Amedeo Modigliani e le sue modelle: una brevissima analisi poetica

 

 

Amedeo Modigliani, misero, senza un soldo, perennemente ubriaco o stordito dall’oppio, ma artista immenso e maledetto, terminato un nudo, nel suo studio cadente a Montparnasse, soleva fare all’amore con la modella che aveva posato per lui. Misera anch’ella, vendeva le grazie di cui la Natura l’aveva dotata, per farsi ritrarre e guadagnare dei soldi, salvo poi preferire in compenso mezz’ora d’amore, anteponendo, così, la passione al danaro di cui, senza dubbio, aveva bisogno. Gli si concedeva, perché la baciasse quella bocca dalla quale erano uscite parole impastate di eccessi, perché la toccassero quelle mani che l’avevano così mirabilmente dipinta e perché entrasse in lei, attraverso il passaggio che pure gli aveva mostrato, l’immensa arte di quel giovane straccione italiano. Questo è quanto percepisco in certi quadri di Modì.

 

 

Amedeo_Modigliani_-_Le_Grand_Nu“Grande nudo disteso”, 1917, New York, Museum of Modern Art

 

Amedeo_Modigliani-nudo-disteso-768x465“Nudo disteso”, 1917, Collezione privata

 

572“Nudo”, 1917, New York, Solomon R. Guggenheim Museum

 

Amedeo_Modigliani_012“Nudo Rosso”, 1918, Milano, Collezione Gianni Mattioli

 

 

Tornerà l’erba verde

 
 
Tornerà l’erba verde,
uno sguardo
e il commiato.
Tornerà l’erba verde
e l’accarezzerai
coi lembi del tuo abito bianco
quando, leggera,
correrai sola
tra i campi
privi di senso.

Tornerà l’erba verde
e alla fine del giorno
ignorerai il mio nome,
spogliata dall’essere mia.
Io, che avrei potuto trovare,
tra le spighe di grano,
l’usignolo
che dalla tua bocca
non smette mai di cantare.

(Aprile 2017)

 

 

Don Alfonso 1890. Nel nuovo romanzo di Raffaele Lauro, dedicato al famoso ristorante stellato di Sant’Agata sui Due Golfi, la saga familiare e imprenditoriale della “dinastia” Iaccarino, dalla fine dell’Ottocento ad oggi, nel campo dell’ospitalità alberghiera e della ristorazione d’eccellenza

 
 
di Riccardo Piroddi

Nel nuovo romanzo dello scrittore sorrentino Raffaele Lauro, “Don Alfonso 1890 – Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi”, edito da GoldenGate Edizioni di Roma, in uscita a fine giugno prossimo, viene celebrata la saga familiare e imprenditoriale della “dinastia” Iaccarino, dalla metà dell’Ottocento ad oggi, attraverso quattro generazioni, operanti, con successo, nel campo dell’ospitalità alberghiera di qualità e della ristorazione d’eccellenza. La storia prende l’avvio, nel 1872, con la nascita, a Sant’Agata sui Due Golfi, del fondatore, Alfonso Costanzo Iaccarino, la cui vicenda umana, familiare e imprenditoriale si intreccia intimamente con lo sviluppo sociale ed economico del borgo collinare della Penisola Sorrentina e, nel secondo dopoguerra, con la stessa vita politico-amministrativa di Massa Lubrense. Ne abbiamo parlato con l’Autore, da sempre legatissimo a Sant’Agata sui Due Golfi, al nipote del fondatore, don Alfonso Iaccarino, e alla moglie Livia.

D.: Lei ha dichiarato che la figura del fondatore della “dinastia” Iaccarino, Alfonso Costanzo, l’ha affascinata, rapita. In che senso? Può essere più esplicito, per i lettori del suo nuovo romanzo, “Don Alfonso 1890 – Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi”?

R.: Il mio intento originario era dimostrare soltanto come don Alfonso Iaccarino, il nipote, a differenza di tanti altri chef stellati, anche di fama internazionale, non fosse arrivato al successo planetario dal nulla, cioè senza avere una solida storia alle spalle, una storia familiare nel campo gastronomico e della cucina mediterranea, il suo fiore all’occhiello, in cui si è affermato, come un vero maestro, di più generazioni, a livello mondiale. Dalla lettura dei libri su don Alfonso, i riferimenti a questa autorevole ascendenza, le origini, risultavano quasi fugaci, con generici riferimenti alla vicenda umana, familiare e imprenditoriale del nonno, all’invenzione degli “strascinati” e con un corredo di dati temporali, sulla sua vita, del tutto contraddittori, se non addirittura errati. Allora ho deciso, con l’aiuto determinante di amici, santagatesi e massesi, di documentarmi presso l’anagrafe e l’archivio comunale, al fine di ricostruire, in primis, un quadro storico certo. Qualche dubbio è rimasto, non tale, tuttavia, da inficiare la straordinarietà della vicenda. Le conversazioni successive con don Alfonso e Livia Iaccarino mi hanno aperto, poi, delle fonti di ispirazione e degli spunti narrativi, degni della massima cura e di ulteriori approfondimenti. In particolare, il lavoro di Alfonso Costanzo bambino, dopo che divenne orfano del padre, la successiva partenza, a quattordici anni circa, come un piccolo emigrante meridionale, per “La Merika”, alla ricerca del lavoro, le occupazioni a New York per cumulare risparmi, il rientro, dopo quattro anni, a diciotto anni, e l’inizio dell’impresa, con l’apertura della Pensione Iaccarino, in società con un finanziatore tedesco, Max Brandemaier, originario di Stoccarda e innamorato del borgo.

D.: Partiamo, allora, dal quadro storico, prima di chiarire ciò che nel romanzo rispetta fedelmente la realtà, frutto di documentazione o di testimonianze, e ciò che appartiene all’invenzione narrativa, ancorché verosimile, di ispirazione manzoniana, tipica dei romanzi biografici.

R.: La costruzione di tutti i dialoghi di don Alfonso Costanzo Iaccarino con i suoi interlocutori è necessariamente frutto di invenzione narrativa, anche perché collegata a personaggi non storici, anch’essi inventati. Ci tengo, tuttavia, a chiarire che, essendo rimasto molto affascinato dalla figura di don Alfonso Costanzo, mi sono calato, psicologicamente, sociologicamente e culturalmente, nel personaggio, per cui i pensieri, i progetti, le riflessioni, gli accadimenti e le osservazioni risultano assolutamente aderenti alla sua personalità.

D.: Torniamo al quadro storico.

R.: Alfonso Costanzo Iaccarino nacque il 16 agosto 1872, nella casa familiare di via Canale, la stradina, che scende dal viale principale di Sant’Agata sui Due Golfi, asse viario del borgo, tra la Chiesa di Santa Maria delle Grazie e La Pedara, fino alla Fonte di Canale. I genitori, Luigi Iaccarino, un muratore-contadino, nato nel 1840, e Maria Rosa Persico, una casalinga, nata nel 1841, provenivano da famiglie, entrambe modeste, entrambe lavoratrici, che abitavano sulla stessa via. Per questa ragione Luigi e Rosa si conoscevano fin da ragazzi. Dal loro matrimonio nacque un unico figlio, al quale imposero due nomi, Costanzo e Alfonso, anche se, fin da piccolo, lo chiamavano tutti con un diminutivo, “Alfonsino”. L’evento-chiave, drammatico, è costituito dalla morte prematura di Luigi e dalla ferma volontà della giovane vedova di non risposarsi, per dedicarsi completamente al figlioletto. La donna si industria, affittando le due camere della propria abitazione ai soggiornanti estivi di Napoli e svolgendo servizi di pulizia e di cucina, per gli stessi, forte anche dell’esperienza maturata nella piccola trattoria di famiglia, la trattoria dei Persico, di via Canale. Nel momento del dolore e della difficoltà, non risolta con la scorciatoia di un nuovo matrimonio, una soluzione di compromesso, si cementa il rapporto tra il figlio e la madre, dalla quale Alfonsino eredita un carattere forte e deciso. La determinazione spinge il bambino a trovarsi, all’insaputa della madre, un lavoro e racimolare qualche spicciolo per aiutarla: scenderà, ogni giorno, prima dell’alba a Crapolla per prelevare il pesce fresco da consegnare, di prima mattina, alle pescherie di Sorrento, lungo il Circumpiso, un percorso sterrato e accidentato, che collega, a piedi, Sant’Agata a Sorrento.

D.: Perché decide di partire, come emigrante, per l’America, alla ricerca del lavoro, e perché la madre glielo consente?

R.: Alfonsino, oltre ad essere, come la madre, forte di carattere, è un autentico visionario, un sognatore, un dreamer. Vuole rompere il circolo vizioso della povertà, vuole cumulare un gruzzolo, vuole imprendere, per se stesso, per la madre Rosa e per il suo borgo natio. Non gli resta che emigrare, ma…, ma… per ritornare, appena si renderà necessario. La madre è molto combattuta, sa che resterà sola, ma è certa che il figlio ritornerà. Che non tradirà il loro patto segreto, rassicurata anche da fatto che una sua parente, zia Carolina, con il marito Luigi, detto Parapalle, è già emigrata a New York e proteggerà il figlio da tutti i pericoli.

D.: Quanti anni resta in America?

R.: Circa quattro anni, cambia più mestieri (l’incredibile epopea americana di Alfonso Costanzo, la lascio ai lettori!), cumula dei risparmi e decide di rientrare, trova un socio tedesco disponibile, e apre, nel 1890, la Pensione Iaccarino, all’inizio del Circumpiso. Da quel momento, i santagatesi, nonostante la giovane età, non lo chiameranno più “Alfonsino”, ma “don Alfonso”. Una pensione, con poche camere, ma con un ristorante, che diviene presto molto rinomato. Sposa una ragazza di Sant’Agata, Rosa d’Esposito, di otto anni più giovane, la quale collabora con lui e gli darà ben undici figli: Olga (1899), Fernanda (1901), Maria (1902), Luigi (1904), Ernesto (1906), Guglielmo (1908), Carlo (1910), Vladimiro (1912), Laura (1914), Anna (1916) e Renato (1920). Gli premoriranno, in tenerissima età, Vladimino (1912), e, in giovane età, prima Fernanda (1923) e, poi, Guglielmo (1928). Man mano che i figli sopravvissuti crescono, collaborano con il padre e la madre, la quale scompare nel 1925, nell’albergo: le donne addette alla camere, gli uomini alla gestione degli altri servizi, dalla cucina alla sala. Così, la Pensione Iaccarino, di anno in anno, si ingrandisce, cresce, diventa un’azienda alberghiera di tutto rispetto, non tanto, tuttavia, da dar da mangiare a tanti figli, ormai pronti al matrimonio. Inizia il primo tentativo di espansione, che fallisce in maniera drammatica. Tre figli, Carlo, Laura e Renato, aprono a Roma una seconda Pensione Iaccarino, nella speranza di creare un’azienda parallela, ma non stagionale. Gli eventi bellici della seconda guerra mondiale, collegati alla caduta del regime fascista e a Roma, città aperta, risucchieranno questa iniziativa nel vortice della guerra civile, con accuse del tutto infondate, rivolte ai fratelli Iaccarino, di collusione con bande criminali nazi-fasciste.

D.: Questa situazione generò molta amarezza in don Alfonso Costanzo?

R.: Legittimamente, prima angoscia per la sorte dei figli e, poi, amarezza, anche perché gli alleati gli avevano requisito la sua creatura, la Pensione Iaccarino. Alla fine, i figli ritornarono salvi e le maldicenze si arresero di fronte alla verità storica e processuale. Gli fu chiara, tuttavia, l’esigenza di suddividere il patrimonio tra i potenziali eredi. Secondo le prassi (oggi inconcepibili!) dell’epoca, le donne ottennero proprietà e denaro. Gli uomini l’azienda alberghiera, anche se ciascuno cominciò a pensare in grande per il proprio futuro e per quello della rispettiva famiglia. Nel giugno del 1952, l’ormai mitico fondatore ebbe anche la soddisfazione di vedere eletto il figlio Luigi a sindaco di Massa Lubrense, elezione che gli confermò il profondo legame della famiglia Iaccarino con Sant’Agata e con Massa Lubrense. Prima e, particolarmente, dopo la morte del fondatore, intervenuta il 4 agosto del 1952, pochi giorni prima che compisse il suo ottantesimo compleanno, tra divisioni e successioni, la seconda generazione degli Iaccarino di Sant’Agata sui Due Golfi, si ampliò, nel secondo dopoguerra, verso Sorrento e verso Roma. Carlo continuò il progetto romano, con l’apertura di più alberghi. Il primogenito maschio, Luigi, e l’ultimogenito Renato acquistarono l’Imperial Hôtel Tramontano. Costruirono il Grand Hôtel Hermitage. Laura e il marito Angelo Foddai iniziarono la gestione dell’Europa Palace a Sorrento. Anna non volle abbandonare l’attività alberghiera ed aprì l’Albergo delle Palme a Sant’Agata. Ernesto, padre di don Alfonso, ereditò la Pensione Iaccarino e, da lì, iniziò il cammino della terza generazione. Il cammino di don Alfonso jr., al quale il nonno aveva passato idealmente il testimone della cucina mediterranea, prima di morire.

D.: Fu una cammino a due, quello di don Alfonso, non solitario?

R.: Esattamente. Se un visionario era il nonno, ancor più visionario era il nipote, che aveva sposato una bella ragazza santagatese, Livia, anch’ella visionaria, come lui, e che lo sosteneva in tutti i suoi coraggiosi progetti. I due viaggiarono dapprima in Europa e in Oriente e, poi, sfidando vecchi preconcetti, anche familiari, aprirono il Don Alfonso 1890, nella proprietà ereditata dalla zia americana, vendettero l’albergo di famiglia e si dedicarono completamente all’alta cucina, raggiungendo i risultati e ottenendo i riconoscimenti, che tutti conosciamo. Comprarono e coltivarono la tenuta Le Peracciole, del tutto complementare alla loro filosofia gastronomica. Per questo, il ristorante Don Alfonso 1890 viene giudicato, oggi, dalle preferenze della clientela, come il quinto al mondo e don Alfonso come uno dei più quotati chef, con una ramificazione, tra ristoranti e consulenze, a livello mondiale. Una gloria nazionale e un’eccellenza italiana, come diceva Carlo Azeglio Ciampi.

D.: E il futuro della “dinastia” degli Iaccarino?

R.: Non dormire sugli allori, ripete don Alfonso. Gli alberghi della galassia Iaccarino sono brillantemente gestiti dalla terza generazione, dai figli di Luigi, di Renato, di Ernesto e di Anna, in attesa della quarta generazione. Il Don Alfonso 1890 è già saldamente nelle mani degli figli di Alfonso e Livia: Ernesto, brillantissimo in cucina e già famoso, e Mario, brillantissimo in sala, seguiti amorevolmente dai genitori.

D.: Allora non è vero che le terze generazioni distruggono sempre quello che hanno costruito le prime e le seconde? Thomas Mann e I Buddenbrook?

R.: Non sempre. Il decadimento generazionale, negli imperi economici a carattere familiare, non sembra riguardare gli Iaccarino di Sant’Agata sui Due Golfi.

 

Cristianesimo pagano o paganesimo cristiano?

 
 

Eppure, mi chiedo quale differenza sostanziale possa esservi tra le Ecatombeone, le Gamelione, le Falloforie, le Panatenee, le Dionisie e le processioni della settimana santa, o anche le processioni dei santi patroni. Beh, credo, nessuna, in quanto tutte hanno origine in quella sfera pagana (nel senso di “pagus”, non in contrapposizione alle religioni rivelate) e superstiziosa, figlie, come la religione, della paura e dell’ignoranza, anche se meno sofisticate e più immediate.

 
 

 

 
 
 

Richard Wagner, Hegel e Nietzsche

 
 

La musica di Richard Wagner è una porta drammaticamente aperta sulla filosofia dello spirito di Hegel e quella dell’eterno ritorno all’uguale di Nietzsche. Allo stesso modo, Hegel e Nietzsche ne sono i librettisti, i pilastri su cui poggiano le architetture, mistiche e immaginifiche, del castello di Neuschwanstein, in Baviera, che già si intravedono quando si ascolta Wagner raccontare le vicende dello spirito del popolo tedesco!

 

 

 

Quando il pesco sarà fiorito

 
 
T’incontrerò
quando il pesco sarà fiorito,
portandoti per mano
su prati di margherite,
al suono dolcissimo del flauto
che ascoltavi quando eri bambina.
T’incontrerò
quando il pesco sarà fiorito,
trovandoti donna
e io uomo,
ad aspettare che un bocciolo di vita
si schiuda
al calore del sole
che ti è sorto negli occhi.

Aprile 2017

 
 

 
 
 

La filosofia inglese e le sue leggi concrete

 

Perché gli inglesi hanno dominato il mondo per almeno quattro secoli

 

Gli inglesi, per quel che concerne la storia del pensiero, si sono distinti dagli altri popoli europei, antichi e moderni, a causa di quella impronta, ad essi del tutto peculiare, tendenzialmente antimetafisica ed essenzialmente pragmatica. A scorrere rapidamente quella storia, infatti, ciò può essere facilmente notato: quando il Medioevo volgeva ormai al termine, mentre nelle scuole del resto d’Europa i dotti erano ancora impelagati nelle dispute scolastiche sulle prove dell’esistenza di Dio, sugli universali, sulla Trinità e sui quodlibeta, Roger Bacon, filosofo, scienziato e mago, il doctor mirabilis (dottore dei miracoli), fondava la gnoseologia empirica, secondo la quale l’esperienza sia il vero e unico mezzo per acquisire conoscenza del mondo. Tre erano, secondo il filosofo, i modi con cui l’uomo potesse comprendere la verità: con la conoscenza interna, data da Dio tramite l’illuminazione; con la ragione, la quale, però, non è bastevole, e, infine, con l’esperienza sensibile, ovvero tramite i cinque sensi, il non plus ultra di cui esso possa disporre e che gli consente di avvicinarsi alla reale conoscenza delle cose. Il frate francescano William of Ockham, il doctor invincibilis (dottore invincibile), con il suo famosissimo rasoio, semplificò al massimo la spiegazione dei fenomeni, mostrando l’inutilità di moltiplicare le cause e di introdurre enti al di là della fisica: “Frustra fit per plura, quod fieri potest per pauciora” (è inutile fare con più, ciò che si può fare con meno). Francis Bacon, il filosofo dell’adagio “Sapere è potere”, padre della rivoluzione scientifica e del metodo scientifico nell’osservazione e nello studio dei fenomeni attraverso l’induzione, meglio definita e rinnovata rispetto a quella aristotelica, fu avversatore dei pregiudizi, da lui chiamati idola (idoli o immagini), che impedivano la reale conoscenza e intelligenza della natura, e fu ispiratore di un’altra grande mente inglese, Isaac Newton, lo scienziato-osservatore empirico per eccellenza. Thomas Hobbes diede spiegazione a tutti gli aspetti della realtà col suo materialismo meccanicistico, annullando la res cogitans (sostanza pensante) di Cartesio e il suo ambiguo rapporto con la res extensa (sostanza materiale), retroterra sul quale basò la sua concezione della natura umana, della condizione di guerra di tutti contro tutti (l’homo homini lupus), del patto di unione e del patto di società, dai quali sarebbero poi nati, rispettivamente, la civiltà e, attraverso la rinuncia da parte di ogni uomo al suo diritto su tutto e la cessione di questo al sovrano, lo Stato, il Leviathan (Leviatano). John Locke, l’empirista, l’autore di An essay concerning human under standing (Saggio sull’intelletto umano), sosteneva che tutta la conoscenza umana derivasse dai sensi. Indagò le idee e i processi conoscitivi della mente, criticando l’innatismo cartesiano e leibniziano e, tra l’altro, fu strenuo propugnatore del liberalismo politico e della tolleranza religiosa. David Hume, l’estremo dell’empirismo inglese, asseriva, come Locke, che la conoscenza non fosse innata, ma scaturisse dall’esperienza. Egli negò sia la sostanza materiale che quella spirituale, tutto riducendo a sensazione e stato di coscienza. Demolì il concetto di causa, ritenendolo mero costume della mente, suscitato dall’abitudine, e postulò, quali conoscenze universali e necessarie, soltanto quelle della geometria, dell’algebra e dell’aritmetica. Adam Smith, filosofo ed economista, teorizzò l’idea che la concorrenza tra vari produttori e consumatori avrebbe generato la migliore distribuzione possibile di beni e servizi, poiché avrebbe incoraggiato gli individui a specializzarsi e migliorare il loro capitale, in modo da produrre più valore con lo stesso lavoro. E, infine, l’Utilitarismo di Jeremy Bentham e John Stuart Mill prima, con tutte le implicazioni morali (o moralmente inglesi), legate ai concetti di “utile” e di “felicità“, e quello di Henry Sidgwick, poi, col suo edonismo etico, mediante il quale aggiunse importanti precisazioni ai concetti dell’utilitarismo classico. Queste riflessioni filosofiche hanno certo corrispettivo pratico allorquando si osservano attentamente tutte le sfaccettature dell’English way of life e dei princìpi che, ancora oggi, lo animano. Il motivo per cui gli inglesi, fino a circa settant’anni fa, hanno realmente dominato il mondo (basti pensare al British Empire e al Commonwealth), ha le proprie basi nel pragmatismo che, dal 1200 in poi, ha caratterizzato le sue classi intellettuali e, di riflesso, quelle deputate all’azione. Un popolo non condizionato dalla religione, come lo sono stati, dal Medioevo alle soglie dell’età contemporanea, la maggior parte dei Paesi cattolici europei, libero di sottomettere altre genti, che non ha combattuto in nome di Dio ma degli uomini, era destinato ad avere il ruolo che ha avuto e che ancora ha. Del resto, negli stessi anni in cui un bardo venuto dalle Midlands incantava gli spettatori del Globe Theatre a Londra, mettendo in scena l’amore tra Romeo e Giulietta, la filosofia dell’essere e del non essere e la gelosia di Otello, la regina Elisabetta I nominava baronetto il più astuto e lesto pirata della storia: sir Francis Drake!

 

Pubblicato l’1 aprile 2017 su La Lumaca