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“I am the Dreamer and you are the dreamed”

 

Recensione

del bestseller The School for Gods di Elio D’Anna

di Riccardo Piroddi

 

 

Il volume The School for Gods, European School of Economics, 2022, di Elio D’Anna,  rappresenta, innanzitutto, un viaggio. Il viaggio del suo Autore che dura da una vita. “La propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose”, scrisse Henry Miller. Quanto è vera questa frase, e quanto è assolutamente vera se riferita a quest’opera, perché ciò che essa offre al lettore non è una meta, seppure ideale e da perseguire, ma, appunto, un nuovo modo di vedere le cose.
This book is a map and an escape plan”, recita l’Autore nell’introduzione. Un intento sic et simpliciter partecipato a quanti intraprendono il viaggio insieme con lui. Una mappa, certo, perché è sempre bene avere chiaro il percorso da seguire, e un piano di fuga, perché, talvolta, si rende necessario fuggire, non già per pavidità o inadeguatezza, ma per poter osservare la realtà da una prospettiva diversa. Come la monade leibniziana, la mente si rappresenta il medesimo universo sotto un aspetto proprio e con una prospettiva particolare. “E così come una medesima città, se guardata da punti di vista differenti, appare sempre diversa ed è come moltiplicata prospetticamente, allo stesso modo, per via della moltitudine infinita delle sostanze semplici, ci sono come altrettanti universi differenti, i quali tuttavia sono soltanto le prospettive di un unico universo secondo il differente punto di vista di ciascuna monade”, scrisse Leibniz nella Monadologia. Questo volume dona, altresì, una prospettiva diversa da cui guardare la realtà.
Una nuova kantiana “estetica trascendentale”, che va, però, ben oltre i processi conoscitivi, è tracciata in questo vademecum per poter affrontare e dominare il reale. Un’estetica che è fondamento di un nuovo pensiero, un pensiero che travalica l’ordinario e si libra verso la straordinarietà. Un folle volo, come quello dell’Ulisse dantesco, il quale naviga oltre le Colonne d’Ercole e varca, con l’animo pieno di audacia e per seguir virtute e canoscenza, il limite imposto da Dio alla conoscenza umana. Ecco, l’Ulisse dantesco è il personaggio princeps, l’idealtipo weberiano di questo Bildungsroman, “romanzo di formazione”. Determinato, ambizioso, conscio della propria potenza, pronto a realizzare i propri desideri. Ma, prima di tutto, sognatore.
I am the Dreamer, he said.I am the Dreamer and you are the dreamed. An instant of sincerity, a crack in the wall of your lies, like a flash of lightning, allowed you to see Me”, si legge nelle primissime pagine. Chi è questo Dreamer, che si palesa in modo così strano, a tratti inquietante, ma del tutto affascinante? Qual è il suo messaggio? Cosa prospetta, cosa delinea e, soprattutto, chi è il dreamed a cui rivolge i propri insegnamenti per plasmare demiurgicamente i leader del futuro, i “filosofi d’azione”? Al lettore la scoperta.
Una scoperta per gradi, come quelli di una scala, perché il volume porta ad ascendere la scala che conduce alla realizzazione di sé. Come non pensare, allora, a un precedente letterario illustrissimo, il Libro della Scala (Kitāb al-Miʽrāǵ), testo escatologico arabo-spagnolo del XIII secolo d.C., che, sviluppando un celebre passo del Corano, racconta la storia del viaggio che Maometto compie nell’aldilà, guidato dall’angelo Gabriele. Salito al Paradiso, attraverso una scala lucente, il profeta supera otto cieli e arriva a Dio, che gli affida il Libro Sacro. Dopo la catabasi alle sette terre infernali, ritorna sulla Terra e rivela ai meccani la sua visione.
Io vi vedo anche ciò in The School for Gods: ascesa, visione, realizzazione, come la triade dialettica hegeliana “Tesi-Antitesi-Sintesi” che ordina il divenire della realtà. E, allora, mi domando: è il Libro della Scala a essere moderno o The School for Gods a essere antico e a rifarsi a modelli antichi? È l’anonimo autore musulmano duecentesco a proporre una visione del futuro o Elio D’Anna a fornire il ritratto di un passato mitico? Né l’una, né l’altra. Entrambe le istanze si fondono. Sono sinolo aristotelico di materia e forma. Passato e futuro che, con i loro portati, concorrono a formare la realtà, la nuova realtà. “Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, scrisse Nietzsche.
Un libro è indubbiamente un oggetto materiale ma, guardato da un’altra prospettiva, diviene l’oggetto spirituale par excellence, perché in ogni libro vi è anche, e soprattutto, l’anima del suo autore, l’auctor, che nella lingua latina deriva dal verbo augēre (accrescere, rafforzare, incoraggiare). Un oggetto spirituale, il libro, che apre ad altri mondi, ad altre dimensioni. Vi è un a battuta, in un film che vidi per la prima volta quando ero poco più che bambino, I predatori dell’arca perduta, di George Lucas e Steven Spielberg, dove l’Arca dell’Alleanza, il manufatto più sacro degli israeliti, viene definita quale “ricetrasmittente capace di mettere in comunicazione con Dio”. Ecco, questo libro-arca mette in comunicazione con gli dèi e tra gli dèì, i Gods del titolo.
E, allora, ripartiamo dall’inizio. Dal God-Dreamer e dai Gods della School. Dio, discepoli, dèi. Chi è, dunque, il God-Dreamer, chi i discepoli, chi gli dèi? E quali sono i rapporti che intercorrono tra loro? Chiamo in aiuto Friedrich Leopold von Hardenberg, meglio noto con lo pseudonimo di Novalis, poeta, teologo e filosofo, eminente rappresentante del Romanticismo tedesco, il quale ne I discepoli di Sais scrisse: “«Io sono tutto ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà e nessun mortale ha ancor osato sollevare il mio velo». Ma un discepolo di Sais ebbe l’ardire di sollevare il velo della dea: Ebbene, che vide? Vide – meraviglia delle meraviglie – se stesso”.
Credo che queste parole di Novalis possano rappresentare una giusta chiave interpretativa del libro The School for Gods, così come dell’esperienza di vita e della visione del suo Autore.

 

 

 

Dafne, dove sei?

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

Dafne, delicata come la naiade figlia di Ladone e Creusa, amata dal dio Apollo, che respinge fuggendo via e, inseguita da questi, supplica gli dei e viene tramutata nella pianta d’alloro, le cui foglie, intrecciate in corona, avrebbero poi adornato il capo dei vincitori in gare atletiche, poetiche e militari.
Dafne, malinconica come madonna Fiammetta della omonima elegia di Giovanni Boccaccio, primo romanzo psicologico della letteratura italiana, narratrice in prima persona e protagonista di una storia che racconta la sua storia.
Dafne, dolce come Jenny, quella cantata da Paolo Morelli e gli Alunni del Sole nel brano del 1974 che porta il suo nome, “Jenny era la mente mia/ era dentro le foglie, nel vento/ dentro l’acqua, nel sole sui monti/ e anch’io, io le dormivo dentro”.
Dafne, sensuale come Angelica dell’ariostesco Orlando furioso, che fa innamorare di sé tutto l’esercito cristiano e impazzire d’amore l’eroe eponimo, ma anche risoluta, che alla fine sceglie di amare l’umile paggio Medoro.
Dafne, affamata come Foscarina del dannunziano Il Fuoco, protagonista, con Stelio Effrena, di appassionati amplessi vissuti nella consapevolezza di star creando arte.
Dafne, donna!
Quante Dafne ho incontrato e vissuto nella mia vita! Sì, perché la principale caratteristica della protagonista di questo romanzo di Laura Di Vincenzo (Linea sottile – Il sogno di Dafne, ErosCultura, 2015) è proprio che ella racchiude in sé una sorta di archetipo femminile contemporaneo, che da particolare diventa universale, da immanente diventa trascendente. La Dafne dell’autrice è una donna di oggi, una donna come tante, oggi. Una donna che vive la propria esperienza di vita nella sua unicità, una donna che non può mai essere d’altri ma solamente di se stessa e di questa sua meravigliosa unicità. “L’unica forza che ci permette di risalire dagli abissi è dentro di noi, da essa si trae l’energia che serve. Ognuno di noi deve avere cura della propria anima, nessun altro può farlo per noi”. Quanto è attuale, ma, allo stesso tempo, assoluto, questo pensiero per le donne!
L’autrice presenta la sua Dafne in una sorta di chiaroscuro caravaggesco, secondo l’abilissimo uso di luce e ombra proprio del Merisi. E, infatti, la protagonista si staglia nelle pagine del romanzo illuminata in tutte le sue sfumature di luce, di passione, di voluttà e di erotismo, su uno sfondo quasi buio, la cornice di eventi rapidissimamente appena tratteggiata dall’autrice, proprio per raccogliere l’attenzione del lettore sulla protagonista. Un esercizio di stile di grandissimo impatto narrativo!
Dafne come la Danae di Artemisia Gentileschi, pittrice di scuola caravaggesca. Non cito a caso questo dipinto dell’artista romana seicentesca. Zeus si trasforma in pioggia d’oro per congiungersi con Danae, la bellissima principessa di Argo rinchiusa in una stanza di bronzo dal padre, a cui l’Oracolo di Delfi ha predetto la morte per mano del nipote. La forte carica sensuale di Dafne, descritta dall’autrice con pennellate a volte delicate, a volte più incisive, come quella della Danae gentileschiana, assume accenti erotici che non sono vòlti a compiacere la pruderie dei lettori. La sua nudità, prima spirituale e poi materiale, lascia contemplare il corpo dalle esuberanti e tornite forme e l’anima prossima all’acme del piacere attraverso quello carnale. Nel buio della stanza, dietro il letto in cui Danae consuma il suo simbolico congiungimento con Zeus, è ritratta un’ancella, che si disinteressa completamente a quanto sta accadendo alla sua padrona, intenta com’è ad approfittare della pioggia di monete d’oro, raccogliendone quante più possibile nei lembi rialzati della veste. Non ciò che capita al lettore del romanzo, il quale, invece, dal suo canto nell’ombra, osserva affascinato Dafne e i suoi amplessi amorosi.
Ho finalmente esplorato le terre a me ignote, le mie spaccature e decretato la fine della carestia, non prigioniera del mio mondo, di quelle onde silenti spente su moli lontani dalla mia vista. Ora la brezza del piacere ha accarezzato la mia carne abbracciando la mia riva”.
Dafne sogna? Ha vissuto e vive realmente quanto racconta? Non è chiaro ed è giusto che sia così!
Il mio è un cuore affamato, avvolto dalle fiamme di un ardente fuoco che divampa nell’afflato inquieto della mia anima che ignaro taglia in due il cielo, è un cuore fluttuante tra le spire tempestose di desideri inappagati. In questo viaggio si sono alternate realtà e voli illusori cestiti da volti che hanno brillato come bagliori di un lampo remoto nel cielo, giusto un istante nell’angolo blu della notte per poi dileguarsi nella volta infinita”.

Dafne, dove sei?

 

 

 

Pandemia e Università: una sfida per il futuro

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

Nella premessa alla raccolta di interventi, intitolata “Dal lockdown le sfide all’Università”, pubblicata da Eurilink University Press a luglio 2020, Vincenzo Scotti affronta il complesso tema delle criticità, per l’Università, che si sono fortemente acuite a causa dalla pandemia da Covid-19. Criticità che, comunque, affliggono le istituzioni universitarie da ormai trent’anni e alle quali non è stato ancora posto rimedio, nonostante gli impegni assunti, in tre decenni, dai partiti, dai governi e dai ministri pro- tempore. In questa preziosa silloge, docenti universitari ed esperti di alto profilo hanno recato riflessioni, non limitando l’analisi alle proprie appartenenze disciplinari, ma analizzando i nodi che caratterizzano l’intero universo universitario italiano. Tali riflessioni hanno riguardato tutti gli aspetti del sistema: l’unità del progetto formativo e le specifiche missioni della scuola e dell’Università, la ricerca, l’innovazione, la sperimentazione, la domanda di specifiche professioni e di classe dirigente, fino all’esigenza di percorsi formativi uniformati, per coerenza di impostazione, con quelli degli altri paesi europei. Le riflessioni tengono conto dell’intera “filiera” dell’educazione e della formazione, non separando l’unità del percorso, indicano alcune urgenze per uscire dalla confusione che l’Università si trascina ormai da anni e, non da ultimo, pongono la “questione centrale” del valore dei titoli accademici. L’Università rappresenta, senza dubbio, il punto di arrivo di un processo di educazione-formazione “istituzionale” e deve essere il luogo formativo per eccellenza, nello spirito del dialogo-confronto tra cultura umanistica, cultura scientifica, ruolo delle pubbliche istituzioni, mondo del lavoro, professioni, imprese, sistema economico- produttivo e ordine sociale. Appare evidente come, specie dopo il cataclisma pandemico, l’epoca in cui viviamo e nella quale dovremo vivere richieda interventi e riforme, che non nascano dai soliti compromessi tra interessi diversi, ma, soprattutto, portino al conseguimento, per l’Università, della piena autonomia, mediante il reperimento di risorse adeguate per l’innovazione e la sperimentazione, con l’obiettivo della formazione di professionalità in grado di affrontare le nuove sfide dei cambiamenti politico-istituzionali, tecnologici-digitali, culturali ed economici-sociali. Oggi è più che manifesta la necessità dell’acquisizione, per gli studenti, di conoscenze e di competenze in ambiti particolari, ma, allo stesso tempo, senza rinunziare ad una “formazione alla vita”, aperta a interrelate dinamiche storiche e sociali, peraltro in rapito cambiamento, a presidio della stessa salvaguardia delle istituzioni democratiche, sempre più minacciate. Bisogna affermare, alto e forte, come la cosiddetta sfida del digitale e delle tecnologie possa migliorare l’attività universitaria, ma non sostituire il rapporto “in presenza” tra docenti e studenti. Il “Campus 4.0”, con le Università che, a causa del Covid-19, sono state “gettate”, da un giorno all’altro, nel mare della rete, costrette, per non chiudere, a usare tutte le tecnologie possibili per svolgere lezioni, esami, sedute di laurea e ogni altra attività, può diventare un’esperienza utilissima, ancorché improvvisata, per disegnare il futuro dei sistemi formativi, ma non deve essere utilizzata come la panacea di tutti i mali universitari. Si impone, quindi, un ripensamento collettivo, non limitato agli ambiti accademici, sulle nuove modalità di trasmissione del sapere, alla luce degli eventi intervenuti e delle nuove tecnologie disponibili. Questo testo ha il merito, non trascurabile, di aver introdotto quel ripensamento, stimolando il confronto pubblico, quasi come una sorta di programma-memorandum sulle questioni fondamentali e sulle priorità da affrontare, non domani o dopodomani, ma da subito! Si presta, inoltre, come un interessante esercizio di autonomia, da parte dei contributori, utile a chi voglia percorrere strade nuove e progettuali, di cui l’Università ha fortemente bisogno. Una Università completamente immersa nei processi storici, soggetto nella società e non monade isolata e separata dal resto, che utilizzi, con creatività, tutti gli strumenti della modernità e si ponga come motore di una nuova alleanza per affrontare le complessità del presente e del futuro. Una università che sappia ricongiungere quanto è stato, nel corso degli anni, disperso, soprattutto, nel rapporto tra sapere e potere, tra sapere e lavoro, tra sapere e impresa, quest’ultimo inteso come fondamento per lo sviluppo economico, in un’ottica di sostenibilità ambientale e di risparmio energetico.

 

 

 

Convertirsi alla Leadership finalmente etica

 

di

Riccardo Piroddi

 

È possibile discettare di Leadership ed Etica in modo non accademico, direi finanche poetico, al mondo accademico? Certo! È quanto Antonino Giannone* compie nel suo ultimo lavoro, LEADERSHIP AND ETHICS NELLA SOCIETÀ DELLA GLOBALIZZAZIONE – Compendio di lezioni e seminari, pubblicato da Eurilink University Press a giugno 2020. Il testo, certamente maturato in ambito universitario (le lezioni e i seminari del sottotitolo), ha un sostrato di diversa origine, non (solo) accademica, non (solo) professionale, (non solo) divulgativa. Il terreno, molto fertile, in cui l’Autore pianta i semi del suo argomentare è la radicata e forte fede cristiana, il cui maggiore portato, la speranza, abbraccia così strettamente ogni singola pagina del volume da permearle tutte di sé. Credere in Dio significa anche non abbandonare mai la speranza e non essere mai abbandonati da essa. E nelle vite segnate da un “evento”, il Covid-19, che qualche mese fa sarebbe apparso fantascientifico, c’è bisogno di speranza perché da questa deve ripartire la programmazione del futuro nei campi etici e pratici. L’Autore, però, suona anche l’allarme, perché di allarme si tratta, riguardo ciò che dovrà essere fatto nei prossimi anni per invertire l’esiziale tendenza della società globalizzata allo spasmodico raggiungimento del profitto in qualsiasi ambito. Penso a Sant’Agostino, il quale scrisse: “E vanno gli uomini ad ammirare le vette dei monti e i grandi flutti del mare e il lungo corso dei fiumi e l’immensità dell’oceano e il volgere degli astri… e si dimenticano di sé medesimi”. Dimenticarsi di sé medesimi, oggi, vuol dire altresì maltrattare l’ambiente in cui si vive e che si sta danneggiando, ahimè, irrimediabilmente. Ed ecco, allora, tornare la speranza. Quella cristiana, quella che serve da spinta, da avvio al motore rappresentato da ciascun uomo. Speranza, quindi, momento teorico, e impegno, di conseguenza, momento pratico, in quella dicotomia che sottintende all’umano agire. Umano agire che contempla il rapporto tra signore e servo, per dirla con la celeberrima figura dialettica della hegeliana Fenomenologia dello Spirito, o leader e collaboratore, per tornare al volume del professor Giannone, in cui è mostrato come Leadership ed Etica non possano essere scisse, anzi, debbano presupporsi vicendevolmente, perché è chiaro come non vi sia vera Leadership senza Etica. Un leader non etico non potrà mai essere un leader autorevole e benefico e un tale capo non sarà in grado di indirizzare correttamente i propri subordinati, rendendo vano il suo ruolo e dannose le sue disposizioni. Un volume questo, pertanto, la cui lettura “val bene una messa”, come esclamò Enrico di Navarra rinunciando, nel 1593, alla fede ugonotta per abbracciare il cattolicesimo ed essere così incoronato, col nome di Enrico IV, re dei francesi, perché, visti i tempi, si rende necessaria una “conversione” dalla china tenuta finora verso un nuovo modo etico che regoli i rapporti tra gli uomini.

 

* Docente di Leadership and Ethics presso Icelab del Politecnico di Torino, ICT for Logistics and Enterprises Center, e docente presso la Link Campus University di Roma al corso di Laurea Magistrale in Business Management e Gestione Aziendale. Dopo la laurea in Ingegneria al Politecnico di Torino e le specializzazioni in Management in Italia e all’estero (Londra, Parigi, Zurigo, San Francisco, New York), ha ricoperto ruoli di direzione, fino a direttore generale e consigliere di amministrazione, in aziende industriali e di servizi di assistenza ospedaliera e sanitaria. Pubblicazioni: Etica professionale e Leader nella società della Globalizzazione (ed. CLUT Torino); Etica professionale e Relazioni industriali (ed. CLUT); Strategie aziendali (ed. CLUT); Valori fondanti ed etica per la società della globalizzazione (ed. Mazzanti, Venezia); Elementi di politica aziendale e innovazione tecnologica (ed. Cacucci, Bari), oltre a centinaia di articoli su riviste specializzate e siti web. Socio onorario dell’Accademia di storia dell’Arte sanitaria. Socio fondatore del CEIIL (Centro economia industria informatica e lavoro).

 

 

Vademecum per la “grande metamorfosi”

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

Sarebbe più appropriato definire quest’ultimo saggio di Marco Emanuele*, La grande metamorfosi – Pensiero politico e innovazione, prefazione di Marco Filoni, postfazione di Vincenzo Scotti, Eurilink University Press, maggio 2020), un vademecum da consultare per tracciare nuovi percorsi politici nella realtà in cui il mondo contemporaneo si è calato dopo l’evento epocale che ne ha ridisegnato non soltanto gli equilibri ma, più in profondità, la forma: la caduta, nel 1989, del muro di Berlino. Mondo attuale, definito dall’Autore “mondo in tre mondi”: quello della connettività e dell’innovazione; del disagio e delle diseguaglianze; dei conflitti e dei muri. Il reale di cui si ha percezione e nel quale si vive è, per definizione, movimento e mutamento, quindi divenire, ce lo ha mostrato, 2500 anni fa, l’efesino Eraclito. Ciò presuppone, non soltanto filosoficamente, la metamorfosi (ecco il titolo del volume!), il divenire da ciò che era prima a ciò che sarà dopo, la trasformazione, che cadenza il ritmo, lo scorrere anche di queste pagine, come l’acqua del famoso fiume eracliteo. E allora, se è vero che non ci si può immergere due volte nello stesso fiume perché l’acqua non è la stessa, come possiamo immergerci due volte nella realtà politica in divenire noi πολῖται della contemporanea πόλις globale? E, soprattutto, come possiamo e dobbiamo pensare la πολιτική in questa fase storica in cui l’innovazione e il suo multiforme corteo processionale, così spesso abruptamente mutevole, stanno suggestionando radicalmente la comprensione, l’interpretazione e l’azione della (e nella) realtà politica? Una nuova kantiana “estetica trascendentale”, che va, però, oltre i processi conoscitivi e verso la politica, è segnata in questo vademecum per poter affrontare “politicamente” la metamorfosi in atto. Un’estetica che è fondamento del nuovo pensiero politico per ridefinire e, dunque, governare la realtà politica e la sua complessità. “I libri parlano sempre di altri libri”, scriveva Umberto Eco, nel 1983, nelle Postille a Il nome della rosa, così come le riflessioni contenute in un libro devono sempre stimolarne altre nuove. Ed è proprio ciò che questo volume così denso di riflessioni, con prezioso garbo intellettuale, riesce a fare.

 

*Docente di Democrazia e Totalitarismi e Geopolitica presso la L’Università degli Studi “Link Campus University” di Roma. Allievo intellettuale di Edgar Morin, si occupa del tema del pensiero complesso e delle sue applicazioni nei diversi ambiti della convivenza. È editor della piattaforma di informazione geopolitica The Global Eye e scrive regolarmente su Formiche. Con Eurilink University Press ha pubblicato “Del metodo complesso. Ritorno alla complessità” (2013) e, con Mario Pendinelli, “In difesa dell’Europa decadente” (2014). Altresì, è tra gli autori del volume “Il terrore che voleva farsi Stato. Storie sull’Isis” (2016).

 

 

Uno scrigno di segreti (e d’amore e di bellezza)

 

di

Riccardo Piroddi

 

Uno scrigno di segreti, A saucerful of secrets, come il secondo album in studio dei Pink Floyd del 1968. Questo è L’universo delle fragranze. L’epopea artistica di un maestro profumiere: Maurizio Cerizza, presentazione di Andrea Casotti, GoldenGate Edizioni, 2019, ultimo romanzo biografico di Raffaele Lauro. Un’opera che è, innanzitutto, una storia di segreti, quelli dell’arte profumiera, che parla d’amore e di bellezza, scritta con amore e con bellezza, per chi sa capire l’amore e la bellezza ed è pronto a raccoglierne i doni. Indubbiamente, Raffaele Lauro è un uomo d’amore e di bellezza. Per questo è riuscito a condensarne tantissimi in questo libro, seppure più breve rispetto ai precedenti della sua vasta produzione letteraria, donando al lettore, come sempre, la parte più intima e preziosa della sua persona. Chi ha avuto e ha il privilegio di conoscerlo e di aver letto quanto da lui precedentemente pubblicato, senz’altro non si meraviglia dei contenuti di questa sua ultima opera, dedicata a uno dei più grandi maestri profumieri italiani, Maurizio Cerizza. Bisogna essere grati a Raffaele Lauro per aver trattato non del resoconto di un accadimento epocale, non della cronistoria di un evento memorabile, momenti ai quali, nel corso della carriera di uomo delle Istituzioni, ha potuto assistere da diversi osservatori privilegiati, quanto piuttosto qualcosa di apparentemente più semplice e immediato, eppure così universale e senza tempo. Qualcosa che ha implicato l’intingere la penna nell’inchiostro dei sentimenti più profondi e reconditi. Ciò lo si può fare, certo, per emozionare il lettore, per rendere più gemmata la narrazione, per mostrarsi vestiti dei propri abiti migliori. Raffaele Lauro, in quest’ambito, è un imperator che non ha bisogno di esibire alcun ornamento nuovo, abbigliato, come è, di un’anima sensibile e di un inesauribile spirito d’amore e di bellezza! Questo è forse l’unico, vero ragguaglio utile per la comprensione di quest’opera. Ne L’universo delle fragranze, qualsiasi appello all’analisi tecnica, quale potrebbe essere fornita da un critico o da un “operaio specializzato” della letteratura, è meramente vano. Troppo spesso, infatti, la critica tende ad attribuire a un’opera significati che essa non ha o a sovraccaricarne i motivi di ulteriori, inutili, implicazioni. Mi salta alla mente, su tutti, l’intervento che Michele Barbi, autorevole filologo e insigne dantista, pubblicò sulla rivista Studi danteschi, da lui fondata nel 1920, a proposito della ricerca quasi spasmodica di sensi nascosti dietro la lettera nell’opus princeps di Dante Alighieri: “Io ho un giorno, durante il positivismo che s’era insinuato nella critica dantesca, richiamato gli studiosi a non trascurare una ricerca così importante come quella del simbolismo nella Divina Commedia: oggi sento il dovere di correre alla difesa del senso letterale, svilito come azione fittizia, come bella menzogna, quasi che nell’intendimento di Dante l’importanza del suo poema non consista già in quello che egli ha rappresentato nella lettera di esso, ma debba andarsi a cercare in concetti e intendimenti nascosti sotto quella rappresentazione. Non snaturiamo per carità, l’opera di Dante; è una rivelazione, non già un’allegoria da capo a fondo. La lettera non è in funzione soltanto di riposti intendimenti, non è bella menzogna: quel viaggio che essa descrive è un viaggio voluto da Dio, perché Dante riveli in salute degli uomini quello che ode e vede nel fatale andare”. È sempre stata mia opinione che la miglior critica a un’opera letteraria sia fatta dal lettore stesso, proprio in quanto lettore. Essa, infatti, mediata dalle proprie conoscenze, dalla propria interiorità, dalla propria Weltanschauung, risulterà essere a misura personale e, dunque, giusta e pregnante (l’uomo come misura di tutte le cose, di cui parlava il filosofo greco Protagora). A un non cristiano che leggesse analiticamente l’Antico Testamento, ad esempio, esso parrebbe come la narrazione di una ipotesi abbastanza fantasiosa della creazione del mondo o la storia di un popolo guerriero che, in nome di un dio, combatte per conquistarsi una terra dove poter vivere. A una morigerata e pudica lettrice, come si mostrerebbe L’amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence se non un romanzo lascivo e scostumato? E ancora, potrebbe non giudicare racconto degenerato e pervertito, il virile lettore che leggesse La statua di sale di Gore Vidal? Questo è il senso pratico di quanto appena detto riguardo l’interpretazione di un’opera letteraria, soprattutto per coloro poco versati nel maneggiare gli alambicchi teorici nei quali i critici distillano i propri giudizi. Tredici lettere, due parole: a-m-o-r-e e b-e-l-l-e-z-z-a! Queste sono le chiavi interpretative de L’universo delle fragranze. Esse sono chiavi universalmente comprensibili e accessibili, esprimentisi attraverso un linguaggio universale, che con i sentimenti parla ai sentimenti. Ma L’universo delle fragranze è anche una storia vera, per quanto poco comune, i cui personaggi sono esistiti e sono stati conosciuti da molti, i quali, oggi, ne possono leggere le vicende. Da ciò, il valore pedagogico di questa lettura: leggere di chi si conosce, di chi si è incontrato, di chi si è voluto bene, impressiona maggiormente e maggiormente si imprime nella mente. Talvolta, la letteratura ha il magico potere di sublimare le esistenze – nonostante sia spesso condotto sotto l’aspetto della fictio narrativa – di individui realmente esistiti: basti citare, a riprova, l’imperatore Adriano de Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar; Torquato Tasso nella pur breve tra le Operette morali leopardiane, Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare; o Giovanna d’Arco ne La pulzella d’Orleans di Friedrich Schiller, o ancora gli innumerevoli personaggi della storia raccontati nei romanzi storici pubblicati negli ultimi anni: Alessandro di Macedonia da Valerio Massimo Manfredi, Ramses d’Egitto da Christian Jacq, Napoleone Bonaparte da Max Gallo e tanti altri. Maria Aleksandrovna, Imperatrice di tutte le Russie, moglie dello zar Alessandro II Romanov, suor Lucia, la nonna Maria, Aurelio e Miranda, Maurizio (Cerizza, il protagonista), i fratelli, i grandi maestri profumieri francesi, ricevono anch’essi la sublimazione letteraria. Così abilmente Raffaele Lauro riesce a “confondere” il lettore che quasi ne sospende la mente in una dimensione diversa dalla realtà. La penna dell’Autore diviene il caleidoscopio attraverso cui i suoi personaggi trasfigurano se stessi nel mito, non solo letterario, divenendo exempla e archetipi dei valori positivi dell’esistenza umana, spingendo all’imitatio, rilasciando una lezione di vita che, se seguìta, migliorerebbe l’esistenza di ciascuno. Anche i luoghi risentono di questa trasfigurazione: Sanremo e la Riviera ligure di Ponente, la bella Penisola Sorrentina, la Provenza col suo profumo di lavanda in cui riecheggiano potenti echi proustiani, Parigi.
Memore della sua attività di professore, di pedagogo, di premuroso ma rigoroso plasmatore di coscienze, l’Autore consegna al lettore ritratti che incantano, che spingono alla riflessione, che istillano il bisogno di vedervi dentro e oltre. Come un abile pittore fiammingo, Raffaele Lauro ha dipinto il suo quadro. Contemporaneo Jan van Eyck della parola, ha intriso il racconto di minuzie, piccoli particolari, più o meno nascosti, lasciando al lettore il compito di svelarne le componenti e farsene rapire. E, proprio come il celeberrimo pittore in una delle sue opere più famose, La promessa di matrimonio – erroneamente intitolata I coniugi Arnolfini, come dimostrato nel bel romanzo The art thief (in italiano La donna del collezionista) dello scrittore americano Noah Charney – al centro della scena ha posto uno specchio, nel quale è riflesso egli stesso nell’atto di dipingere-scrivere. Quello stesso specchio nel quale si rifletterono le esistenze e le vicende dei vari protagonisti del romanzo. Quasi come in un gioco di scatole cinesi, i personaggi sono contenuti in qualcosa che li abbraccia e li include. Parte di una storia portante, a loro volta narrano le proprie storie, un po’ come ne Le mille e una notte. Ho già anticipato che quest’opera sia, innanzitutto, una storia d’amore e di bellezza, dostoevskiana e spinoziana (la bellezza della natura che salverà il mondo e il Deus sive Natura o Pulchritudo sive Natura), che parla d’amore e di bellezza, scritta con amore e con bellezza. Ma essa non è soltanto questo. Raffaele Lauro è un intellettuale raffinato dalla personalità poliedrica e dai molteplici interessi, versato in numerose discipline. Tutta la sua opera di romanziere è permeata da queste caratteristiche. Questo libro parla anche altri linguaggi, tratta anche altri argomenti, spinge anche ad altre riflessioni. È un compendio dell’arte profumiera che l’Autore dosa con perizia e con garbo, non cadendo mai nella tentazione di salire in cattedra, nonostante ne abbia acquisito l’autorità. Non dà lezioni il professore (è rimasto il “prof” dei suoi allievi di filosofia del Liceo di Sorrento, che i ruoli successivi di prefetto e di senatore non hanno appannato), ma tratta con levità argomenti tecnici impegnativi, ne conversa col lettore, ne cattura l’attenzione e l’intelligenza, offrendo precisi ragguagli e informazioni. Questo romanzo biografico incuriosisce e spinge all’approfondimento. Ancora una volta, quindi, l’Autore mostra di essere in forma smagliante. Leggera ed eterea, come le essenze così splendidamente descritte tra le sue pagine, quest’opera effonderà certamente il suo profumo meraviglioso!

Raffaele Lauro e Riccardo Piroddi all’Hilton Sorrento Palace (2016)

 

 

 

Il nido di Bastian. Per una lettura di Close-Open

 

 

 

Capita, talvolta, che i nuovi strumenti della tecnologia, sovente, e a ragione, vituperati, possano divenire, di contro, forieri di positività, altrimenti non raggiungibili. E’ questo il caso occorso a me. Grazie ad un social network, infatti, ho potuto stringere una tra le amicizie, seppure ancora soltanto virtuale, più intellettualmente stimolante della mia vita: quella con Patrick Gentile, autore di questa collectanea di pensieri, di riflessioni, di sentenze. Avendolo ospitato, quotidianamente, per poco più un anno, sul mio blog, è stato deciso di raccogliere tutto il prezioso materiale prodotto, per realizzarne una pubblicazione.
Ho imparato a conoscere Patrick nel modo in cui amo di più. Attraverso la letteratura. Patrick è divenuto, per me, non un personaggio delle letteratura, ma frammento stesso della letteratura, perché ha mostrato, direi scoperto, giorno dopo giorno, a me e ai lettori del mio blog, parti di sé, a volte con garbo, altre volte con durezza, ma sempre con onestà. L’onestà di chi, davanti allo specchio, non ha alcuna paura di vedervi riflessa, chiara e limpida, l’immagine della propria anima. Splendente! Ciò, per me, è letteratura.

Patrick si muove tra le angosce di questo nostro tempo tormentato. Per quanti sono stati giovanissimi tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, vivendo, con gli occhi di ragazzini, quella stagione, che sembrava potesse portare a personale compimento, nella maturità, il percorso di sviluppo materiale e morale, avviato in Italia fin dagli anni ’60, questo tempo si è rivelato, invece, essere un deserto. Di opportunità, di realizzazioni, di valori.
      La profonda analisi poetica di tali elementi pervade le riflessioni di Patrick. Più volte, in altri luoghi, l’ho definito quale “penetrante e crudo cantore della realtà del nostro tempo”. Mi sovviene l’immagine di un albero spoglio, tra i cui fitti rami, aggrovigliati in un intrico soffocante e immobilizzante di sensazioni, fondamento della percezione dell’esistente, ci sia un nido. L’anima dell’Autore. Questa, offre rifugio al lettore, proteggendolo benevolmente, dopo averlo edotto sul presente, spatolato con l’asprezza della lucida presa di coscienza e pennellato con la tenue malinconia del ricordo. Ma è un nido intrecciato di fili d’erba e di fiori. I fiori sono il “fare” della Natura, la “pars construens” dell’Universo. Il “fare” è il futuro del mondo. E’ il brillio dal quale si accende e si illumina il futuro.
 Il nido di Patrick è anelito, è “conatus” al futuro. Alla bellezza del futuro. Le pagine che seguono ne sono prova. Mai, più di oggi, è capitale tendere se stessi al futuro!
Questa raccolta è il granello di luce che l’imperatrice di Fantàsia tiene tra le mani. E’ tutto quanto rimasto di un mondo che Patrick, io e molti della nostra generazione avevamo immaginato diverso. Allo stesso tempo, però, rappresenta l’occasione per crearlo da noi un nuovo mondo. Proprio come capitò al piccolo Bastian.