Quando apri i tuoi occhi

 

 

Quando apri i tuoi occhi
vedo la vita che vorrei.
Sono brivido che mi solca l’anima
e si riflette nel mio respiro esploso.
Desiderio di ogni tua carezza mai avuta,
vento che mi riporta il profumo del mare
e il mio sorriso annegatovi.
Il sentiero della tua armonia,
tracciato con la mia passione,
scorre lento e fragoroso,
trascinandomi, senza scampo,
a te.

(Luglio 2016)

 

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Nessuno m’ha mai detto

 A Paola

 

Nessuno m’ha mai detto
che avrei incontrato una donna
più bella del fiore più bello
del giardino più bello.
Ed io l’ho incontrata.
 
Nessuno m’ha mai detto
che avrei visto nei suoi occhi
il colore con cui son dipinti
i sogni incantevoli.
Vi guardo attraverso.
 
Nessuno m’ha mai detto
che avrei udito dalla sua bocca
suoni più dolci di quelli
del coro degli angeli.
Son rimasto rapito.
 
Nessuno m’ha mai detto
che avrei sfiorato le sue mani,
leggere come la brezza che spira
nelle notti stellate.
Io le ho toccate.
 
Nessuno m’ha mai detto
che avrei potuto misurare
nel suo corpo,
le compiute corrispondenze dell’Universo.
Eppure l’ho fatto.
 
Nessuno m’ha mai detto
che la sua mente sia pura
come una sposa illibata
il giorno del suo giuramento.
Ne ho percepito l’essenza.
 
Nessuno m’ha mai detto
che il suo cuore
sia un mare smeraldo
dove è dolce annegarvi.
Ho voluto provare.
 
Nessuno m’ha mai detto
che lei possa accendere
il desiderio che alligna
i miei giorni.
Mi sta consumando!
 
Nessuno m’ha mai detto
che lei sia capace
di rendere nulla il mondo
in cui sola, esiste.
È diventata il mio tutto.
 
Qualcuno m’ha detto
che è stato l’amore.
Ma io non credo a questa bugia.
L’amore è un fantasma.
Lei, invece, il suo corpo.

(Gennaio 2003)

 

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Lucio Dalla. In anteprima nazionale, lanciata sul web, la canzone dedicata dallo scrittore Raffaele Lauro a Lucio Dalla, in occasione del V Anniversario della scomparsa del grande artista bolognese (1 marzo 2012/1 marzo 2017). Video su YouTube

 
 
 

In occasione del V Anniversario della scomparsa di Lucio Dalla (1 marzo 2012/1 marzo 2017), e dell’imminente gemellaggio tra Sorrento e San Martino Valle Caudina, luoghi amatissimi da Dalla e legati al suo capolavoro “Caruso”, lo scrittore Raffaele Lauro (www.raffaelelauro.it), autore di tre libri sul cantautore (“Caruso The Song – Lucio Dalla e Sorrento”, 2015; “Lucio Dalla e San Martino Valle Caudina – Negli occhi e nel cuore”, 2016, e “Lucio Dalla e Sorrento Tour – Le tappe, le immagini e le testimonianze”, 2016) e del docufilm (“Lucio Dalla e Sorrento – I luoghi dell’anima”, 2015), ha dedicato una canzone al grande artista bolognese, dal titolo “Uno straccione, un clown”, musicata da Giuliano Cardella, da Paolo Della Mora e da Alberto Lucerna ed eseguita, nel video in calce, presente su You Tube, dalla band musicale “The Sputos”. ”Anche questa canzone, come i libri e il docufilm – ha dichiarato Lauro- mi è stata ispirata da Dalla. Ho scritto il testo, di getto, di notte, in preda ad una grande emozione, dopo aver sognato Lucio, mentre cantava ‘sulla piazza più grande, dove luccica l’eterno e non cala mai l’inverno’. Vi ho inserito dei meravigliosi versi autografi, che donò al suo, ed ora anche mio,  grande amico di Barletta, il giornalista Giuseppe Dimiccoli. Ringrazio i maestri Cardella, Della Mora e Lucerna, che l’hanno musicata, con il cuore, e, per l’esecuzione, la band musicale, che mi ha accompagnato, nel 2015, in qualche tappa del ‘Lucio Dalla e Sorrento TOUR’. Le immagini del video, realizzato da Michele Martucci, non potevano essere che quelle dei suoi luoghi dell’anima, di Sorrento, l’angolo del suo paradiso. Confido che questa nuova prova di amore verso Lucio possa essere raccolta da un grande interprete della canzone italiana per continuare a celebrare degnamente un uomo, un poeta e un musicista, di cui tutti sentiamo la nostalgia e avvertiamo la mancanza”.

 

Ascolta la canzone

 

Lucio Dalla (a sinistra) con Raffaele Lauro (2006)

 

Ecco cosa succederà al nostro corpo appena dopo la morte. Ergo, viviamo al meglio, materialmente e intellettualmente, perché diventeremo mero cibo per vermi!

 

 

Quanto descrivo di seguito, appare terribile, perché sarà quanto, ineluttabilmente, accadrà a ciascuno di noi. Appena dopo la morte, il nostro copro si svuoterà dell’ossigeno, i neuroni cesseranno le loro attività (beh, a molti hanno cessato molto prima!), il cervello smetterà di produrre gli ormoni che regolano le funzioni corporee e i muscoli si rilasseranno. Dopo circa venti minuti, diventeremo pallidi, perché il cuore non pomperà il sangue, che scenderà verso le parti più basse. Entro dodici ore, il nostro corpo si decolorerà (tale processo è denominato “livor mortis”). Il “rigor mortis”, ovvero la contrazione dei muscoli, invece, si verificherà tra le tre e le sei ore dopo il decesso. Il corpo si irrigidirà e rimarrà così per le successive ventiquattro – quarantotto ore. Dopodiché, comincerà la putrefazione. A quel punto, il nostro corpo rilascerà i gas rimasti, emanando odori nauseabondi e attirando gli insetti, che cominceranno a deporre le uova nei tessuti. Queste, si schiuderanno in un giorno, e le larve si nutriranno del tessuto finché non matureranno, consumandone il 60% in poche settimane. Tra i venti e i cinquanta giorni dopo la morte, avverrà la fermentazione butirrica, che attirerà larve di scarafaggi, protozoi e funghi, i quali banchetteranno allegramente e lucullianamente con quel che resta del nostro corpo.

 

 

Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι… (Ho mythos dēloi hoti). ” Il racconto dimostra che…”. Con questa locuzione, lo scrittore greco antico Esopo concludeva le sue favole, fornendo, così, un insegnamento morale ai lettori. Bene, anche questo scritto ambisce a consegnare una morale, la quale è la seguente: visto ciò che diventeremo, dopo la morte, cerchiamo di vivere al meglio, materialmente e intellettualmente e, soprattutto, quando nella vita si presenteranno occasioni vantaggiose, ma di cui temiamo gli sforzi per raggiungerle, pensiamo a un bel ammasso di vermi mentre si rimpinzano di quelle che erano le nostre carni! Da napoletano, ve lo dico anche more napolitano: ‘ccà se more!!! (si muore!).

 

 

In silenzio

 
 
 
Seduto su una panca
ho soltanto un biglietto per la mia destinazione:
il viaggio di una notte.
Né valigia, né fogli di carta.
Nessuna fermata ho programmato.

La strada è un flusso senza fine
di sigarette e nostalgia.

Questa notte fingerò ancora una volta.

Vorrei essere già a casa.
Dove le mie parole correvano via.
Dove tu sei ad aspettarmi.
In silenzio.

(Maggio 2015)

 

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Intervista di Vincenzo Califano allo scrittore Raffaele Lauro

 

 

2017. INTERVISTA ALLO SCRITTORE RAFFAELE LAURO SULLE NOVITÀ EDITORIALI DEL NUOVO ANNO, DOPO IL SUCCESSO DE “LA TRILOGIA SORRENTINA”. NELLA TARDA PRIMAVERA, IN USCITA UN NUOVO ROMANZO, DAL TITOLO “DON ALFONSO 1890 – SALVATORE DI GIACOMO E SANT’AGATA SUI DUE GOLFI”, DEDICATO ALL’EPOPEA IMPRENDITORIALE E GASTRONOMICA DI ALFONSO COSTANZO IACCARINO E A QUELLA INTERNAZIONALE DEL NIPOTE, LO CHEF PLURISTELLATO, ALFONSO IACCARINO. IN ANTEPRIMA LA COVER DELLA NUOVA OPERA.

Abbiamo intervistato, in questo inizio d’anno, come da nostra tradizione, lo scrittore sorrentino Raffaele Lauro, il quale, dopo un lungo periodo di soggiorno a Londra, ha trascorso a Roma le vacanze di Natale e di Capodanno e ci risponde, dopo lo straordinario successo de “La Trilogia Sorrentina”, sulle novità, culturali ed editoriali, del 2017.

 

D.: Da due mesi, lei risulta alquanto silente a quanti la seguono e la stimano, sia a livello nazionale che a Sorrento e nella Penisola Sorrentina. Qualcuno parla di un suo “distacco” dalla nostra costiera, alla quale ha dedicato ben tre appassionati romanzi celebrativi, che resteranno nella storia, culturale e turistica, della Terra delle Sirene.

R.: Nessun distacco. Al contrario. Chi scrive non può diventare un automa, una macchina. Ha bisogno di ispirazione e di riflessione, per evitare di cadere nelle banalità, sempre in agguato. In realtà, sono stato a Londra per alcuni incontri con editori londinesi, interessati a pubblicare “La Trilogia Sorrentina”, in lingua inglese, a beneficio di intere generazioni di ospiti anglosassoni, passate, presenti e future, innamorate della nostra terra meravigliosa. Ho avuto delle proposte, ma deciderò, nel merito, solo dopo la risposta della Fondazione Sorrento al progetto di pubblicazione di un pocket-book, in inglese, con le pagine più belle della trilogia, riguardanti Sorrento, Massa Lubrense, Sant’Agnello, Piano di Sorrento, Meta, Vico Equense e Capri, da offrire gratis, free copy, ai turisti, anche, in formato digitale, sul sito istituzionale della Fondazione, degli alberghi e dei comuni peninsulari, collegato ad una iniziativa promozionale, di customer satisfaction, cioè come migliorare la qualità dei servizi attraverso la rilevazione dei bisogni e della soddisfazione della clientela di lingua inglese. Un primo esperimento di monitoraggio, mediato culturalmente.

D.: Un’idea veramente eccellente, moderna, aperta ai new media, di cui già discutemmo in passato e che è stata riproposta, di recente, a Piano di Sorrento, dal giornalista Fabrizio d’Esposito. Quali sono i tempi?

R.: Dipenderà dalle valutazioni della Fondazione, presieduta autorevolmente da comandante Gianluigi Aponte e gestita dall’avvocato Gaetano Milano. Confido anche nell’interesse, suscitato dall’iniziativa nel sindaco di Sorrento, Giuseppe Cuomo. Se la decisione interverrà prima della fine di gennaio, il progetto potrebbe diventare operativo fin dalla prossima stagione estiva 2017. Il tempo necessario per le traduzioni, l’editing e la campagna promozionale connessa. In caso negativo, aderirò ad uno dei progetti londinesi o mi rivolgerò, privatamente, ad alcuni amici, ristoratori e albergatori sorrentini, i quali hanno sempre sostenuto, con intelligente generosità, le mie iniziative culturali, finalizzate alla promozione dell’immagine internazionale di Sorrento, in una chiave non provinciale.

D.: A parte questa brillante iniziativa sul già scritto, cosa bolle nella sua “pentola”, per il 2017, sul piano culturale ed editoriale?

R.: Sul piano culturale, come già annunziato, sarò a Sorrento il 21 gennaio per presentare il best-seller di Fiorella Donati, dal titolo “Beauty Coach”, un manuale, non solo scientifico, sulla chirurgia plastica, estetica e ricostruttiva, edito dalla Sonzogno Editori, presentato, con grande successo, a Milano, a Mantova e a Napoli. Una meritoria iniziativa dell’amministrazione comunale di Sorrento. La dottoressa Donati, per me Fiorella, rappresenta una “gloria” della nostra terra, perché si è affermata, con la sua volontà, a livello internazionale. Lo dico con amichevole orgoglio. Spero, per tale ragione, in un grande concorso di pubblico per festeggiarla. Successivamente, in primavera, parteciperò ad un’assemblea generale del Liceo Scientifico Salvemini di Sorrento, nel corso della quale gli studenti discuteranno del mio ultimo romanzo, “Dance The Love – Una stella a Vico Equense”, dedicato alla danzatrice russa Violetta Elvin, nata Prokhorova, nell’ambito di uno spettacolo, organizzato dai docenti e dagli studenti, di musica, di canto e di danza. Come avvenne per l’assemblea su Lucio Dalla, un eccellente spettacolo, educativo e formativo, che mi emozionò profondamente.

D.: E sul piano editoriale?

R.: Nella tarda primavera del 2017, uscirà, in duplice versione, italiana e inglese, il mio nuovo romanzo, dal titolo “Don Alfonso 1890 – Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi”, dedicato all’epopea, imprenditoriale e gastronomica, di Alfonso Costanzo Iaccarino, fondatore della dinastia alberghiera degli Iaccarino, e alla fama internazionale del nipote, lo chef pluristellato, Alfonso Iaccarino. I coprotagonisti di questa epopea saranno personaggi celebri della canzone classica napoletana, della lirica, della cultura e della politica, legati a don Alfonso Costanzo, alla Pensione Iaccarino e a Sant’Agata sui Due Golfi, nonché ad Agerola: Enrico Caruso, Salvatore Di Giacomo, Francesco Cilea, Roberto Bracco, ministri, scrittori e poeti, come Norman Douglas e il sorrentino Saltovar. Nella seconda parte del romanzo, entreranno in scena gli estimatori del nipote, Alfonso, e della moglie Livia: mio fratello Nello, i presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, il mitico Lucio Dalla e la celebre cantante francese, Mireille Mattieu. Tanto per citarne alcuni.

D.: Si tratta di un lavoro molto imponente. Come si è documentato?

R.: La mia invenzione narrativa, di rigorosa impronta manzoniana, è basata, come sempre, su una solida documentazione storica (pubblicazioni di storia patria, su Sant’Agata e su Agerola, epistolari inediti, collezioni di foto d’epoca, bibliografia sui personaggi storici, memoriali, pubblicistica e, in particolare, testimonianze dirette). Mi sono state di grande aiuto, ad esempio, le ricerche documentali di Riccardo Piroddi, su Salvatore Di Giacomo, presso la sezione Lucccchesi Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli, le testimonianze dirette del sindaco di Agerola, Luca Mascolo, quelle preziosissime di Alfonso e di Livia Iaccarino, di Donato Iaccarino, di Stefano Ruocco, di Luigi Poi, di Lello Ravenna e di Antonino Siniscalchi. L’emigrazione del giovanissimo Alfonso Costanzo in America, a soli quattordici anni, da solo, alla ricerca di lavoro, mi ha consentito di inquadrare, in termini economici, sociali e psicologici, il dramma dell’emigrazione italiana di fine Ottocento e le origini della questione meridionale. L’amore dei santagatesi, anche delle donne, per la caccia alle quaglie, mi ha offerto, inoltre, uno strumento indiretto per analizzare, per la prima volta, lo sviluppo economico del borgo, dall’Ottocento al Novecento, e per esaltare i piatti popolari della cucina santagatese: ad esempio, il brodino di tordo per svezzare i neonati! La cucina come espressione della cultura del popolo.

D.: Come mai questa scelta sulla dinastia Iaccarino e non su altre, che pure hanno recato molto allo sviluppo economico e turistico di Sorrento e della Penisola Sorrentina?

R.: Don Alfonso Iaccarino è ormai un personaggio di livello mondiale e la sua storia gastronomica viene da lontano, non è un vicenda improvvisata, come tante altre. Una storia che si intreccia intimamente con quella di un luogo unico, come Sant’Agata sui Due Golfi, e di una comunità umana notevole, alla quale sono molto grato. La magica tenuta “Le Peracciole”, alla Punta della Campanella, con una vista fantastica su Capri, il panorama più bello del mondo, non rappresenta un artificio, un vezzo, ma esprime la sostanza della filosofia gastronomica di don Alfonso, la cucina mediterranea, ereditata direttamente dal nonno Alfonso Costanzo e che consegnerà ai figli, Ernesto e Mario. Nella mia scelta, quindi, hanno giocato anche i sentimenti: in primis, una fraterna amicizia con Alfonso e la moglie Livia, preceduta da quella con mio fratello Nello. Ci vogliamo bene. Questo, per me, conta molto. Mi hanno sempre sostenuto. Sono lieto, quindi, di poter elevare, con questo emozionante lavoro, un monumento letterario di gratitudine, personale e collettiva, alla dinastia degli Iaccarino, a Salvatore Di Giacomo e a Sant’Agata sui Due Golfi.

D.: Quella degli Iaccarino, tuttavia, non rappresenta l’unica dinastia meritevole di una tale attenzione, storica e culturale. Siamo forse di fronte all’esordio di un’ampia collezione di figure imprenditoriali della costiera? Dalla celebrazione dei luoghi, lei sta passando a quella delle personalità dell’economia e del turismo sorrentino?

R.: Se ne avessi la forza e il tempo (mi servirebbero, perlomeno, altre due vite!), mi dedicherei a questo ambizioso progetto: le dinastie dell’economia sorrentina. Uomini e donne straordinari, passati, spesso, dal lavoro alberghiero, come dipendenti, all’impresa alberghiera; dalla cucina, come lavapiatti, a famosi ristoratori. L’elenco sarebbe molto lungo. Storie meravigliose di sacrifici, di lavoro, di passione, di determinazione, di successo e di creatività, la vera ricchezza, questa, insieme con i lavoratori del settore, di Sorrento e della Penisola Sorrentina: i Manniello, i Russo, i Fiorentino, gli Acampora, gli Apreda, i Colonna, gli Jannuzzi, i Di Leva, i Pane, i Savarese, gli Aponte, i Cuomo, i Maresca e tanti altri. Ci sono figure di donne veramente esemplari: per tutte, ricordo, con memore affetto, donna Maria Russo, l’indimenticabile madre di Mariano, di Anna, di Pupa e di Giovanni Russo. Mi piacerebbe, comunque, riuscire almeno a scrivere di personaggi, come don Peppino Manniello, don Martino Di Leva e don Antonino Stinga. Tre persone, tra l’altro, a me molto care. Dei primi due, scomparsi, ammiravo la loro sobrietà, coniugata con la creatività. Di don Antonino Stinga continua a colpirmi la concretezza e la fattività.

D.: Le necessiterebbero tre vite, non due! Possiamo passare a trattare di politica, della quale lei non parla più, da quando, un anno fa, ha aderito al Partito Democratico? Renzi le ha forse imposto il silenzio stampa? Le ha messo la mordacchia? Nessun parlamentare, ad esempio, denunzia più, in Parlamento, come faceva lei, lo scandalo del gioco d’azzardo, mentre i suoi nemici delle lobby corrotte vanno in galera! Non sente il dovere di ricandidarsi e di continuare la sua battaglia? Lei tifa per le elezioni anticipate, come Renzi, o vuole rinviarle, come Berlusconi? Il suo giudizio su Grillo e sul movimento 5S? Cosa pensa delle tante aspirazioni alle candidature parlamentari, che pullulano in Penisola Sorrentina?

R.: Questa non è una domanda, piuttosto una raffica di domande, sulle quali non riuscirei a rispondere con poche parole. Le prometto, comunque, dopo un anno di silenzio, una seconda intervista, anche a breve, sulle prospettive politiche, internazionali, nazionali e locali, senza rete e senza troppe diplomazie. Le posso soltanto assicurare, fin d’ora, che nessuno ha mai osato impormi uno stop sulle mie battaglie ideali e nessuno mai oserà farlo.

D.: La prendo in parola, allora! Politica senza rete! Buon 2017 e buon lavoro!

 
 
 
 

Lo storico Polibio, le Costituzioni romane e un angoletto napoletano, “morto della storia”

 
 

Polibio di Megalopoli (206-124 a.C.), insigne storico greco antico, dedicò gran parte dei suoi scritti alla storia di Roma, alla nascita della Repubblica romana e alla sua potenza. Secondo lo studioso, il sistema politico romano repubblicano si basava su una costituzione mista, risultato della sintesi delle tre forme di governo fondamentali, dell’armonia e dell’equilibrio tra i tre organi depositari del potere: la monarchia (rappresentata, a Roma, dai consoli), l’aristocrazia (rappresentata dal senato) e la democrazia (rappresentata dai comizi). Già altri storici greci avevano teorizzato che questi tre ordinamenti degenerassero, inevitabilmente, rispettivamente, in tirannide, oligarchia e oclocrazia. Giunta l’oclocrazia il ciclo si sarebbe poi ripetuto, con il ritorno alla monarchia. Secondo Polibio, nel caso della costituzione mista, anche Roma non sarebbe potuta sfuggire al regresso. Nel VI libro delle “Storie”, il greco descrive proprio l’anaciclosi (in greco, anakyklosis), il processo di ritorno ciclico secondo il quale, le principali forme di governo e le relative degenerazioni si sarebbero succedute l’una all’altra, in un fatale trapasso involutivo: dalla monarchia alla tirannide, dall’aristocrazia all’oligarchia, dalla democrazia all’oclocrazia. Roma, tuttavia, avrebbe potuto ritardare questo processo storico di decadenza grazie alla sua costituzione e alla straordinaria preparazione militare, ma non vi si sarebbe potuta sottrarre. Una fortissima eco di questa teoria è presente nelle dottrine di uno dei pensatori napoletani più eminenti di tutta la storia del pensiero occidentale: Giambattista Vico (1668-1744). Questi, infatti, tra le tante dottrine, formulò quella dei corsi e ricorsi storici, ovvero il continuo e incessante ripetersi di tre cicli temporali distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il tutto, secondo un preciso disegno, stilato dalla divina provvidenza. L’intero sistema filosofico di Vico, impossibile da esaurire in queste poche righe, potente e meraviglioso, secondo le parole di Antonio Gramsci, fu elaborato da un “angoletto morto della storia”. Compitino per le vacanze di Natale: approfondite la filosofia di Giambattista Vico, cominciando con la lettura della “Scienza Nuova” (1725).

 

Pubblicato l’1 gennaio 2017 su La Lumaca
 
 
 
 


La gabbia di sale

 

No.
Non imprigionarmi ancora
nel tuo sorriso.
Mi richiuderesti
in una gabbia di sale
che brucerà la mia carne.
Sciogli i lacci che mi stringono
legandomi al ricordo
dei tuoi occhi di velluto.
Lasciami farneticare
malfermo e libero,
sì, libero,
e io ti spoglierò dell’ordinario,
rivestendoti
con gli abiti folli
della mia poesia.

(Febbraio 2015)

 

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Picasso ed Einstein. Cubismo e Relatività. Il superamento delle tradizioni pittoriche e scientifiche

 

 

Il tema di questo numero mi suggerisce un paragone tra due menti illuminate, le quali ruppero, in maniera netta, nei rispettivi campi, con tutta la tradizione precedente. Parigi, 1906. Un giovane pittore spagnolo, Pablo Picasso, 25 anni, dà la prima pennellata a Les Damoiselles d’Avignon. Le cinque damigelle (in realtà, prostitute in un bordello di Calle Avignon, a Barcellona) rivivono sulla tela in una prospettiva spaccata, frantumata in volumi, incidenti l’uno nell’altro, proposte in simultanea, sebbene ciascuna viva in una sua dimensione spaziale. Il quadro inaugura la stagione del Cubismo e manda definitivamente in pezzi la concezione tradizionale dello spazio. Berna, 30 giugno 1905. Un giovane fisico tedesco, Albert Einstein, 26 anni, invia alla rivista “Annalen der Physik”, l’articolo Elettrodinamica dei corpi in movimento, in cui assume che la velocità della luce sia costante in qualsiasi sistema di riferimento e che il principio di relatività galileano sia valido per ogni sistema fisico in moto relativo uniforme. L’articolo unifica parzialmente la meccanica e l’elettrodinamica, rompendo la concezione tradizionale del tempo e dello spazio. Le due opere, il quadro e l’articolo, con strumenti affatto diversi, affrontano il medesimo problema: la natura della simultaneità. E, negli stessi mesi, giungono alla pari conclusione iconoclasta: la degradazione della tradizionale concezione plurimillenaria dello spazio, quale assoluto e ineffabile contenitore degli eventi cosmici. C’è qualcosa che connette Les Damoiselles d’Avignon all’Elettrodinamica dei corpi in movimento. C’è una qualche correlazione tra queste due opere che aprono una nuova era nell’arte figurativa e nella fisica. C’è qualcosa che lega il più grande pittore del XX secolo al più grande fisico del XX secolo. Gli storici dell’arte hanno riconosciuto che, nel dipingere Les Damoiselles d’Avignon, il genio di Picasso abbia interpretato e si sia fatto partecipe dello spirito del tempo. Ivi compreso quello spirito scientifico che, a inizio ‘900, stava sottoponendo a seria critica la concezione newtoniana dello spazio e del tempo. Riconoscimento tutt’altro che banale perché implica l’esistenza di un ponte tra la dimensione artistica e quella scientifica della cultura umana. Una correlazione diretta, forte, che va ben oltre una generica adesione allo spirito dei tempi, tra il quadro e l’articolo, tra il genio della pittura e il genio della fisica.

 

Pubblicato il 15 dicembre 2016 su La Lumaca