in particolare sulle forme di intolleranza attribuite alla sinistra, descritte non tanto come esplicita aggressività, quanto come un insieme più sottile di strategie comunicative: ironia, sarcasmo, paternalismo e rivendicazione di superiorità morale. Secondo questa lettura, tali modalità contribuiscono a costruire un discorso pubblico in cui l’avversario politico viene ridotto a oggetto di stigmatizzazione culturale ed etica, più che interlocutore di un confronto. L’articolo invita, così, a riflettere sui rischi che questo tipo di linguaggio comporta per il pluralismo democratico, evidenziando come la perdita di un terreno comune di dialogo possa indebolire la qualità del dibattito e la responsabilità condivisa nel preservarne la civiltà.

 

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Il 25 aprile sequestrato

Memoria tradita e propaganda di parte

 

 

 

 

Il 25 aprile non dovrebbe dividere. Dovrebbe unire, ricordare, far riflettere. E, invece, è diventato un’arma politica, un rituale di parte che allontana dalla verità storica. Queste riflessioni vanno dritte al punto: denunciano l’uso strumentale della memoria, smascherano il moralismo e difendono il significato profondo della Liberazione. Perché i morti causati dal fascismo non sono slogan. Sono storia. E meritano rispetto, non propaganda!

 

 

 

Il 25 aprile dovrebbe essere una giornata alta, seria, quasi severa. Dovrebbe essere il giorno in cui la nostra nazione ricorda la fine di una dittatura, il crollo del fascismo, la liberazione dall’occupazione nazista, il sacrificio di chi ha combattuto, di chi è stato incarcerato, torturato, deportato, ucciso. Dovrebbe essere un momento di verità storica e di raccoglimento civile. E, invece, da troppo tempo, una parte consistente della sinistra italiana lo ha ridotto a un rito di parte, a una celebrazione sequestrata, a una cerimonia usata non per onorare i morti ma per colpire i vivi.
Questo è il punto fondamentale, e va detto senza ipocrisie: il 25 aprile viene sempre più spesso trasformato da memoria nazionale in clava politica. Non è più, o non è soltanto, il ricordo di ciò che l’Italia ha sofferto e superato. È diventato il pretesto per inscenare, ogni anno, la stessa rappresentazione morale: da un lato i “buoni”, autoproclamati custodi esclusivi della democrazia; dall’altro i “sospetti”, i “non abbastanza puri”, i “fascisti” per estensione, per allusione o per convenienza polemica.
Qui sta il falso moralismo di parte della sinistra italiana. Un moralismo che non si misura con la realtà ma con le etichette. Un moralismo che non distingue più tra storia e propaganda. Un moralismo che continua a evocare il fascismo come minaccia politica attuale e imminente, quando il fascismo storico, reale, concreto, quello del regime, delle leggi liberticide, del partito unico, del manganello, del Tribunale speciale, del confino, della censura, della guerra e delle persecuzioni razziali, non esiste più da ottant’anni.
Dire questo non significa relativizzare il fascismo. Significa, al contrario, prenderlo sul serio. Significa rifiutare di banalizzarlo. Perché se tutto è fascismo, allora niente è fascismo. Se ogni governo di centro-destra, ogni leader conservatore, ogni avversario politico viene presentato come l’anticamera del Ventennio, allora il fascismo viene svuotato, diluito, impoverito. Viene ridotto a insulto da talk show, a parola da manifesto, a riflesso condizionato utile a evitare il confronto nel merito. Ed è esattamente quello che accade da anni, soprattutto attorno alla figura di Giorgia Meloni e del suo governo. Non c’è 25 aprile senza che una parte della sinistra, dell’associazionismo militante e dell’intellettualità più schierata provi a trasformare la ricorrenza in un processo politico al governo in carica. Nel 2024, l’ANPI lanciò un appello per il 25 aprile parlando apertamente di un “governo con radici fasciste”; in vari materiali territoriali dell’associazione si arrivò a scrivere che “tutto è in pericolo” e che al governo ci sarebbe una destra estrema con radici nel ventennio fascista. Non una riflessione storica sulla Liberazione, dunque, piuttosto un uso diretto del 25 aprile come piattaforma di mobilitazione contro il governo.
Anche il caso Antonio Scurati, nell’aprile 2024, è stato emblematico. Nel monologo preparato per la Rai, lo scrittore ricordò gli orrori del fascismo storico ma collegò apertamente la ricorrenza alla presunta incapacità del governo Meloni di rinnegare fino in fondo quel passato. La polemica che ne seguì finì per occupare il centro del dibattito pubblico attorno al 25 aprile, al punto che la celebrazione fu oscurata dalla contesa politica e mediatica sul rapporto fra la destra di governo e il fascismo. È precisamente questo il meccanismo: il passato viene continuamente richiamato, non per comprenderlo meglio ma per usarlo contro l’avversario contemporaneo.
Ancora, nel 2025, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Liberazione, il richiamo del ministro Nello Musumeci a celebrare con “sobrietà”, nel contesto del lutto nazionale per la morte di papa Francesco, fu subito interpretato da una parte dell’opposizione e del dibattito pubblico come un tentativo di sminuire o depotenziare il 25 aprile. La polemica esplose immediatamente, spostando ancora una volta il focus dalla memoria storica allo scontro politico sul governo Meloni. Anche qui, il copione è identico: ogni ambiguità, ogni frase infelice, ogni esitazione viene letta come la prova rituale del ritorno di un fantasma storico che, però, nella realtà istituzionale italiana di oggi, non si è materializzato.


Tutto questo non significa assolvere automaticamente la destra da ogni responsabilità culturale o storica. Significa, piuttosto, rifiutare la truffa intellettuale di chi usa il 25 aprile come certificato di superiorità morale permanente. Perché è questo che la sinistra o, almeno, la sua componente più ideologica, pretende da anni: non un confronto democratico ma un’investitura etica. Non basta che l’avversario governi entro la Costituzione, non basta che riconosca la democrazia parlamentare, non basta che partecipi pienamente al gioco democratico. Deve anche inginocchiarsi davanti al tribunale simbolico dell’antifascismo amministrato dalla sinistra. E se non lo fa nel linguaggio, nei gesti, nei codici, nei toni graditi a quell’area politica, allora resta marchiato, resta “fascista”.
Eppure, i fatti raccontano una realtà più complessa di questa caricatura. Nel 2023, Meloni dichiarò che la destra italiana è incompatibile con “qualsiasi nostalgia del fascismo”; nel 2024, nel messaggio del 25 aprile, parlò della fine del fascismo come del momento che pose le basi per il ritorno della democrazia, ribadendo l’avversione verso tutti i regimi totalitari e autoritari. Si può giudicare insufficiente la formula, si può ritenerla fredda, si può contestarne il linguaggio, ma sostenere che l’Italia viva oggi sotto l’incombere di un nuovo fascismo è un salto propagandistico, non un’analisi seria.
Non a caso, anche figure non certo riconducibili alla destra hanno invitato negli anni a distinguere la battaglia politica dalla caricatura storica. Luciano Violante, per esempio, nel 2023 sostenne esplicitamente che Meloni fosse “estranea al fascismo” e che solo pochi “patetici nostalgici” volessero davvero difenderlo. È una posizione che ha certamente il merito di rimettere il dibattito nel perimetro della realtà: esistono nostalgici marginali, esistono ambiguità culturali, esistono residui identitari, ma non esiste, oggi, in Italia, un fascismo di regime in marcia, pronto a ricostituirsi attraverso gli strumenti ordinari della dialettica democratica.
E, allora, la domanda diventa inevitabile: perché la sinistra insiste così tanto su questa rappresentazione? Perché le è utile. Perché il fascismo come spettro perenne è diventato una rendita politica. È il grande alibi identitario di una parte della sinistra italiana. Invece di misurarsi fino in fondo con i problemi del presente, preferisce rifugiarsi nel monopolio morale del passato. Invece di convincere gli elettori su lavoro, salari, sicurezza, sanità, scuola, natalità, industria, energia, immigrazione, costruisce ogni anno la solita scena: il 25 aprile come patente di legittimità per sé e come atto d’accusa contro l’avversario.
Ma così il 25 aprile non viene difeso. Viene degradato. E, soprattutto, così si finisce per disonorare davvero i morti causati dal fascismo e dalla guerra. Perché chi morì nelle carceri del regime, chi fu mandato al confino, chi cadde sotto i colpi delle squadracce, chi fu deportato, chi venne assassinato nelle rappresaglie nazifasciste, chi salì in montagna e non tornò più, non merita di essere arruolato ogni anno in una campagna di propaganda contro il governo di centro-destra di turno. Quei morti non sono comparse da corteo. Non sono figuranti da talk show. Non sono il fondale morale di una manifestazione di parte. Sono morti veri. Morti terribili. Morti storici. Morti italiani.
Usarli come munizioni retoriche è una forma di profanazione civile. Lo è ancora di più quando il 25 aprile viene piegato a cause che con la Liberazione c’entrano solo strumentalmente. Nel 2024, ad esempio, le celebrazioni furono segnate dalle polemiche sullo slogan “cessate il fuoco ovunque”, dalle contestazioni sulla presenza della Brigata Ebraica e da tensioni, insulti e scontri tra gruppi pro Palestina e altri partecipanti, sia a Roma che a Milano. In quei momenti si è visto con crudezza che cosa accade quando una data storica viene trasformata in contenitore indistinto delle battaglie del presente: la memoria si spezza, si disperde, si contamina di pulsioni estranee e i veri protagonisti di quella storia scompaiono dietro le bandiere dell’attualità.
Questo è il paradosso più odioso: mentre si parla continuamente di antifascismo, si finisce spesso per dimenticare la sostanza umana della lotta contro il fascismo. Si invoca la memoria ma la si soffoca sotto gli slogan. Si pretende rispetto per la storia ma la si usa come manganello simbolico. Si dice di difendere la Liberazione ma la si riduce a format militante. E in questo modo non si onorano affatto i caduti. Li si usa.
Una memoria veramente degna sarebbe più rigorosa, meno isterica, meno partigiana, nel senso corrente del termine. Saprebbe distinguere fra la condanna irrevocabile del fascismo storico e il tentativo di appiccicare il marchio di “fascista” a ogni avversario politico contemporaneo. Saprebbe riconoscere che la Repubblica Italiana, con tutte le sue tensioni e contraddizioni, è oggi una democrazia costituzionale compiuta, non un regime in incubazione. Saprebbe che la forza dell’antifascismo sta nella serietà della memoria, non nella sua inflazione propagandistica.
Il punto, in fondo, è semplice. Chi davvero rispetta i morti causati dal fascismo e dalla guerra non li trasforma in strumenti per la polemica quotidiana. Non usa il loro sacrificio per evitare il confronto democratico. Non sequestra una data nazionale per farne una manifestazione identitaria contro il governo in carica. Chi lo fa, magari in nome dei valori più nobili, finisce per compiere un gesto moralmente ambiguo e storicamente meschino: parla in nome dei caduti ma, in realtà, parla per sé.
Ed è per questo che il falso moralismo di certa parte della sinistra sul 25 aprile va denunciato con durezza. Perché non è solo un vizio politico. È una distorsione della memoria nazionale. È il tentativo di tenere in ostaggio una festa di tutti per continuare a fingersi gli unici titolari della democrazia. È una recita che dura da troppo tempo. E più dura, più logora il significato stesso di quella data.
Il 25 aprile merita di meglio. Merita verità storica, non intimidazione morale. Merita rispetto, non appropriazione. Merita memoria, non rendita ideologica. E, soprattutto, meritano di meglio i morti veri causati dal fascismo e dalla guerra, che non possono essere tirati fuori una volta l’anno per benedire l’ennesima operazione di propaganda contro un fascismo evocato, ingigantito e adattato a uso polemico contro il governo di centro-destra di turno, mentre il fascismo reale appartiene alla tragedia della nostra storia e, proprio per questo, non dovrebbe mai essere banalizzato!