Archivi autore: Riccardo Piroddi

Vittoria Colonna, il volto femminile della poesia italiana del Cinquecento

 

di

Alessia Sanzogni

 

 

Ancora oggi, nei tanto democratici ed evoluti anni Duemila, parlare di una celebre poetessa e intellettuale italiana suonerebbe un tantino strano. Immaginate di parlarne facendo riferimento a una donna vissuta in pieno Cinquecento. Considerando che il numero delle autrici italiane di un certo calibro vissute negli ultimi secoli non supera le poche decine, il fatto ha quasi dello straordinario…

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Vittoria Colonna (1490 – 1547)

 

 

               

Flavio Romolo Augusto: l’ultimo imperatore di Roma

 

da

Storiedistoria.com

 

 

Flavio Romolo Augusto, ricordato per il diminutivo di «Augustolo» ovvero «piccolo Augusto», viene ritenuto dagli storici l’ultimo imperatore romano d’Occidente, dal momento che dopo essere stato destituito dal comandante sciro Odoacre…

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Busto marmoreo di Flavio Romolo Augustolo (461 – 511)

 

Moneta d’oro raffigurante Flavio Romolo Augustolo

 

 

 

               

La Nike di Samotracia e la vittoria dell’impersonalità

 

di

Giovanni Fava

 

 

Quando non ammantata di torme di asiatici a caccia di fotografie, la Nike di Samotracia è un pugno nello stomaco che toglie il fiato o tira fuori le lacrime. Conservata al Louvre di Parigi, la Nike domina la scalinata che conduce dagli stanzoni della scultura alle gallerie dei pittori francesi e italiani. Il marmo, di circa due metri e mezzo, fu trasportato al Louvre nella seconda metà dell’800, dopo aver…

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Pitocrito, “Nike di Samotracia“, Parigi, Louvre

 

 

 

               

Dante Alighieri e l’Islam

 

di 

Maria Soresina

 

 

Quasi un secolo fa, nel 1919, usciva il libro La escatología musulmana en la Divina Comedia di Miguel Asín Palacios che fece molto scalpore e che in Italia fu accolto da una dantista autorevolissima, Maria Corti, la quale arrivò a titolare un articolo sul Corriere della Sera «Dante. Il sommo poeta partorito dall’Islam». Un versetto del Corano, il primo della sura XVII, recita…

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Dante Alighieri (1265 – 1321)

 

 

               

Il Doriforo di Policleto, la perfezione oltre la realtà

 

da

artesplorando.it

 

 

Il Doriforo, che tradotto sta a significare “portatore di lancia”, è una statua realizzata dallo scultore greco Policleto, attivo tra il 460 e il 420 a.C. circa. Non si sa esattamente chi rappresenti, ma si pensa sia l’idealizzazione dell’eroe Achille. E’ un’opera emblema, conosciuta in tutto il mondo e che,, in un certo senso, incarna l’idea stessa di classicità. Come spesso capita con le statue greche…

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Policleto di Argo, “Doriforo”
Museo Archeologico Nazionale di Napoli

 

 

               

Le vite parallele di Newton e Leibniz

 

di

Mauro Comoglio

 

 

La polemica che ha visto opposti Newton e Leibniz, per la  paternità del calcolo infinitesimale, occupa tra le dispute scientifiche un posto di singolare rilievo; vuoi per la levatura dei personaggi coinvolti, vuoi per l’asprezza della polemica, ma soprattutto per il conteso storico assolutamente unico e per la posta in gioco…

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Isaac Newton (1642 – 1727)

 

Gottfried Wilhelm Leibniz (1646 – 1716)

 

 

               

La Milano da bere? Ve la racconta Bonvesin da la Riva

 

di

Luca Doninelli

 

 

«Crescono infatti ciliegie aspre e ciliegie dolci di ogni tipo, tanto domestiche quanto selvatiche, in tale abbondanza che talvolta capita ne vengano portate in città in un sol giorno più di sessanta carri; in ogni momento da metà maggio fin quasi a metà luglio se ne trovano in vendita in città».

L’immagine dei sessanta carri carichi di ciliegie che varcano le porte di Milano non è che una delle tante che popolano uno dei libri più belli mai scritti su una città, il De magnalibus Mediolani di Bonvesin da la Riva…

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Bonvesin de la Riva (1240 – 1315)

 

 

 

               

Così Alfred de Musset raccontò le sue notti travolgenti con George Sand e un’educanda

 

da

Stilearte.it

 

 

La parte autobiografia è intensa e circostanziata al punto che Gamiani, o due notti di eccessi (Gamiani, ou deux nuits d’excès), un breve romanzo erotico, pubblicato nel 1833 in forma anonima, è, dalla sua uscita, attribuito a Alfred de Musset. Grandissimo fu il successo dell’opera. All’inizio perchè i personaggi…

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Alfred de Musset (1810 – 1857)

 

 

               

Massa Lubrense (NA). Giornata di studi folenghiani 2018 Intervento integrale di Riccardo Piroddi

 

 

IL “MACARONICO” TRA STORIA, IPERBOLE E PARADOSSO

 

 

Signore e Signori, buon giorno.

 
Grazie per essere intervenuti. Permettetemi di ringraziare il presidente dell’Archeoclub Massa Lubrense per aver organizzato, insieme con gli amici di Bassano del Grappa, questa lodevole iniziativa. Celebriamo, infatti, un gemellaggio ideale tra la nostra bella Massa Lubrense e l’altrettanto bella Bassano, in nome di due fratelli, Teofilo e Giambattista Folengo, due letterati che hanno condiviso alcune vicende delle loro esistenze con le nostre cittadine. Grazie!
Permettetemi, altresì, brevemente, di rivolgere un pensiero al dottor Fabris. Caro dottore, ho avuto il piacere di conoscerla di persona soltanto qui, ma la sua fama l’aveva ben preceduta. Qualche giorno fa, infatti, Stefano mi ha girato una sua mail, a lui indirizzata, nella quale lei rivolgeva un accorato plauso al fatto che in questa iniziativa fossero stati coinvolti dei giovani. Nonostante io abbia già quarant’anni, mi sento ancora giovane e posso ritenere, quindi, che quelle parole fossero rivolte anche a me. Ciò, tuttavia, che mi ha maggiormente colpito è stato l’equilibrio formale della sua scrittura. Il mio intervento tratterà del “macaronico” il quale è, sotto molti aspetti, una lingua, per cui, queste mie parole non sono una mera captatio benevolentiae, quanto invece, tendono a porre l’accento su una questione che mi corruccia oltremodo in questi tempi: il sostanziale imbarbarimento dei registri della nostra comunicazione linguistica, verbale e scritta, non già a causa dell’adozione, da parte della nostra lingua italiana, di esterismi, quanto di quelle pratiche esiziali di sostituire parole con lettere, con simboli, con disegni, emoticon, che impoveriscono un patrimonio linguistico di cui dobbiamo andare fieri e che abbiamo il dovere di conservare. Pensate, ad esempio, alla comunicazione istantanea, quella degli sms, delle email e capirete bene il senso di queste mie parole. Le giunga, quindi, il mio personale ringraziamento, affinché molti possano seguire il solco che lei continua a tracciare.
Bene, come avrete potuto intuire, l’argomento della mia relazione è costituito dal “macaronico”, la lingua “macaronica”, quella con cui Teofilo Folengo ha composto alcune tra le sue opere più famose, il “Merlin Cocaii macaronicon”, ad esempio. Quindi, avventuriamoci in una breve storia di questo registro linguistico, non inventato, ma certamente reso famoso dal nostro Teofilo.
Cominciamo con una data: il 1525. Folengo aveva 34 anni. Cosa successe di così importante nel 1525? Pietro Bembo, patrizio veneziano, non ancora cardinale (lo sarebbe stato creato nel 1539 da papa Paolo III), diede alle stampe, a Venezia, per i tipi dello stampatore Tacuino, un’opera fondamentale per la storia della lingua italiana: le “Prose della volgar lingua”. In questo dialogo in tre libri, Carlo Bembo, fratello di Pietro, Ercole Strozzi, umanista di Ferrara, Giuliano de’ Medici duca di Nemours e Federigo Fregoso, futuro cardinale, discutono sulla lingua volgare, fornendo il pretesto all’autore per ritenere che, quale modello per la composizione in poesia, si ci dovesse rifare a Petrarca, mentre per la prosa, a Boccaccio. Con molta sorpresa, il cardinale non incluse Dante tra i modelli (di cui, nel 1501 pure aveva curato una edizione della Divina Commedia) ma qui il mio discorso prenderebbe una piega troppo vasta da affrontare, per cui lascio correre.
Pietro Bembo non fu un caso isolato di intellettuale dedicatosi alle questioni formali della lingua. In quegli anni, infatti, tutta la penisola era pervasa da questa ossessione per la purezza della lingua. Il futuro cardinale fu uno dei più eminenti rappresentanti dei ciceroniani, gruppo che si prefiggeva la restaurazione di uno stile ispirato alla classicità romana, contrassegnato dall’imitazione dei due modelli principali della lingua latina (trasposti anche in quella volgare): Cicerone per la prosa e Virgilio per la poesia. Fu anche l’iniziatore del Petrarchismo, proponendo lo stile del poeta aretino come esempio di purezza lirica e come modello assoluto. Su questa indicazione, la poesia dell’epoca avrebbe preso esempi e imitazioni dalle rime petrarchesche, aprendosi anche alla composizione da parte delle donne: Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Isabella di Morra. Anche Michelangelo Buonarroti avrebbe composto le sue liriche seguendo questo modello.
Mi piace fare un paragone con la pittura: da un lato, quindi, il petrarchismo lirico, l’idealizzazione dei temi naturalistici, dell’amore, dall’altro, la pittura di Raffaello Sanzio, l’idealizzazione della natura e dei personaggi ritratti in essa. Tra l’altro, fu proprio Bembo a comporre l’epitaffio, poi, inciso sulla tomba del pittore, al Pantheon, a Roma: “Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”.
Cosa c’entra tutta questa perfezione formale, visiva, artistica con Folengo e il “macaronico”? Cosa c’entra un ricco signore veneziano, poi principe della chiesa, con un monaco benedettino, dalla vita vagabonda e spesso vissuta in povertà?
C’entra tutto e anche molto. Ho sempre amato, nel corso dei miei studi, creare, cercando però di non forzare oltremodo, paragoni, simmetrie ed equilibri tra i vari movimenti culturali che si sono succeduti nel corso della storia. Mi sia concesso di autocitare il titolo di uno dei capitoli del secondo volume della mia “Storia della letteratura italiana”, in uscita, spero, il prossimo dicembre. “I ribelli”, nel quale tratto proprio di Folengo, di Angelo Beolco, detto Ruzzante, e di Pietro Aretino. Perché ribelli? Perché ciascuno di questi, a modo suo, si ribellò ai canoni formali della letteratura coeva, tracciando e percorrendo nuove strade: Folengo, anche se non era fu il primo (si pensi al “Morgante” del fiorentino Luigi Pulci, 1478) con la parodia dell’epica classica (il “Baldus”), corroborata dall’uso della lingua macaronica; Ruzzante, rivoluzionando il teatro classico con i suoi tipi e personaggi, portando in scena i vizi e le pulsioni dei contadini e dei poveri rispetto agli eroi classici dei teatri delle corti signorili italiane; e Aretino, il famoso e licenziosissimo Aretino, il quale capovolse i canoni lirici in quanto a tematiche, spingendo la poesia fino d’amore alla celebrazione degli istinti sessuali (dal petrarchesco “Chiare, fresche et dolci acque,/ ove le belle membra/ pose colei che sola a me par donna” al “Fottiamci, anima mia, fottiamci presto”). Ora posiamo entrare più nel dettaglio, seppure brevemente, dell’argomento che ha dato il titolo a questo mio intervento: il macaronico.
Per lingua macaronica si intendeva, originariamente, un modo, per lo più scherzoso di imitare, la lingua latina, utilizzando desinenze e assonanze proprie del latino, applicate, però, a radici e lemmi delle varie lingue volgari che si parlavano nella penisola italiana. L’uso di questo particolare registro linguistico si sviluppò nel ‘400, con il “Carmen Macaronicum de Patavinisis” di Tifi degli Odasi (pubblicata, a Padova, nel 1488), un carme nel quale, in esametri, l’autore racconta di uno scherzo tirato da un gruppo di universitari (macaronea secta) a uno speziale.
Fu nel ‘500 che questo registro si diffuse più largamente, quando, molti scrittori, tra cui lo stesso Folengo, si diedero a poetare o a narrare di argomenti popolari o allusivi in una forma resa pomposa dalla sonorità latineggiante, che aveva l’effetto di traslare le miserie del quotidiano alla sontuosità para-liturgica della lingua degli imperatori e, più ancora, dei preti.
Era un tempo nel quale la separazione fra i ceti al potere e il proletariato si nutriva anche della distanza culturale, di cui il latino era il principale simbolo ed insieme strumento. L’invenzione del latino maccheronico, quindi, poggiava, infatti, per un verso, sulla cupezza del linguaggio ufficiale, percepito come oscuro e classista dal popolino, che lo poneva in ridicolo “facendolo proprio” appropriandosene” per ragioni la cui modestia è la prima ragione d’irriverenza, per un altro verso, consentiva e un illusorio accesso proprio a questa lingua esclusiva, con un effetto di gratificazione apparente. Come per tutte le metodiche dissacranti, anche il macaronico raggiunse il duplice obiettivo di mettere alla berlina, denunziando in forma di satira, l’uso di una lingua criptica da parte del ceto dominante, ma, insieme, era puro lazzo, mera leva ludica, veicolo di lievi come di grevi giochi dialettici.
Nel caso specifico di Folengo, da latinista raffinato quale era, seppe creare un impasto linguistico, come una teglia di gnocchi, i macaroni, come ha suggerito il dottor Fabris, conditi variegatamente, dove, accanto al dialetto piegato al latino, comparivano parole e immagini “dotte”, tipiche del latino classico. Ascoltate un breve esempio: “Baldovina tamen cartam comprarat, et illam/litterarum tolam, supra quam diceret A.B./ Unde scholam Baldus nisi spontaneus ibat;/ nam quis erat tanti seu mater sive pedantus/ qui tam terribilem posset sforzare putinum?” (“Baldus”, III, vv. 85-86). “Tuttavia Baldovina aveva comprato la carta e la tabella delle lettere (“tolam”), sulla quale Baldo doveva imparare l’alfabeto. Baldo non andava a scuola se non spontaneamente. Infatti, chi avrebbe mai potuto, fosse pure sua madre o il maestro, sforzare un ragazzino tanto terribile come Baldo?”.
Come avete potuto notare, il linguaggio “macaronico” fa largo uso del dialetto, il che corrisponde in pieno all’ambiente contadino dove si svolgono gli eventi del “Baldus”. Inoltre, le tradizioni linguistiche che si incontrano nel “macaronico” folenghiano, pur essendo tra loro differenziate, non sono tra loro così ripugnanti da portare alla creazione di qualcosa di incomprensibile. L’invenzione linguistica di Folengo aveva coerenza stilistica, in quanto aveva una fondamentale coerenza storica.
Desidero concludere questa mia breve relazione con le parole di Ernesto Parodi, un pioniere degli studi folenghiani: “Poiché l’italiano era uno strumento ribelle e l’anima sua non lo sentiva, il Folengo ricorse al dialetto, nel quale quella realtà era come immedesimata, col quale soltanto essa viveva in una perfetta comunione di vita. Il vero fondo di quella lingua maccheronica è il dialetto”. Io ritengo questa una verità sacrosanta!

Grazie.