La storia del mondo

 

 

Racchiusa nel tuo cuore
è la storia del mondo.
Pensiero che diventa materia,
canto che si fa corpo.
Unisco le anime
di tutti i viventi
nel cosmo
e tu appari.
Nel teatro del tempo
rappresento
la mia vita:
tu, sole,
come luce di scena
e l’eternità come sfondo.

(Giugno 2016)

 

eternity1

 

 

Indovina indovinello

LE PRIME TESTIMONIANZE SCRITTE DELLA LINGUA DELLA LETTERATURA ITALIANA

 

Non è possibile stabilire una data precisa o un punto di partenza della Letteratura in italiano. Si può, però, cominciare con l’analizzare cosa stesse accadendo, in Italia, intorno all’anno Mille, alla lingua di quella che sarebbe poi stata la Letteratura Italiana. Il latino continuava ad essere l’unico codice linguistico scritto, adoperato da tutti coloro che “facevano” cultura. Per quanto riguarda l’orale, invece, le cose stavano in modo molto diverso. La lingua volgare (non perché maleducata, ma perché parlata dal volgo, il popolo), pian piano, si stava diffondendo in tutta la Penisola. Non in modo uniforme, tuttavia, quanto piuttosto su base locale, con caratteristiche diverse, anche estremamente diverse, a seconda delle aree geografiche e delle differenti condizioni che queste presentavano. Si generarono, così, quelle varietà linguistiche, quegli idiomi, quei vernacoli (chiamateli come volete!), che sarebbero stati definiti dialetti e che, ancora oggi, distinguono le parlate delle varie regioni italiane. Gli uomini e le donne che non conoscevano il latino, né scritto, né orale, erano tantissimi, pressoché tutti. Era necessario, pertanto, usare una lingua che questi avessero potuto capire e riprodurre facilmente, specialmente quando si trattava di scrivere. La soluzione fu semplice: abbandonare il latino dei dotti e di quelli che erano andati a scuola e scrivere come si parlava: in volgare. Tutti avrebbero capito! Per questo motivo, si cominciò a impiegare la lingua volgare per redigere tutti quegli atti, comuni e ordinari, di cui dover conservare prove e memoria (si è detto fin dall’antichità: “Verba volant, scripta manent!”) e che tutti, proprio tutti, avrebbero dovuto, per varie ragioni, comprendere adeguatamente: documenti notarili per la vendita di terreni e di proprietà; statuti e ordinamenti delle città, lettere di corrispondenza, eccetera. Le prime testimonianze che segnarono l’inizio di ciò che sarebbe, poi, diventata la lingua italiana furono elaborate soprattutto in questi ambiti.

L’indovinello veronese

Se pareba boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba, negro semen seminaba.”

Per aiutarvi a trovare la soluzione, lo traduco: “Tirava davanti a sé un paio di buoi, arava prati bianchi, usava un aratro bianco e seminava un seme nero.” Questo famosissimo indovinello, scritto forse da un amanuense o da un maestro elementare che amava rendere le sue lezioni più giocose, fu ritrovato, nel 1924, in un manoscritto nella Biblioteca Capitolare di Verona. imagesS7Q5ESYUEsso rappresenta, nella sua forma, il lento passaggio dal latino al volgare. Certo, non è che sia troppo simile al nostro italiano, ma è meglio di niente. La soluzione? La scrittura. I buoi sono le dita, il prato bianco è il foglio, l’aratro è la penna d’oca e il seme nero è l’inchiostro.

L’iscrizione di San Clemente a Roma

Risale alla fine del IX secolo, una sorta di fumetto parietale, con tanto di vignette, ancora conservato nella Chiesa di San Clemente, a Roma. La scena è di quelle da morire da ridere: tre o quattro servi che trascinano una statua, credendo sia un uomo, mentre il loro padrone li riempie di bestemmie. Sisinnio, prefetto romano, aveva una moglie, Teodora. Era seccato che lei fosse stata convertita al Cristianesimo e incazzato perché San Clemente l’aveva convinta a rimanere casta. untitledSospettando che la bella consorte se la intendesse proprio con il santo, li fece pedinare entrambi, li acchiappò sul fatto in una catacomba e ordinò ai suoi servi di arrestarli. Questi, miracolosamente, furono accecati e portarono via una statua, invece di quel furbacchione di San Clemente, mentre Sisinnio strillava: “Falite dereto co lo palo, Carvoncelle, Albertel trai, Gosmari, traite. Fili de le pute, traite.” (Fate leva da dietro con il palo. Carvoncello, Alberto tira, Gosmari, tirate. Figli di zoccola, tirate!).  

Il Placito capuano

A testimoniare la sostituzione del latino con il volgare nella redazione di quei documenti che dovevano essere letti e capiti da tutti, c’è Placito capuano. images0DY1U84BPiù o meno nel 960, Rodelgrino d’Aquino litigò con i monaci dell’abbazia di Montecassino, a causa dei confini di proprietà tra il monastero e le sue terre. Si presentarono davanti al giudice Arechisi di Capua il quale, ascoltati tre testimoni, deponenti a favore dei Benedettini, scrisse: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti”. (So che quelle terre, entro quei confini di cui qui si parla, le ha possedute per trent’anni l’abbazia di San Benedetto).

La Carta di Travale

Nell’Archivio storico della Diocesi di Volterra è conservata una pergamena del XII secolo, conosciuta come Carta di Travale. Vi sono riportate poche parole, giusto due battute, ma ci interessano molto. Ancora una lite, questa volta per il possesso di un castello, tra due fratelli: il conte Ranieri Pannocchieschi e Galgano, vescovo di Volterra. Due testimoni riferirono: “Io de presi pane e vino per li maccioni a Travale”. E l’altro: “Guaita, guaita male, non mangiai ma mezzo pane.” L’importante che, alla fine, ci sia stato qualcosa da mangiare per tutti!

 

Arazzo di primavera

 

 

Guarda.
Il glicine è già fiorito.
E tu, filo tessuto
in un arazzo
di primavera,
non smettere mai
di sbocciare per me.
Sono alla fine
dei versi
e reggo
il mio vodka&lime.
Il cielo
ha tonalità comprensibili
e, per terra,
screziature
d’azzurro…

(Aprile 2016)

 

glicine

 

Ad Erika

 
 
 
I tuoi lunghi capelli ondeggiano,
come le nuvole,
nel cielo di Lanzarote,
sospinte dal vento della vita.
I tuoi lunghi capelli diventano
cascate di luce,
rilucenti stelle
che illuminano il buio
della notte insonne.
I tuoi lunghi capelli sussurrano
parole dolci,
mai dette prima,
in attesa che sorga
l’alba di un vero amore.

Raffaele Lauro, Lanzarote (febbraio 2017)

 
 
 

Guido Cavalcanti

 
 
 

Guido Guinizzelli è stato il teorico del Dolce Stil Novo, l’altro Guido, come lo chiamò Dante (Purg. XI, v. 97) ne ha rappresentato il maggiore esponente. Fiorentino, nacque più o meno nel 1260, dalla nobile famiglia Cavalcanti, mercanti molto ricchi. Notissime erano, a Firenze, quasi fossero un punto cardinale, le terre e le case dei Cavalcanti, situate non lontane dalla Chiesa di Santa Maria in Campidoglio, nei pressi del Mercato Vecchio. Da giovane, era stato mandato dal padre a studiare la filosofia da Brunetto Latini e proprio lì aveva conosciuto il futuro sommo poeta, divenendone amico fraterno. imageGuelfo bianco convinto, per dare il buon esempio, cercando, in tal modo, di calmare un po’ le tormentatissime acque in città, aveva sposato Bice degli Uberti, figlia del famoso Farinata, il segretario comunale del PGF, Partito Ghibellino Fiorentino. Tutto questo, comunque, era servito a poco o niente. La tensione, a Firenze, era sempre altissima, tanto che quando non si riuscivano ad eliminare gli avversati in casa, si mandavano i sicari a raggiungerli in trasferta. Durante un pellegrinaggio al santuario di Santiago di Compostela, infatti, nei pressi di Tolosa, Guido prese una coltellata alla schiena, inflittagli da un assassino mandato da Corso Donati, il capo dei guelfi neri. Si salvò per miracolo! Incurante dei numerosi pericoli e della sua incolumità fisica, si fece eleggere al Consiglio Generale. Solo pochi anni dopo, però, ne fu escluso, quando Giano della Bella, un aristocratico passato a sinistra, fece approvare la riforma degli “Ordinamenti di Giustizia”, vietando, ai nobili non iscritti ai sindacati, l’accesso alle cariche pubbliche. Il 24 giugno del 1300, dopo aver preso parte ad una mega rissa in cui guelfi bianchi e neri se le erano suonate di santissima ragione, fino a quando non erano rimaste in piedi che due-tre persone, essendo lui un capo fazione, fu punito con l’esilio a Sarzana, oggi ridente centro in provincia di La Spezia, ma, nel XIII secolo, zona paludosa e insalubre. Fu proprio l’amico Dante, divenuto, nel frattempo, Priore, a firmare, con le lacrime agli occhi, la sua condanna. In poche settimane, a causa dei miasmi mortiferi esalati dagli acquitrini sarzanesi, Guido contrasse la malaria. Tornò a Firenze giusto in tempo per morire, nelle case dei Cavalcanti, il 29 agosto. Fiero nel carattere e altero nell’aspetto, è il più “tragico” dei poeti stilnovisti. L’amore, spesso, gli provocava sbigottimento, lasciandolo dubbioso, destrutto e desfatto:

L’anima mia vilment’è sbigotita
de la battaglia ch’ell’ave dal core
che s’ella sente pur un poco Amore:
più presso a lui che non sòle, ella more.

(L’anima mia vilment’è sbigotita, vv. 1-4)

Forte e nova mia disaventura
m’ha desfatto nel core
ogni dolce penser, ch’i’ avea, d’amore.

(Forte e nova mia disavventura, vv. 1-3)

Allo steso modo, la sua donna pare non essere così celeste e luminosa come quelle esaltate dagli altri poeti, tanto che il suo valore è difficilmente conoscibile dall’uomo. Se Guido fosse stato un trovatore avrebbe accompagnato le sue canzoni con una musica malinconica e angosciosa:

Se Mercé fosse amica a’ miei desiri,
e l’movimento suo fosse dal core
di questa bella donna e’l su’ valore
mostrasse la vertute a’ mie’ martiri.

(Se Mercé fosse amica a’ miei disiri, vv. 1-4)

dante_01

La canzone Donna me prega, per ch’eo voglio dire, i cui versi sono di difficile comprensione perché volutamente astrusi, è lo specimen della sua poesia. In essa, filosofia, metafisica, psicologia, tristezza, guai, lamenti e spiriti,  introdotti nella sua lirica per spiegare il funzionamento dei sensi e dei sentimenti dell’uomo, mostrano la donna non come una guida che renda l’anima perfetta, quanto come creatura la cui bellezza costringa a meditare, ad almanaccare, a scervellarsi, ad elucubrare e a rimuginarvi. Però, rimuginandovi troppo a lungo, il povero Guido correva il rischio di andare fuori di testa.

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è sì altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ’l ver sentire!
Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no spero – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramento
non ho talento – di voler provare
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ’l piacimento – che ’l fa dire amare,
e s’omo per veder lo pò mostrare.

(Donna me prega, – per ch’eo voglio dire, vv. 1-14)

Tra le sue composizioni più famose, infine, è la ballata Perch’i’non spero di tornar giammai. Il poeta, fuori dalla Toscana, chiese a questa sua ballatetta di raggiungere l’amata per dirle, tra pianti, sospiri e accidenti:

Questa vostra servente
viene per star con vui,
partita da colui
che fu servo d’Amore.

(Perch’i’ non spero di tornar giammai, vv. 33-36)

 

 

Giovanni Pico della Mirandola e la sua memoria prodigiosa

 

Giovanni Pico nacque a Mirandola, in provincia di Modena, il 24 febbraio 1463, dal conte Giovan Francesco I e da Giulia Boiardo, zia di Matteo Maria Boiardo, insigne letterato e poeta quattrocentesco. Pico fu un vero prodigio della natura: passò la sua breve vita, morì a soli 31 anni, a studiare e raccogliere libri di ogni specie. Parlava latino, greco, ebraico e arabo. Conosceva la filosofia platonica e aristotelica a menadito, forse meglio degli stessi Platone e Aristotele. Fu studioso rigoroso della cabala ebraica che, grazie a lui, fu introdotta in Europa. Aveva una memoria portentosa, si diceva che conoscesse a memoria tutta la “Divina Commedia” di Dante (circa 4000 versi) e che, una volta terminata, riuscisse a recitarla al contrario, dall’ultima parola alla prima, utilizzando degli stratagemmi e delle tecniche, rivelati in alcuni suoi scritti. Già durante la sua esistenza, quindi, fu considerato un personaggio mitico. Per quanto riguarda il pensiero, Pico, come Marsilio Ficino, tentò avvicinare tutte le filosofie del mondo, attraverso alcune verità generali, in modo che i dotti si potessero mettere d’accordo all’insegna della pace e del sapere universale (servirebbe oggi un uomo del genere!) Per questo, cercò di organizzare, a Roma, una sorta di congresso, al quale avrebbero dovuto partecipare autorità, luminari, professori e scienziati del mondo allora conosciuto, per discutere novecento tesi che lui aveva elaborato, “proposizioni dialettiche, morali, fisiche matematiche, teologiche, magiche, cabalistiche, sia proprie che dei sapienti caldei, arabi, ebrei, greci, egizi e latini”. Allo scopo, scrisse, nel 1486, l’“Oratio hominis dignitate” (Orazione sulla dignità dell’uomo), un’introduzione all’incontro. Papa Innocenzo VIII, però, non solo si oppose alla cosa, ma lo costrinse a fuggire in Francia, dove fu arrestato e rilasciato dopo un mese, grazie all’intervento di Lorenzo de’ Medici. Rientrato a Firenze, se la prese con gli umanisti della sua compagnia, perché questi gli ripetevano che la filosofia, da lui tanto amata, fosse linguisticamente barbara. Rispondeva: “Ragazzi, il linguaggio è come la gonna di una donna, serve soltanto a vestire i concetti. L’importante è quello che c’è sotto!” (Questo esempio, ovviamente, è mio. Il sommo letterato si espresse in tutt’altro modo!”). Il 17 febbraio 1494, dopo due settimane di febbre strana, Pico morì. Si pensò ad un avvelenamento, da parte del suo segretario, ma niente fu mai provato. Sulla lapide della tomba fu inciso l’epitaffio degno di un re: “Joannes iacet hic Mirandola. Cetera norunt et Tagus et Ganges forsan et Antipodes”, ovvero, “Qui giace Giovanni di Mirandola. Il resto lo sanno sia il fiume Tago, sia il Gange e forse anche gli Antipodi!”. Un personaggio davvero unico e ancora troppo poco conosciuto!

 

Pubblicato l’1 febbraio 2017 su La Lumaca

 

La mia casa dell’anima

 

Dove cade il mio sguardo
e l’erba selvatica
cresce tra pietre giallite.
E profuma.

Dov’è un focolare
e un ramaiolo rimesta passione
in un paiolo di coccio.
E satolla.

Dove anche il commiato è calore,
e mai nulla è d’avanzo
perché tutto è diviso.
E delizia.

Io sono lì,
e vi arrivo
come un soffio di vento.
Lontano.

Anche tu sei
dov’è l’erba selvatica,
il paiolo e il calore,
il vento e il commiato.

Dove ho lasciato che le tue impronte
indurissero al sole.

(Novembre 2011)

 

 

Questa notte

 

 

L’oscurità della notte
ricopre le stanze
del mio cuore
calandone il tormento.
Inabissami della tua ombra
e fammi affondare
nella profondità
del tuo abbraccio,
cullato dal tremore delle stelle
riflesse nei tuoi occhi.
Donami il sollievo del tuo respiro
in modo che io possa bruciare
al calore del tuo sorriso.

(Luglio 2016)

 

notte_fonda

 

 

 

Sorrento. Lo scrittore Raffaele Lauro dedica una nuova canzone a Sorrento, dal titolo “Sorrente nostalgie”, musicata dal maestro sorrentino, Paolo Scibilia. Svelato il testo della composizione, che sarà eseguita, in anteprima nazionale, il prossimo 31 marzo, a Meta.

 

Dopo l’esordio, su You Tube, della canzone-omaggio a Lucio Dalla, nel V anniversario della scomparsa del grande artista (1 marzo 2012/1 marzo 2017), dal titolo “Uno straccione, un clown”, musicata dalla band musicale “The Sputos” (ascolta), Raffaele Lauro annunzia un nuova composizione, dal titolo “Sorrente Nostalgie”, dedicata alla sua amata Sorrento, città di origine, della quale svela il testo. La musica è stata curata dal maestro compositore, anch’egli sorrentino, Paolo Scibilia. La prima esecuzione, in anteprima nazionale, avverrà venerdì 31 marzo, nella Sala Consiliare del Palazzo Municipale di Meta, nel corso della manifestazione ufficiale di conferimento della cittadinanza onoraria allo scrittore.

“Come nel capolavoro di Dalla, ‘Caruso’ – ha dichiarato Lauro – anche in questa canzone domina il legame Eros-Thanatos, che viene sublimato nella magia immortale di Sorrento, magia celebrata da famosi poeti e musicisti. Mi sono ispirato ad una storia vera, che mi è stata narrata dallo stesso protagonista, un amico francese di Parigi. Un uomo riceve, negli ultimi istanti di vita della donna che ama follemente, come un mandato: non lasciarsi sconfiggere dalla disperazione, ma ritornare a Sorrento, semmai sentirà il bisogno di lei, se vorrà ritrovarla, cioè ritornare nel ‘paradiso’ (stagioni dolci, stelle luminose, tramonti accesi, profumi acri), dove si sono sposati, realizzando  e consacrando il loro sogno d’amore, dove hanno vissuto momenti indimenticabili. Pur affranto dall’angoscia, l’uomo promette che ritornerà nella terra incantata. Il refrain svela e sottolinea tutta la magia di Sorrento, che si trasforma, per chi l’ha vissuta, in perenne nostalgia, in nostalgia d’amore. Allo stesso modo, i ricordi diventano indimenticabili. L’uomo ritrova, spiritualmente, a Sorrento, la sua donna e rivivono, insieme, i momenti più belli della loro storia, sconfiggendo, in tal modo,  il dolore e vincendo l’oblio. Così il loro amore diventa emblematico e, nel nome di Sorrento, un amore eterno. I due ricordi più intensi, che rivivono al presente, sono: la celebrazione del loro matrimonio, nel Chiostro di San Francesco; la prima notte di nozze, che unisce i due corpi in un unico afflato. Spero che diventi presto la canzone-simbolo per chi sceglierà di sposarsi a Sorrento”.

 

 

 

Lucciole

 

 

Di notte,
si incontrano
segretamente
e raccontano
silenziosamente
il mio sogno:
cogliere la luce,
che sboccia sul tuo viso,
quando la luna si posa sul mare.
Il mio desiderio
è un luccichio intermittente
che non ti so regalare…

(Agosto 2016)

 

lucciole_3a