Guido Cavalcanti

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

 

Guido Guinizzelli è stato il teorico del Dolce Stil Novo, l’altro Guido, come lo chiamò Dante (Purg. XI, v. 97) ne ha rappresentato il maggiore esponente. Fiorentino, nacque più o meno nel 1260, dalla nobile famiglia Cavalcanti, mercanti molto ricchi. Notissime erano, a Firenze, quasi fossero un punto cardinale, le terre e le case dei Cavalcanti, situate non lontane dalla Chiesa di Santa Maria in Campidoglio, nei pressi del Mercato Vecchio. Da giovane, era stato mandato dal padre a studiare la filosofia da Brunetto Latini e proprio lì aveva conosciuto il futuro sommo poeta, divenendone amico fraterno. imageGuelfo bianco convinto, per dare il buon esempio, cercando, in tal modo, di calmare un po’ le tormentatissime acque in città, aveva sposato Bice degli Uberti, figlia del famoso Farinata, il segretario comunale del PGF, Partito Ghibellino Fiorentino. Tutto questo, comunque, era servito a poco o niente. La tensione, a Firenze, era sempre altissima, tanto che quando non si riuscivano ad eliminare gli avversati in casa, si mandavano i sicari a raggiungerli in trasferta. Durante un pellegrinaggio al santuario di Santiago di Compostela, infatti, nei pressi di Tolosa, Guido prese una coltellata alla schiena, inflittagli da un assassino mandato da Corso Donati, il capo dei guelfi neri. Si salvò per miracolo! Incurante dei numerosi pericoli e della sua incolumità fisica, si fece eleggere al Consiglio Generale. Solo pochi anni dopo, però, ne fu escluso, quando Giano della Bella, un aristocratico passato a sinistra, fece approvare la riforma degli “Ordinamenti di Giustizia”, vietando, ai nobili non iscritti ai sindacati, l’accesso alle cariche pubbliche. Il 24 giugno del 1300, dopo aver preso parte ad una mega rissa in cui guelfi bianchi e neri se le erano suonate di santissima ragione, fino a quando non erano rimaste in piedi che due-tre persone, essendo lui un capo fazione, fu punito con l’esilio a Sarzana, oggi ridente centro in provincia di La Spezia, ma, nel XIII secolo, zona paludosa e insalubre. Fu proprio l’amico Dante, divenuto, nel frattempo, Priore, a firmare, con le lacrime agli occhi, la sua condanna. In poche settimane, a causa dei miasmi mortiferi esalati dagli acquitrini sarzanesi, Guido contrasse la malaria. Tornò a Firenze giusto in tempo per morire, nelle case dei Cavalcanti, il 29 agosto. Fiero nel carattere e altero nell’aspetto, è il più “tragico” dei poeti stilnovisti. L’amore, spesso, gli provocava sbigottimento, lasciandolo dubbioso, destrutto e desfatto:

L’anima mia vilment’è sbigotita
de la battaglia ch’ell’ave dal core
che s’ella sente pur un poco Amore:
più presso a lui che non sòle, ella more.

(L’anima mia vilment’è sbigotita, vv. 1-4)

Forte e nova mia disaventura
m’ha desfatto nel core
ogni dolce penser, ch’i’ avea, d’amore.

(Forte e nova mia disavventura, vv. 1-3)

Allo steso modo, la sua donna pare non essere così celeste e luminosa come quelle esaltate dagli altri poeti, tanto che il suo valore è difficilmente conoscibile dall’uomo. Se Guido fosse stato un trovatore avrebbe accompagnato le sue canzoni con una musica malinconica e angosciosa:

Se Mercé fosse amica a’ miei desiri,
e l’movimento suo fosse dal core
di questa bella donna e’l su’ valore
mostrasse la vertute a’ mie’ martiri.

(Se Mercé fosse amica a’ miei disiri, vv. 1-4)

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La canzone Donna me prega, per ch’eo voglio dire, i cui versi sono di difficile comprensione perché volutamente astrusi, è lo specimen della sua poesia. In essa, filosofia, metafisica, psicologia, tristezza, guai, lamenti e spiriti,  introdotti nella sua lirica per spiegare il funzionamento dei sensi e dei sentimenti dell’uomo, mostrano la donna non come una guida che renda l’anima perfetta, quanto come creatura la cui bellezza costringa a meditare, ad almanaccare, a scervellarsi, ad elucubrare e a rimuginarvi. Però, rimuginandovi troppo a lungo, il povero Guido correva il rischio di andare fuori di testa.

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è sì altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ’l ver sentire!
Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no spero – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramento
non ho talento – di voler provare
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ’l piacimento – che ’l fa dire amare,
e s’omo per veder lo pò mostrare.

(Donna me prega, – per ch’eo voglio dire, vv. 1-14)

Tra le sue composizioni più famose, infine, è la ballata Perch’i’non spero di tornar giammai. Il poeta, fuori dalla Toscana, chiese a questa sua ballatetta di raggiungere l’amata per dirle, tra pianti, sospiri e accidenti:

Questa vostra servente
viene per star con vui,
partita da colui
che fu servo d’Amore.

(Perch’i’ non spero di tornar giammai, vv. 33-36)

 

 

Origine, natura e tipologia delle icone

di Carmela Puntillo

 

 

Ci viene quasi meccanico, per associazione di idee, abbinare le icone alla Russia, ritenendo che siano patrimonio esclusivo di quella terra, o tutt’al più della Chiesa d’Oriente, e che non abbiano quindi nulla a che fare con la cultura cristiana occidentale. In realtà, quando le icone nascono e si diffondono (a partire dal V-VI secolo) non esistono divisioni fra le chiese, anzi la Chiesa è più che mai unita nella lotta alle eresie e nelle definizioni dei primi Concilii…

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Geopolitics: a Philosophical Approach

 

 

 

These my brand-new reflections on geopolitics present it as a philosophical field, emphasizing the influence of geography on political strategies and the impact of geopolitical actions on collective identities and human conditions. It integrates classical philosophical thoughts on power and State acts, aiming to deepen the understanding of nations’ strategic behaviours and ethical considerations. This reflective approach seeks to enhance insights into global interactions and the shaping of geopolitical landscapes.

 

The Geo-Philosophy

Part I

 

 

Philosophy no longer makes individuals wiser nor does it impart wisdom; it neither aids in making beneficial life decisions nor does it bring happiness. However, it certainly does not leave everything unchanged—it is not a futile endeavour. This can be demonstrated through indirect reasoning, for instance by examining how political power has repeatedly striven to seize it or control its discourse.
Yet, the issue is more intricate and simultaneously more straightforward than it appears. First, because philosophy is not merely prey to the political; and second, because the relationship among philosophy, politics, and history is highly complex. It is only through the interplay of this complexity, resembling the ever-changing patterns of a kaleidoscope, that we can glean insights into the characteristics of our way of life, our culture, traditionally referred to as the “West.”
It is thus possible to begin with the observation that philosophy is a fundamental and essential aspect of the “Western project.”
The need to define this term (“Western project”) necessitates first clarifying what “project” implies here. If by project we mean looking forward, the foresight of what will be done, and the structured plan of a construction, then it can be defined as the plan that allows us to foresee everything that needs to be done to then tackle a specific construction.
In general, the blueprint upon which our way of life was developed and built includes three constructive orders: the organization of coexistence, the continuity of events, and the certification of beliefs. The West is an ongoing construction whose unfolding is articulated as a combination of these three problem-solving constructs. On the plane of coexistence, the Western project unfolds as a state organization; on that of eventuality and its impermanence, it unfolds as History; and on that of belief and its uncertainty, it unfolds as Philosophy. The State organizes the community, History retains events, Philosophy transforms faith into truth.


One might wonder in what sense philosophy certifies belief, and the answer is that philosophy arises and establishes itself in opposition to myth. The struggle between philosophy and myth is authoritatively attested by Plato. This struggle is primarily a battle for control over the education system (Paideia) and unfolds in three ways: 1. the exclusion of poets, that is, the wise producers of myths, from the Polis; 2. the repositioning of mythical wisdom in a subordinate role to philosophical knowledge; 3. an unequivocal condemnation of the sophist, that is, the practitioner of a private and thus particularistic Paideia, and moreover in exchange for money.
Philosophy firstly rejects the mere faith-based nature of myth (that which is strongly believed is true) and its inability to establish itself as an exclusive sphere, thereby preemptively invalidating the emergence of other myths, and thus of different and conflicting truths. Philosophy counters the particular knowledge of myth and sophistry with the idea of a universal and incontrovertible knowledge. Now, the philosopher’s certainty of possessing absolutely certain knowledge is based on the acquisition of two notions: 1. truth as unveiling (Alétheia); 2. Being as totality (En-pan). By invoking these two notions, philosophy asserts itself as a total, exclusive faith: philosophy is the eternal and ubiquitous knowledge of the unveiled, that is, of that which, remaining unchangeably in the philosopher’s gaze, is always and everywhere true.
The extent to which this conviction is in turn a belief is something that, following the break from Hegelianism, will be categorically highlighted. Philosophy is no more a certain knowledge than myth was, with the difference that this myth, which is philosophy, has found in the coordination with the State and with History the means to suppress, disqualify, or annihilate any different use of the mind.
State, History, and philosophy are not independent magnitudes. Together, they constitute the response to the problems of the incompatibility of coexistence, the impermanence of events, and the uncertainty of belief, whose kaleidoscopic interplay forms the ever-changing, yet always unified, shape of Western civilization. It could be said that each of these magnitudes presupposes and inevitably refers back to the other two, and that none of the three would have the meaning they do outside of their mutual and triadic relationship, nor could they be separated from this relationship without compromising the entire system’s structure, thereby somehow causing its breakdown. This is a system of transparent planes, each bearing a design; their overlapping, in multiple combinations, gives us the complete design of Western Kultur. What allows the reading of the three planes as a civilization project is thus their very transparency. This system of complex overlays could be termed the Western synthesis, namely the union, the joint capacity for promotion, and the mobile connection of State, History, and Philosophy, along with the transparency of each plane relative to the others.
For instance, knowledge that sought certainty outside the constraints imposed by historical existence would be nothing more than the myth against which Plato fought to establish philosophy as the foundation of all public education. Moreover, if there were no centralized and singular control over the education system, if the Paideia presented itself as a multiplicity of conflicting and irreducible proposals, then there would not be a State, i.e., there would not be a single system of publicity and therefore not even a single system of meaning, there would not be that Einsinningkeit, that unisignificance of facts that is the foundation of the Western mind. In its place, we would have something like a plurality of private meanings and disparate images, and thus the possibility, always given, of their irreconcilable conflict; we would have something powerful, tyrannical, and at the same time inert, flaccid, treacherous, something both superstitious and simultaneously dazzling like a foggy lunar night, like a charming creature yet veiled in damp mists, dim, feverish, internally corrupt and contradictory like Madame Chaucaht.
Thus, the West is primarily a State, that is, the opening of a public space measured by Man, whose measure is Man but only insofar as he is philosophically educated—thus: Homo philosophicus and not “man” simply. The West, following the metaphors of the Magic Mountain, is the “clear day,” the “daylight” where things appear in their incontrovertible objectivity, and “cold,” that is, rational, and finally “glassy,” that is, transparent, unambiguous. This public space, rational, objective, and unambiguous is the realm of manifestation of meaningful events. The meaning of such events, for the philosophically educated being, is univocal, that is, universally comprehensible and transmissible. Such events are thus, so to speak, “eternal facts,” which precisely means: transmissible according to a single meaning. For this reason, they are said to belong to History. History is not the space of facts that simply happen and to which “man” simply conforms, but the realm of the happening of “eternal facts,” which are “facts” only for the Homo politico-philosophicus.

 

 

 

L’eco delle ombre

La melodia eterna di Jon Lord

 

(nell’anniversario della morte)

 

 

 

Jon Lord, tastierista dei leggendari Deep Purple, la cui presenza, a metà tra il mistico e l’eterno, si fondeva con le note pesanti e malinconiche del suo Hammond e creava un’aura che avvolgeva chiunque lo ascoltasse.
Con le dita che danzavano sulle tastiere come farfalle su fiori di mezzanotte, Lord evocava spiriti antichi e melodie dimenticate. Ogni tocco era un sussurro di storie mai raccontate, di amori perduti e sogni infranti. Era un mago del suono, capace di trasformare l’avorio freddo dei tasti in un canto caldo e avvolgente, che sembrava nascere dalle profondità della terra stessa.
Gli occhi di Jon, spesso nascosti dietro occhiali scuri, erano finestre su un’anima tormentata e ricca di introspezione. Portavano i segni di notti insonni passate a cercare la nota perfetta, la sinfonia sovrumana che avrebbe potuto dare voce al tumulto del suo cuore. E in quelle rare occasioni in cui lo sguardo emergeva, rivelava un mare di emozioni intense e inespresse, come un cielo notturno tempestato di stelle che brilla di una luce triste e misteriosa.


La sua musica, fusione di rock, blues e musica classica, era un viaggio attraverso i meandri più profondi dell’esistenza umana. Ogni accordo, ogni nota, era un frammento di un’anima che lottava per esprimere la bellezza nella sofferenza, la luce nell’oscurità. Ascoltare Jon Lord suonare era come camminare in un bosco autunnale, con le foglie che cadono silenziosamente intorno, portando con sé il profumo dolceamaro del passato e la promessa di un inverno inevitabile.
E ora, nel silenzio che segue la sua dipartita, resta solo l’eco delle sue note, che risuonano nel cuore di chi ha avuto il privilegio di ascoltarlo. Jon Lord, il tastierista dei Deep Purple, è diventato un’ombra musicale, un ricordo malinconico che fluttua tra i venti del tempo, sussurrando la sua eterna melodia a coloro che sanno ancora ascoltare con l’anima.

 

 

 

Il mondo come volontà e rappresentazione
di Arthur Schopenhauer

Percezione, dolore, redenzione

 

 

 

 

Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer è un’opera filosofica monumentale, che ha avuto e continua ad avere un profondo impatto sulla filosofia occidentale, essendovi teorizzati elementi che hanno ispirato anche la letteratura, la psicologia e le arti.
La prima pubblicazione dell’opera, nel 1819 (altre due edizioni ampliate sono edite nel 1844 e nel 1859), è contestuale alla particolare situazione europea del XIX secolo: un crogiolo di cambiamenti politici, sociali e tecnologici. In quel periodo, la filosofia stava subendo una trasformazione significativa, spostandosi gradualmente dall’idealismo trascendentale di Immanuel Kant verso correnti di pensiero più variegate, che includevano i primi accenni al nichilismo, al materialismo e all’esistenzialismo.
Il concetto più rivoluzionario introdotto da Schopenhauer è quello di “volontà”, forza cieca e irrazionale, che è alla base di ogni esistenza. Tutto ciò contraddice l’immagine kantiana di un mondo regolato dalla ragione e pone le basi per una visione pessimista dell’esistenza. La nozione di “rappresentazione”, invece, si riferisce al modo in cui l’uomo percepisce il mondo. Pur ispirandosi dalle categorie di Kant, il filosofo sostiene che la comprensione umana sia plasmata dai suoi schemi percettivi, il che significa che la comprensione oggettiva del mondo sia, in ultima analisi, inafferrabile. Ciò porta all’idea che la vita, così come appare, sia piena di sofferenza e conflitto, generati da un desiderio infinito e inappagabile.
Uno degli aspetti più influenti dell’opera è costituito della sua teoria estetica. Schopenhauer intende l’arte come forma di accesso alla conoscenza, trascendente la mera rappresentazione fenomenica. L’arte permette agli individui di elevarsi al di sopra della volontà e di percepire un livello di realtà che concede una forma di redenzione dal dolore del mondo.
Il mondo come volontà e rappresentazione culmina con una soluzione al problema della sofferenza umana attraverso la negazione della volontà. Il filosofo suggerisce che solo rinunciando ai desideri e alle proprie aspirazioni l’uomo possa liberarsi dalla sofferenza perpetua che altrimenti lo affliggerebbe.
L’opera è articolata in una struttura complessa e metodica, divisa in quattro libri, dei quali ciascuno approfondisce specifici elementi del pensiero schopenhaueriano, costruendo progressivamente un quadro filosofico completo.

Libro I: Il mondo come rappresentazione
Il primo libro si rifà molto ai postulati filosofici di Kant, in particolare alla distinzione tra fenomeni (le cose come appaiono attraverso i sensi) e noumeni (le cose in sé, che si possono percepire direttamente). Schopenhauer introduce qui la sua famosa affermazione secondo cui “il mondo è la mia rappresentazione”, sottolineando che tutto ciò che si conosce del mondo esterno sia mediato dai sensi e dalla mente. Questo libro pone le fondamenta della sua epistemologia, discutendo la struttura della percezione e il ruolo del soggetto percipiente.

Libro II: Il mondo come volontà
Nel secondo libro, Schopenhauer sviluppa la sua teoria più rivoluzionaria: la concezione della realtà come volontà. La volontà, secondo il filosofo, è la forza onnipresente e irrazionale dietro ogni manifestazione naturale e umana. Questo libro si distacca dalla pura percezione del primo libro per indagare l’essenza interna di ogni cosa, che l’Autore identifica proprio con questa volontà non razionale e cieca. È qui che il suo pensiero diverge totalmente dall’idealismo di Kant, insinuando un elemento di irrazionalità e pulsione primordiale che domina tutta l’esistenza.

Libro III: L’arte come via di salvezza
Il terzo libro è dedicato all’estetica. Il filosofo analizza come l’arte possa offrire un’esperienza di realtà che trascende il dolore e la sofferenza causati dalla volontà. La bellezza artistica, in particolare nella musica, permette la contemplazione della conoscenza, intesa in senso puro e disinteressato, degli aspetti universali e immutabili della realtà. L’arte fornisce così una fuga temporanea dalla schiavitù della volontà, donando un assaggio di liberazione e quiete spirituale.

Libro IV: Etica, ascetismo e negazione della volontà
L’ultimo libro tratta delle implicazioni etiche della filosofia schopenhaueriana precedentemente espressa. L’Autore collega la negazione della volontà alla liberazione dal ciclo del desiderio e della sofferenza. La negazione della volontà, che il filosofo delinea attraverso l’ascetismo e la rinuncia ai desideri mondani, conduce a una forma di salvezza e pace interiore. Questa sezione incorpora anche riflessioni sulla morte, sulla volontà di vivere e sulla compassione verso gli altri esseri viventi, manifestazione di una profonda identificazione con la sofferenza altrui.
Il mondo come volontà e rappresentazione consegna, quindi, una disamina approfondita e sistematica della condizione umana. L’opera critica radicalmente l’ottimismo illuminista e il razionalismo, mostrando, però, una via alternativa per comprendere la natura profonda dell’esistenza, proponendo, altresì, mezzi per ottenere una qualche forma di redenzione personale e universale. La visione schopenhaueriana profondamente pessimistica della realtà e della vita umana e l’enfasi sulla volontà irrazionale come forza dominante nella vita umana continuano a essere di grande rilevanza, influenzando molti pensatori e artisti. Schopenhauer, pertanto, non ha solo dato il suo significativo contributo alla filosofia, ma ha anche aperto a nuove modalità di pensiero critico riguardo la condizione umana e il significato dell’esistenza.

 

 

 

 

L’eco senza tempo di Casella

Un canto dantesco di amicizia e di bellezza

 

 

 

Tra i frammenti d’oro dell’eternità che si riverberano nel mondo dei fenomeni, vive un uomo la cui anima sapeva danzare sulle corde dell’amore e della poesia. Il suo nome era Casella, un musicista virtuoso, un cantore di versi sublimi, un artista la cui voce incantava i cuori e sollevava gli spiriti. Il dolce Casella, così Dante lo ricordava, colui che nelle note trovava il modo di parlare all’anima, colui che aveva il potere di trasformare le parole in melodie celestiali.
Nella Divina Commedia Dante ci dona un incontro struggente con Casella, un momento intriso di affetto e nostalgia. Nel canto II del Purgatorio, Dante, appena giunto sulle spiagge dell’isola del Purgatorio, incontra il suo caro amico. È un incontro tanto atteso, un riconoscimento immediato tra anime affini, tra chi condivideva non solo l’amicizia, ma anche l’amore per la bellezza e la verità.

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch’io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.

Rispuosemi: “Così com’io t’amai
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?”.

“Casella mio, per tornar altra volta
là dov’io son, fo io questo vïaggio”,
diss’io; “ma a te com’è tanta ora tolta?”.

Ed elli a me: “Nessun m’è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ ha negato esto passaggio;

ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.

Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta l’ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala”.

(Purg., II, vv. 76-105)

Casella appare a Dante come un’anima gentile, in attesa di purificazione, eppure già avvolta da un’aura di serenità e dolcezza. Dante, col cuore traboccante di emozione, lo prega di cantare ancora una volta una delle sue melodie, quelle stesse melodie che una volta risuonavano nelle strade di Firenze, portando conforto e gioia. Casella, con la sua voce soave, intona un canto che sembra fatto di pura luce, una melodia che trasforma quel luogo di attesa in un anticipo di paradiso.
La canzone che Casella canta è “Amor che ne la mente mi ragiona”, un inno all’amore e alla bellezza, un’ode che risuona come un eco eterno nei cuori di chi ascolta. In quel momento, le anime che popolano le rive del Purgatorio si fermano, rapite dalla bellezza del canto, dimenticando per un attimo le loro pene e il loro cammino. È un istante di pura armonia, un riflesso dell’amore divino che permea ogni cosa.
L’incontro con Casella non è solo un momento di commozione per Dante, ma anche un simbolo di speranza e di redenzione. Casella, con la sua musica, rappresenta la possibilità di trovare la bellezza e la pace anche nel viaggio dell’anima verso la purificazione. È un richiamo alla potenza dell’arte, alla capacità della musica di elevare lo spirito e di avvicinare l’uomo al divino.
Così, Casella vive ancora nei versi di Dante, come un’ombra luminosa che continua a cantare, portando con sé il profumo di un’amicizia eterna e il dolce suono di una melodia che sfida il tempo e lo spazio. E in ogni nota, in ogni parola cantata, risuona l’eco di un’anima che ha trovato nella musica la strada per l’eternità.

 

 

 

Le Lezioni sulla filosofia della storia
di Georg Wilhelm Friedrich Hegel


Dialettica, spirito, libertà

 

 

 

 

Le Lezioni sulla filosofia della storia, tenute da Georg Wilhelm Friedrich Hegel nel 1821, 1824, 1827 e 1831 alla Humboldt-Universität zu Berlin, raccolte e pubblicate postume, nel 1837, da Eduard Gans e dal figlio Karl, esaminano la relazione tra l’evoluzione storica e il progresso del pensiero umano, secondo i principi della dialettica hegeliana. Hegel sostiene che la storia sia un processo razionale, guidato da una logica interna, che si sviluppa attraverso contraddizioni e sintesi successive, riflettendo il progresso dello spirito (Geist) verso la realizzazione di sé.
Hegel, quindi, interpreta la storia come una manifestazione visibile del Geist, forza guidante che muove l’umanità verso una maggiore libertà e autocoscienza. La sua visione è profondamente eurocentrica: considera il processo storico europeo come il culmine dello sviluppo umano, con particolare attenzione agli Stati nazionali quali entità che incarnano il raggiungimento della libertà individuale.
L’analisi hegeliana della storia universale è suddivisa in tre diverse ere: quella dell’Oriente, dove solo uno (il despota) è libero; quella del mondo greco-romano, dove solo alcuni sono liberi; quella del mondo germanico-cristiano, dove tutti sono idealmente liberi. Questa suddivisione riflette la sua teoria secondo cui la storia è il palcoscenico di realizzazione della libertà, con il mondo moderno che rappresenta il vertice di questo sviluppo.
Dal punto di vista filosofico, le Lezioni di Hegel sono intrise del suo metodo dialettico, che vede la storia evolversi attraverso la tesi, l’antitesi e la sintesi. Ogni epoca storica rappresenta una tesi che viene contrapposta da una antitesi, risultando in una sintesi che supera e incorpora gli elementi di entrambe. Questo processo dialettico non è solo un meccanismo storico, ma anche un processo logico che riflette il modo in cui la realtà stessa è strutturata.
Uno degli aspetti più innovativi e critici del pensiero del filosofo tedesco è rappresentato dall’idea che la storia sia guidata dalla ragione. Questo implica che ogni evento storico, non importa quanto caotico o irrazionale possa sembrare, contribuisca al progresso della libertà umana e della ragione.
Le Lezioni offrono anche una visione complessa e articolata dell’uomo, posto al centro del processo storico e filosofico. Per Hegel, l’uomo non è soltanto un ente passivo attraverso il quale si manifesta la storia; piuttosto, è l’agente attivo che porta in sé il Geist, il principio razionale che guida il progresso storico. L’uomo, in quanto entità razionale e libera, è visto come il culmine dello sviluppo dello spirito. Questa concezione implica che ogni individuo partecipi alla dialettica storica non solo come testimone o vittima, ma come co-creatore attivo del tessuto storico.
Anche la libertà costituisce uno dei temi centrali delle Lezioni. Essa non è semplicemente assenza di costrizioni, ma capacità di agire secondo leggi che sono razionalmente riconosciute come proprie. In questo senso, la storia rappresenta, attraverso il progressivo riconoscimento dell’individuo come soggetto autonomo e moralmente responsabile, il luogo in cui l’uomo apprende e realizza la propria libertà.
Alla filosofia della storia è intrinsecamente legata anche l’etica. Hegel sostiene che le norme etiche e i principi morali non siano astrazioni immutabili, quanto piuttosto il risultato di processi storici che riflettono la maturazione dello spirito umano. La moralità è intesa come sintesi dialettica di diritti individuali e doveri collettivi, nel cui ambito la legge e la società devono evolvere per riflettere sempre più la libertà individuale.
L’interazione tra l’individuo e la società è un altro aspetto fondamentale della speculazione storica hegeliana. La società è delineata quale arena in cui si concretizza lo spirito, per mezzo di istituzioni come la famiglia, la società civile e lo Stato. Ogni fase del suo sistema filosofico rivela come l’uomo e la società si influenzino reciprocamente, promuovendo un avanzamento verso forme sempre più complesse e integrate di organizzazione sociale, che riflettono una maggiore realizzazione della libertà.
Hegel, quindi, ritiene l’uomo essenziale all’attuazione dello spirito nella storia. La sua filosofia enfatizza una visione progressista della storia umana come marcia verso una sempre maggiore realizzazione della libertà, interpretando l’etica e la morale come entità dinamiche, intrinsecamente legate al tessuto sociale e storico in cui vivono gli individui. Questa visione continua a generare riflessioni sulla libertà, l’etica e il ruolo dell’individuo nella società moderna.
Le Lezioni sulla filosofia della storia rimangono un’opera cruciale, che offre profonde intuizioni sulla natura della storia e della filosofia. Tuttavia, è essenziale approcciare il testo con atteggiamento critico, riconoscendo tanto i suoi contributi significativi quanto i suoi limiti contestuali e ideologici (nonostante l’ingegnosità della sua sintesi filosofica e storica, l’approccio hegeliano presenta problemi notevoli: la sua eurocentricità e la visione progressista della storia sono state oggetto di numerose critiche, soprattutto per la loro apparente giustificazione dello status quo e del colonialismo. Inoltre, l’idea che la storia sia una marcia inarrestabile verso la libertà è stata messa in discussione da vari pensatori successivi, che hanno evidenziato come eventi storici quali guerre e genocidi sfidino questa interpretazione ottimistica).

 

 

 

Il gelo del tradimento

Bocca degli Abati nella Commedia di Dante

 

 

 

Nelle pieghe oscure della storia fiorentina, tra intrighi e tradimenti, visse Bocca degli Abati, un uomo il cui nome è marchiato dall’infamia della sua stessa azione. Nato in una nobile famiglia ghibellina, si trovò nel crocevia delle lotte tra guelfi e ghibellini, un periodo in cui la fedeltà era moneta rara e l’opportunismo un’arte raffinata.
Era il 4 settembre del 1260 e le nuvole nere della battaglia di Montaperti si addensavano minacciose sopra le colline toscane. In quella funesta giornata, Bocca compì un atto che avrebbe scolpito il suo nome nella memoria collettiva quale sinonimo di traditore. Durante lo scontro decisivo, quando le sorti della guerra sembravano pendere a favore dei guelfi fiorentini, fu proprio lui a compiere l’atto che avrebbe cambiato il corso degli eventi. Alzò la sua mano, non per difendere, ma per tradire. Con un solo colpo recise quella di Jacopo de’ Pazzi, che teneva alto lo stendardo fiorentino, seminando il caos tra le file dei suoi compatrioti. Fu un atto di perfidia che consegnò la vittoria ai ghibellini senesi e segnò indelebilmente il destino di Firenze.
Dante Alighieri non poté ignorare tale atto di viltà e tradimento. Nella Divina Commedia, Bocca degli Abati trova la sua giusta collocazione nel nono cerchio dell’Inferno, tra i traditori della patria. Nel canto XXXII, immerso nel ghiaccio eterno della Antenora, Bocca è avvolto da un freddo tanto penetrante quanto il disgusto che le sue azioni ispirano. Dante, colmo di indignazione, lo riconosce e lo condanna con parole taglienti come lame di ghiaccio:

Io avea già i capelli in mano avvolti,
e tratti glien’avea più d’una ciocca,
latrando lui con li occhi in giù raccolti,
quando un altro gridò: “Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?”.
“Omai”, diss’io, “non vo’ che più favelle,
malvagio traditor; ch’a la tua onta
io porterò di te vere novelle”.

(Inf., XXXII, vv. 103-111)

Bocca, inchiodato nel suo freddo castigo, con la sola testa che viene fuori dalla superficie ghiacciata del lago Cocito, incarna la perenne condanna del traditore, privo di redenzione, immobile nell’eternità del suo peccato.
Bocca degli Abati, nella sua crudele semplicità, diventa simbolo del tradimento più vile, una figura che la storia e la letteratura non possono dimenticare. Il ghiaccio che lo avvolge è metafora del suo cuore gelido, incapace di fedeltà e di onore. Il suo ritratto, immerso nell’eterna condanna dantesca, ci ammonisce sui pericoli della slealtà e ci ricorda che le azioni compiute nella vita terrena riverberano nell’eternità.
E così, attraverso le parole di Dante, Bocca degli Abati diventa monito e memoria, una raffigurazione poetica di tradimento che attraversa i secoli, ricordandoci che l’onore e la fedeltà sono virtù che non possono essere tradite senza conseguenze.

 

 

 

Luisa Casati Stampa

La musa del sogno e della stravaganza

 

 

 

In un’epoca in cui il mondo danzava al ritmo sfrenato dei ruggenti anni Venti del ‘900, vi era una figura che brillava come una cometa solitaria nel firmamento dell’alta società europea. Luisa Casati Stampa di Soncino, marchesa di rara bellezza e fascino ineguagliabile, percorreva il suo cammino con passo felino, avvolta in un alone di mistero e stravaganza. Come un’ombra sfuggente, si muoveva tra i salotti dorati e i giardini incantati, lasciando dietro di sé una scia di meraviglia.
Con i suoi occhi verdi profondi come abissi e la pelle diafana che rifletteva la luce della luna, incarnava l’essenza stessa della bellezza eterea. Ma la sua bellezza non era solo esteriore; era un fuoco che ardeva con fiamma viva nel suo animo inquieto. La sua vita fu una continua performance, un’opera d’arte vivente che sfidava le convenzioni e i limiti del tempo.
Nata in una famiglia di ricchissimi aristocratici, industriali del cotone, Luisa scoprì presto che le regole e le aspettative della nobiltà non facevano per lei. Scelse invece di abbracciare una vita di eccessi e di teatralità, trasformando ogni giorno in un palcoscenico e ogni notte in un sogno. Si circondava di animali esotici, come ghepardi e serpenti, che passeggiavano accanto a lei come compagni fedeli. I suoi abiti, creati da stilisti visionari, erano opere d’arte a sé stanti, adornati di piume, gemme e tessuti preziosi, che brillavano sotto le luci delle feste e dei balli.


Non era solo la sua apparenza a incantare, ma anche la sua mente brillante e la sua passione per l’arte. Luisa fu musa e mecenate di numerosi artisti, ispirando pittori, scultori e poeti con la sua presenza magnetica. Tra questi, il pittore Giovanni Boldini catturò la sua essenza in ritratti vibranti, dove i suoi occhi sembravano scrutare l’anima dello spettatore, mentre Man Ray immortalò la sua figura in fotografie che trasudavano mistero e sensualità.
La sua villa a Venezia, il Palazzo Venier dei Leoni, divenne un tempio del surrealismo, un luogo dove la realtà si mescolava con la fantasia. Qui, tra specchi d’acqua e statue di marmo, Luisa organizzava feste sontuose, che sfidavano l’immaginazione, dove il tempo sembrava sospeso e ogni desiderio poteva diventare realtà.
Ma come ogni stella che brilla troppo intensamente, anche la vita di Luisa fu segnata da una profonda malinconia. Dietro il velo di stravaganza e spettacolo, si celava un’anima tormentata, sempre in cerca di qualcosa di più, di una bellezza e di una verità che sembravano sfuggirle. La sua fortuna svanì con la stessa rapidità con cui era arrivata e gli ultimi anni della sua vita furono trascorsi nell’ombra, lontano dai riflettori e dai fasti di un tempo.
Luisa Casati, una figura tanto affascinante quanto enigmatica, resta un’icona indimenticabile di un’epoca di eccessi e di sogni. La sua eredità vive nelle opere d’arte che ha ispirato e nei cuori di coloro che vedono in lei non solo una musa, ma un simbolo eterno di bellezza, libertà e malinconia.

 

 

 

 

America Latina: democrazia, populismo e criminalità

di Giorgio Malfatti di Monte Tretto

 

 

Recensione di Riccardo Piroddi

 

 

 

America Latina: democrazia, populismo e criminalità, di Giorgio Malfatti di Monte Tretto (Eurilink University Press, 2024), ambasciatore e docente universitario, presenta una panoramica esaustiva delle dinamiche politiche, sociali ed economiche dell’America Latina. Il libro si distingue per un’approfondita analisi storica e contemporanea della regione, ponendo l’accento su temi cruciali quali, appunto, la democrazia, il populismo e la criminalità.
Il volume è diviso in due parti principali: la prima si concentra sull’analisi generale dell’America Latina, mentre la seconda consegna una sintesi dettagliata dei singoli Paesi della regione.
L’Autore principia dalla composizione etnica dell’America Latina, evidenziando la complessità e la diversità delle sue popolazioni. Viene tracciata una linea temporale che parte dalle origini indigene, passando per la colonizzazione europea, fino ad arrivare all’attuale combinazione etnica variegata.
Sono poi descritti il passaggio dal colonialismo all’indipendenza, le guerre di indipendenza e le figure chiave come Simón Bolívar e José de San Martín. Viene altresì evidenziato come la transizione abbia lasciato in eredità strutture sociali ed economiche fragili e disuguaglianze persistenti, anche a causa del ruolo predominante dei militari nelle politiche post-indipendenza, un fenomeno che ha contribuito all’instabilità generalizzata e alla formazione di governi autoritari. Viene anche mostrata l’influenza della Chiesa Cattolica nella storia della regione, dalla colonizzazione fino ai tempi moderni, sottolineando il suo ruolo nel mantenimento dell’ordine sociale e nella politica. L’Autore dipinge un quadro dell’America Latina contemporanea discutendo le problematiche attuali, come la disuguaglianza, la corruzione e la violenza, e fornendo una panoramica delle principali organizzazioni criminali che operano nella regione, il loro impatto sulla società e l’economia e le strategie di contrasto adottate dai governi locali.
La seconda parte del libro, invece, si concentra sull’indagine approfondita dei singoli Paesi, con l’esame della loro storia, della politica, dell’economia e le specifiche sfide che ciascuno deve affrontare. Tra i Paesi trattati vi sono Messico, America Centrale (inclusi Honduras, Guatemala, El Salvador, Belize, Costa Rica, Nicaragua, e Panama), i Caraibi (Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Giamaica, e i territori d’oltremare della Francia), Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Bolivia, Paraguay, Brasile, Argentina, Uruguay e Cile.
Il volume fornisce una dettagliata analisi storica e contemporanea dell’America Latina. L’Autore, infatti, collega gli eventi passati con le condizioni politiche, sociali ed economiche attuali, offrendo una prospettiva di lungo periodo sulle dinamiche che hanno plasmato l’America Latina.
Dovuta attenzione è data anche alle dinamiche politiche correnti, con un particolare focus sui temi della democrazia e del populismo. Malfatti analizza come questi fenomeni siano evoluti nel tempo, influenzando i sistemi di governo e la stabilità politica dei vari Paesi.
Scopo precipuo del libro è indagare il fenomeno del populismo in America Latina. L’Autore dimostra come questo sia emerso quale risposta alle disuguaglianze sociali e alle crisi economiche e come abbia condizionato la politica regionale. Vengono presentati i casi di vari leader populisti e i loro impatti sulle società latinoamericane.
Un altro obiettivo del volume è lo studio della criminalità organizzata nella regione. Vi è infatti esposta una panoramica delle principali organizzazioni criminali, i loro modus operandi e il loro impatto sulla stabilità sociale ed economica. Viene altresì analizzato il legame tra criminalità organizzata e politica e come questo influisca sullo sviluppo della regione.
Ampio risalto è dato anche all’analisi delle relazioni internazionali dell’America Latina, con un particolare focus sul rapporto con gli Stati Uniti e come questo abbia influenzato le dinamiche politiche ed economiche locali. L’Autore mostra pure il ruolo di altre potenze globali e le loro interazioni con i Paesi latinoamericani.
Anche le questioni socio-economiche che affliggono l’America Latina, come la povertà, le disuguaglianze sociali e la distribuzione del reddito, sono vagliate, in particolare, l’impatto delle politiche economiche neoliberiste e assistenzialiste e come queste abbiano influenzato il benessere delle popolazioni locali.
L’opera si distingue per il suo approccio esaustivo e critico, offrendo ai lettori una visione completa e informata delle problematiche storiche e contemporanee della regione. È un testo fondamentale per chiunque desideri comprendere le complesse dinamiche che caratterizzano l’America Latina perché, con la sua ricchezza di dettagli storici e analisi approfondite, consegna una visione completa e critica delle problematiche attuali della regione.