Archivio mensile:Marzo 2024

Per una interpretazione poetica della pittura impressionista

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

La poesia, come l’arte figurativa, deve essere interpretabile, deve stimolare sensazioni, emozioni, ricordi, attraverso le parole. Essa è nell’aria, è dentro di noi, è intorno a noi. La poesia libera l’animo e riesce ad esprimerlo, poi, in parole. L’istinto poetico dell’uomo si perde nella notte dei tempi, per alienarsi e ricomporsi in frammentarie bramosie liriche. La poesia svela l’impulso ancestrale, dominato dal sentimento, che diffonde misteri in ogni verso. La poesia diviene schizzo d’immenso e non concede all’autore, né al lettore, autorevoli o ragionevoli garanzie estetiche. La sua potenza, spesso inespressa, deve essere amata coi sensi e carezzata con gli occhi, affinché ci parli.

Claude Monet, “I papaveri” (1873) Parigi, Musée d’Orsay

La poesia dell’arte impressionista diventa soggettiva rappresentazione della realtà. Essa, infatti, evita qualsiasi costruzione ideale, per occuparsi soltanto dei “phoenomena”, quali essi “appaiono” nell’ispirazione artistica. Non c’è, nella pittura impressionista, alcuna evasione verso mondi idilliaci o esotici, quanto piuttosto, la volontà di calarsi interamente nella concretezza estetico-sentimentale che la anima, che l’assedia, evidenziandone le caratteristiche che la compongono. Il soggetto artistico, inanimato o animato, trasborda sulle tele, direttamente dagli occhi e dal cuore del pittore. Il linguaggio pittorico degli impressionisti, ricercato ma sempre poetico, con variegate tonalità, si alimenta, soprattutto, dell’uso del colore e della luce.

Édouard Manet, “Colazione sull’erba” (1862-1863), Parigi, Musée d’Orsay

Luci e colori costituiscono gli elementi fondanti della visione artistica impressionista. Ciò consente allo spettatore, inizialmente, di percepirli e, poi, pian piano, attraverso l’elaborazione concettuale, di distinguere le forme e gli spazi, in cui gli impressionisti li trasfondono e li trasfigurano. Questi “distinguo” costituiscono il riflesso degli “oggetti”, ritratti dagli artisti. La pittura impressionista si nutre principalmente di luce, perché nasce “en plein air”, all’aperto. Non rappresenta il frutto di un chiuso atelier di osservazione e di ispirazione, quanto piuttosto un paesaggio dell’anima, in cui germoglia l’artista. Esso coglie tutti gli effetti luministici che la visione diretta gli fornisce. Le sue pennellate diventano, di conseguenza, estremamente mutevoli, come mutevoli sono i colori e la luce dei paesaggi.

Paul Cézanne, “La casa dell’impiccato” (1873), Parigi, Musée d’Orsay

Questa sensazione di mutevolezza rappresenta la caratteristica più significativa del “modus pingendi” impressionista, che si caratterizza come la pittura dell’attimo fuggente, senza un prima, senza un dopo, in quanto coglie l’assoluto nella realtà, attraverso impressioni istantanee. La realtà, infatti, muta continuamente di aspetto. La luce varia ad ogni istante. Gli oggetti e le cose fluttuano. Si muovono nell’eremo della dimensione interiore dell’artista. Il momento sintetizza la sensazione e la sorprende in una particolare inquadratura, come fosse una fotografia d’autore. 

Pierre-Auguste Renoir, “Le Pont-Neuf” (1872), Washington, National Gallery of Art

La pittura impressionista cattura, anche in poche pennellate, le emozioni dell’artista, contrapponendole in immagini contrastanti, che sfuggono al tempo e al luogo, a fugaci e vivide impressioni, in una sintesi che scoperchia gli strati profondi dell’animo, provocando, così, sensazioni di realismo, di naturalezza, di complicità, ma, al tempo stesso, anche di distaccata e indifferente leggerezza. Lo spettatore, in tal modo, fa ricorso alla sensazione e all’identificazione con le impressioni suggerite. E oblia la ragione! Si libera, adunque, delle sovrastrutture della mente, dei concetti inutili e superflui, i quali si affollano intorno ad una veduta, ad una esperienza. Lo spettatore coglie, così, l’essenza di una visione, la sostanza di un’esperienza, il nucleo di un’emozione.

Edgar Degas, “Cavalli da corsa davanti alle tribune” (1866-1868), Parigi, Musée d’Orsay

 

 

Un’occasione alla speranza

 

 

Recensione de Il sogno di Sion – Le radici storiche, religiose e politiche
di un conflitto che appare inestinguibile
, di Carlo Giacobbe

 

di Riccardo Piroddi

 

 

Il sogno di Sion – Le radici storiche, religiose e politiche di un conflitto che appare inestinguibile”, Eurilink University Press, 2024, di Carlo Giacobbe, giornalista, già corrispondente e inviato speciale per l’Ansa in Israele, saggista e autore poliedrico, fornisce una profonda analisi del conflitto israelo-palestinese, esplorando le sue radici storiche, religiose e politiche. Attraverso una narrazione che intreccia eventi storici e attualità, figure storiche e movimenti di popoli, l’Autore offre una prospettiva sulle complesse dinamiche di questo conflitto duraturo. La prefazione di Sergio Della Pergola pone il contesto attuale del conflitto, enfatizzando il ruolo di Israele come cartina di tornasole per i processi di lungo periodo nell’Occidente e la critica situazione derivante dall’aggressione di Hamas del 7 ottobre 2023.
Il testo delinea la sequenza degli eventi storici chiave, il ruolo dei principali attori politici e le occasioni mancate per la pace nella regione, fornendo un ricco esame della situazione attuale e delle sue implicazioni per il futuro di Israele, dei palestinesi e della regione in generale. Giacobbe principia con un’analisi storica dettagliata, tracciando le origini del conflitto fin dall’epoca ottomana e dal mandato britannico in Palestina, esaminando, poi, la dichiarazione Balfour del 1917, l’olocausto e la creazione dello Stato di Israele nel 1948, eventi che hanno definito i contorni della moderna questione israelo-palestinese. Attraverso questo esame, l’Autore illustra come il passato continui a influenzare profondamente le percezioni e le azioni di entrambe le comunità. Il volume, inoltre, dedica una particolare attenzione al ruolo della religione, sottolineando come essa non solo fornisca una dimensione spirituale alla terra contesa, ma funga anche da catalizzatore per il nazionalismo e l’identità culturale. La narrazione evidenzia il significato di Gerusalemme e dei luoghi santi per ebrei, musulmani e cristiani, mostrando come queste convinzioni religiose intensifichino le tensioni e complichino la ricerca di una soluzione pacifica. La trattazione si estende alle implicazioni socio-politiche del conflitto, indagando le politiche interne di Israele, la frammentazione della leadership palestinese e l’influenza della comunità internazionale. Giacobbe discute le sfide poste dall’insediamento, dalla sicurezza, dall’accesso alle risorse e dai diritti umani, sottolineando come questi temi alimentino un ciclo di violenza e sfiducia. Significativo è il dibattito sull’identità nazionale e personale che emerge dal conflitto, con l’Autore che riflette sulle possibilità di coesistenza e sul concetto di “terra promessa”, che guida le aspirazioni di entrambi i popoli. La visione di Giacobbe invita al dialogo e alla comprensione reciproca, pur riconoscendo gli ostacoli significativi alla pace. La forza de “Il sogno di Sion” risiede non solo nella ricchezza di informazioni e nella profondità di analisi, ma anche nello stile narrativo di Giacobbe, che rende la lettura molto coinvolgente. L’Autore equilibra con abilità la narrazione storica con le testimonianze personali, creando un tessuto narrativo che avvicina il lettore alla complessità umana del conflitto.
Il volume, pertanto, si pone quale contributo significativo alla comprensione del conflitto israelo-palestinese, affrontando con sensibilità e profondità le sue molteplici dimensioni. Attraverso un’indagine che intreccia passato e presente, Giacobbe non solo illumina le radici storiche e le dinamiche attuali del conflitto, ma invita anche a riflettere sulle possibilità di pace e di convivenza futura.

 

 

 

 

La vera storia di “Wonderful tonight“:
Eric Clapton e Pattie Boyd

 

 

 

Patricia Anne Boyd, chiamata Pattie, aveva 35 anni quando, nel 1979, sposò Eric Clapton. qLo aveva conosciuto all’epoca in cui era stata sposata con un’altra leggenda della musica contemporanea: George Harrison, il chitarrista dei Beatles, di cui Clapton era grande amico. Per lei, George (foto a sinistra) aveva scritto quella dolcissima canzone, che Frank Sinatra definì la più bella canzone d’amore mai scritta: Something. Nonostante questo, nonostante fossero “la coppia perfetta”, giovani, belli, ricchi e famosi, quasi personaggi di un romanzo di Francis Scott Fitzgerald, il loro matrimonio finì nel 1974. Eric Clapton era innamorato di Pattie già dalla fine degli anni ’60, ma ella era già sposata. L’unica cosa che il grande chitarrista poté fare, fu confidarle il suo amore, attraverso un’altra bellissima canzone, Layla. Quando Pattie capì che era dedicata a lei, trasalì. “Sei pazzo? Io sono sposata con George!”. Gli disse. Lui, allora, tirò fuori una bustina dalla tasca e gliela mostrò: “Se non fuggi con me, io prendo questa”. “Che cos’è?”. “Eroina”. “Non fare lo stupido!”. “No, è proprio così, è finita!”.  Per tre anni Clapton scese all’inferno ma vi risalì quando Pattie, finalmente, dopo aver divorziato da Harrison, decise di vivere con lui. La sera del 7 settembre 1976, Pattie ed Eric (foto a destra) stavano per andare alla festa che Paul e Linda McCartney tenevano annualmente in onore di Buddy Holly. “Non avevo ancora deciso cosa indossare. Eric era già pronto da molto e mi aspettava pazientemente, giocherellando con la sua chitarra. Come era dolce, almeno in quei primi tempi! Quando, finalmente, io fui pronta e scesi, gli chiesi: Do I look all right? e lui, invece di rispondere suonò quello che aveva appena composto,: It’s late in the evening/ she’s wondering what clothes to wear/ She puts on her makeup/ and brushes her long blonde hair/ And then she asks me/ Do I look all right?/ And I say, yes, you look wonderful tonight(ascolta). Anche questa “magia”, tuttavia, sarebbe finita, come spesso accade alle celebrità. La “Bellissima stasera” non avrebbe infiammato più il cuore di Clapton. qPattie ed Eric divorziarono quando le avventure amorose di Slowhand divennero troppo frequenti. I due figli del chitarrista, di nati al di fuori del matrimonio, di cui uno, Conor, avuto dalla soubrette italiana Lori Del Santo, morto tragicamente cadendo da un grattacielo newyorkese, a soli quattro anni, furono per lei qualcosa di insuperabile. Nella sua autobiografia, intitolata Wonderful today e pubblicata nel 2007, Pattie Boyd scrive a proposito della canzone: “Per anni mi ha fatto piangere. Wonderful tonight è il più commovente ricordo di ciò che di buono c’era nella nostra relazione. Quando le cose tra noi iniziarono ad andare male era una tortura ascoltarla“.

 

Pubblicato il 4 agosto 2011 su www.caravella.eu

 
 

Museums: houses of the Muses, culture and sustainability

 

 

Review of Elena Borin’s
“Sustainability Reporting in Museums”

 

by Riccardo Piroddi

 

 

The volume “Sustainability Reporting in Museums” by Elena Borin, associate professor in Business Administration and Financial Accounting at “Link” University in Rome, and board member of ENCATC – European Network on Cultural Management and Policy (Brussels, Belgium), published by Eurilink University Press in 2023, situates museums within the larger context of cultural and creative sectors (CCIs), emphasizing their significant contribution to the global economy. With museums experiencing steady growth over the past seven decades, the book presents a powerful debate for their role not just as custodians of cultural heritage but as active participants in the sustainability discourse. The detailed analysis of the cultural policies and socio-economic contexts of Italy and Spain provides a nuanced understanding of how museums in these countries are navigating the challenges and opportunities presented by sustainability.
The book’s exploration into the lobbying efforts for the recognition of culture as the fourth pillar of sustainable development is particularly enlightening. It offers a comprehensive overview of the campaigns and policy actions that have sought to integrate cultural organizations into sustainability debates. By examining the transition towards viewing cultural organizations through the lens of economic, social, and environmental sustainability, Borin sheds light on the emerging demands for accountability and transparency in museum operations.
Sustainability Reporting in Museums” meticulously examines the journey towards establishing sustainability reporting standards tailored to cultural organizations. Author’s investigation into the application and characteristics of sustainability and integrated reporting in museums is both timely and crucial. The book not only identifies the gaps in traditional sustainability frameworks but also proposes recommendations for developing sector-specific guidelines and frameworks that capture the unique value cultural organizations contribute to sustainable development.
The empirical research on museums in Italy and Spain is a standout feature, delivering concrete examples of how museums are grappling with sustainability reporting. Through case studies, Borin highlights the challenges museums face in adopting existing sustainability reporting standards and underscores the need for guidelines that resonate with the cultural sector’s specificities. The comparative analysis of sustainability accounting and reporting practices in these museums provides invaluable insights into best practices and potential pathways for enhancing sustainability disclosures in the museum sector.
The volume, therefore is a groundbreaking work that bridges the gap between cultural heritage and sustainability. Elena Borin’s thorough analysis and forward-thinking proposals make a significant contribution to the field, providing practical guidelines and sparking further debate on the role of cultural organizations in achieving sustainable development. This book is essential reading for policymakers, museum professionals, and scholars interested in the intersection of culture, sustainability, and reporting. Its insights into the cultural aspects and sustainable reporting practices of museums not only illuminate the current state of affairs but also chart a course for a more sustainable and accountable future for cultural institutions worldwide.

 

 

 

Architettura, società contemporanea e sfide
per un futuro sostenibile

 

 

Recensione di

ARCHITETTURA SOCIALE – Scritti da la terza pagina
de L’OSSERVATORE ROMANO” di Mario Panizza

 

di Riccardo Piroddi

 

 

ARCHITETTURA SOCIALE – Scritti da la terza pagina de L’OSSERVATORE ROMANO”, di Mario Panizza, già professore ordinario di Composizione Architettonica e Urbana e rettore dell’Università degli Studi “Roma Tre”, edito, nel giugno 2023, da Eurilink University Press, raccoglie gli articoli pubblicati dall’Autore, dal maggio 2019 al maggio 2023, sul quotidiano della Città del Vaticano. Il florilegio fornisce l’opportunità di esplorare un’interessante collezione di “relazioni”, focalizzate sull’intersezione tra architettura e società e le implicazioni culturali che ne derivano, costituendo anche un significativo contributo alla letteratura architettonica e arricchendo il dibattito su come questa scienza influenzi e sia influenzata dai contesti sociali, culturali e politici.
La prefazione di Andrea Monda, direttore de L’Osservatore Romano, rimarca l’importanza dell’approfondimento culturale per il quotidiano, enfatizzando come l’architettura, trattata nelle pagine del giornale, diventi un mezzo per riflettere su temi sociali, etici e ambientali. L’Autore, introducendo il volume, pone l’accento sull’evoluzione e sull’importanza dell’architettura sociale, evidenziando come questa disciplina sia stata condizionata, nel tempo, da vari fattori, tra cui le trasformazioni urbane e la necessità di rispondere a emergenze sociali e sanitarie.
I singoli articoli, scritti in una prospettiva che unisce l’osservazione attenta dei fenomeni architettonici alla riflessione critica sul loro impatto sociale, coprono un’ampia gamma di argomenti, offrendo spunti di riflessione sui modi in cui l’ambiente modella e viene modellato dalle dinamiche umane: dall’esplorazione delle biblioteche come spazi di incontro culturale e sociale, all’analisi dell’influenza del potere politico sull’arte e sull’architettura,
La scrittura dell’Autore è profondamente intrisa di riflessioni artistiche e filosofiche, consegnando una visione totalizzante dell’architettura come disciplina che trascende la mera funzionalità o l’estetica, interagendo con questioni riguardanti l’esistenza umana, la società e il nostro rapporto con l’ambiente, ponendosi, altresì, quale significativo contributo al tema dell’impatto culturale, sociale e ambientale dell’architettura. La dimensione artistica dell’architettura è sottolineata attraverso l’esame delle sue espressioni nel contesto della bellezza e del significato, mostrando come gli edifici e gli spazi urbani possano essere interpretati quali opere d’arte che comunicano valori, storie e identità, ed evidenziando l’importanza dell’integrazione dell’arte nell’ambiente per migliorare l’esperienza umana e stimolare il dialogo culturale. La filosofia emerge come tematica chiave nel modo in cui gli articoli affrontano questioni di etica e scopo nell’architettura. Riflettendo sul modo in cui gli spazi suggestionino la vita delle persone, gli scritti invitano a considerare l’architettura non solo sfondo fisico dell’esistenza umana, ma medium attraverso il quale esplorare concetti filosofici di spazio, tempo, comunità e individualità. Infine, la sostenibilità è una “preoccupazione” centrale che percorre l’intera raccolta, con una particolare attenzione all’impatto ambientale dell’architettura e alla sua capacità di rispondere alle sfide ecologiche del nostro tempo. Gli articoli trattano la necessità di progettare con consapevolezza ecologica, promuovendo approcci che considerino l’efficienza energetica, l’utilizzo di materiali sostenibili e la creazione di spazi che favoriscano il benessere umano e la conservazione dell’ambiente.
ARCHITETTURA SOCIALE” invita a riflessioni critiche sull’architettura, non solo come pratica tecnica ma come forma d’arte intrinsecamente legata al tessuto sociale in cui si inserisce, sottolineando l’importanza dell’etica e della responsabilità sociale nell’ambito progettuale e si si rivela, pertanto, un’opera di notevole valore per studiosi, studenti e appassionati di architettura e discipline correlate, nonché per un pubblico più ampio, interessato a comprendere le profonde connessioni tra spazio, società e cultura.

 

 

 

L’Italia ricostruita

 

 

Recensione de

L’idea di ricostruzione. Gli anni della prepolitica 1941-1945
di Stefano Baietti

 

di Riccardo Piroddi

 

 

L’idea di ricostruzione. Gli anni della prepolitica 1941-1945 – L’impegno di Alcide De Gasperi e Sergio Paronetto per la costruzione della nuova democrazia italiana e la formazione politica dei cattolici”, opera in quattro volumi (2230 pp.) di Stefano Baietti, pubblicata, nel marzo 2024, per i tipi di Eurilink University Press, costituisce una approfondita ricerca, a livelli molteplici, su quella fase cruciale della storia d’Italia, caratterizzata da un intenso lavoro preparatorio, che gettò le basi per la nascita della Repubblica Italiana. Tale periodo, detto della “prepolitica”, coprì gli anni dal 1941 al 1945, di cui furono protagonisti Alcide De Gasperi e Sergio Paronetto, e il loro fondamentale ruolo nel definire i contorni ideologici e programmatici che avrebbero ispirato la successiva azione politica e governativa nell’Italia post-bellica. Il concetto di prepolitica contemplava l’idea che, prima dell’azione politica concreta, dovesse esserci uno stadio di riflessione profonda sui valori, sugli ideali e sugli obiettivi comuni che si prospettasse di raggiungere, e si rivelò centrale nella teoresi di Paronetto e influente nelle strategie politiche di De Gasperi, una sorta di “maieutica” politica, che preparasse il terreno affinché l’azione politica fosse poi realmente efficace e tendente al bene comune.
Il pensiero di Paronetto e di De Gasperi poneva al centro la persona umana, con i suoi diritti inalienabili, e l’importanza della comunità come spazio di relazione e solidarietà. Questo approccio filosofico alla politica si proponeva di superare le divisioni e le contrapposizioni, promuovendo una società più equa e inclusiva. Sergio Paronetto, con il suo acume intellettuale, delineò i principi di una scienza prepolitica che avrebbe influenzato profondamente il susseguente corso della politica italiana. La sua capacità di anticipare temi come l’integrazione europea, il ruolo dello Stato nell’economia e l’importanza della giustizia sociale lo resero una figura profetica. Alcide De Gasperi, statista e uomo politico di straordinaria lungimiranza, fu in grado di trasformare i principi della prepolitica in un progetto politico concreto. La sua leadership, nel difficile contesto nazionale e sovranazionale del secondo dopoguerra, contribuì a stabilire le fondamenta della Repubblica Italiana come una democrazia solida, orientata verso l’integrazione internazionale e il progresso economico-sociale.
L’impegno e l’azione di De Gasperi e Paronetto rappresentarono un richiamo all’importanza dell’integrità morale e del servizio nella vita politica, tanto che la loro eredità, ancora oggi, spinge a considerare la politica non solo quale mezzo per la gestione del potere, ma un vero e proprio strumento di promozione del progresso umano, basato sui valori di libertà e solidarietà. In un’epoca di crescenti sfide globali e di polarizzazione politica, il loro esempio rimane una bussola per indirizzare la pratica politica verso il benessere collettivo, ricordando che il futuro di una nazione si costruisce sulla base di principi etici solidi e di un impegno intransigente per la giustizia e per la pace.
L’Autore, pertanto, attraverso una dettagliata analisi storica e della temperie culturale di quel tempo, traccia il processo di elaborazione di una nuova visione politica, economica e sociale per l’Italia, segnata dagli eventi della Seconda guerra mondiale e dall’occupazione nazifascista. In tali frangenti, De Gasperi e Paronetto lavorarono per forgiare una concezione di democrazia che includesse una forte componente sociale e cristiana, contribuendo, tra l’altro, a modellare il soggetto politico che sarebbe diventato il partito della Democrazia Cristiana e a influenzare significativamente la futura Costituzione italiana.
L’opera approfondisce altresì gli apporti di altre personalità e movimenti, coinvolti in quel processo di trasformazione, delineando la rete di relazioni, le discussioni intellettuali e i dibattiti che caratterizzarono momenti di intensa attività prepolitica, non limitandosi alla sola dimensione politica e ideologica, ma esplorando pure gli aspetti economici, sociali e culturali, ed evidenziando l’interconnessione tra codesti diversi piani nella costruzione del nuovo Stato italiano. I quattro volumi pongono inoltre in luce l’importanza della collaborazione e del dialogo tra le diverse correnti di pensiero dei cattolici, dei socialisti, dei liberali e dei comunisti, nel tentativo di superare le divisioni preesistenti e costruire, così, un progetto comune di nazione.
L’Autore marca anche una rappresentazione molto particolareggiata dei rapporti tra De Gasperi, Paronetto e la Chiesa Cattolica, rilevando come questi abbiano condizionato la formazione della nuova democrazia italiana e la politica dei cattolici nel secondo dopoguerra. De Gasperi e Paronetto, pur mantenendo una certa autonomia intellettuale, erano profondamente legati alle posizioni della Chiesa e ai suoi insegnamenti sociali, su tutti, quelli espressi nelle encicliche di Pio XII, che affrontavano questioni di pace, giustizia e diritti umani. Papa Pacelli, con la sua attenzione ai problemi del tempo e l’apertura verso tematiche sociali ed economiche, divenne punto di riferimento morale e spirituale per l’orientamento intellettuale di Paronetto e per l’azione politica di De Gasperi e. La Dottrina Sociale della Chiesa, inoltre, giocò un ruolo fondamentale nel direzionare la teoria e la prassi politica dei due. Entrambi erano profondamente influenzati dai principi di solidarietà, bene comune e dignità della persona. Tali idee, al centro dell’insegnamento cattolico, li guidarono nel cercare soluzioni ai problemi sociali ed economici dell’Italia del secondo dopoguerra, promuovendo riforme che miravano alla giustizia sociale e al miglioramento delle condizioni di vita del popolo italiano. Il rapporto tra De Gasperi e la Chiesa Cattolica, però, non fu privo di tensioni e sfide. Lo statista, pur essendo un cattolico devoto, sosteneva una visione aperta e inclusiva della politica, cercando di costruire ponti con le altre forze politiche e sociali, anche al di fuori dell’ambito cattolico. Ciò, talvolta, lo pose in contrasto con settori più conservatori della Chiesa, ma la sua capacità di bilanciare i convincimenti cattolici con le esigenze della politica democratica e pluralista fu sostanziale per la stabilità e la crescita dell’Italia post-bellica. Paronetto, invece, pur essendo meno esposto pubblicamente rispetto a De Gasperi, operò influentemente dietro le quinte, contribuendo a definire l’approccio cattolico alla politica e all’economia. I suoi principi erano profondamente radicati nella fede cattolica e nella convinzione che la sua morale dovesse condizionare la vita pubblica e le decisioni economiche. I rapporti tra De Gasperi, Paronetto e la Chiesa Cattolica rivelarono la complessità e la profondità del loro impegno per un’Italia democratica, radicata nei valori cristiani ma aperta al dialogo e alla collaborazione con tutte le componenti della società, dimostrando l’importanza di una prassi politica che sapesse integrare fede e ragione, valori etici e pragmatismo politico, nel continuo sforzo di costruire una società più giusta e solidale.
L’Autore, lungo tutte le pagine del suo imponente lavoro, riesce a trasformare la narrazione storica in un racconto avvincente, dove i protagonisti, il loro pensiero e le loro azioni sono presentati con una vivacità che cattura l’attenzione del lettore. Questo criterio narrativo rende la lettura stimolante, persino quando si affrontano concetti complessi, dettagli storici o i documenti riportati soprattutto nel terzo volume. La capacità di approfondire gli argomenti, analizzando le implicazioni storiche e filosofiche delle azioni di Paronetto e De Gasperi, arricchisce significativamente il testo, offrendo un quadro olistico degli anni della prepolitica. La scrittura evoca un senso di empatia e prossimità con i due protagonisti, tratteggiandone le personalità, le speranze e le sfide, e muovendo il lettore ad avvicinarvisi emotivamente, per comprenderne non solo le idee ma anche il contesto umano e personale in cui queste si svilupparono. La capacità dell’Autore di combinare il rigore analitico con una esposizione largamente accessibile, consegna un’opera che è, al tempo stesso, una fonte di conoscenza e un invito alla riflessione sulle radici e sui valori della democrazia italiana. La sua scrittura diventa, così, un ponte tra passato e presente, invitando a meditate considerazioni sul significato dell’impegno politico e civile nella costruzione del futuro.

 

 

 

Le cicale

 

Racconto filosofico

 

Il racconto narra di una escursione dei due personaggi, Bashir e Antonio, al tempio di Minerva, situato sull’estrema punta della Penisola Sorrentina, di fronte Capri. La narrazione si immerge profondamente nelle tematiche filosofiche, attingendo a conversazioni che intrecciano riflessioni sulla natura dell’esistenza, la percezione della realtà e l’interpretazione delle idee platoniche. Attraverso il viaggio verso il tempio, simbolo di sapienza e di conoscenza antica, i protagonisti si confrontano con le nozioni di identità, diversità ed esistenza, dialogando sulle concezioni di Parmenide e Platone riguardo l’essere e il non essere.
Antonio, guidato dalla curiosità e dal desiderio di comprensione, pone a Bashir domande che sfociano in una riflessione sulle idee di luce e oscurità, esistenza materiale e concettuale, culminando nella discussione sull’Iperuranio platonico e sull’importanza delle Idee come fondamento della realtà. La contrapposizione tra il mondo sensibile (doxa) e il mondo delle idee (epistéme) serve da metafora per esplorare i limiti della conoscenza umana e il ruolo dell’immaginazione, dell’errore e della fantasia nella formazione della nostra comprensione del mondo.
Il racconto si arricchisce di momenti di profonda contemplazione della natura e dell’universo, attraverso i quali i personaggi riflettono sul significato della vita, sul ruolo del divino e sulla ricerca di armonia e bellezza. La vista del tempio di Minerva, benché ridotto a rovine, diventa occasione per meditare sul trascorrere del tempo e sull’eredità culturale e spirituale trasmessa dalle civiltà passate.
Il racconto offre una ricca tessitura di temi filosofici, incastonati in una narrativa che celebra il viaggio come metafora dell’esplorazione intellettuale e spirituale. La bellezza del paesaggio, la curiosità verso il passato e la riflessione sulle grandi domande dell’esistenza umana si intrecciano, offrendo al lettore un breve viaggio simbolico attraverso la storia, la filosofia e la ricerca di senso.

 

Da mesi, Bashir e Antonio avevano programmato, su insistenza del primo, una visita al tempio di Minerva sito sull’estrema punta della Penisola Sorrentina, di fronte a Capri, approntando sulle carte l’itinerario per giungervi. Del culto della dea della sapienza e della notte, in quel luogo ultimo della penisola, noto fin dall’antichità perché posto a protezione della navigazione, delle rotte e dell’accesso marittimo al Golfo di Napoli, Bashir aveva sentito parlare fin da bambino e, durante un soggiorno nell’isola sacra di Delos, aveva appreso, altresì, che il santuario della dea fosse stato fondato dallo stesso Odisseo. Antonio ne aveva approfondito, con l’aiuto di padre Torquato, stupito da tanta curiosità dell’allievo per la mitologia greco-romana, i riferimenti storici, consultando gli scrittori classici, come Stazio e Strabone, dai quali aveva era venuto a conoscenza di come a quel famoso santuario fossero addirittura preposti dei magistrati di Minerva. Questi erano deputati ad appaltare e collaudare gli approdi che portavano al santuario, nel quale si svolgevano riti propiziatori alla dea, anche da parte di delegazioni del Senato romano, provenienti, via mare, da Ostia. Queste informazioni avevano stimolato al massimo, nei due, il desiderio di compiere quell’escursione.
In un paniere molto capiente, sospeso alla sella di Bashir, erano state sistemate due torce, del pane, con formaggio e lardo, e due fiasche d’acqua. I due, usciti dalla porta verso Massa, si avviarono speditamente, attraverso sentieri conosciuti, in direzione del Capo di Santa Fortunata. Procedevano, in quel tardo pomeriggio estivo, tra uliveti e aranceti, in un silenzio rotto soltanto dal nitrito dei cavalli e da qualche domanda che, di tanto in tanto, il giovane rivolgeva a Bashir. Quando furono pervenuti nei pressi del casale di Marciano, il sole, calante tra le isole di Capri e di Ischia, indorava con abbaglianti riflessi la superficie marina.
“Il sole ha trasformato questo sentiero in un nastro dorato, che cinge il verde della collina”, esclamò Antonio, confortato dal sorriso compiaciuto di Bashir.

“Hai ragione, Antonio. La potenza del sole è come quella di Allah. Come Dio non finirà mai, così il sole non si esaurirà mai. Allah gli ha conferito il potere di allungare la sua vita all’infinito”.
“Ma il sole, allora, perché tramonta?”, lo interrogò.
“Il sole tramonta soltanto ai nostri occhi, ma poi ritorna, perché Allah è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella nicchia in cui si trova una lampada. La lampada è posta in un cristallo. Il cristallo è come un astro brillante. Il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su Luce. Allah guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore. Allah è onnisciente”, gli rispose, recitando un versetto del Corano.
I due cavalieri, intanto, raggiunsero un agglomerato di capanne, circondato da un lussureggiante limoneto, da un’aia ancora affollata di animali da cortile e da un orto ben coltivato, i cui confini erano segnati da peracciole. Legarono i cavalli ad una staccionata e si avviarono, a piedi, al tempio di Minerva. Vi giunsero scendendo, con grande prudenza, lungo il sentiero scosceso. La prima impressione fu sconfortante: nulla dell’antico edificio era rimasto in piedi, se non un mucchio di pietre che ne delimitavano la pianta. In ginocchio, Bashir, deposto il cesto, esaminò pietra su pietra, finché non diede un grido di gioia. Aveva individuato l’uccello notturno sacro alla dea, la Athenae noctua, scolpito, a dimensione naturale, su un pezzo di marmo. Così, come per compensare, con quel rinvenimento, la delusione di non aver potuto vedere il tempio in piedi, ripose il prezioso cimelio nel cesto, dopo averlo svuotato del cibo. Bashir e Antonio, allora, ammutoliti e immersi nel tramonto incombente, si fermarono a godere della sublimità di quell’incantato scenario, che si manifestava lentamente nello sfolgorio dei riflessi solari: a destra il Golfo di Napoli, a sinistra lo specchio d’acqua antistante la Baia di Jeranto e, di fronte, come un’improvvisa magia, sorta dalle acque, l’isola di Capri. Lo stupore e l’estasi venivano ampliati da una lieve brezza, che scendeva, dall’alto, mescolata ai profumi dei cisti, dei mirti e dei rosmarini e dal frinire delle cicale sparse tra le fronde gli ulivi, che crescevano su quegli scoscesi pendii.
Quel tardo pomeriggio Bashir ebbe la conferma della suggestione, quasi da incantesimo, che l’occaso suscitava in Antonio, come dialogo dell’anima con il principio della Natura. Percepì le emozioni sognanti, molteplici e mutevoli, che dominavano l’animo del giovane e decise di non profferire parola.

“Queste cicale sembrano tutte uguali e sembrano frinire allo stesso modo”, sussurrò, dopo un lungo intervallo, Antonio, quando riemerse dal rapimento del tramonto.
“Non sono uguali”, mormorò Bashir.
“Allora, se una non è uguale ad un’altra, non è affatto, non esiste. Eppure io le sento e, con un po’ di attenzione, posso anche vederle. Ricordo bene Parmenide di Elea, di cui abbiamo parlato qualche tempo fa: ciò che è, è, e non può non essere, ciò che non è, non è, e non può in alcun modo essere. È così, vero, Bashir?”.
“Certo”, gli ribatté.
“Se una cicala non è un’altra cicala, non è affatto neppure essa stessa, quindi, non esiste. Perché, dunque, io le vedo e le posso sentire?”, insistette Antonio.
“Devi ricordarti di Platone, il discepolo di Socrate, l’autore dei Dialoghi, il filosofo dell’Iper-uranio e delle Idee”.
“L’Iperuranio!”, sottolineò Antonio, quasi esaltato. “L’Iperuranio, dove Platone collocò le Idee, non potrebbe essere la nostra mente, unica misura delle cose, di quelle che sono, per ciò che sono, e di quelle che non sono, per ciò che non sono?”.
“Stai citando Protagora di Abdera, un altro fondamento della filosofia greca”, lo riprese Bashir con affetto. “Platone, sempre Platone, potrà dare la risposta al tuo interrogativo e lo farà attraverso un atto criminale, un assassinio, un parricidio. Ammazzerà il padre! Non ti spaventare. I filosofi greci, come tutti i filosofi, amano usare parole disinvolte. Platone, in effetti, non ammazzò mai nessuno. Impressionato dalla ingiusta morte di Socrate, che era stata sanzionata da pavidi politici, timorosi che gli insegnamenti del suo maestro spingessero i giovani a ragionare con la propria testa, si decise ad assassinare, dialetticamente, Parmenide. Nel dialogo sul Sofista, il nostro Platone riporta un dibattito tra i seguaci di Democrito, i materialisti, e gli idealisti, che appella simpaticamente gli amici delle Idee. I primi sostenevano l’esistenza solo delle cose materiali, quelle che sono davanti ai nostri occhi e che si possono vedere con gli occhi e ascoltare con le orecchie, come queste cicale; i secondi, al contrario, asserivano anche l’esistenza delle cose non materiali, cioè delle Idee, in quanto esse vengono pensate e, quindi, conosciute. Gli idealisti, pertanto, mettevano in crisi la concezione delle Idee, come di qualcosa di immobile, di eternamente fisso nell’Iperuranio. Esse, invece, esistono nella misura in cui subiscono l’azione di essere conosciute, che comporta il movimento! Ti risparmio l’esame su tre delle cinque Idee più importanti, ma non posso sottrarmi dal raccontarti delle ultime due, le più significative: l’Idea di Identico e l’Idea di Diverso. Ogni Idea è identica a sé stessa e diversa dalle altre, pur non identificandosi nell’Idea di Identico e di Diverso. L’Idea stessa dell’essere partecipa all’Idea del non essere, perché l’essere è se stesso e, al contempo, non è alcun’altra Idea. Da qui, il parricidio: il non essere, è; il non essere, esiste. Questa cicala non è, lo hai detto poc’anzi, quell’altra cicala oppure non è un cavallo, non è un fiore, non è il sole. Non hai voluto dire, dunque, che questa cicala non esiste, perché la vedi e la senti, ma hai voluto significare che quella cicala non è questo piuttosto che quell’altro, in quanto essa è diversa da questo o da quell’altro. Dire che la cicala non è un cavallo, vuol significare che la cicala è diversa da un cavallo, non che quella cicala non esista. Il non essere, come diversità dall’essere, non come non esistenza: ecco il risultato del parricidio di Parmenide”.
Antonio assentì e rimase in silenzio a riflettere sulla sorprendente disquisizione di Bashir. Poi, di nuovo rapito, ritornò a fissare il sole.
“Sempre bello, ma sempre diverso, al tramonto. Mi rapisce anche perché il suo calare è il preannunzio del buio e al buio le cose non sono colte nella loro pienezza, ma appaiono con contorni non definiti”.
“La notte che segue il crepuscolo è il regno della fantasia, dell’immaginazione e del sogno”, sentenziò Bashir. “Regno anche dell’errore, che soccorre, anch’esso, la conoscenza umana. Platone riteneva più perfetta e sicura la conoscenza intellegibile, l’epistéme, ma non negò valore a quella sensibile, la doxa. La doxa è proprio come la notte, dove le cose percepite non appaiono del tutto chiare nella loro luminosità, in quanto non sono rischiarate dal sole della perfetta conoscenza. Risultano soltanto ombre delle Idee”.
“Le ombre delle Idee!”, ripeté Antonio. “Chissà se le nostre esistenze siano realmente una proiezione imperfetta di qualcosa che dovrebbe essere, invece, perfetto. Chissà se non abbia ragione il mio precettore, padre Torquato, con tutti quei suoi discorsi su Dio e sull’anima. Io non lo so, ma nelle sue parole non avverto lo spirito, né la poesia, mentre l’universo mondo mi appare tutto poesia, Dio stesso è poesia e l’ha usata, con l’armonia, per creare il mondo. Se così non fosse, il mondo e la vita sarebbero uno stonato ritornello”.
“Dio non ha colpa se il mondo, che ha così mirabilmente costruito, è governato da uomini che hanno perduto l’idea della poesia e dell’armonia! Ma ora basta, Antonio, riprenderemo il nostro dialogo in futuro. Sta scendendo la notte, dobbiamo ritornare a casa. I tuoi genitori saranno in apprensione”.

 

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Panorama sull’isola di Capri da Punta della Campanella, a Massa Lubrense (NA)

 

 

Scientifica “curiositas

 

Recensione di Zitto e calcola! – Corso introduttivo di Meccanica Quantistica per studenti principianti ma curiosi…, di Antonio Ereditato

 

di Riccardo Piroddi

 

 

Zitto e calcola! – Corso introduttivo di Meccanica Quantistica per studenti principianti ma curiosi…”, Eurilink University Press, 2023, di Antonio Ereditato, fisico, già direttore del Laboratorio di Fisica delle Alte Energie dell’Università di Berna, Visiting Professor alla Yale University, attualmente Research Professor all’Università di Chicago e noto divulgatore scientifico, raccoglie le lezioni che l’Autore ha tenuto al Centro di ricerche Biogem nel 2022.
Il volume si presenta immediatamente come una risorsa preziosa per introdurre gli studenti alla complessa e affascinante disciplina della meccanica quantistica. L’Autore tenta, innanzi tutto, di colmare il divario tra la percezione pubblica della fisica quantistica, come argomento esclusivamente accademico, e la sua applicabilità e rilevanza nella vita quotidiana e nella cultura contemporanea. Sottolineando l’importanza di una visione integrata del sapere, il testo invita a una riflessione più ampia sull’educazione e sullo sviluppo del pensiero critico, introducendo la meccanica quantistica non solo come campo di studio ma anche come ponte tra diverse aree del sapere, evidenziando il rilievo di questa disciplina nel superare la divisione tra le “due culture”, quella scientifica e quella umanistica, riportando, quindi, l’esigenza di una maggiore integrazione dei saperi. Il volume si sviluppa attraverso capitoli che coprono l’evoluzione della fisica classica fino all’emergere della meccanica quantistica, rilevando come questa disciplina abbia superato i limiti delle teorie precedenti e affrontato fenomeni fino ad allora inspiegabili. Prosegue poi con la trattazione che parte dalle basi della fisica classica, spiegando come questa sia stata progressivamente messa in discussione dalle scoperte scientifiche dei primi del Novecento, che hanno poi portato allo sviluppo della teoria quantistica. Ogni capitolo è strutturato per facilitare la comprensione dei concetti fondamentali della meccanica quantistica, come l’indeterminazione, la sovrapposizione di stati e il dualismo onda-particella, illustrando come questi principi abbiano rivoluzionato il nostro modo di comprendere l’universo a livello microscopico. Attraverso esempi concreti e analogie, il testo mira a rendere i concetti accessibili anche a chi non possiede una formazione specifica in fisica. Il volume, poi, presenta gli esperimenti fondamentali che hanno segnato la nascita e lo sviluppo della meccanica quantistica, come l’esperimento della doppia fenditura e il paradosso del gatto di Schrödinger, ricorrendo spesso all’uso di metafore e analogie per spiegare la natura non intuitiva di fenomeni come, ad esempio, l’entanglement quantistico. Il volume, quindi, rappresenta un valido strumento didattico per insegnanti e studenti, ma anche una lettura stimolante per chiunque sia interessato a esplorare le implicazioni filosofiche e culturali della scienza moderna, con un approccio che valorizza la curiosità e l’interdisciplinarietà. Lo stile di Ereditato si distingue per essere, al contempo, informativo e coinvolgente, utilizzando un linguaggio chiaro e accessibile, che mira a demistificare la complessità della meccanica quantistica, rendendo concetti scientifici profondi, e talvolta controintuitivi, non solo comprensibili ma anche affascinanti per un pubblico vasto, senza sacrificare l’accuratezza scientifica, stimolando, così, curiosità e apprezzamento per la scienza.