Intervento integrale di Riccardo Piroddi alla presentazione del romanzo di Raffaele Lauro, “Dance The Love – Una stella a Vico Equense” (Sant’Agata sui Due Golfi, 28 agosto 2016)

 

Friedrich Nietzsche e Violetta Elvin: la poesia della gaia scienza e l’amore della gaia vita

 

Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare. E quando ho visto il mio demonio, l’ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità. Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo”.

Buona sera, buona sera a tutti. Le parole che ho appena recitato non sono mie. Lo fossero, ora sarei nell’olimpo dei pensatori di tutti i tempi. Sono di un personaggio della storia del pensiero universale di cui vi parlerò tra poco. Non ho bisogno di presentarmi, mi conoscete tutti. Mi considero ancora un giovane virgulto, figlio di questa terra meravigliosa, la terra massese. Non è un mistero che, da anni, collabori con il professor Lauro, per cui, di quest’opera, che presentiamo stasera, conosco anche l’esatta posizione delle virgole. Lo scorso anno quando, a pochi metri da qui, in piazza, presentammo il romanzo precedente del professor Lauro, “Caruso The Song – Lucio Dalla e Sorrento”, dedicai il mio intervento a donna Violetta. Stasera ella è qui, davanti a me e tra voi, e con il cuore tra le mani, voglio dire a lei che sto per offrirle, non soltanto questa mia relazione, ma la mia anima. Avrei voluto tenere, in questa occasione, un discorso nel quale raccontarvi l’incredibile storia che mi ha visto protagonista, in tutte le fasi che hanno portato alla pubblicazione di questo romanzo, dalle interviste a donna Violetta, alle quali ho avuto la gratificante possibilità di partecipare, in qualità di novizio di frate Guglielmo da Baskerville – Lauro, per citare il mio amato Umberto Eco, alla nostra amicizia, la quale è una medaglia d’onore che avrò appuntata sul petto fino alla fine dei miei giorni, alle nostre telefonate notturne, sovente in inglese, durante le quali parliamo di William Turner, di Dante Alighieri, di letteratura e delle ultime vicende politiche internazionali. Vorrei, ma come mi ha insegnato il filosofo ginevrino Jean Jacques Rousseau, a parlare di sé non si guadagna mai nulla! Ed ecco, allora, che per onorare secondo il massimo delle mie poche possibilità, questa donna straordinaria, ho deciso di indossare i miei abiti migliori, quelli dell’educazione sentimentale e culturale, e di riferirvi talune impressioni suscitatemi da questo bel romanzo, facendomi condurre per mano da uno dei più elevati spiriti dell’umanità, che io sommamente amo e al quale sono enormemente debitore, l’autore delle parole che ho pocanzi recitato: Friedrich Wilhelm Nietzsche.
Perché mai, proprio Nietzsche? Perché, credetemi, Violetta Elvin e Friedrich Wilhelm Nietzsche hanno molte caratteristiche in comune, non soltanto il medesimo amore per la danza. In Nietzsche, la danza è attività libera e liberatrice. E’ espressione, insieme con la musica, di quell’elemento dionisiaco oscuro, contrapposto all’apollineo luminoso. Per mostrarvi, dunque, queste caratteristiche comuni vorrei partire dall’occasione che, nel romanzo, mi ha suggerito questo percorso. Monte Comune, Vico Equense: in un afflato di incanto naturalistico, la giovane Violetta, immersa nell’estasi visiva del golfo di Napoli, ripercorre, in pochi attimi, cito: “Il grande cratere di fuoco, il prevalere delle acque, il consolidarsi di quell’armonia, un’opera d’arte, che anche il più convinto agnostico avrebbe faticato a non definire divina. Da quel punto di osservazione del mondo l’epopea della vita, la nascita di Venere pagana, che emerge dalla spuma delle onde, e il destino dell’umanità, tutto diventava più chiaro, intuitivamente, senza avere più bisogno di spiegazioni”.
La giovane Violetta, in quel momento, decide di riprendere in mano la propria vita, di darle una nuova forma e una nuova direzione. Un nuovo inizio, quindi, Una palingenesi.
Sils Maria, Engadina svizzera: in una notte estiva di luna, Nietzsche, mentre passeggia tra i laghetti che bagnano la località alpestre, ha l’intuizione di una teoria destinata a diventare uno dei capisaldi della sua dottrina filosofica: l’eterno ritorno all’uguale.
Non essendoci un Dio creatore che ha dato inizio a un mondo composto di esseri finiti, allora il mondo non ha né inizio né fine, è eterno ed è composto di esseri infiniti”. “L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere! Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina”.
Queste ultime sono parole di Nietzsche da “La gaia scienza”, opera del 1882, che scrisse quando aveva circa la mia età e nella quale annunziò proprio questa teoria. Ecco, soffermiamoci un attimo su questa parola: gaia. E’ la chiave che mi ha consentito di rintracciare parallelismi tra le esistenze e la poietica di Violetta Elvin e Friedrich Wilhelm Nietzsche. Mi figuro la vita di donna Violetta come una vita gaia, proprio in senso nietzschiano. Nietzsche scrive “La gaia scienza”, opera che rappresenta il passaggio dalla fase cosiddetta dello spirito libero, verso le sommità mature del suo pensiero, influenzato da un luogo fisico, dall’ebbrezza della contemplazione di un paesaggio naturale. Allo stesso modo, Violetta opera, in un medesimo contesto spirituale, quella scelta di vita che le permetterà di chiudere un periodo, quello della danza, e di aprirne un altro, quello dell’amore: Dance The Love, appunto.
C’è dell’altro, però, su cui ho costruito la comparazione tra donna Violetta e Nietzsche e riguarda il mio approccio intimo e personale alle vicende dei due: il mio debito di gratitudine nei confronti di entrambi. Nietzsche è stato uno dei massimi formatori del mio pensiero. Io amo Nietzsche perché la sua filosofia è una filosofia gioiosa, una filosofia dello spiritus construens, una filosofia del futuro. Sono solito rispondere in questo modo alla domanda, che mi viene spesso posta, riguardo cosa ami parlare quando sono con una donna (i dialoghi con una donna sono, per un uomo, il più meraviglioso esercizio di dialettica della passione!). Io amo parlare del futuro. Con le donne io amo parlare del futuro! Questo me lo ha insegnato Nietzsche. Nietzsche ha liberato l’umanità dalle incrostazioni esiziali che la metafisica, da Platone a Hegel, aveva sedimentato nella storia del pensiero occidentale. Il suo celebre adagio, “Dio è morto”, riferibile non soltanto all’ambito religioso, ma, appunto, più in generale, a quello metafisico, è divenuto il suono delle campane che ha destato l’umanità, aprendole gli occhi ad una nuova era. Ne “Il crepuscolo degli idoli”, del 1888, il filosofo spiega, in sei punti, come “il mondo vero finì per diventare una favola”, posando, sulla metafisica occidentale, la più ironica, distruttiva e definitiva pietra tombale. Vi consiglio di leggerla, se siete preparati alla deflagrazione di tutte le vostre credenze. C’è un termine, ricorrente in molti punti dell’opera nietzschiana: antivitale. Egli lo riferisce, particolarmente, alle religioni e ai vecchi sistemi di credenze. Il mio amore per Nietzsche è germogliato grazie a questa parola perché lui, poi, ha saputo palesare cosa fosse e cosa significasse il contrario. Vitale, ciò che abbandona il vecchio e si proietta verso il futuro. L’uomo, infatti, ripudiati i sistemi mentali pregressi, che lo hanno costretto alla schiavitù morale, all’antivitale, adoperata e accettata la trasvalutazione dei valori, per usare la sua terminologia, diviene un essere vitale, proiettato verso il futuro, verso la libertà. Nietzsche ha mostrato a cosa dovesse tendere l’uomo e l’umanità. Nietzsche è stato certamente un uomo pieno d’amore. Un sistema filosofico come il suo ha necessariamente alla base una massiccia quantità di amore. Nella vita, però, da quel punto di vista, fu sfortunato. Amò una sua discepola, Lou Salomé, la quale rifiutò di sposarlo, precipitandolo in una crisi depressiva che, tuttavia, gli fu provvidenziale, in quanto gli ispirò la prima parte di “Così parlò Zarathustra”. E, ancora, nonostante non vi siano prove certe, l’innamoramento, sempre infelice, per Cosima Wagner, seconda moglie del famoso compositore Richard, con i quali, tra l’altro, fu qui, a visitare il monastero del Deserto, negli anni ’80 dell’Ottocento. Un grande uomo, un grande spirito, un’anima libera, un benefattore dell’umanità! Un pensatore cui oggi le giovani generazioni, come la mia, dovrebbero guardare. In un’epoca in cui quanti ci hanno preceduto non hanno lasciato a noi neppure le macerie con le quali poter costruire il nostro futuro, un filosofo il quale, dal punto di vista dottrinario, ha tracciato la via maestra per l’avvenire, deve essere venerato come una divinità! Altro che i falsi miti propinati oggi dai media!
Donna Violetta, adesso questo mio discorso entra nella parte più sentimentale, quella più difficile, per me, da enunciare, perché temo che lacrime di gioia possano rigare il mio viso e occludermi la gola, impedendomi finanche di parlare. Mi rivolgo direttamente a voi, per cercare di chiarire i motivi di questo accostamento della vostra persona e della vostra storia a Nietzsche: Nietzsche filosofo vitale, danzatore dello spirito, uomo d’amore, profeta della libertà, oracolo dell’avvenire. Voi, donna Violetta, artista vitale, danzatrice dello spirito, donna d’amore, profetessa della libertà, oracolo dell’avvenire. Io ho avuto il privilegio di poter ascoltare, dalla vostra viva voce, i racconti della vostra incredibile vita di bambina, di artista, di donna, di moglie e di madre. I lettori di questo bellissimo romanzo lo faranno attraverso le meravigliose pagine che il professor Lauro ha così bellamente costruito. Per cui, non vi indugio affatto. Donna Violetta, questo intervento è affiorato nella mia mente già mentre, un anno e mezzo fa, vi ascoltavo parlare di voi e della vostra storia. Immediatamente, vi ho legata al filosofo di cui ho esposto. Davanti ai miei occhi incantati di giovane avete portato in scena, come facevate al Teatro Bol’šoj  di Mosca o alla Royal Opera House di Covent Garden, nella nostra amatissima Londra, la filosofia di Nietzsche. “Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare!” Donna Violetta, voi sapete danzare, eccome, e io credo in voi. Queste mie riflessioni siano un altare che io innalzo al vostro simulacro, al vostro esempio, alla vostra bellezza mai sfiorita. La vostra storia è la dimostrazione reale di quel vitalismo di cui parlava il Nietzsche, sostenuto dall’amore per la vita, per la danza, per l’arte, per un uomo, il vostro Fernando, per un figlio, il vostro Antonio, e per una terra, questa nostra Penisola Sorrentina e Vico Equense, in particolare, nella quale siete sbocciata come il fiore più prezioso, l’orchidea “Scarpetta di Venere”, la stessa scarpetta che indossavate in teatro, e come la Venere cantata da Foscolo nel sonetto “A Zacinto”, avete fatto feconda, o nella quale, come la Beatrice di Dante, siete venuta a miracol mostrare. Il miracolo della vostra stessa vita, che avete donato a questa terra e a noi, suoi abitanti. Donna Violetta, filosoficamente parlando, avete operato quella rivoluzione, non copernicana, come direbbe Immanuel Kant, ma nietzschiana. Avete superato l’oppressione di un regime dittatoriale, che per Nietzsche era la metafisica, aprendo le vostre ali verso la libertà, verso la vita. Avete fatto diventare quel mondo vero, che Lenin, Stalin e il comunismo avevano costruito, una favola. Anche voi avete operato e accettato la trasvalutazione dei valori, avendo la forza di rinunciare, non come Nietzsche, a qualcosa che vi rendeva schiava, ma ancor più difficilmente, a qualcosa che amavate, la danza, per abbracciare qualcuno che avreste amato ancora di più. Avete conquistato la vera libertà: quella di amare! Siete voi stessa diventata il simbolo della libertà. Donna Violetta, ai miei occhi incantati di giovane, spesso velati dalla malinconia dei poeti, voi siete sole splendente, trasfigurata, nietzschianamente trasvalorata, nel sole. “Vergine bella che di sol vestita”, cantava Francesco Petrarca. Come nelle muse dei poeti, io vedo in voi tutte le donne del mondo, tutte le madri del mondo. Nel vostro cuore c’è la storia del mondo. “Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare!”. Donna Violetta, guardano a voi, così regale, così bella, così meravigliosa, io penso alla donna che, spero, un giorno possa accompagnarmi nella vita e allora, quando l’avrò davanti, regale, bella e meravigliosa come voi, con il cuore e le gambe tremanti, come in questo momento, le dirò, pensando a voi, pensando al vostro esempio, pensando alla delicatezza e all’affetto che avete sempre mostrato nei miei confronti, che nel teatro del tempo io danzerò la mia vita: tu, sole, come luce di scena e l’eternità come sfondo! Grazie donna Violetta! Grazie a tutti!

 

Violetta Elvin

 

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28 agosto 2016. Sant’Agata sui Due Golfi. Sala della Confraternita del SS. Rosario

 

 

Un pubblico di assoluta eccezione, che ha affollato la Sala della Confraternita del SS. Rosario di Sant’Agata sui Due Golfi e che ha seguito, con entusiastico interesse, con partecipe attenzione e con scroscianti applausi, la presentazione del terzo romanzo de “La Trilogia Sorrentina” di Raffaele Lauro, “Dance The Love – Una stella a Vico Equense”, perfettamente organizzata e coordinata da Donato Iaccarino, nell’ambito della XVI Edizione del Premio “Salvatore Di Giacomo 2016”, è stato colto piacevolmente di sorpresa, quando lo scrittore sorrentino, nei ringraziamenti agli amministratori, agli organizzatori e ai relatori, ha annunziato l’uscita, nel 2017, del suo nuovo romanzo, dedicato all’epopea imprenditoriale e gastronomica di Alfonso Iaccarino, nonno dello chef pluristellato Alfonso Iaccarino del Ristorante “Don Alfonso 1890” di Sant’Agata sui Due Golfi, dal titolo “Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi – Don Salvatore e don Alfonso”. Dopo la raffininata introduzione del presidente della Pro Loco Iaccarino, i garbati saluti del sindaco Lorenzo Balducelli e la delicata testimonianza, tutta al femminile, di Giovanna Staiano, si sono succeduti i magistrali interventi della ristoratrice Livia Adario Iaccarino, del pubblicista Riccardo Piroddi e del presidente dell’Associazione Culturale “La Fenice”, Nicola Di Martino. La Iaccarino ha definito il romanzo di Lauro un’altra gemma preziosa del suo cammino celebrativo della Penisola Sorrentina, non inferiore ai precedenti romanzi, che apre, tuttavia, ai lettori “la cassaforte della vicenda, umana e artistica, della danzatrice russa Violetta Prokhorova Elvin, disvelando tesori di arte, di coraggio, di dedizione e di amore”. Piroddi, il quale ha seguito passo passo la scrittura del romanzo, ha fatto ricorso ripetutamente all’opera di Friedrich Nietzsche (“La gaia scienza”, “Il crepuscolo degli idoli”, “Così parlò Zarathustra”), per esaltare la stupefacente vitalità di Violetta Elvin e, in particolare, ha sottolineato, come la danzatrice, filosoficamente parlando, abbia operato una rivoluzione nietzschiana, superando l’oppressione di un regime dittatoriale e accettando la trasvalutazione dei valori, con la rinunzia a qualcosa che amava, la danza, per abbracciare qualcuno che avrebbe amato ancora di più”. Di Martino, infine, ha stupito tutti con una relazione di elevato spessore accademico, sottolineando gli intrecci del romanzo, tra storia universale e storia locale, definendo Lauro un vero maestro e un “coreografo della scrittura”: “Dance The Love, danza dell’amore è l’imperativo che il misterioso e inconoscibile Sommo Coreografo detta, attraverso il profeta Lauro, a Violetta Elvin. Chi ha occhi visionari e mente plagiata dalla sacra storia locale del mito, vede Violetta Elvin svolazzare leggera, chagallianamente leggera, sulle alture del Monte Comune e sulle piccole Isole delle Sirene”. In conclusione, la toccante testimonianza lirica del poeta massese Gianni Terminiello e l’intensa lettura del passo conclusivo del romanzo, da parte di Giulio Iaccarino, priore della Confraternita e attore teatrale, hanno regalato ai presenti momenti di autentica commozione. Il pubblico ha salutato più volte, con vibranti standing ovation, la protagonista del romanzo, Violetta Elvin, costretta dal caldo eccessivo della giornata a rinunziare ad essere presente alla manifestazione santagatese.

 

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Brevi ragguagli su alcuni aspetti della poetica di Salvatore Di Giacomo

 

 

In occasione delle cerimonie della XVI Edizione del Premio “Salvatore Di Giacomo”, che si sta tenendo, proprio in questi giorni, a Sant’Agata sui Due Golfi, qualche mia breve considerazione critica su alcuni aspetti della poetica di Salvatore di Giacomo (1860-1934)

 

Salvatore Di Giacomo, in tutta la sua opera, ha espresso il senso drammatico e gioioso insieme, che caratterizzava l’anima del popolo napoletano e le bellezze naturali della città partenopea. E’ stato capace di raccogliere quei colori, quella musicalità e quella poesia, tipicamente napoletani, sui fogli di carta prima e, poi, musicati da compositori, negli spartiti musicali. Prostituzione, malavita, miseria, bassi, vicoli, umanità sofferente, umanità gioiosa, amore, passione, vi erano rappresentati con una vivacità quasi teatrale. Il sapiente uso del dialetto, così dolce e musicale, tuttavia, perfettamente vero e veridico, faceva di un raffinato intellettuale, un piccolo 03-DI-GIACOMOborghese che si calava nello spirito e nell’anima di un popolo e ne diventava cantore, con un realismo senza pari, esprimendo, nei versi, le sfumature e le sfaccettature peculiari di una plebaglia, di quel ventre di Napoli (Matilde Serao), che, così, acquistava dignità poetica. La grandezza e l’importanza dell’opera di Di Giacomo, rispetto al popolo napoletano, è stata duplice: da un lato, proprio per la sua condizione di piccolo borghese, stupiva la capacità descrittiva di un mondo che doveva, per nascita, per storia personale e per educazione, non appartenergli, ma che, evidentemente, sentiva visceralmente suo; dall’altro, il lascito poetico, divenuto lo specimen di quel mondo. Nessun altro aveva saputo, fino agli inizi del Novecento, diventare un così abile e mirabile testimone poetico del popolo napoletano. La poetica di Di Giacomo risentiva, certamente, degli influssi del Verismo, il movimento letterario che, ispirandosi al Naturalismo francese, aveva pervaso la letteratura italiana della seconda metà dell’Ottocento. L’Autore, comunque, aveva interpretato il Verismo o, meglio, lo aveva adattato alla propria sensibilità, alla propria condizione e all’ambiente, nel quale si era trovato a vivere. Di Giacomo, infatti, rispetto a Giovanni Verga, maggiore esponente del Verismo, il quale riproduceva la realtà in modo diretto, crudo, impersonale, tale da rendere i suoi personaggi protagonisti di storie volte a mostrare quadri di decadenza, di fallimento, di impotenza, nei confronti degli eventi, ancorché di passiva e fatale accettazione degli stessi, tratteggiava, dipingeva i suoi personaggi e le loro storie con la fresca aria del mattino, con i raggi tenui della luna, con una petrarchesca idealizzazione di tipi e di modi, che sembravano cristallizzati in una realtà fuori dal tempo, grazie all’uso del dialetto napoletano, dolce e raffinato, il cui impiego aveva lo scopo non della mera rappresentazione, quanto piuttosto del vero che diventa musica, timbro, colore e sensazione, alla maniera dei pittori impressionisti. Il Verismo diciacomiano non era un Verismo dall’interno, non era la voce diretta del reale che agiva, ma era lo sguardo dell’autore su quelle azioni. Nella poesia di Di Giacomo, era senza dubbio il reale a produrre l’evento e il movimento della storia, ma era l’autore a darne contezza, inevitabilmente, riproducendolo attraverso il suo vissuto e la sua visione del mondo. Ciò era antitetico al napoli-comera-libromodus scribendi schiettamente verista (Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto), nel quale l’autore diventava mero narratore di realtà che erano completamente al di fuori di esso e senza alcun contatto con esso. Per quanto riguarda il rapporto con le donne, pur volendo attribuire una fortissima valenza al legame di Di Giacomo con la madre (si sarebbe sposato tardi, nel 1916, dopo la morte della madre), non era divenuto così totalizzante nella sua visione della donna e nel suo rapporto con essa. Si poteva ipotizzare una incapacità, da parte del poeta, di sostituire, nel suo cuore, l’immagine della madre, con quella di un’altra donna, in grado di occupare un posto altrettanto importante. Con il rischio, tuttavia, di giudicare le donne cantate dal poeta nient’altro che la stessa rappresentazione, con caratteri diversi, della madre. Quelle donne, quindi, sarebbero state figure femminili fittizie, meri artifici della sua poesia. C’era anche chi, tra gli stessi amici e colleghi, leggeva la presenza delle donne, nell’opera digiacomiana, come strettamente collegata al suo concetto di amore. Le donne, in Di Giacomo, diventavano lo strumento con il quale il poeta offriva se stesso e i suoi sentimenti al mondo, rappresentando l’amore nei suoi molteplici aspetti, tutti umani. In questo caso, la stessa varietà delle figure femminili di Di Giacomo rifletteva l’umanità del suo sentimento amoroso, che si manifestava inquieto, instabile, dispettoso e a tratti doloroso. L’amore era intenso, malinconico e perduto nelle tante sfaccettature della vita quotidiana. Le donne e l’amore, in Di Giacomo, erano l’aspirazione alla personificazione, non cosciente, di un desiderio molto più complesso: ricercare e concentrare l’essenza dell’umanità. Quasi una galleria-museo, dove erano esposti i diversi quadri dell’amore, tutti rappresentati attraverso donne diverse, con storie diverse, con passioni diverse. Donn’Amalia ’a Speranzella, la donna colta nell’atto di friggere le frittelle e l’osservatore che l’ammirava, desideroso della sua bellezza; Zì munacella, una ragazza che, per salvare il suo innamorato, condannato a morte per aver commesso un delitto passionale, si digiacomo-elisaaviglianofaceva monaca, senza sapere che quel delitto non era stato consumato per lei, ma per un’altra donna; Palomma ‘e notte, una donna-farfalla, la quale, per esercitare la propria libertà, rischiava di bruciarsi: Carolina era come una farfalla che girava e rigirava intorno a una candela che la attraeva, come se fosse stata un fiore, nonostante il poeta la mettesse in guardia dal prendere fuoco; ‘E ttrezze e Carulina, dove il poeta, con dispetto, esortava il pettine della donna desiderata a strapparle tutti i capelli, lo specchio nel quale ella si mirava ad appannarsi, le lenzuola ad infuocarsi e pungere le sue carni, le piante sul tetto della casa a farsi trovare seccate. Ma, poi, il poeta si mostrava felice di constatare che, nella realtà, avvenisse il contrario. Le donne, in Di Giacomo, assumevano, però, anche caratteri cupi, che le legavano al concetto di morte. La dolce sensibilità del poeta, il suo carattere fragile e mite, capace di soffrire e di far soffrire, e la sua paura del mondo, si esprimevano proprio in queste immagini di donne e morte, donne e dolore, come “Carmela”, ormai sposata, che sembrava aver dimenticato il primo amore, raccontato in un crescendo di ricordi e di gesti; come Tarantella scura, in cui veniva narrata una vicenda di vita e di sangue, o, ancora, in Femmene, femmene!, dove le donne prima ammaliavano e, poi, facevano disperare.

 

 

 

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Uno stormo di quadri immorali,
uccelli con ali di vampa,
avvolge i miei occhi
e vi pianta
lame frementi e profonde.
Un lume di sangue
veglia il tuo sonno
e i miei brividi folli.
Con labbra chiuse tu dormi
e il tuo corpo scoperto
soffia braci di ansimi
e sospiri corrotti
sulla mia impotente miseria,
agonizzante nel lebbrosario del vizio
che il tuo seno cupido
nutre e sostenta.
Mai sarò stanco di amarti,
mio dissoluto tormento…

(Agosto 2016)

 

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Ho sempre desiderato incontrare una donna che possedesse a tal punto la mia ispirazione da renderla, nei miei versi, un’opera d’arte vivente!  (R. P.)

 

Nietzsche, la verità e le donne

 

 

“Posto che la verità sia una donna – e perché no? non è forse fondato il sospetto che tutti i filosofi, in quanto furono dogmatici, s’intendevano poco di donne? che la terribile serietà, la sgraziata invadenza con cui essi, fino a oggi, erano soliti accostarsi alla verità, costituivano dei mezzi maldestri e inopportuni per guadagnarsi appunto i favori di una donna? – certo è che essa non si è lasciata sedurre e oggi ogni specie di dogmatica se ne sta lì in attitudine mesta e scoraggiata.” (Al di là del bene e del male, Prefazione)

 

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Lucciole

 

 

Di notte,
si incontrano
segretamente
e raccontano
silenziosamente
il mio sogno:
cogliere la luce,
che sboccia sul tuo viso,
quando la luna si posa sul mare.
Il mio desiderio
è un luccichio intermittente
che non ti so regalare…

(Agosto 2016)

 

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Brevissima considerazione sulle rivoluzioni

 

 

Poco meno di dodici anni dopo la decapitazione di Luigi XVI di Francia, ad opera della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, Napoleone Bonaparte fu incoronato imperatore dei Francesi. Come a dire: in nome del popolo, la libertà, l’uguaglianza e la fraternità decapitano un re e incoronano un imperatore, ovvero mutano soltanto il titolo del padrone! Ecco perché non ho fiducia nelle rivoluzioni!

 

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Cecco Angiolieri e la poesia giocosa

 

 

Un uomo così sfaccendato, bighellone, perdigiorno e sfaticato, credo di non averlo mai incontrato nella storia della Letteratura Italiana. Chissà, può darsi si infastidì pure di nascere, a Cecco-AngiolieriSiena, nel 1260. Il padre Angioliero, della nobile e ricchissima schiatta degli Angiolieri, banchiere solerte e intraprendente, anche se un po’ avaro, a sua volta figlio di un finanziatore di papa Gregorio IX e dei principi di mezza Europa, Angioliero detto Solàfica, si crucciò ogni giorno della sua vita per quel rampollo così diverso da lui, anzi, proprio il suo opposto, tanto da dubitare della sua stessa paternità: “Mater semper certa est, pater numquam! Che cosa hai combinato, moglie?”, soleva ripetere alla consorte, Lisa dei Salimbeni. Nulla poté col suo erede, comunque. Anzi, dovette pure sentirsi augurare, più volte, dal figlio ingrato, la morte. Cecco frequentò le scuole dell’obbligo senza voglia, quel tanto che bastava per prendere il diploma, e si interessò giusto un pochino di politica, combattendo, con i guelfi, contro alcune città ghibelline della Toscana. Spesso fu multato perché, senza chiederne il permesso, si allontanava dal campo di battaglia, andava a imboscarsi, si sdraiava dietro qualche cespuglio e schiacciava un pisolino. Come lui stesso ci ha raccontato, ebbe tre grandi passioni: le donne, la taverna e ‘l dado. Alla sua morte, i cinque figli rifiutarono addirittura il lascito paterno perché c’erano più debiti da pagare di ciò che avrebbero ereditato. “Alla faccia vostra!”, borbottò Cecco quando, fino all’altro mondo, gli giunsero le 20-alimenti_vino_rossotaccuino_sanitatis_casanatense_4182maledizioni della prole. Fu un tipo che, in fin dei conti, volle e seppe godersi la vita: lavorò (si fa per dire!) il minimo indispensabile, spendendo tutto il suo tempo e tutte le sue fortune tra sottane, bottiglie e tavoli da gioco. Cecco era sempre allegro e prendeva in giro tutti. Di sera, all’osteria, quando alzava il gomito, avventori e puttane gli si raccoglievano intorno, non aspettando altro che lui cominciasse le sue tiritere contro le donne e contro chi lo aveva alleggerito al tavolo verde. Anche la sua poesia risentiva delle sbronze della notte prima e del suo modo spensierato e divertente di guardare in faccia alla vita. E infatti, si fece beffe, parodiandolo, dell’amore “sacro” del Dolce Stil Novo. Nei suoi versi, tra dispetti, ripicche, piatti e bicchieri rotti, morti tirati appresso, bisogno continuo di danaro e tradimenti, le donne che lo seguivano nelle bettole malfamate che frequentava, erano spesso popolane volgari, senza alcuna grazia e gentilezza, sessualmente affamate e prive di qualsiasi retta virtù. La sua poesia, per la prima volta nella storia della nostra Letteratura, raggiunse anche i ceti meno abbienti delle città, liberandosi di quell’elitismo, a volte un po’ snob, che gli stilnovisti le avevano conferito, affinché si rivolgesse soltanto a ristrette cerchie di “superiori” amanti del sapere. Sentiamoci questo vivace scambio, da morire dal ridere, tra il poeta e una certa Becchina, la figlia di un cuoiaio:

Becchin’amor! – Che vuo’, falso tradito?
Che mi perdoni. – Tu non ne se’ degno.
Merzè, per Deo! – Tu vien molto gecchito.
E verro sempre. – Che sarammi pegno?
 
La buona fé. – Tu ne se’ mal fornito.
No inver’ di te. – Non calmar, ch’i’ ne vegno.
In che fallai? – Tu sa’ ch’i’ l’abbo udito.
Dimmel’, amor. – Va’, che ti vegn’ un segno!
 
Vuo’ pur ch’i’ muoia? – Anzi mi par mill’anni.
Tu non di’ ben. – Tu m’insegnerai.
Ed i’ morrò. – Omè che tu m’inganni!
 
Die tel perdoni. – E che, non te ne vai?
Or potess’ io! – Tégnoti per li panni?
Tu tieni il cuore. – E terrò co’ tuoi’ guai.
 
(Cecco Angiolieri, Becchin’amor! – Che vuo’, falso tradito?)

Il suo componimento più famoso è una grande e insofferente presa in giro della sua famiglia, dei poeti della sua età e del suo tempo:
 
S’i’ fosse foco, arderéi l’mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempesterei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil en’ profondo;
 
s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo;
ché tutti crïstiani imbrigherei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
A tutti mozzarei lo capo a tondo.
 
S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui;
similmente faria da mì madre.
 
S’ i’ fosse Cecco, com’ i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui.

(Id., S’i’ fosse foco, arderéi l’mondo)

 

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Questa notte

 

 

L’oscurità della notte
ricopre le stanze
del mio cuore
calandone il tormento.
Inabissami della tua ombra
e fammi affondare
nella profondità
del tuo abbraccio,
cullato dal tremore delle stelle
riflesse nei tuoi occhi.
Donami il sollievo del tuo respiro
in modo che io possa bruciare
al calore del tuo sorriso.

(Luglio 2016)

 

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