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Orfeo ed Euridice. Nessuna morale, solo dolore!

 

 

 

Orfeo si girò troppo presto perchè Euridice continuava a chiamarlo. La naiade non sapeva dell’ordine che l’aedo aveva ricevuto da Ade: poterla riportare nel mondo dei vivi dopo l’anabasi dagl’Inferi, accompagnati dal dio Hermes, il controllore, senza mai potersi girare a guardarla prima dell’uscita. Continuava malinconicamente a chiamarlo. Pensava che il suo amato non si voltasse perché era brutta. Appena vide finalmente la luce, Orfeo credette di essere ormai fuori dagl’Inferi e si girò. La caviglia di Euridice, quella morsa a morte dal serpente mentre fuggiva dal bruto Aristeo che voleva possederla, le doleva ancora. Per questo si era attardata. Orfeo aveva trasgredito il comando di Ade. Si disperò. Euridice intese tutto e gli sussurrò parole struggenti: “Grazie, amore mio. Hai fatto tutto quello che potevi per salvarmi!”. Gli tenne entrambe le mani, consapevole che quella sarebbe stata l’ultima volta. Hermes pianse, ma dovette riportarla da Ade. Euridice scomparve negl’Inferi. Orfeo era distrutto. Sarebbe morto poco dopo, fatto a pezzi da alcune baccanti ubriache alle quali, per rimanere fedele alla memoria dell’amata, non aveva voluto concedersi.
La favola di Orfeo ed Euridice non è didascalica. Non ha alcuna morale, solo dolore. Solo dolore!

 

 

 

               

Aiace Telamonio e l’uomo che trionfa sul destino

 

 

Tra gli eroi della mitologia classica che amo maggiormente c’è Aiace Telamonio. Sentite la storia della sua fine e capirete perché.

Siamo a Troia, sul campo di battaglia. Aiace si prepara a contrattaccare i Troiani, allorché, guidati dalla regina Pentesilea e dalle Amazzoni, avanzano sul campo di battaglia, riempiendo la pianura di cadaveri. Sfiorato da un dardo di Pentesilea, che gli scalfisce appena l’elmo, l’eroe rinuncia a scontrarsi con la donna. Achille, dopo aver ucciso Ettore in duello, per vendicare Patroclo, cade per mano di Paride. Aiace e Odisseo combattono, quindi, contro i troiani per strappare loro il corpo dell’eroe ucciso. Aiace, roteando la sua immensa ascia, si occupa di tenere lontani i troiani, mentre Odisseo carica Achille sul suo carro e lo porta via. Durante questa battaglia, Aiace compie sanguinosi prodigi, massacrando Glauco, figlio di Ippoloco e sovrano licio, e ferendo gravemente Enea e Paride. Dopo la cerimonia funebre, entrambi gli eroi reclamano il diritto di tenere per sé le armi di Achille, come riconoscimento del loro valore. Alla fine, dopo alcune discussioni, è Odisseo a spuntarla e Aiace, accecato dal dolore, decide di vendicarsi dei responsabili del verdetto. Agamennone e Menelao. Si addormenta e al suo risveglio, impazzito a causa di un incantesimo lanciatogli dalla dea  Atena, si lancia contro un gregge di pecore e le massacra, credendo di uccidere i due Atridi. Rientrato in sé, si vede coperto di sangue, rendendosi conto di che cosa abbia in realtà fatto: perduto in questo modo l’onore, preferisce suicidarsi piuttosto che continuare a vivere nella vergogna, lanciandosi sulla spada che Ettore gli aveva donato alla fine del loro duello.

La storia di Aiace diviene, nella mia interpretazione, metafora dell’esistenza di tutti quegli esseri umani derisi dalle “circostanze della vita”. La derisione figura gli impedimenti, di natura esterna, all’agire come esso vorrebbe. Ecco il motivo per il quale amo questo eroe: ciascun uomo ha il dovere di abbandonare la vita quando è impossibilitato a realizzare quello che desidera!
Una istigazione al facile suicidio? Forse. Certo è che la decisione di abbandonare volontariamente la vita rappresenta l’unico colpo in canna che l’uomo possiede per sconfiggere e trionfare sul destino avverso!