Dedicato a Jack Kerouac

 

Jack-Kerouac12 marzo 1922 – 21 ottobre 1969

 

E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità, e so che a quell’ora nello Iowa i bambini stanno piangendo nella terra in cui si lasciano piangere i bambini, e che stanotte spunteranno le stelle, e non sapete che Dio è Winnie Pooh?, e che la stella della sera sta tramontando e spargendo le sue fioche scintille sulla prateria proprio prima dell’arrivo della notte che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge le vette e abbraccia le ultime spiagge, e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty“. (Sulla strada)

 

“Ti Jean”

 A Jack Kerouac

Quanto è stata
lunga Ti Jean
la strada
che da Lowell
ti ha portato
dove non ci sono
più strade
e quanto sarà
lunga Ti Jean
la strada sulla quale io dovrò
correre per provare
a raggiungerti
correre
sì correre
come il ritmo
sincopato di una partitura
jazz che striscia
tra i tasti di un sassofono
nero in un locale
stretto e fumoso giù
a New Orleans
come le parole
spontanee
su un rotolo
per telescrivente
senza punti
né pause
libere
senza freni nude
e senza coscienza parole
bruciate troppo
in fretta benzina
nel carburatore
dell’automobile che sfrecciava
per le highways
d’America da Est
a Ovest
a Est irrequieta
battuta
affamata di vita
e beata
il suo rumore è arrivato
dovunque ha corso
per tutte le strade
del mondo e
non si è finora ridotto
né può continua
è possibile ascoltarne
il rombo limpido
e chiaro come le notti passate
a dormire sui prati
e nei boschi nel sacco
a pelo fatto
di stelle
e una bottiglia
di bourbon.

(guarda la videopoesia)

 

 

 

L’Amore Materno

A mia sorella

 

L’Amore materno è l’archetipo di ciò che gli uomini chiamano amore. È il modello con cui la Natura ha vivificato qualsiasi tipo di affezione positiva leghi tra loro le creature viventi: l’amore fraterno, parentale, amicale, relazionale, carnale. L’Amore materno è il canto della Natura, il germoglio della vita. Esso è fatto di carne e di sangue, di cuore e di battiti, non di versi dei poeti, perché l’amore dei poeti non dà la vita, può soltanto celebrare ciò e chi dà la vita. L’Amore materno è la prova naturale del fatto che la Donna-Madre sia stata incoronata e messa a sedere sul trono dell’esistenza. Nella religione della Natura, di cui io sono fedele, la Donna-Madre è l’unica divinità da adorare. Benedetta, dunque, la Donna-Madre, seme della storia del mondo, fiore della passione, origine e fine della vita.

 

 

 

 

 

 

E le stelle restarono a guardare?

 

La letteratura in latino dall’età tardo-antica all’alto Medioevo

 

Mi è capitato, non ricordo dove e nemmeno chi sia stato l’ideatore di questa bellissima metafora, di aver letto che il Medioevo è stato sì una notte, ma piena di stelle. In effetti, dalla caduta dell’Impero Romano fino almeno agli inizi dell’XI secolo, l’Europa non conobbe un periodo felice. Sembrava come se gli abitanti del mondo allora conosciuto, con le loro paure, i loro affanni quotidiani, la loro fame e sete, le loro malattie e i loro pochissimi momenti di gioia, fossero quasi scomparsi, per riapparire dopo circa quattrocento anni. Ma, allora, cosa accadde, almeno in campo culturale, tra il VI ed il X secolo dell’era Cristiana? E chi furono le stelle che, seppure debolmente, illuminarono quella notte? 330px-GiorcesBardo42Modifichiamo giusto un pochino la metafora, rimanendo, però, sempre nell’ambito della luce, e diciamo che il mondo romano portò in dote al Medioevo degli ottimi oli per caricare lampade e rischiarare la notte. Al primo posto di questa particolare classifica si piazzò Publio Virgilio Marone (immagine a sinistra). L’autore dell’Eneide, delle Bucoliche e delle  Georgiche fu considerato grandissimo poeta, immagine di civiltà, maestro di stile e, soprattutto, profeta del Cristianesimo perché, nell’Ecloga IV, predisse la nascita di un puer, un fanciullo che avrebbe annunciato una nuova Età dell’Oro, nascita che fu scambiata per quella di Cristo (la fortuna dei malintesi!). o-OVIDIO-facebookAl secondo posto, Publio Ovidio Nasone, poeta e scrittore, le cui opere  furono  messe  al  bando  dall’imperatore  Augusto  in persona perché giudicate troppo spinte (vorrei fargli leggere i libri di Melissa P. e vedere come reagirebbe questo Augusto!). Ovidio (immagine a destra) scrisse un’Ars Amatoria, nella quale raccontò le raffinate passioni sessuali dei cortigiani di Augusto (non sapeva proprio dove andare a ficcarlo il suo nasone!); le Heroides, ventuno lettere infuocate spedite da eroine della mitologia ai loro amanti, e Le Metamorfosi, opera che trasferì al Medioevo una grande quantità di notizie su dèi, dee, mezzi dèi, mezze dee e poveri cristi. Al terzo posto, a pari merito, Quinto Orazio Flacco, autore di Satire sui più comuni vizi umani: l’ambizione, l’avidità di ricchezza e il desiderio di fare presto carriera, e Marco Anneo Lucano, il narratore della Farsaglia, con cui rese conto della guerra civile tra Cesare e Pompeo, schiettamente, in modo fedele alla storia, senza favolette e trucchetti degli dèi, da qualche altro autore fatti scendere dall’Olimpo, sulla Terra, per farsi gli affari degli uomini. Al quarto posto, Publio Papinio Stazio, che in 12 anni di lavoro scrisse i 12 libri della Tebaide, uno all’anno, illustrando la guerra tra Eteocle e Polinice, mitici figli di Edipo e Gioacasta, e re di Tebe ad intervalli di un anno ciascuno. ciceroneE infine, last but not least, come dicono gli inglesi, Publio Terenzio Afro, autore di commedie, tanto per ridere un po’. Piazzamenti d’onore spettarono, poi, a Marco Tullio Cicerone (immagine a sinistra), maestro insuperabile di retorica, di stile e di cazziatoni etici e morali a destra e a sinistra, e a Lucio Anneo  Seneca,  precettore  e  consigliere  di  Nerone  (con scarsissimi risultati, se si tengono a mente i macelli che combinò, poi, l’imperatore), autore di opere filosofiche, scientifiche e di tragedie teatrali, il cui pensiero fu considerato integralmente cristiano perché qualcuno mise in giro la voce che si scambiasse lettere addirittura con San Paolo. Ammazza! E, a proposito di santi, non si possono non citare Sant’Agostino, vescovo di Ippona, filosofo, martello degli eretici, padre e dottore della Chiesa, e San Girolamo, anch’gli padre (figlio e spirito santo, amen!) e dottore della Chiesa, scrittore e studioso della Bibbia così bravo che, per la prima volta nella storia, la tradusse tutta quanta in latino.

scriptorium

Sant’Agostino

Aurelio Agostino, in quasi quarant’anni di vita, da quando, cioè, smise di godersela come un balordo, fino a poco prima della morte, sopraggiunta nel 430 dopo Cristo, scrisse opere importantissime per l’avvenire del Cristianesimo e della Chiesa: agostinoLa vita felice (questa, forse, non troppo importante), I soliloqui, L’immortalità dell’anima, Il libero arbitrio, Le Confessioni, La dottrina Cristiana, Contro i Manichei, Contro i Donatisti, Contro Pelagio, La Città di  Dio  e le  Ritrattazioni,  giusto  se,  casomai,  avesse  tralasciato qualcosa o scritto qualche stupidaggine. Cercò di avvicinare la filosofia platonica e neoplatonica al Cristianesimo, si impegnò, in prima persona, con prediche, scritti e pure qualche spiata, contro gli eretici e contro le eresie, che stavano lacerando la Chiesa delle origini. Formulò dottrine universali sul peccato originale, sulla grazia divina, sulla predestinazione e sul libero arbitrio. Anche se in gioventù non fu proprio uno stinco di santo, la Chiesa ce lo fece lo stesso e lo festeggia ogni 28 agosto.

San Girolamo

Sofronio Eusebio Girolamo, al contrario di Gesù Cristo che vi nacque, a Betlemme, dove aveva fondato tre o quattro conventi, ci morì, nel 420. Parlava correntemente latino, greco ed ebraico, lingue che gli furono molto utili quando decise di tradurre la Bibbia in latino, intitolandola, poi, Vulgata, dall’espressione vulgata editio, vale a dire, edizione per il popolo. Fu una grande trovata editoriale che vendette tantissime copie, divenendo, in brevissimo tempo, un best seller per soli ricchi, però. biblia-vulgataUna copia manoscritta della Vulgata, infatti, specialmente se miniata e glossata da qualche commentatore alla moda, almeno fino all’invenzione della stampa, nel XV secolo, costava quasi mezzo feudo. Girolamo aveva un caratteraccio e litigava in continuazione con “chicche e sia”, fossero questi sprovveduti, dotti, santi o peccatori, ma, in fondo in fondo, voleva bene a tutti, soprattutto alla gente comune. Per questo, elaborò una versione del massimo Testo Sacro cristiano facile da capire, usando, non la lingua dei letterati, ma quella di chi non aveva mai aperto un libro. Tradusse l’Antico Testamento dall’ebraico e il Nuovo dal greco, anche se, diciamo la verità, fece un po’ il furbo perché, in alcuni punti, rivide e corresse antiche traduzioni. La Chiesa, comunque, glielo perdonò e decretò di festeggiarlo ogni 9 maggio. Con Agostino e Girolamo può dirsi chiusa la cosiddetta età tardo-antica. Il sole che aveva dato luce al mondo classico tramontò e scese la notte, ma, in cielo, cominciarono a sorgere le prime stelle: Boezio e Cassiodoro.

Boezio

Se c’è stato uno sfigato come pochi, nella storia della cultura occidentale, bene, questi è Boezio. Un uomo che conobbe il successo personale più grande ma anche, e soprattutto, la miseria più nera. Anicio Manlio Severino Boezio nacque a Roma, intorno al 480, da una illustrissima famiglia, la gens Anicia. Sin da subito, la sua vita fu una collezione di guai e disgrazie. Neppure fanciullo, passò il primo guaio: il padre morì e fu affidato a un tutore, Aurelio Simmaco, di cui, poi, sposò la figlia, Rusticana, il secondo guaio, perché era una donna che non stava mai zitta e parlava, parlava, parlava, parlava. Parlava e ancora parlava! Quando il re degli Ostrogoti, Teodorico, conquistò l’Italia e si stabilì, con tutta la corte, a Ravenna, vi chiamò molti nobili di Roma, tra cui Boezio. Lì, fece una carriera brillantissima: fu eletto console e, poi, Magister officiorum, la più alta carica dello Stato. BoethiusCon una buona raccomandazione (le cose, in Italia, funzionavano così già 1500 anni fa!), fece eleggere consoli anche i due figli, Flavio Simmaco e Flavio Boezio. Tutto questo successo, personale e familiare, però, fu anche la sua rovina (il Signore dà e il Signore prende!), perché si tirò addosso l’invidia dei colleghi. In seguito a una soffiata, piena di falsità, infamità e bugie, fu accusato di ordire trame contro Teodorico. Il re ci credette, lo fece rinchiudere in carcere a Pavia e decapitare, dopo che gli furono strappati pure gli occhi. Capito un po’? Nel corso della vita, il nostro sfortunato romano scrisse molte cose. Tuttavia, il progetto a cui si impegnò di più fu la traduzione di tutte le opere di Platone e Aristotele, per dimostrare al mondo che, sotto sotto, i due famosissimi filosofi avevano detto quasi le stesse cose. Purtroppo, però, causa disgrazie, riuscì a tradurre soltanto parte degli scritti di logica di Aristotele e l’Isagoge di Porfirio. E, pure in quest’ultimo caso, la combinò grossa: alcuni passi del trattatello di questo discepolo del filosofo neoplatonico Plotino, infatti, qualche secolo dopo, avrebbero dato origine alla famosissima Disputa sugli universali, nel corso della quale il fior fiore dei filosofi, dei professori e degli uomini di cultura del Basso Medioevo avrebbero litigato a male parole e a librate! L’opera che gli permise di diventare uno degli autori più letti di tutto il Medioevo, e non solo, fu il De consolatione Philosophiae (La consolazione della Filosofia), scritta durante i due anni in galera. Una donna un po’ anziana, la Filosofia, apparve all’autore nella sua fredda cella con le pareti fradice: “Ma, dico io,” rimuginò, “non mi si poteva parare davanti una bella attrice, tipo Sharon Stone?”. L’attempata signora, per consolarlo, perché era proprio giù di morale, gli rammentò che lui non fosse l’unico disgraziato a passare tutti quei guai. Anzi, gli disse: “Uno più è sapiente, più sono sventure e malesorti!”. Il poveretto, allora, le elencò tutti i suoi guai e dolori vari, commuovendola così tanto, da farla scoppiare a piangere. Quando smise, riuscì soltanto a rispondergli: “Mio caro, povero Boezio, la vera felicità non è contenuta nell’avere soldi, potere, dieci cameriere, un garage pieno di macchine fuoriserie e un fusto di birra il cui rubinetto spilla all’infinito! La vera felicità coincide con Dio, verso cui bisogna tendere, se si vuole essere veramente felici!”. “Ma questa ci è venuta o ce l’hanno mandata?”, borbottò, tra i denti, il miserabile. Poi, le chiese: “Scusate, signora. Come mai, allora, le cose buone vanno sempre ai cattivi e agli imbroglioni e le persone perbene come me rimangono con i manici delle scope in mano?”.  “Quelli non sono veri beni”, rispose, “e le disgrazie sono utili per la salvezza della tua anima.” “L’anima tua e della tua consolazione, Filosofì!”, pensò.

Cassiodoro

Una sorte decisamente migliore perché, almeno, morì nel suo letto, toccò a Cassiodoro. Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (finalmente abbiamo finito col nome!) nacque a Squillace, in Calabria, nel 490. Il suo casato, prestigiosissimo e onoratissimo, era imparentato con quello di Boezio. Anche all’epoca, si faceva tutto in famiglia e, alla corte di Teodorico, lo sostituì come Magister officiorum. Cassiodoro fu più furbo del suo parente. Gesta_Theodorici_-_Flavius_Magnus_Aurelius_Cassiodorus_(c_485_-_c_580)Per accattivarsi le simpatie di re Teodorico, gli dedicò l’Historia Gothica (Storia dei Goti), dove ripeté tante volte che il sovrano ostrogoto era il migliore del mondo e che gli Ostrogoti erano i barbari meno barbari di tutti. Ritiratosi dalla vita politica con una buonissima pensione, raccolse tutti i documenti, elaborati durante i suoi uffici a corte, pubblicandoli in un libro, intitolato Variae, a causa dei vari argomenti che conteneva. Scrisse anche le Institutiones divinarum et saecularium litterarum (Istituzioni delle lettere sacre e profane), una dottissima introduzione allo studio delle Sacre Scritture e delle arti liberali, molto letta nei secoli successivi. Fondò pure un monastero, a Vivario, non lontano da casa e, all’età di 92 anni, invece di mettersi definitivamente a riposo, scrisse il trattato De orthographia (L’ortografia) per evitare che i monaci, mentre trascrivevano manoscritti e  codici antichi nello scriptorium del suo convento, copiassero una cosa per un’altra.

Isidoro di Siviglia

Spostiamoci un attimo in Spagna per conoscere un altro grand’uomo di questo periodo: Isidoro di Siviglia. downloadNato verso il 560, proveniva da una famiglia di bravissime persone: i tre fratelli, Leandro, Fulgenzio e Fiorentina, furono tutti beatificati e lui, fu fatto addirittura santo. Si dice anche che egli stesso convertì al Cristianesimo i Visigoti conquistatori della Spagna. Fu vescovo di Siviglia e scrisse opere di storia, di grammatica e anche un’enciclopedia. Nel suo capolavoro, le Etymologiae, in venti libri, riunì tutte le conoscenze del suo tempo, prendendo spunto dall’origine delle parole. A lui, infatti, si deve il motto secondo cui “nomina (e cognomina, aggiungo io) consequentia rerum sunt” (i nomi sono conseguenza delle cose), per cui, chi si chiama Rosa, dev’essere bella come il fiore, chi si chiama Serena, dev’essere calma e tranquilla, chi Orso, un po’ animalesco, chi per cognome ha Bassi, forse non sarà tanto alto, e chi Casini, o è un pasticcione o va con le donne di malaffare.

 

I fondamenti religiosi della finanza islamica

 

 

Parte IV

Le banche islamiche: tra tradizione e innovazione

 

Le banche islamiche non sono quelle che operano esclusivamente nei paesi islamici o le loro filiali all’estero, ma (solamente) quelle banche che scelgono di agire, nel modo della finanza e del credito, nel rispetto assoluto dei precetti religiosi della Shari’ha, cioè la “via della salvezza, segnata da Dio e rivelata agli uomini dal Profeta”. A causa degli ingenti flussi finanziari che vengono scambiati tra il mondo islamico e quello occidentale, la finanza islamica, da realtà di nicchia, sta assumendo, a partire dalla fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni settanta, un ruolo significativo nella finanza mondiale, sia sul piano qualitativo, che sul piano quantitativo. Si è già analizzato come tutto l’edificio della finanza islamica si regga sul concetto del divieto di riba e della pratica dell’interesse bancario: “Dio ha proibito il riba (Corano, II, 275) e quel che voi prestate a riba, perché aumenti sui beni degli altri, non aumenterà presso Dio”. Il riba (etimologicamente: aumento, accrescimento), quindi, non rappresenta soltanto un semplice divieto, ma assume il significato di principio religioso, etico e sociale, fondante la solidarietà, che ispira tutta la società islamica. La scelta degli intermediari bancari, per la raccolta del risparmio e per la concessione del credito, è diventata un passaggio obbligato per operare nel rispetto della legge coranica. Le banche islamiche, quindi, consentono di coniugare i vantaggi collettivi con il rispetto delle prescrizioni religiose: ne è esempio il contratto di assicurazione, che viene trasformato in mutualità collettiva, anche se alcune scuole di diritto coranico continuano a sollevare perplessità sull’elevato grado di incertezza. Come è intuibile, nella finanza islamica non trovano alcuna cittadinanza gli strumenti finanziari derivati, a causa della loro eccessiva volatilità e del disancoraggio dagli asset concreti, visibili e tangibili, dell’economia reale. Ciò non ha impedito, anzi favorito, l’espansione della finanza islamica in alcune capitali occidentali, già citate in articoli precedenti, e anche in Svizzera, dove sono proliferati gli sportelli del maggior gruppo bancario islamico mondiale, il saudita Dar al-Mal al-Islami, che ha la sede operativa a Ginevra. Anche se il motivo del ricorso alla finanza islamica, da parte degli occidentali, non va riferito certo alle virtù salvifiche dell’agire religioso, ma ad una particolare modalità di investimento, collegate alle comunità islamiche presenti nelle realtà europee, le cui rimesse sono in costante crescita, tanto da costituire una quota rilevante dei flussi finanziari verso i paesi di origine (alle rimesse ufficiali, tramite i canali in chiaro, vi sono rimesse non registrate, per un importo totale doppio, che transitano attraverso canali informali, secondo le regole non scritte dalla hawala). La hawala è la transazione più informale della finanza islamica. Si realizza quando un migrante si rivolge ad un intermediario (in genere, il titolare di un esercizio commerciale della stessa comunità etnica e religiosa), il quale regola la transazione sulla base della compensazione periodica del saldo complessivamente trasferito. Non vi è passaggio di denaro, ma l’assicurazione, sulla parola, dell’intermediario sulla consegna del denaro a destinazione, che avviene attraverso una fitta rete di fiduciari, presenti sul territorio di origine. Su questo segmento operativo, al fine di evitare il finanziamento occulto di movimenti fondamentalisti, sta diventando alta la guardia delle autorità di sicurezza occidentali. Man mano che la finanza islamica si afferma anche in occidente, molti studiosi tendono a stabilire analogie tra le banche islamiche e le nostre banche di credito cooperativo e le popolari, che mantengono un legame privilegiato tra i soci, con il fine, quasi mutualistico, dell’efficienza operativa. Le banche islamiche, sul mercato italiano, in futuro, potrebbero beneficiare, sia dal punto di vista normativo che organizzativo, proprio della grande esperienza maturata dalle banche di credito cooperativo e dalle banche popolari. Molti guardano al bacino del Mediterraneo allargato, come luogo di liberalizzazione del commercio e di associazionismo commerciale tra paesi europeo-mediterranei e paesi arabo-mediterranei, che trovi la sua leva protagonistica nella finanza islamica e nella cooperazione con le banche di credito cooperativo e banche popolari.  L’Italia è in grave ritardo su questo fronte, ma una politica finalizzata potrebbe far recuperare, in breve, il tempo perduto.

 

 

 

Dante Alighieri, Francesco Petrarca, la superbia e la fama: il Canto XI del Purgatorio e i Trionfi

 

 

Nell’XI Canto del Purgatorio, Dante incontra le anime penitenti dei superbi, le quali avanzano lentamente trasportando pesanti massi sulle spalle. Il contrappasso è evidente: come in vita ebbero lo sguardo diritto e altezzoso della superbia, così, ora, sono costretti a guardare tutto dal basso, piegati dal peso del carico che trasportano. Il tema del canto è manifesto nel dialogo di Dante con Oderisi da Gubbio, celebre miniatore, nato nel 1240 e morto nel 1299. L’incontro si apre con il riconoscimento di Oderisi da parte del sommo poeta, “l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte ch’alluminar chiamata è in Parisi”. L’anima mostra subito il suo pentimento, rifiutando con umiltà le lodi del poeta, poiché, sostiene, in Terra c’è chi lo ha già superato: il miniatore Franco Bolognese. L’alluminatore, quindi, dà a Dante una lezione di umiltà. Non si limita, però, a raccontare la sua esperienza personale di peccatore, accecato dall’orgoglio per la propria arte. Amplia la sua analisi alla vanità della gloria terrena. Ai versi 91-93 Dante esprime la materia principale del canto: “Oh vana gloria de l’umane posse! Com’ poco verde in su la cima dura, se non è giunta de l’etati grosse!”. La metafora delle foglie verdi che durano poco sulla cima degli alberi dimostra la caducità della gloria terrena, a meno che non sopraggiungano età di decadenza, in cui le glorie passate rimangono insuperabili. Oderisi esemplifica questa dura sentenza ricorrendo ad esempi molto noti già all’epoca in cui Dante compone il poema: a Cimabue è subentrato il suo discepolo Giotto; Guido Guinizzelli è stato superato da Guido Cavalcanti e, addirittura è “forse nato chi l’uno e l’altro caccerà dal nido”. È evidente come in questi versi Oderisi alluda al poeta stesso. Dopo aver sentenziato la fugacità della gloria terrena, quindi, Dante commette un vero e proprio atto di superbia? La contraddizione è forte, perché il poeta è certamente molto affascinato da quella stessa fama che pochi versi prima aveva condannato. Da un altro punto di vista, invece, questi ultimi versi possono rappresentare la conferma delle precedenti parole di Oderisi: Dante è consapevole della propria grandezza artistica ma anche del fatto che qualcun’altro potrebbe superare lui. Il miniatore, infine, considera la fama in rapporto all’eternità, per mostrarne l’assoluta inconsistenza. Dante si rende conto che quella gloria su cui basava la sua esistenza è del tutto priva di valore. La sua fede, però, lo conforta, poiché l’anima sarà nobilitata dal giudizio e dal perdono di Dio. Una particolare interpretazione allegorica dei meccanismi della superbia e della fama la fornisce, circa quarant’anni dopo Dante, Francesco Petrarca, nei Trionfi, un’opera in versi, composta tra il 1351 e il 1374. Il poeta ha una visione: il dio Amore su un carro, seguito da coppie di celeberrimi amanti dell’antichità e del suo tempo. D’improvviso, appare Laura, la sua amata, bellissima. Le corre dietro, arrivando fino a Cipro, dove Amore celebra il suo trionfo e rende tutti prigionieri, amanti e amate. Laura riesce a non farsi rinchiudere e, con l’aiuto di eroine famose per il loro pudore, libera tutti, conducendo, poi, Amore nel tempio di Venere, a Roma. Da lì, torna nei pressi di Avignone, dove trova la Morte ad attenderla. Questa la prende con sé. La Fama, però, sconfigge la Morte, tra due schiere di condottieri e filosofi. Il Tempo, invidioso della Fama, accelera il corso del sole nel cielo, in modo che sulla Terra si ci dimenticasse presto di Laura. Ma la Terra gioca in favore del poeta, scomparendo e lasciando il posto al mondo senza Tempo, il mondo dell’Eternità, che trionfa su tutto: “E quei che Fama meritaron chiara,/ che ’l Tempo spense, e i be’ visi leggiadri/ che ’mpallidir fe’ ’l Tempo e Morte amara,/ l’obblivïon, gli aspetti oscuri et adri,/ più che mai bei tornando, lasceranno/ a Morte impetuosa, a’ giorni ladri;/ ne l’età più fiorita e verde avranno/ con immortal bellezza eterna fama”.

 

Pubblicato l’1 ottobre 2017 su La Lumaca

 

 

 

Francesco d’Assisi: santo e letterato

 

 

Francesco di Pietro Bernardone dei Moriconi, l’uomo del secolo, anzi, del millennio, eletto non dal magazine americano Time, ma da tutti i cattolici del mondo, si sarebbe dovuto chiamare Giovanni. Questo il nome che gli aveva dato la madre, Pica Bourlemont, quando lo aveva portato a battezzare. Suo marito Pietro, però, di ritorno dalla Francia, dove si recava periodicamente per affari, era stato irremovibile: “Diletta moglie, pecunia non olet! Li danari non puzzano. Chiamerollo Francesco, dacché commerciamo grande co’ i franceschi! (così, gli italiani del Medioevo chiamavano i francesi). Pica dovette sottostare. Poco più che adolescente, Francesco fu avviato dal padre al commercio nella boutique di famiglia. Ne fu contento perché guadagnava bene e poteva spassarsela un sacco con gli amici. Bevute, fanciulle (rigorosamente maggiorenni!), divertimento sfrenato, non si faceva mancare proprio niente, fino a quando accadde qualcosa che gli cambiò la vita. Cosa, esattamente, bisognerebbe chiederlo a lui o a Dio! Nel 1202, scoppiò la guerra tra Perugia e Assisi. Il nostro baldo giovane, come tutti i rampolli di buona famiglia, andò a combattere. Nella battaglia di Collestrada il suo esercito le prese di santa ragione dai perugini e lui cadde prigioniero. Fu liberato dopo un anno, solo perché si era ammalato e dietro pagamento di un ingente riscatto. Tornato a casa, dimenticò gli amici e i loro stravizi e, per rimettersi prima possibile, si chiuse in camera, trascorrendo le giornate in completa solitudine. Proprio allora, cominciò a pensare che, forse, sarebbe stato meglio fare una inversione a U e percorrere altre strade nella sua esistenza. Da quel momento, a detta di chi lo conosceva (io non mi permetterei neppure di pensarlo!), principiò a manifestare segni di squilibrio mentale: raccolse le stoffe più preziose dal negozio paterno, le vendette e diede tutto ai poveri; lo stesso fece col suo bel cavallo, consegnando il ricavato al parroco; spesso parlava con i crocifissi nelle chiese; fu mandato, per affari, dal padre, a Roma, provvisto di un gruzzolo di monete, che, allegramente, distribuì ai bisognosi e, non ancora pago, scambiò i suoi vestiti con quelli di un mendicante, sedendosi, poi, accanto al portone principale della chiesa di San Pietro (l’imponente basilica che possiamo ammirare oggi non era stata ancora costruita!), a chiedere la carità. Il babbo, disperato, si vide costretto di denunciarlo alla pubblica autorità per rovina del patrimonio familiare, sperando, così, che la smettesse con quella sfrenata beneficenza e tornasse ad essere normale. Niente da fare. Il processo a Francesco si svolse nella piazza principale, ad Assisi. C’erano proprio tutti: il sindaco, i consiglieri comunali, il vescovo, il capo delle guardie, gli amici, le sue donne affrante. Pietro strillava che voleva giustizia e il rinsavimento del suo erede ma il figlio, appena il genitore smise di sbraitare, si tolse tutti i vestiti, glieli restituì, rimanendo come lo aveva fatto la mamma, cioè nudo, e gli disse: “Fino a oggi ho chiamato voi papà. Da questo istante, cambio genitore e mi affido al Padre che è in Cielo!”.Il povero Pietro dovette rassegnarsi. Francesco, così, cominciò il tour nella provincia di Perugia, confortando oppressi, curando lebbrosi, ammaestrando lupi, ricostruendo chiese, parlando a uccelli e augurando a tutti “pace e bene”. Tornò ad Assisi e, insieme con gli uomini che in quegli anni si erano uniti a lui, fondò un ordine di frati, chiamato Ordo fratrum Minorum (ordine dei frati minori), la cui regola fu approvata da papa Innocenzo III, nel 1210. Una sua cara amica, Chiara, anch’ella, poi, santa, gli chiese aiuto per organizzare un ordine femminile sul modello di quello suo: nacquero le Clarisse. Qualche anno avanti la morte, allestì il primo presepe vivente della storia, a Greccio, e, nel 1225, ricevette le stigmate sul Monte della Verna. Polverizzando ogni record precedente e seguente, soltanto due anni dopo aver raggiunto la casa del Padre, fu proclamato santo da papa Gregorio IX. Alla cerimonia parteciparono la madre Pica, il fratello Angelo, cardinali, vescovi e una folla interminabile. Durante la vita, Francesco scrisse poche cose, tutte in latino: la Regula non bullata cioè non approvata, la Regula bullata, le Admonitiones, consigli per un comportamento da buon cristiano, e il Testamentum, redatto qualche mese prima di morire, nel quale invitò i suoi frati a non aggiungere spiegazioni ridondanti alla regola dell’ordine ma ad osservarla semplicemente, come lui l’aveva scritta. Il motivo per cui lo troviamo anche nella storia della Letteratura Italiana, addirittura tra gli iniziatori, è il Cantico delle Creature o Laudes Creaturarum, scritto in volgare umbro, dopo una notte di fortissime sofferenze fisiche e dolori, nella cella invasa dai topi. In quest’inno Francesco loda la potenza e la grandezza di Dio, attraverso le sue opere meglio riuscite: le creature, il sole, la luna, le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco e la madre Terra. Glorifica Dio per quegli uomini che sanno perdonare per amor suo, che sopportano tormenti e afflizioni. Un pensiero va anche alla morte, che arriva per tutti e distingue i buoni dai cattivi:

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: […]
 
Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba. […]
 
Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Una nota: avendo avuto come padrino un sant’uomo del genere, poteva la nostra Letteratura Italiana essere inferiore alle altre? Certo che no!

 

 

I fondamenti religiosi della finanza islamica

 

 

Parte III

Le regole fondamentali della finanza islamica

 

Se, agli esordi, la finanza islamica era considerata una nicchia del mercato finanziario mondiale, in base al tasso costante di crescita annuo, superiore al 10%, si può prevedere che, nel giro di un ventennio, questo particolare settore della finanza verrà ad occupare un posto di grande rilievo, a livello internazionale, sulla base di diverse potenzialità: la ricchezza finanziaria accumulata da alcuni paesi di confessione islamica, pronta ad essere investita anche in paesi non-islamici, purché gli investimenti siano conformi ai principi delle legge coranica; la presenza in molti paesi occidentali (USA, Gran Bretagna, Germania e Francia) di numerose comunità islamiche, che vogliono investire, in modo lecito, secondo le regole del Corano; la limitata diffusione di servizi bancari e finanziari nei paesi islamici, che prelude ad una forte espansione degli stessi; la disponibilità di alcuni paesi occidentali a modificare le loro norme interne, di natura fiscale, immobiliare e sulla gestione del rischio (anche con i doppi regimi), per poter favorire, sul territorio, la presenza operativa di banche islamiche (l’esempio inglese – e francese – resta il più pertinente, con la prima banca islamica, 2004, in Europa, la Islamic Bank of Britain, sulla base del principio “no obstacles, no special favors); l’offerta crescente, da parte delle banche tradizionali occidentali, di prodotti finanziari “Shari’ha compliant”, per attirare clienti di fede islamica; le emissioni di obbligazioni islamiche (sukuk), negoziate alla Borsa di Londra, che interessano non solo emittenti, residenti in paesi islamici, ma anche emittenti occidentali (nel 2004, il Land della Sassonia-Anhalt ha emesso 100 milioni di euro di sukuk e il governo inglese ha annunziato di voler finanziare il suo deficit con emissioni di sukuk); il credit crunch della finanza occidentale ha accentuato l’interesse, anche in Occidente, per la finanza islamica, in relazione ai principi e alle regole, che la governano; la standardizzazione dei contratti islamici, che favorisce la loro diffusione; la discussione in corso, in Occidente, su come ancorare la finanza occidentale a principi etici, porta ad un obiettivo avvicinamento alla finanza islamica. Si è già chiarito, nei precedenti articoli, che la finanza islamica si basa sui principi dell’Islam e sulla legge coranica, la Shari’ha, ricavata dal Corano, e la Sunnah, che raccoglie gli atti e i detti del profeta Maometto. La Shari’ha viene interpretata dalle diverse scuole di pensiero del mondo islamico, anche se la confessione sunnita risulta prevalente e riguarda il 90% della popolazione islamica mondiale. Le scuole sunnite di diritto coranico dominanti sono quattro e adeguano la legge coranica all’evoluzione tecnologica, secondo il principio di analogia (in tal modo, il divieto dell’alcol è stato esteso alle droghe): la Shafi, diffusa in Malesia; l’Hanbali, diffusa in Arabia Saudita; l’Hanafi, diffusa in Pakistan; la Maliki, diffusa in Africa. Vale la pena, adesso, approfondire la struttura del contratto più diffuso della finanza islamica: il murabaha. Viene applicato ogni volta che il cliente di una banca islamica ha bisogno di una finanziamento per l’acquisto di un bene (sia esso una casa di abitazione o, ad esempio, il capitale della Aston Martin, acquistato dal fondo del Kuwait, Investment Dar, per una cifra di 1,3 miliardi di dollari). A differenza della finanza non islamica, che corrisponde a questa richiesta, mettendo a disposizione i capitali necessari, contro il pagamento di un interesse e la prestazione di adeguate garanzie, con il murabaha è la banca ad acquistare direttamente il bene e a rivenderlo immediatamente al cliente, con un margine che è funzione del valore del denaro, per il tempo concesso in dilazione di pagamento. I passaggi-chiave del murabaha sono tre: il cliente manifesta alla banca islamica la volontà di acquistare un bene, ad un determinato prezzo, e con consegna a data certa; la banca acquista il bene dal fornitore e lo vende al cliente; il cliente accetta l’offerta e acquista la proprietà del bene, contro il pagamento del prezzo, alla data convenuta. Naturalmente il murabaha può contenere altre clausole a carico del cliente, garanzie e obblighi di indennizzo in caso di default. Esiste anche un murabaha inverso, detto Tavarruq, che tende a soddisfare una pura esigenza di finanziamento del cliente, per cui non viene accettato da tutte le scuole di diritto coranico. Il musharaka, invece, è il contratto tipico per le operazione di venture capital e viene impiegato per finanziare i grandi progetti a lungo termine (autostrade, pozzi di perforazione petrolifera). Dall’analisi di tutti i tipi di contratto si evidenza un dato costante: l’ancoraggio ad un asset reale e la condivisione del rischio operativo del cliente. Questo dato sta facendo assumere alla finanza islamica un valore sempre più attrattivo, agli antipodi della finanza creativa occidentale e della filosofia dei derivati, per cui appare più sicura, per gli stessi investitori occidentali, di quanto non sia la finanza tradizionale, slegata dai beni sottostanti e, quindi, sempre più carica di rischi.

 

 

 

Il lirismo e lo stile di Manzoni: “La madre di Cecilia”

 

 

Per chi è in grado di ravvisarli, un lirismo e uno stile da far tremar le vene e i polsi!!! Seppure dovesse mancarci tutto basta meditare una pagina del genere per urlare a se stessi di essere vivi e di percepirlo!!!

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo.“…

 

Renato Guttuso, “Cecilia e la madre”