Il Satiro danzante

 

 

 

Il Satiro danzante, scultura in bronzo risalente al periodo ellenistico, raffigura la quintessenza della bellezza e dell’angoscia della civiltà antica. La scoperta della statua risale al luglio 1997, quando il peschereccio “Capitan Ciccio”, appartenente alla flotta di Mazara del Vallo, ripesca casualmente la gamba di una scultura in bronzo dal fondo del Canale di Sicilia. Nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1998, poi, lo stesso peschereccio riesce a recuperare gran parte del resto della scultura da una profondità di 500 metri, sebbene, durante l’operazione, venga perso un braccio. Quest’opera ci giunge dal passato come messaggero silenzioso di una cultura ormai svanita, eppure perennemente presente nelle sue creazioni immortali.
Il satiro, raffigurato in un momento di estasi frenetica, sembra sospeso in un istante di perpetua danza, con il capo riverso all’indietro, gli occhi chiusi, come rapito da una visione divina. Il corpo atletico e muscoloso, catturato in una torsione dinamica, racconta la maestria degli scultori ellenistici nel raffigurare il movimento con una vividezza quasi palpabile. La superficie del bronzo, patinata dal tempo e dall’acqua salata, aggiunge una dimensione ulteriore alla bellezza melanconica della statua, suggerendo un dialogo ininterrotto tra l’opera e gli elementi naturali che l’hanno custodita per secoli.
La genesi storica di questo capolavoro si colloca in un’epoca di grandi fermenti culturali e artistici, quando l’arte ellenistica, spinta dai contatti con altre civiltà del Mediterraneo, si avventurava nei territori inesplorati della rappresentazione umana. I satiri simbolizzavano l’energia primordiale della natura e l’abbandono ai piaceri sensoriali, in contrasto con l’ordine razionale della civiltà. Il loro ruolo nei rituali dionisiaci, che celebravano il dio del vino e dell’ebbrezza, rifletteva una dimensione filosofico-religiosa di trasgressione e liberazione, un ritorno alle radici istintuali dell’essere umano.

 

Satiro danzante (IV-II sec. a.C.), Mazara del Vallo, Museo del Satiro danzante

 

Il Satiro danzante è un’opera intrisa di significati che si intrecciano tra il mondo mitologico, religioso e filosofico dell’antica Grecia. Approfondire questi significati ci permette di comprendere meglio l’essenza di questa scultura e il suo valore simbolico.
Il satiro è una figura mitologica greca, una creatura metà uomo e metà capro, associata al culto di Dioniso. I satiri esprimono gli aspetti più selvaggi e incontrollati della natura umana, incarnando il desiderio, l’ubriachezza e la libertà dalle convenzioni sociali. La danza frenetica del Satiro danzante evoca il thiasos, il corteo dionisiaco, in cui i seguaci del dio, in preda all’estasi, celebravano con danze, canti e riti orgiastici. Questa rappresentazione mitologica sottolinea l’importanza del caos e della spontaneità come elementi essenziali della vita.
Dal punto di vista religioso, il Satiro danzante è un simbolo della connessione tra l’uomo e il divino. Le danze dionisiache erano viste come un mezzo per trascendere la realtà quotidiana e avvicinarsi al mondo degli dèi. Dioniso rappresentava una via di fuga dalle restrizioni della società e della razionalità. I riti a lui dedicati erano momenti di rottura delle norme, dove gli individui potevano sperimentare una fusione con la natura e con il divino. La figura del satiro, in questo contesto, diventa un intermediario tra l’umano e il sacro, una testimonianza vivente della potenza trasformatrice del dio.
Filosoficamente, il Satiro danzante raffigura il dualismo intrinseco dell’esistenza umana. La Grecia ellenistica, con il suo crescente interesse per l’individualità e l’esperienza soggettiva, rifletteva spesso nelle sue opere d’arte la tensione tra opposti. Il satiro, con la sua duplice natura, simboleggia la lotta continua tra ragione e istinto, tra ordine e disordine, tra civiltà e natura. Questa scultura ricorda che l’essere umano è un’entità complessa, che cerca costantemente di bilanciare queste forze contrastanti. La danza del satiro, quindi, non è solo espressione di gioia sfrenata, ma anche meditazione sulla condizione umana e sulla ricerca di armonia tra i diversi aspetti del sé.
Infine, il Satiro danzante può essere inteso come simbolo esistenziale, che parla della fragilità e della bellezza della vita umana. La sua postura dinamica e il suo movimento fissato nel bronzo suggeriscono un momento di intensa vitalità, ma anche di transitorietà. Come la danza, la vita è effimera, un flusso continuo di esperienze che si susseguono e si dissolvono. Il Satiro danzante invita a riflettere sull’esistenza umana, sulla necessità di abbracciare ogni momento con pienezza, pur nella consapevolezza della sua inevitabile fine. Racchiudendo in sé una molteplicità di significati, che vanno oltre la sua mera apparenza, offre un’immagine potente e malinconica della condizione umana, dell’eterna ricerca di senso e dell’incessante danza della vita.

 

 

 

Il Trattato sulla Tolleranza di Voltaire

La ragione contro la violenza

 

 

 

Il Trattato sulla tolleranza di Voltaire, composto nel 1763, costituisce certamente uno dei testi più emblematici e incisivi del pensiero illuminista e si presenta quale appello appassionato alla tolleranza religiosa. La sua stesura è strettamente legata al caso Calas e ad altri casi simili, che suscitarono grandi dibattiti in tutta Europa. Voltaire, profondamente colpito dall’ingiustizia subita da Calas e dalla sua famiglia, utilizzò questo episodio per criticare l’intolleranza religiosa e la barbarie delle leggi che permettevano tale ingiustizia. L’opera, quindi, non solo ha contribuito a scuotere l’opinione pubblica dell’epoca, ma ha anche avuto un impatto significativo nel processo di riabilitazione postuma di Calas e degli altri, mostrando il potere della letteratura come strumento di critica sociale e di cambiamento.
Jean Calas, un mercante di stoffe protestante di Tolosa, fu accusato ingiustamente di aver ucciso suo figlio Marc-Antoine, nel 1761. Si sospettava che il motivo dell’omicidio fosse impedire al giovane di convertirsi al cattolicesimo, dato che la famiglia Calas era di fede ugonotta, in un’epoca e in una regione dominate dalla Chiesa cattolica. Nonostante la mancanza di prove, Calas fu torturato, giudicato e, infine, giustiziato, nel 1762. Voltaire, indignato, divenne attivamente coinvolto nel caso, scrivendo e facendo pressioni per la sua revisione, che culminò nella riabilitazione postuma di Calas, nel 1765. Simile al caso Calas, quello della famiglia Sirven. Pierre-Paul Sirven e sua moglie furono accusati dell’omicidio della loro figlia maggiore, che si era suicidata dopo essere stata forzatamente internata in un convento per convertirsi al cattolicesimo. La famiglia Sirven fu costretta a fuggire in Svizzera per evitare la stessa sorte di Calas. Anche in questo caso, Voltaire intervenne, aiutando i coniugi a ottenere un nuovo processo, che alla fine portò alla loro assoluzione, nel 1771. Il caso di La Barre, invece, rappresenta uno degli episodi più tragici di intolleranza religiosa nell’era pre-rivoluzionaria francese. François-Jean Lefebvre de La Barre, un giovane aristocratico, fu accusato di blasfemia e di irriverenza verso la religione cattolica, per non essersi tolto il cappello, non mostrando così rispetto, durante una processione religiosa, e per possedere un libro considerato sacrilego, il Dizionario Filosofico, proprio di Voltaire. Nel 1766, La Barre fu condannato a morte: torturato, decapitato e il suo corpo bruciato insieme al libro di Voltaire.

Questi casi, trattati da Voltaire in questa sua opera, non sono solo esempi storici di ingiustizia; sono anche potenti richiami all’importanza della tolleranza religiosa e della libertà personale. Voltaire adopera queste storie tragiche per criticare la collaborazione tra potere giudiziario e autorità religiose nel vessare le minoranze e imporre una conformità ideologica.
Il filosofo mostra come le dispute teologiche abbiano spesso fornito un pretesto per la violenza e l’oppressione. Difende l’idea che la tolleranza religiosa non solo sia una necessità etica e morale, ma anche una condizione essenziale per la pace e il progresso civile. La sua critica non risparmia nessuna confessione religiosa; invita tutti i credenti a riflettere sulla vera essenza dei loro insegnamenti spirituali, che secondo lui dovrebbero guidare verso la pace e la comprensione reciproca piuttosto che verso il conflitto.
Filosoficamente, il trattato contiene un’esposizione lucida dei principi dell’Illuminismo, come l’uso della ragione, l’importanza dell’individuo e il diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Voltaire argomenta che la tolleranza sia una virtù tanto razionale quanto necessaria, sostenendo che nessun essere umano possegga la completa verità e che l’errore non debba essere perseguito con la forza, ma corretto con la ragione. Questo approccio non solo critica le istituzioni religiose dell’epoca, ma sfida anche le fondamenta stesse del potere politico, che si legittima attraverso l’assolutismo religioso.
Il Trattato sulla tolleranza, pertanto, resta un’opera profondamente significativa, che continua a essere rilevante. Il suo appello alla tolleranza fornisce lo spunto continuo di riflessione sulle questioni di libertà religiosa, convivenza civile e diritti umani. La lettura di questo testo rivela sì, gli orrori del passato, ma offre anche lezioni preziose per il presente e il futuro, nella lotta contro l’intolleranza e per la promozione della pace e della comprensione tra diverse culture e credenze.

 

 

 

 

Laurence Olivier (1907 – 22 maggio – 2024)

Un nome che evoca un uomo e un’era di grandezza artistica

 

 

 

Laurence Olivier, attore il cui nome rimarrà per sempre scolpito nel pantheon del teatro e del cinema, non è stato solo un interprete, ma un maestro della recitazione, capace di incarnare, con straordinaria profondità, personaggi diversi e complessi. La sua carriera, costellata di successi e riconoscimenti, costituisce un capitolo fondamentale nella storia delle arti performative.
Laurence Kerr Olivier nacque nel 1907 a Dorking, nel Surrey, e fin dai suoi primi passi nel mondo del teatro dimostrò un talento che lo avrebbe presto reso una figura di riferimento. La sua formazione presso il Central School of Speech and Drama di Londra affinò le sue innate capacità, permettendogli di emergere rapidamente sulle scene teatrali britanniche.
Olivier è forse meglio conosciuto per le sue interpretazioni shakespeariane, che rimangono pietre miliari nella storia del teatro. “Amleto”, “Otello”, “Riccardo III”: ruoli iconici che egli rese propri, infondendo a ognuno di essi una vita unica e inimitabile. La sua versione di Amleto, sia sul palco che nel film del 1948, rimane un esempio insuperato di come il teatro possa essere trasformato in cinema senza perdere la sua essenza drammatica.


Nel cinema, Olivier non fu meno straordinario. Interpretazioni come quella in “Wuthering Heights” (1939), dove vestì i panni del tormentato Heathcliff, dimostrano la sua capacità di trasmettere emozioni intense e complesse. In “Rebecca” di Alfred Hitchcock, la sua performance nei panni di Maxim de Winter aggiunse una dimensione di profondità psicologica che arricchì notevolmente la narrazione.
La recitazione di Laurence Olivier era caratterizzata da una precisione tecnica impeccabile e una profonda comprensione emotiva dei personaggi. La sua abilità nel passare da ruoli drammatici a quelli tragici, mantenendo sempre un livello elevatissimo di performance, lo distingue come uno degli attori più versatili non solo del suo tempo ma dell’intera storia del cinema.
Laurence Olivier ci ha lasciati nel 1989, ma la sua eredità vive ancora. I suoi contributi al teatro e al cinema continuano a ispirare generazioni di attori e spettatori. Guardando indietro alla sua carriera, non posso fare a meno di sentirmi colmo di ammirazione e nostalgia. Olivier non era solo un attore; era un’istituzione, un simbolo di eccellenza artistica che ha elevato gli standard della recitazione a livelli ineguagliabili.
Concludendo questo ricordo risuona un senso di perdita per un’epoca in cui la maestria attoriale di Laurence Olivier incantava il mondo. Ma rimane con noi, nel silenzio delle sale teatrali e nelle immagini dei vecchi film, un ricordo vivido e indelebile di ciò che il teatro e il cinema possono raggiungere quando un genio come Olivier li abita.

 

 

 

State, sovereignty, law and economics
in the era of globalization

 

 

 

Taken from my lectures as a Teaching Fellow in International Law, these reflections highlight how State sovereignty and International Law are profoundly influenced by globalization, economic integration and digital technologies, raising fundamental questions about global governance, State autonomy and the adaptation of legal structures to new economic and technological realities.

 

Part VIII

To conclude

 

Globalization and technological advancement have stripped States of significant portions of sovereignty, undermining their ability to independently exercise legislative power, a fundamental aspect in tax regulation. Cyberspace eradicates physical barriers, making borders permeable and creating spaces unregulated by any State authority, floating between the territorial realities defined by countries. This gives rise to de-territorialised digital environments, characterized by a widespread lack of physical tax identity and the virtualization of tax bases, escaping traditional tax logic. In this context, profits generated beyond national borders become nearly unreachable for State taxes. Thus, the internet is configured as a lawless territory, where State sovereignty seems to lose its grip, leaving room for a new order to be built. While the State attempts to maintain control over the remnants of sovereignty eroded by the digital, projecting them onto static taxpayers, mobile incomes, and capitals benefit from the elimination of geographical distances thanks to technology, moving silently and without leaving tangible traces.
The advent of the internet has posed new challenges to State taxation, pushing towards an adaptation of sovereignty principles to the dynamics of e-commerce. Internationally, efforts have been made to create a uniform legal framework that balances the fiscal needs of States with the development of digital commerce, through international cooperation and the renegotiation of traditional tax principles.
The issue of regulating the web legally calls for a radical change in perspective, rising above the earthly and traditional conceptions of law and its violation. Globalization challenges the linearity of legal thought, inviting a vertical reflection that can accommodate the complexities of the digital world. In this scenario, the law takes on a new dimension, seeking to give shape and limits to transgression, distinguishing itself from a purely moral approach and trying to establish a balance between the fluidity of digital relations and the need for a legal order that can regulate them effectively.

 

 

 

 

La società aperta e i suoi nemici
di Karl Popper

Il manifesto razionale di libertà

 

 

 

 

La società aperta e i suoi nemici, pubblicata da Karl Popper in due volumi, tra il 1943 e il 1945, presenta una critica radicale al totalitarismo e difende con passione il valore delle società democratiche e liberali. La sua analisi si estende attraverso la filosofia, la storia e la politica, rendendola una pietra miliare nel pensiero del XX secolo.
Il testo fu redatto durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Popper stesso, originario di Vienna e di famiglia ebraica, visse gli orrori del totalitarismo nazista prima di fuggire in Nuova Zelanda, dove poi scrisse l’opera. Il contesto storico è fondamentale per comprendere l’urgenza e l’impeto con cui l’Autore attacca quelle teorie filosofiche che, secondo lui, avevano pavimentato la via ai regimi totalitari.
Il filosofo descrive la società aperta come un sistema sociale caratterizzato dalla flessibilità, dalla capacità di auto-correzione e dal governo attraverso decisioni consensuali piuttosto che coercitive. La società aperta promuove l’innovazione e il cambiamento continuo, incoraggiando il dibattito, la critica e la diversità di opinioni. La sua essenza sta nell’abilità degli individui di vivere senza imposizioni da parte dell’autorità e di partecipare attivamente alla formazione delle politiche pubbliche. Per meglio comprendere la società aperta è utile considerare il suo opposto: la società chiusa. Questa è caratterizzata da strutture statiche e gerarchiche, dove il cambiamento è percepito come una minaccia all’ordine sociale stabilito. Le società chiuse spesso mitizzano il passato e aderiscono a ideologie rigidamente deterministiche, che giustificano il controllo autoritario e la limitazione delle libertà individuali. Popper vede tali caratteristiche proprio nei regimi totalitari del suo tempo, che sfruttano tali ideologie per sopprimere il dissenso e mantenere il potere.
Il filosofo critica aspramente le teorie storico-deterministiche di Platone, Hegel e Marx, accusandoli di essere “nemici” della società aperta, a causa delle loro visioni utopiche e totalitarie, che sostengono una inevitabile marcia verso determinati ideali politici, giustificando così il sacrificio degli individui per obiettivi collettivi supposti. Egli sostiene che questa visione della storia sia scientificamente infondata e pericolosamente vicina a giustificare i peggiori eccessi dei regimi autoritari. La storia, al contrario, è fatta di scelte imprevedibili e l’azione umana è caratterizzata da una responsabilità morale individuale, non da traiettorie prefissate. Per questo, propone ciò che chiama “razionalismo critico”, un approccio che valorizza la discussione aperta e il miglioramento incrementale della società attraverso la scienza e la critica piuttosto che con rivoluzioni violente.
Popper stigmatizza Platone per il suo idealismo e la sua teoria dello Stato governato da filosofi-re, che giudica come l’antitesi della democrazia. Il modello platonico promuove una società chiusa e statica, dove il cambiamento è inteso quale corruzione dell’ordine ideale. Attacca Hegel per il suo orientamento assolutista e la sua filosofia della storia, che presenta uno sviluppo dialettico verso uno stato finale di libertà assoluta, riscontrandovi addirittura l’antecedente ideologico del nazionalsocialismo tedesco e del fascismo italiano, valutazione che si estende anche a teorie che predicono inevitabili conclusioni storiche, compreso il marxismo. Anche riconosce in Marx un’intenzione morale di migliorare le condizioni delle classi lavoratrici, disapprova il suo determinismo economico, sostenendo che, nonostante le sue intenzioni, finisca per fornire una giustificazione filosofica all’autocrazia rivoluzionaria, che si presume agisca nel nome dell’inevitabile marcia della storia verso il comunismo.La parte conclusiva dell’opera è dedicata alla difesa della società aperta, che Popper identifica con la democrazia liberale, interpretata non solo come un sistema politico, ma come ethos culturale che valorizza la libertà individuale, il pluralismo e il cambiamento progressivo attraverso metodi pacifici e razionali. La democrazia liberale è innanzitutto un processo. Non è statica né definita da una particolare configurazione istituzionale, ma è un sistema dinamico che consente il cambiamento e l’adattamento. Il filosofo critica le visioni utopiche che vedono la politica come ricerca di un ordine ideale e immutabile. Al contrario, asserisce che la società aperta sia caratterizzata da “una disposizione a imparare dall’errore”, qualità che permette alle società democratiche liberali di correggersi e migliorarsi continuamente. Eleva il concetto di tolleranza a principio fondamentale della società aperta, pur avvertendo contro il “paradosso della tolleranza”: infatti, la tolleranza illimitata può portare alla distruzione della tolleranza stessa, se si permette ai tolleranti di sfruttare la libertà offerta per sopprimere i diritti altrui. In una società aperta, la tolleranza richiede un equilibrio attivo, a cui i limiti sono posti per prevenire l’ascesa di forze intolleranti e autoritarie. Un aspetto risolutivo della democrazia liberale è costituito dall’importanza del disaccordo e del dibattito aperto. Popper sostiene che il progresso scientifico e sociale si verifichi per mezzo di un costante processo di congettura e confutazione, dove le teorie sono proposte, testate e spesso confutate. Analogamente, la democrazia deve operare attraverso un dialogo aperto e critico, in cui le politiche sono proposte, discusse e modificate in risposta ai giudizi e ai cambiamenti delle circostanze. Infine, pone una forte enfasi sui diritti individuali quale fondamento della democrazia liberale. La loro protezione non è solo una questione di giustizia legale o morale ma è essenziale per la creazione di un ambiente in cui gli individui possono pensare, esprimersi e agire senza paura di repressione, considerando ciò essenziale per il mantenimento di una società aperta e per il progresso continuo verso una migliore condizione umana.
La società aperta e i suoi nemici, quindi, non è solo un testo di filosofia politica, ma anche un appello accorato alla vigilanza e alla responsabilità individuale nelle società democratiche. L’analisi di Popper rimane estremamente rilevante oggi, in un’epoca in cui le democrazie sono nuovamente messe alla prova da forze autoritarie e populiste. La sua visione della società aperta offre un quadro prezioso per comprendere e affrontare le sfide contemporanee nel mondo politico e sociale. In un’era di crescente polarizzazione, populismo e attacchi alle istituzioni democratiche, il modello di società aperta di Popper serve come promemoria dell’importanza di mantenere e difendere i principi di apertura, tolleranza e dialogo democratico. La sua teoria rimane un potente strumento analitico per i difensori della libertà e della democrazia in tutto il mondo, esortando a non dare mai per scontata quella libertà e a combattere continuamente per la trasparenza, la comprensione e il dialogo, pilastri di ogni società veramente aperta.

 

 

 

 

La Venere Callipigia

 

 

 

La statua della Venere Callipigia è un’ode marmorea all’eterna bellezza femminile, scolpita con una grazia che trascende il tempo. Realizzata in marmo bianco, ritrae la dea ergersi in una posa delicata e insieme potente. Il suo corpo sinuoso, dalle forme morbide e armoniose, sembra animarsi sotto gli occhi di chi la osserva, raccontando storie di divinità, di femminilità e di miti antichi.
Il nome del suo scultore rimane avvolto nel mistero. Non esistono documenti certi che identifichino l’artista creatore di questa magnifica scultura. Tuttavia, si ritiene che la statua sia stata realizzata durante il periodo ellenistico, dal 323 a.C. al 31 a.C. L’epoca ellenistica fu evo di grande fioritura artistica e culturale, caratterizzato da un’estrema raffinatezza tecnica e da un’espressività marcata nelle opere d’arte. Gli scultori di quel periodo miravano a rappresentare non solo la bellezza fisica ideale, ma anche le emozioni e i movimenti naturali dei corpi. La Venere Callipigia, con la sua postura dinamica e i dettagli anatomici, riflette perfettamente queste caratteristiche.
Il nome Callipigia deriva dal greco antico Kallipygos, che significa “dalle belle natiche”. Tale appellativo mette in evidenza una particolarità specifica della statua: la raffigurazione idealizzata della parte posteriore del corpo femminile.
Secondo la leggenda, la statua fu ispirata da una gara di bellezza tra due sorelle di Siracusa, ciascuna delle quali vantava di avere le natiche più belle. Il giudizio favorevole portò all’edificazione di un tempio dedicato a Venere Callipigia, dove la statua fu collocata come simbolo di quella peculiare bellezza.

“Venere Callipigia”, IV-I sec. a.C., Napoli, Museo Archeologico Nazionale

La posa della statua vede la dea girarsi leggermente per guardare indietro. È come se Venere fosse còlta in un momento di intima riflessione, aggiungendo una dimensione di delicatezza e vulnerabilità alla sua figura divina. I suoi tratti, scolpiti con maestria, risplendono alla luce, creando giochi di ombre che esaltano ogni finitura. La postura, leggermente inclinata, suggerisce un movimento sospeso tra il passo e la stasi, un attimo di grazia catturato per l’eternità. Il volto, sereno ma impenetrabile, invita l’osservatore a immergersi in un mondo di bellezza e mistero, dove il divino e l’umano femminile si fondono in un amplesso senza tempo.
La Venere Callipigia celebra sì la bellezza esteriore, ma anche un ideale di perfezione interiore, una bellezza che risiede nell’equilibrio e nell’armonia. Guardarla (e incantarsi) è come ascoltare una quieta melodia, una poesia scolpita nella pietra, che sussurra segreti di un passato immortale. Ogni linea, ogni curva è un verso di questa poesia visiva, che incanta e affascina, rendendo omaggio alla magnificenza del corpo femminile e alla divina arte della scultura.

 

 

 

Quel senso di nostalgia nella poesia crepuscolare
di Guido Gozzano

 

 

 

I primi vent’anni della mia vita li ho trascorsi stabilmente a Sant’Agata sui due Golfi, a casa dei miei genitori. Il balcone della mia camera da letto affacciava su un panorama mozzafiato: a sinistra, la collina di Santa Maria della Neve, poi, il Monte San Costanzo, al centro della scena, l’isola di Capri e, sulla destra, il colle del Deserto. Fin da bambino, mi incantavo a guardare, tra ottobre e novembre, il sole tramontare tra Capri e il mare. Ho sempre accostato questa immagine al ricordo della mia infanzia e della mia terra bellissima ogniqualvolta, essendone lontano, ho pensato ad esse. Anche il termine Crepuscolarismo mi rimanda a tale dolce memoria. La definizione di questo movimento poetico ha a che fare con il tramonto, proprio perché fu adoperata per definire quella tendenza compositiva che si sviluppò in Italia nei primi quindici anni del Novecento. Gabriele D’Annunzio aveva celebrato la poesia eroica, ponendo il poeta nella posizione di animatore della storia e creatore delle forze del futuro. I crepuscolari, al contrario, rifiutavano questa concezione del versificatore e della poesia, ripiegando su temi e movimenti più semplici, di declino, smorzati e spenti, comuni e usuali, nostalgici, come il sole che tramonta, appunto. Nel tramonto c’è tutta la nostalgia del giorno che sta per finire. Ecco il perché del termine Crepuscolarismo. Il più famoso poeta crepuscolare fu senza dubbio Guido Gozzano. Nato a Torino nel 1883, studiò con poco profitto alle scuole superiori, si iscrisse all’Università senza, però, laurearsi. Si interessò soltanto alla letteratura e alla poesia. Visse molto poco, 33 anni, distrutto dalla tisi. Il suo compendio poetico che vale la pena leggere è “Colloqui”. La poetica di Gozzano risente della malattia e del continuo confrontarsi con essa, dell’incertezza del futuro e del rifugio in un passato tutto da ricordare. Ecco perché essa è dotata di una forte componente nostalgica. Il poeta avrebbe desiderato solo essere felice, poter amare ed essere amato, ma la malattia glielo impedì. Ne sono dimostrazione due tra le sue liriche migliori: “L’amica di Nonna Speranza” e “Cocotte”. Non ebbe mai la pretesa di voler essere considerato un grande poeta. Verseggiò con tristezza, quasi piangendo!

Pubblicato l’1 giugno 2017 su La Lumaca

 

 

Pia de’ Tolomei

 

 

 

Nel soave fluire dei versi danteschi, tra le righe vergate di un’opera eterna come la Divina Commedia, appare la figura di Pia de’ Tolomei, donna di nobile lignaggio e tragico destino. La sua storia si intreccia con le trame del Purgatorio, nel canto V, dove le anime dei morti di morte violenta si purificano prima di ascendere al cielo.
Pia de’ Tolomei appare con grazia eterea, avvolta in un’aura di melanconia. Il suo spirito, sospeso tra ricordi terreni e speranze ultraterrene, evoca una tenerezza infinita e una dignità senza tempo. Dante, con il suo sguardo attento e pietoso, cattura l’essenza di questa donna che, pur nel dolore, conserva una bellezza immacolata e una forza d’animo rara.

Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via
”,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma
”.

(Purg., V, 130-136)

Con queste parole, Pia si presenta a Dante, rivelando in pochi versi la sua identità e la sua tragedia. Nata a Siena, è stata vittima di un tradimento crudele. Il suo destino è stato segnato dall’inganno e dalla violenza, ma nelle sue parole risuona una pacata accettazione, una serena consapevolezza della sua sorte.
La figura di Pia de’ Tolomei è un simbolo di fedeltà, un’eco lontana di amori perduti e speranze infrante. La sua presenza nel Purgatorio è come un fiore delicato in un giardino di spine, un ricordo dolce e amaro che sopravvive ai secoli. La sua storia, sebbene intrisa di sofferenza, brilla di una luce pura e inviolata, un faro di umanità e compassione.
In Pia de’ Tolomei Dante coglie l’essenza della fragilità umana e della resistenza dell’anima. La sua breve apparizione è sufficiente a imprimere un segno indelebile nel cuore del lettore, un monito sulla vanità delle ambizioni terrene e sulla nobiltà del perdono. Con la sua voce sommessa e il suo sguardo mesto Pia ci invita a riflettere sulla caducità della vita e sull’eternità dello spirito.
E così, nel silenzio del Purgatorio, risuona ancora la voce di Pia, un canto di dolore e di speranza che si leva come un sussurro tra le stelle. La sua figura, scolpita nei versi immortali di Dante, continua a vivere, a parlare, a commuovere, testimone di una bellezza che trascende anche il tempo!

Pio Fedi, “Pia de’ Tolomei e Nello della Pietra”, 1861 – Firenze, Palazzo Pitti

 

 

 

 

 

Novum Organum di Francis Bacon

“Sapere è potere!”

 

 

 

Il Novum Organum, pubblicato nel 1620, costituisce, senza dubbio, una pietra miliare nella storia del pensiero scientifico e filosofico. Francis Bacon, in quest’opera, non solo critica i metodi di conoscenza allora dominanti, ereditati dalla tradizione aristotelica e scolastica, ma propone anche un nuovo metodo, basato sull’induzione e sulla sperimentazione empirica. La sua visione mira a riformare il processo di acquisizione della conoscenza per avanzare nel progresso tecnico e scientifico.
Uno degli aspetti centrali del Novum Organum è rappresentato dall’introduzione del metodo induttivo. Contrariamente al metodo deduttivo aristotelico, che parte da premesse generali per arrivare a conclusioni specifiche, il metodo baconiano suggerisce di partire dall’osservazione di fatti particolari per generalizzare le leggi della natura. Bacon critica aspramente la logica aristotelica, ritenendola inadeguata per la scoperta di nuove verità. Il suo approccio è rivoluzionario, perché propone di costruire il sapere sulla base di dati empirici, organizzati attraverso tavole di presenza, assenza e gradi.
Bacon anticipa l’importanza del progresso tecnologico quale frutto della scienza applicata, mettendo in luce come la conoscenza accurata della natura possa condurre al miglioramento delle condizioni umane attraverso invenzioni e scoperte. Immagina, altresì, una scienza che sia utile e produttiva, non solo speculativa, visione che prefigura lo sviluppo della metodologia scientifica moderna e pone le basi per la futura rivoluzione industriale.
Dal punto di vista logico, Bacon introduce la teoria degli “idola”, termine latino che si riferisce a false nozioni o idoli, che ingannano l’intelletto umano. Gli idola rappresentano pregiudizi o errori sistematici di pensiero, che distorcono la percezione della realtà e ostacolano la scoperta della verità attraverso il metodo scientifico. Il filosofo identifica quattro categorie principali di idola, ognuna delle quali contribuisce in modo diverso alla corruzione della mente umana.
Gli idola tribus sono gli idoli associati alla natura umana in generale. Bacon sostiene che questi pregiudizi siano innati nella mente e derivino dalla sua tendenza a percepire più ordine e regolarità nella natura di quanto in realtà esista. Ad esempio, gli esseri umani tendono a vedere causalità in eventi coincidentali o a percepire modelli e significati anche dove non ne esistono. Questo tipo di errore logico può portare a conclusioni errate e impedire un’indagine oggettiva della realtà. Gli idola specus si riferiscono agli “idoli della caverna”, ovvero ai pregiudizi personali che ogni individuo sviluppa in base alla propria educazione, ambiente, esperienze e inclinazioni personali. Questi idoli sono paragonabili a preferenze personali che possono colorare il modo in cui si interpretano e filtrano le informazioni. Ad esempio, uno scienziato potrebbe favorire teorie che si allineano meglio con la sua formazione specialistica, ignorando o minimizzando l’importanza di dati che supportano teorie alternative. Gli idola fori sono gli “idoli del mercato”, derivanti dall’uso improprio del linguaggio e delle parole. Bacon sostiene che il linguaggio, essendo un costrutto umano, sia intrinsecamente impreciso e spesso carico di ambiguità e connotazioni che avrebbero potuto portare a misconoscimenti e malintesi. Le parole sono spesso inadeguate per descrivere la realtà in modo esatto e possono distorcere la comprensione. Infine, gli idola theatri sono gli “idoli del teatro”, che derivano dalle dottrine filosofiche e dai principi errati delle scienze e delle arti. Questi idoli includono le fallacie che emergono dalle teorie non verificate e dai sistemi filosofici accettati senza questioni. Tali sistemi sono paragonati a “produzioni teatrali”, che presentano una versione della realtà distorta e sceneggiata, lontana dalla verità empirica e oggettiva. La teoria degli idola ha importanti implicazioni per il metodo scientifico. Essa mette in guardia contro il pericolo di affidarsi troppo alla percezione sensoriale e intellettuale non critica. Invece, suggerisce la necessità di un approccio sistematico e meticoloso nella raccolta e analisi dei dati, libero da pregiudizi personali, linguistici e culturali. Bacon propone, quindi, un metodo di indagine che miri a purificare la mente da questi idoli attraverso la sperimentazione ripetuta e l’osservazione accurata, ponendo così le basi per la scienza moderna. La teoria degli idola, quindi, costituisce una critica radicale alla conoscenza umana tradizionale e un appello alla vigilanza epistemologica nell’indagine scientifica. Bacon sottolinea l’importanza di superare questi ostacoli epistemologici per raggiungere una vera comprensione della natura, promuovendo un approccio più rigoroso e sistematico alla scienza.


Il Novum Organum si inserisce in un contesto filosofico dominato dal razionalismo e dall’empirismo, influenzando profondamente entrambe le correnti. Bacon, pur non essendo un empirista nel senso stretto, promuove un’indagine della realtà basata sull’esperienza sensoriale come antidoto alle false nozioni e ai pregiudizi che, secondo lui, ostacolano la conoscenza vera. La sua critica verso le autorità del passato, come Aristotele, e la sua sfiducia nei confronti della pura deduzione razionale lo collocano in un movimento di pensiero che cercò di liberare la ricerca scientifica dalle catene della tradizione e della superstizione.
L’opera, perciò, costituisce molto più di un semplice trattato di metodologia scientifica; è un manifesto che chiama a un nuovo ordine cognitivo in cui la scienza diventa il motore del progresso materiale e morale dell’umanità. Riflette e contribuisce a una trasformazione epocale nella concezione del sapere, promuovendo una visione pragmatica e utilitaristica della conoscenza. Bacon, con la sua logica induttiva e l’enfasi sull’importanza delle scoperte tecnologiche, non solo ha disegnato il contorno del moderno metodo scientifico, ma ha anche preparato il terreno per la rivoluzione scientifica che avrebbe preso piede nel corso del secolo successivo.
Il Novum Organum, pertanto, rimane un testo fondamentale per comprendere l’evoluzione del pensiero scientifico e la sua interazione con le correnti filosofiche del Seicento, evidenziando come la scienza possa essere strumentalizzata per il miglioramento sociale e tecnologico.

 

 

 

State, sovereignty, law and economics
in the era of globalization

 

 

 

Taken from my lectures as a Teaching Fellow in International Law, these reflections highlight how State sovereignty and International Law are profoundly influenced by globalization, economic integration and digital technologies, raising fundamental questions about global governance, State autonomy and the adaptation of legal structures to new economic and technological realities.

 

Part VII

International Law and Tax Law

 

 

The process of conflict mediation emerges as a daunting challenge at the nexus of law and politics, embarking on a journey through duality and transformation. This text is imbued with deep reflections on the genesis of legal systems: every stable structure springs from chaos, perpetually sailing on the turbulent waters of uncertainty and potential dissolution. The figure of Janus, the Roman god with two faces looking towards both past and future, symbolizes this endless transition between creation and destruction, order and chaos, the internal and the external. Law, akin to Janus, embraces this essential duality, delving into the dynamics of construction and deconstruction, and contrasting warfare with peace, justice with force, State with territory, and politics with economy. “Janus in the mirror” mirrors the complex self-examination of law, challenging static perception and inviting to a fourfold reflection. This duality extends to the sovereignty of States, transformed and expanded beyond national boundaries by technology, suggesting a new understanding of space and territoriality in the digital age. The relationship between “de-nomosized” spaces and those to be “re-nomosized” reveals an ongoing dialogue between past and future, highlighting the need for a balance between tradition and innovation in law.
The sovereignty of a State, characterized by its capacity to autonomously regulate other wills within a given territory, is confronted with the challenges of globalization and power sharing. Legislation, inherently linked to State sovereignty, becomes a battleground between traditional exercises of power and the pressures of globalization, which reshape the coordinates of political and legal space. The progressive erosion of State sovereignty, catalysed by global interconnectedness and supranational dynamics, questions the very foundations of State power. In this context, new forms of cooperation and governance emerge, requiring a rethinking of traditional norms and principles in favour of a more inclusive and multilateral approach, reflecting the complexity of international and transnational relationships in an interconnected world.
The concept of fiscal sovereignty, understood as the State’s capacity to levy taxes within its territorial borders and as an expression of independence in international relations, reflects the complexity of global economic dynamics. The distinction between the power of taxation tied to territory and the transnational nature of investments raises fundamental questions about the regulation and application of fiscal laws. With the expansion of international trade, there is a highlighted need to adapt fiscal regulations to the realities of a globalized economy, recognizing both the territorial limits of the State and its ability to influence economic situations beyond its borders. This debate on the extraterritorial character of tax discipline underscores the importance of finding a balance between national sovereignty and international cooperation in the era of globalization.
The context of international law is characterized by its intricate web of rules, distinguished by the diversity of their sources and a substantive consistency in their aims. This framework reflects the sovereignty of each nation, seen as an autonomous and sovereign entity, particularly in the context of tax legislation, where the principle of exclusive territorial jurisdiction prevails.
Despite this, there is no unified body of laws governing international tax matters between States. Instead, tax law and international law merge to facilitate the harmonious coexistence of States, considered equal in their right to exercise sovereignty and in maintaining their supreme authority. This integration is based on international cooperation to resolve disputes between different tax jurisdictions, driven by global interaction and economic relations.
Thus, the concept of international tax law relies on conventions against double taxation in the absence of direct tax imposition. This branch of law, unlike private international law, does not aim to resolve discrepancies between laws but rather to manage conflicts between different fiscal claims. International tax treaties seek to limit the legislative power of States to mitigate instances of double taxation, with each State agreeing to relinquish a portion of its taxation right in favour of the other, based on principles of reciprocity and mutually agreed arrangements.
On the other hand, supranational tax law is distinguished by being issued by entities that override States, such as international organizations with their own legal personality, significantly broadening the scope of application compared to convention-based tax law. While the latter focuses primarily on preventing double taxation, supranational law can directly regulate the substance of tax laws, deeply influencing national legislations.
A prime example is the tax law of the European Union, which highlights the EU’s supremacy over its member States and whose impact on national laws is widely recognized. However, this does not necessarily imply a divergence between international tax law and EU law. Community law integrates into national legal systems through a process of adoption based on the founding treaties of the EU, thus highlighting its uniqueness and its particular effect on national legal systems, while remaining part of the broader context of international tax law.