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Il plusvalore non va in fabbrica. Va allo stadio

Marx aveva torto: il proletariato ama chi guadagna
mille volte più di lui

 

 

 

 

Oggi, Marx non si scandalizzerebbe. Capirebbe. Il calcio moderno racconta il capitalismo nella sua forma più matura e più spudorata: corpi quotati, emozioni monetizzate, disuguaglianze difese come se fossero naturali. Queste riflessioni, attraverso la lente marxiana, smontano il meccanismo che ha trasformato lo spettacolo in destino e il mercato in verità indiscutibile. Una lettura tagliente e ironica, che fa ridere amaro e dovrebbe costringere a guardare meglio ciò che applaudiamo ogni weekend e, ormai, non solo il weekend.

 

 

 

Se Marx, oggi, aprisse il giornale alla pagina dello sport, probabilmente non inizierebbe con una critica. Comincerebbe a ridere. Non una risata allegra, però: quella breve e secca di chi riconosce un vecchio amico travestito. “Ah!” – penserebbe. “Il capitale non solo sopravvive: ha imparato a fare il doppio passo e le finte!”.
Davanti agli stipendi dei calciatori non vedrebbe semplicemente uomini pagati troppo per tirare calci a un pallone. Ravviserebbe un trattato aggiornato di economia politica, scritto a colpi di tacco, con grafici colorati e replay rallentati. Il calcio, direbbe, è la dimostrazione definitiva che il capitalismo non ha più bisogno di fabbriche fumose per prosperare. Gli basta uno stadio, una telecamera e un pubblico disposto a confondere il valore con l’intensità dell’emozione. La forza-lavoro non produce più bulloni o sedie ma suspense, identità, appartenenza. Tutto perfettamente monetizzabile.
Il punto non sono nemmeno le cifre stratosferiche in sé degli stipendi, quanto la loro naturalezza. Gli zeri si moltiplicano, l’indignazione dura quanto una pubblicità, poi si passa all’azione successiva. Marx annoterebbe che il capitale ha vinto quando l’assurdo è diventato routine. Quando anche l’eccesso smette di sembrare tale e diviene solo un’altra notizia in scorrimento.
Si soffermerebbe sul linguaggio. Non “stipendi” ma “ingaggi”. Non “lavoratori” ma “fuoriclasse”. Non “licenziamenti” ma “cessioni”. Il lessico, noterebbe, è sempre il primo sindacato a essere sciolto. Quando cambiano le parole, i rapporti di produzione sono già cambiati da tempo. Il calciatore non vende il suo tempo, vende la sua immagine; non lavora, performa; non invecchia, “perde valore di mercato”. Il corpo non è più solo alienato: è quotato.
Osserverebbe, con una certa ammirazione, la precisione con cui il sistema misura ogni centimetro di carne. Chilometri percorsi, percentuali, expected goals. Il lavoratore dell’Ottocento era sfruttato senza dati. Quello del XXI secolo è sfruttato con dashboard in tempo reale. Anche la gabbia, quando è ben illuminata, sembra più moderna.
Marx riconoscerebbe nel calcio uno dei pochi luoghi in cui il mercato viene celebrato come destino. Se un calciatore guadagna mille volte più di un insegnante, la spiegazione è semplice e apparentemente inattaccabile: lo decide il mercato. Una divinità laica che nessuno ha mai visto ma a cui tutti sacrificano qualcosa. Tempo, diritti, dignità. Qui, però, il sacrificio lo fa soprattutto il pubblico, e lo fa volentieri.
Noterebbe come il concetto stesso di lavoro sia stato ristrutturato. Non esiste più separazione tra tempo di lavoro e tempo libero. Tutto è potenzialmente valore. Una vacanza diventa contenuto, una frase diventa titolo, un errore diventa meme. Il sogno del capitale: una forza-lavoro che produce anche quando dorme.


Ma il vero capolavoro teorico lo troverebbe sugli spalti. Milioni di persone con salari compressi, contratti fragili e mutui eterni difendono con fervore morale stipendi che sfidano qualsiasi proporzione. Non perché sperino di ottenerli ma perché li vivono come una vittoria riflessa. Se guadagna lui, vinciamo tutti. Marx sorriderebbe ancora amaramente: il capitale non domina solo i mezzi di produzione, domina l’immaginazione. E quando controlli quella, la polizia diventa superflua.
Annoterebbe che il feticismo delle merci ha fatto un salto di qualità. Non si adora più l’oggetto ma la persona-oggetto. Il numero sulla maglia è un marchio, il nome un logo, la firma un evento. Il calciatore è insieme merce e pubblicità della merce. Una contraddizione solo apparente, perché il capitalismo ama ciò che può essere due cose contemporaneamente, purché entrambe vendibili.
Eppure, Marx non se la prenderebbe con i calciatori. Sarebbe un errore teorico. Li vedrebbe come lavoratori modello del capitalismo avanzato: carriere brevi, intensità estrema, competizione permanente, rischio concentrato nei corpi. Un infortunio può cancellare valore, riscrivere una vita, trasformare un investimento in una perdita. Il capitale paga bene ciò che consuma in fretta. Non per generosità ma per efficienza.
Osserverebbe anche il ruolo curioso dei club: aziende che perdono soldi ma producono valore simbolico, che falliscono nei bilanci e prosperano nell’immaginario. Non vendono vittorie, vendono speranza. E la speranza, come sapeva bene, è una merce potentissima: non si esaurisce nemmeno quando delude.
Poi, arriverebbe il confronto inevitabile. In una società che predica il merito come dogma, lo stipendio del calciatore diventa l’esperimento definitivo. Non vince chi è più utile ma chi è più visibile. Non chi cura ma chi intrattiene. L’infermiere riduce la sofferenza, il calciatore la sospende per novanta minuti. Il secondo vale di più perché produce distrazione. E la distrazione è l’oppio più raffinato che il capitalismo abbia mai sintetizzato. Forse aggiornerebbe una sua vecchia nota: la religione non è più l’oppio dei popoli. Ora lo è il calcio!
Chiuderebbe il giornale senza particolare indignazione. Il problema non è che i calciatori guadagnino troppo. Il problema è che tutto il resto del lavoro è stato educato ad accettare di valere poco, purché qualcuno, da qualche parte, vinca una coppa al posto suo.
Alla fine, Marx spegnerebbe la TV prima dei commenti post-partita. Non per disprezzo del calcio. Per igiene mentale!

 

 

 

 

 

Kant guarda il Grande Fratello e spegne la TV

Brevissima “Critica della ragion televisiva”

 

 

 

 

E se Kant finisse davanti al Grande Fratello? Non urlerebbe allo scandalo. Osserverebbe. E vedrebbe molto più di un reality show: un esperimento morale a cielo aperto, dove il dovere cede al consenso, la dignità al format e l’identità diventa strategia. Vi parlo Kant per parlare di noi, dello sguardo che giudica, della libertà che diventa performance e di cosa resta dell’etica quando ogni gesto nasce per essere visto. Una riflessione tagliente, ironica e inquietante su ciò che chiamiamo intrattenimento e su ciò che, senza accorgercene, stiamo diventando.

 

 

Kant, se oggi accendesse la televisione e inciampasse nel Grande Fratello, probabilmente non urlerebbe allo scandalo. Non perché approvi ma perché lo scandalo, per lui, è una categoria pigra. Più verosimilmente, spegnerebbe il televisore in silenzio, si aggiusterebbe il panciotto e prenderebbe appunti. Non per partecipare. Per capire. Perché dove l’uomo si espone senza vergogna, lì c’è sempre qualcosa da pensare.
Davanti a una casa piena di personaggi più o meno famosi, spiati ventiquattr’ore su ventiquattro, Kant vedrebbe una versione pop, colorata e un po’ urlata di un problema antico: cosa resta dell’uomo quando ogni azione è fatta per essere vista? Quando non esiste più un “fare” che non sia anche un “mostrarsi”? La risposta non lo rassicurerebbe. L’imperativo categorico, quello che chiede di agire solo secondo massime che possano valere come legge universale, farebbe una brutta fine tra nomination e confessionali. Universale, lì dentro, è solo il desiderio di piacere. E magari di restare una settimana in più.
Il concorrente del reality non agisce perché ritiene giusto fare qualcosa ma perché qualcuno guarda. Non per dovere ma per share. E questo, per Kant, è già una condanna netta. La morale, direbbe, nasce dall’autonomia della volontà, non dall’applauso o dal televoto. Se fai il bene perché ti conviene, non stai facendo il bene. Stai facendo strategia. Se poi ti conviene anche piangere, tanto meglio: l’etica non fa audience, l’emozione sì.
A colpirlo sarebbe soprattutto la naturalezza con cui tutto questo viene accettato. Nessuno sembra più chiedersi se sia giusto ma solo se funzioni. Kant vedrebbe qui il trionfo della ragion strumentale: ogni gesto è un mezzo per qualcos’altro. Un’alleanza, una clip, una percentuale di gradimento. Anche l’amicizia ha una scadenza settimanale. Anche l’indignazione può essere riciclata nella puntata successiva.


Poi c’è la questione della dignità, che per Kant non è negoziabile. L’uomo è sempre un fine e mai soltanto un mezzo. Nel reality, invece, l’uomo è spesso un mezzo chiarissimo: mezzo per riempire palinsesti, mezzo per creare conflitti, mezzo per vendere qualsiasi cosa durante la pubblicità. Anche quando si “racconta”, anche quando mostra le proprie fragilità, lo fa dentro un formato. La sofferenza, lì, ha un minutaggio. La spontaneità con il microfono addosso ha qualcosa di eroico, ma anche di profondamente tragicomico.
Kant si soffermerebbe a lungo su un dettaglio apparentemente secondario: il confessionale. Quella stanza dove il concorrente parla “sinceramente” alla telecamera. La chiamano verità, ma è una verità senza rischio. Nessun interlocutore reale, nessuna responsabilità immediata. Si confessa non per capire se stessi ma per spiegarsi al pubblico. È una morale senza interiorità, direbbe Kant. Un’etica che non passa dalla coscienza, ma dal montaggio.
Noterebbe anche un paradosso sottile e un po’ crudele. Mai come nei reality si parla di “essere se stessi”. Eppure, mai come lì l’identità è una strategia. Si è autentici con metodo. Si litiga al momento giusto. Si perdona quando conviene. Si piange quando la musica sale. La ragion pratica, che dovrebbe guidare l’azione morale, viene rimpiazzata da una regia invisibile. Non sei libero, sei leggibile. E se sei troppo complesso, vieni tagliato.
Forse Kant allargherebbe lo sguardo oltre lo schermo e si accorgerebbe che il vero esperimento morale non è nella casa, ma sul divano. Milioni di spettatori giudicano, assolvono, condannano. Si indignano a comando, empatizzano a intermittenza. È un tribunale morale senza responsabilità. Nessuna conseguenza per chi giudica. Nessun dovere, solo opinioni. Kant avrebbe parecchio da dire anche su questo, ma probabilmente sospirerebbe: l’eteronomia non è mai stata così comoda.
Alla fine, forse, concederebbe un mezzo sorriso. Il Grande Fratello, direbbe, è una grande lezione involontaria di filosofia morale negativa. Non insegna come si deve vivere, piuttosto mostra chiaramente cosa succede quando il valore di un’azione non sta più nell’intenzione ma nell’effetto. Quando la libertà diventa performance, la persona diventa personaggio e il dovere viene scambiato per una regola del gioco.
Poi spegnerebbe davvero la TV. Non per snobismo. Per coerenza. Per rispetto del dovere, prima di tutto. E anche di chi continua a guardare, magari pensando che sia solo intrattenimento, mentre in sottofondo qualcuno sta già decidendo chi siamo quando ci sentiamo osservati.