Archivi autore: Riccardo Piroddi

Simonetta Vespucci: la fanciulla amata e ritratta da Botticelli

 

di

Laura Corchia

 

 

Simonetta Cattaneo Vespucci (Genova, 28 gennaio (?) 1453 – Firenze, 26 aprile 1476) fu una nobildonna del Rinascimento, amata da Giuliano de’ Medici, il fratello minore di Lorenzo il Magnifico. Ritenuta dai suoi contemporanei come una delle più belle donne viventi, emblema di grazia e bellezza, fu musa di diversi pittori.

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Sandro Botticelli, “La nascita di Venere” (1482-1485)
Firenze, Galleria degli Uffizi

 

Particolare del volto

 

 

Arazzo di primavera

 

 

Guarda.
Il glicine è già fiorito.
E tu, filo tessuto
in un arazzo
di primavera,
non smettere mai
di sbocciare per me.
Sono alla fine
dei versi
e reggo
il mio vodka&lime.
Il cielo
ha tonalità comprensibili
e, per terra,
screziature
d’azzurro…

 

glicine

 

“Les Fleurs du mal”: Charles Baudelaire e il ritratto dell’uomo moderno

 

di

Lisa Di Iasio

 

 

Compie oggi (25 giugno 2017, ndr) 160 anni una delle raccolte di poesie più amate in assoluto, Les Fleurs du mal, pubblicato per la prima volta proprio il 25 giugno del 1857 con la firma di Charles  Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867).
A causa delle tematiche trattate l’opera ha suscitato da subito molto scandalo: fu infatti denunciata per oltraggio e offesa alla morale pubblica e religiosa, e agli occhi delle critica letteraria successiva costò all’autore l’associazione alla categoria dei poeti maledetti…

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Charles Baudelaire

 

 

 

Breve storia dell’idea democratica nell’antichità

 

Parte III

 

 

La democrazia in tale triplice schema (v. articolo precedente) o modello ideale in senso scientifico appare, dunque, secondo questa sequenza: come teoria del (fondamento del) potere ad indicare la sovranità popolare; come teoria del governo fondata sul soggetto popolare, e cioè come il governo di tutti, dei molti, dei poveri, dei produttori-lavoratori, dei cittadini; infine, come teoria del governo fondata sulla legalità e sulla legge ed a essa sottoposto, caratterizzato dalla partecipazione, non solo legittima ma legale, cioè sotto la legge, dei cittadini della repubblica, cittadini che sono liberi ed uguali (nel senso di tutti liberi e uguali; altrimenti siamo nella repubblica aristocratica dove tali sono solo i pochi.

 

 

Sicché si potrebbe dalla prospettiva della duplice (anzi triplice) classificazione, definire la democrazia, secondo una prima generalizzazione, come quella forma di governo repubblicana, fondata sul principio della sovranità popolare (primo significato) e consiste nella partecipazione (in qualche modo o forma) di tutti i cittadini, uguali e liberi – dunque nella partecipazione libera ed eguale dei cittadini – all’esercizio attraverso il voto (appunto libero, uguale) periodico (esercizio da intendere anche nella semplice forma del controllo) del potere sotto la legge, cioè limitato dalla legge.
A sua volta, la legge può assumere due significati: come legge di Dio o naturale e come legge fatta degli uomini. In questo secondo caso, sono gli stessi uomini che governano ad autolimitare con la legge (di cui sono autori) l’esercizio del potere da loro stessi gestito: la democrazia diventa qui (sempre secondo questo modello ideale) governo delle leggi per eccellenza (ma è un’eccellenza – e quindi coincidenza – appunto “ideale”, tenendo sempre presente e valida l’affermazione di Livio che “imperia legum potenti ora quam hominum”).
Per concludere: mentre il presupposto della democrazia sta nel principio (e valore) della libertà e dell’uguaglianza, cioè nel principio (ideale) dell’uguale libertà dei “tutti” – princìpi e valori che subito illustreremo -, il suo carattere istituzionale saliente si può (formalmente) individuare nel principio consensuale di legittimità e legalità (ma si tratta di due elementi strettamente connessi: il principio consensuale deriva, implicitamente, dal titolare del consenso.
È da questo (come principio sia generale che specifico di legittimità e di legalità) che derivano, poi, gli altri riguardanti: il libero e previo dibattito proposto alle deliberazioni (siano esse prese direttamente o dai rappresentanti; dibattito, in ogni caso, non solo istituzionale in senso stretto, perché comunque giocato nella pubblica opinione), la elettività delle cariche, la loro periodicità, la responsabilità e la responsività, per cui cioè si deve sia render conto dell’operato sia tener conto del consenso (cioè di quanto esso via via richiede), ancora, il ricambio o alternanza al governo, ecc..
Vogliamo, a questo punto precisare un concetto. Se l’essenza della democrazia consiste nella elettività popolare (quando non, secondo una interpretazione letterale dell’uguaglianza, nella estrazione a sorte) delle cariche politiche e, contestualmente, nel controllo (popolare) del loro esercizio – cioè, in concreto, dell’operato dei rispettivi titolari che le esercitano – nelle forme e secondo le procedure accennate, non è chi non veda la legittimità viene dal consenso – più precisamente, attraverso la verifica periodica del consenso – (popolare): è questo il principio di legittimazione specifico della democrazia. Ma poiché il presupposto di questa forma di governo risiede in quel principio generale di legittimazione della sovranità popolare (a sua volta, una specie delle teorie ascendenti del potere), a cui, cioè, spetta la scelta delle forme di governo, si può a buon diritto sostenere che nella (e con la) democrazia il più generale principio di legittimazione dell’obbligazione politica (primo o più ampio significato) tende, idealmente, se non proprio a coincidere, in ogni caso a convergere con quello specifico (significato stretto e tecnico).
Insomma, pure astrattamente potendosi ipotizzare una democrazia “ottriata”, ossia concessa dall’alto, ciò storicamente per lo più non si verifica perché, nella realtà la democrazia di fatto non viene mai o quasi mai concessa e, dunque, la richiesta dal basso, o popolare, della democrazia è già espressione di una sovranità popolare quand’anche implicita o latente (il popolo cioè che, come affermano i manifesti delle prime rivoluzioni democratiche moderne, si riappropria dall’autorità o sovranità ): ma precisamente in quanto si è così manifestata, in effetti e alla fine, è pur sempre esplicitabile. Il titolare del potere tradizionale che pare concederla, in realtà è costretto a concederla e, se è costretto (dalla pubblica opinione o dalla forza tout court dei “molti” o “tutti”), dunque è più effettivamente e sostanzialmente titolare o, nel migliore dei casi, è titolare puramente nominale ma contestato: e contestato dal dissenso popolare; dunque è il consenso popolare – sotto forma di dissenso verso il potere stabilito tradizionalmente – l’effettivo albero motore o la vera sorgente della forma democratica di potere.
Tutto ciò va tenuto presente perché, nonostante la grande diversità di contesto storico che caratterizza la democrazia degli antichi – protesi costantemente (ma ciò vale per ogni forma di governo ) alla ricerca della stabilità politica – rispetto a quella dei moderni -cui è familiare invece il mutamento -, la democrazia è sempre preceduta e/o accompagnata – si è visto – da una presa non pacifica del potere, si tratti pure di quella rivoluzione istituzionale che tuttavia, è pur preparata da quella civile, sociale ed economica.
Non mancano gli esempi a conferma di queste distinzioni – in particolare di quella fra i due principali significati del termine – che non sono di scarsa portata, ma rimandano ai principi e valori, da una parte, e a istituzioni e regole del gioco, dall’altro, che insieme (quelli e queste) ci offrono un concetto integrato di democrazia.

 

 

Canto

 

 

 

Io canto il tuo corpo,
lo declamo!
Terra promessa
nella quale mi abbandono
fino a raggiungerne le viscere
profonde,
per baciarne l’odore.
Ne lambisco i confini,
abbraccio il calore che avvinghia,
che scioglie,
e torno lì,
dove tutto ha inizio,
a bere il tuo sudore
tremante,
che avvampa la giogaia assetata.
E poi su,
a riverso,
tra i petali scuri e sottili
del fiore negato,
tra due ali di vento
e una forra incavata,
umida,
nivea,
affondo l’idioma dinamico
mentre il resto impietrisce
al tuo ritmico andare.
Mi alzo
e percorro
lentamente,
una per una,
con passo sicuro,
le stanze della notte,
fino a far deflagrare il tuo respiro
madido,
tormentato,
canne di un organo
ad un accordo in maggiore,
sacra rappresentazione
cadenzata,
modulata,
danza primigenia di anime possedute.
E a quel punto
muoio con te
e lascio morire anche il mio corpo
distrutto e disfatto,
strappato,
trafitto,
da ciò che tu sola, tu sola,
tu sola
mi hai saputo svelare.

 

Dante Alighieri e l’Islam

 

di 

Maria Soresina

 

 

Un secolo fa, nel 1919, usciva il libro La escatología musulmana en la Divina Comedia di Miguel Asín Palacios che fece molto scalpore e che in Italia fu accolto da una dantista autorevolissima, Maria Corti, la quale arrivò a titolare un articolo sul Corriere della Sera «Dante. Il sommo poeta partorito dall’Islam». Un versetto del Corano, il primo della sura XVII, recita…

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Dante Alighieri (1265 – 1321)

 

 

Si’ ‘o sole, si’ ‘a dummeneca e ‘nu ciore

 

 

 

Je t’addesidero
comme a chi vo’ ‘a dummeneca
tutte ‘e juorni d’a semmana
e quanno sagliute ‘e scale d’a casa toja
cu ‘sti ciure ‘mmano
e ‘o core ca me sbatte ‘mpietto,
te veco ca me aspiette allerta
annanz’ ‘a porta,
pure si fòre ‘o cielo è niro
e chiove forte,
’st’anema sgarrupata
accummencia a fa ‘e crapiole.
E tanno sì
ca schiara ‘na jurnata ‘e sole.

 

 

 

Blues di un amore lontano

 

Alla mia terra

 

Volo.
Il sole caldo
di mezzo mattino
verde e azzurro.
Amore.
Volo.
Oro sul mare
argento delle colline.
Qualche nembo pallido.
Bella,
bellissima.
Volo.
Lontano e poi giù
in picchiata.
Un ciclamino
odore di muschio e di terra.
Erba, pietre.
Giallo e arancione.
Il vento leggero.
Rosso.
Fuoco.
Legna che brucia.
Fumo.
Volo.
Più in alto.
Blu.
Un gabbiano.
Una lacrima.

 

alba-con-gabbiano

 

 

La luna, Platone e le ombre delle Idee

 

 

Mi ha sempre colpito la fascinazione per la luna e per la notte, regno della fantasia, dell’immaginazione e del sogno. Ma regno anche dell’errore, il quale soccorre, comunque, la conoscenza umana. Platone riteneva più sicura la conoscenza intellegibile, che chiamava epistéme, ma non negava valore a quella sensibile, la doxa, che è proprio come la notte, dove le cose percepite non appaiono del tutto chiare nella loro luminosità, in quanto non sono rischiarate dal sole della perfetta conoscenza. Esse risultano essere soltanto ombre delle Idee!

 

 

la-luna

 

 

Breve storia dell’idea democratica nell’antichità

 

Parte II

 

 

La democrazia è un termine e un concetto che, nella storia del pensiero politico (e delle istituzioni politiche), assume almeno due – ma, per l’esattezza, vedremo subito, tre – distinti significati.
Dal punto di vista delle teorie che vogliono spiegare il fondamento dell’obbligazione politica (cioè l’obbedienza al comando politico), si possono definire “democratiche” quelle che individuano tale fondamento nel consenso popolare, cioè dei “politai”, dei “cives”, dei membri del “commune populi”, dei cittadini in genere di uno Stato contemporaneo in veste costituzionale: in quanto titolari del potere politico legittimo o “autorità”, sono costoro a scegliere come intendono essere governati e, dunque, le forme di governo.

 

 

Perciò si parla di teorie ascendenti del potere perché la giustificazione procede dal basso verso l’alto, in contrapposizione a quelle discendenti, per le quali il fondamento del potere politico procede in senso inverso, dall’alto (dalla divinità, dalla tradizione, dal carisma del capo o leader) verso il basso. Da entrambe le prospettive – ascendente o discendente – si possono in linea puramente teorica e astratta ricavare le stesse forme di governo, per esempio, nel caso che ci interessa, la democrazia, che, cosi, può essere giustificata sia dal basso (i titolari della sovranità decidono di esercitare loro stessi, in qualche modo – diretto o delegato – il potere) che dall’alto (per esempio, da Dio, fonte prima dell’autorità, o dalla tradizione, discende quella legge naturale e/o consuetudinaria in base alla quale i membri della società politica hanno deciso in quanto titolari della sovranità di autogovernarsi secondo certe modalità; oppure – per tipizzare un altro possibile modello – Javhè, mettendosi in qualche modo sul piede di parità col popolo eletto, stipula con questo un patto di alleanza, cui per altro nel caso concreto non pare di per se congeniale – si ripete – un monarca che si frapponga tra le due parti contraenti, avendo Javhè stesso rivendicato la guida del popolo eletto; ecc.).
Con la teoria delle forme di governo siamo, quindi, entrati in un altro ordine di riflessione, che potremmo definire tecnico-istituzionale e che riguarda, appunto, sia soggetti chiamati a governare, secondo la più tradizionale classificazione (l’uno – monarchia – i pochi – aristocrazia – i molti – democrazia), classificazione fondata però su un criterio “quantitativo”, sia i modi con cui e in base a cui governare (principato o repubblica, secondo Machiavelli; dispotismo – cioè governo arbitrario dell’uno – monarchia – governo dell’uno secondo e sotto la legge – repubblica – governo dei più, pochi o molti che siano, sotto la legge – secondo Montesquieu), tipo di classificazione, questo, fondato su un criterio invece “qualitativo”.
Ma anche nella prima più antica classificazione, molti pensatori distinguono fra governo buono – cioè secondo la legge e/o mirato al bene comune – e/o cattivo – cioè arbitrario e/o proteso al bene particolare o di parte e non secondo la legge (che è imparziale e di fronte a cui tutti sono uguali) – dell’uno, dei pochi, dei molti.
Ed è questo il terzo significato (questa volta, valutativo, cui si accennava (per amor di completezza, in riferimento al pensiero politico si possono aggiungere altri due significati di democrazia: quale forma di stato e quale forma di società). Infatti, per quel che ci interessa, in queste classificazioni incontriamo tre volte la democrazia: come titolarità del potere politico sovrano dei molti o tutti (sovranità popolare); come governo – cioè esercizio del potere – sotto la legge o “buono” da parte di questi stessi; infine, (secondo la tradizione classica riprodotta nell’età moderna) come governo autoritario o tirannico o dispotico o anarchico di molti o tutti (in questa forma “cattiva” rientra anche la tirannide – o dispotismo – della maggioranza popolare o democratica).
Nel secondo caso, poi, cioè nella forma di governo secondo e sotto la legge, in cui, nell’esempio che ci interessa, tutti obbediscono alle leggi, ordinarie e fondamentali, che loro stessi si (im)pongono e/o a quelle che ricevono dalla tradizione (nel caso di costruzione non scritta), ci imbattiamo in una quarta forma di governo, quella appunto “temperata” o “moderata” (nella prospettiva qualitativa o del “come” si governa) perché tutta regolata dal “moderamen” della legge, da cui cioè il potere – e, dunque, con esso l’insieme dei governanti – è limitato (la legge, infatti, trattando tutti come uguali ed essendo quindi uguale per tutti ordina – come accennato – secondo l’interesse generale e in generale, perciò secondo giustizia a differenza dell’arbitrio o anche dell’interesse particolare e particolaristico, dell’uno dei pochi e dei molti che siano).
Tale forma, in quanto si presenta ( rispetto alla prospettiva quantitativa, cioè di cui governa) quale autentico governo di tutti, cioè dell’uno, dei pochi, dei molti o “tutti”, insieme presi, incoerenza con le varie politiche e sociali (o almeno di due fra le tre), convenzionalmente con le altre tre (o due, almeno) “parti” della società politica (e, dunque, del “popolo” in senso pregnante e universale, cioè come “universitas”), viene per lo più presentata come combinazione delle tre (o, almeno, due) forme di governo (o degli elementi buoni di ciascuna) e perciò si definisce forma mista. In essa i molti o tutti insieme presi non sono più considerati come “parte” (per esempio, i poveri rispetto ai ricchi, la plebe rispetto ai patrizi, il popolo minuto rispetto al popolo grasso, il cittadino censitario rispetto a quello che non paga i tributi, e così via) che delibera in base al proprio interesse particolare (anche se questo sia dei “molti” o “tutti” ma pur sempre come “parte”), bensì – si ribadisce – come “totalità” o “universalità” (articolata in poteri e organi “rappresentativi” delle tre – o, almeno, due – parti o ordini – uno, pochi, molti), come quella “res pubblica” che è la “res populi”, secondo la definizione ciceroniana: e, non a casa, Roma col suo sistema “patrizio-plebeo” (rappresentato emblematicamente nel “Senatus Polusque Romanus”  e, dunque, misto – costituisce la culla di quella tradizione “repubblicana” che, oggi (dalla rivoluzione nordamericana in qua), si è saldata su quella della “democrazia” ellenica nel modello moderno-contemporaneo di “democrazia”.
E comunque, dal punto di vista della genesi e del concetto – e, naturalmente, dell’originaria esperienza – “demokratia” (a differenza di “isonomia”) secondo una interpretazione autorevole, nella storia greca (e nel pensiero greco), la presa del potere del popolo come parte che si afferma con la forza nella lotta politica: solo successivamente (dopo gli eventi ateniesi del 462-1 a.C.: l’assassinio di Efialte e l’ostracismo di Cimone) passa a designare l’ordinamento costituzionale.