Blues di un amore lontano

 

Alla mia terra

 

Volo.
Il sole caldo
di mezzo mattino
verde e azzurro.
Amore.
Volo.
Oro sul mare
argento delle colline.
Qualche nembo pallido.
Bella,
bellissima.
Volo.
Lontano e poi giù
in picchiata.
Un ciclamino
odore di muschio e di terra.
Erba, pietre.
Giallo e arancione.
Il vento leggero.
Rosso.
Fuoco.
Legna che brucia.
Fumo.
Volo.
Più in alto.
Blu.
Un gabbiano.
Una lacrima.

(Settembre 2008)

 

alba-con-gabbiano

 

 

La luna, Platone e le ombre delle Idee

 

 

Mi ha sempre colpito la fascinazione per la luna e per la notte, regno della fantasia, dell’immaginazione e del sogno. Ma regno anche dell’errore, il quale soccorre, comunque, la conoscenza umana. Platone riteneva più sicura la conoscenza intellegibile, che chiamava epistéme, ma non negava valore a quella sensibile, la doxa, che è proprio come la notte, dove le cose percepite non appaiono del tutto chiare nella loro luminosità, in quanto non sono rischiarate dal sole della perfetta conoscenza. Esse risultano essere soltanto ombre delle Idee!

 

 

la-luna

 

 

Breve storia dell’idea democratica nell’antichità

 

Parte II

 

 

La democrazia è un termine e un concetto che, nella storia del pensiero politico (e delle istituzioni politiche), assume almeno due – ma, per l’esattezza, vedremo subito, tre – distinti significati.
Dal punto di vista delle teorie che vogliono spiegare il fondamento dell’obbligazione politica (cioè l’obbedienza al comando politico), si possono definire “democratiche” quelle che individuano tale fondamento nel consenso popolare, cioè dei “politai”, dei “cives”, dei membri del “commune populi”, dei cittadini in genere di uno Stato contemporaneo in veste costituzionale: in quanto titolari del potere politico legittimo o “autorità”, sono costoro a scegliere come intendono essere governati e, dunque, le forme di governo.

 

 

Perciò si parla di teorie ascendenti del potere perché la giustificazione procede dal basso verso l’alto, in contrapposizione a quelle discendenti, per le quali il fondamento del potere politico procede in senso inverso, dall’alto (dalla divinità, dalla tradizione, dal carisma del capo o leader) verso il basso. Da entrambe le prospettive – ascendente o discendente – si possono in linea puramente teorica e astratta ricavare le stesse forme di governo, per esempio, nel caso che ci interessa, la democrazia, che, cosi, può essere giustificata sia dal basso (i titolari della sovranità decidono di esercitare loro stessi, in qualche modo – diretto o delegato – il potere) che dall’alto (per esempio, da Dio, fonte prima dell’autorità, o dalla tradizione, discende quella legge naturale e/o consuetudinaria in base alla quale i membri della società politica hanno deciso in quanto titolari della sovranità di autogovernarsi secondo certe modalità; oppure – per tipizzare un altro possibile modello – Javhè, mettendosi in qualche modo sul piede di parità col popolo eletto, stipula con questo un patto di alleanza, cui per altro nel caso concreto non pare di per se congeniale – si ripete – un monarca che si frapponga tra le due parti contraenti, avendo Javhè stesso rivendicato la guida del popolo eletto; ecc.).
Con la teoria delle forme di governo siamo, quindi, entrati in un altro ordine di riflessione, che potremmo definire tecnico-istituzionale e che riguarda, appunto, sia soggetti chiamati a governare, secondo la più tradizionale classificazione (l’uno – monarchia – i pochi – aristocrazia – i molti – democrazia), classificazione fondata però su un criterio “quantitativo”, sia i modi con cui e in base a cui governare (principato o repubblica, secondo Machiavelli; dispotismo – cioè governo arbitrario dell’uno – monarchia – governo dell’uno secondo e sotto la legge – repubblica – governo dei più, pochi o molti che siano, sotto la legge – secondo Montesquieu), tipo di classificazione, questo, fondato su un criterio invece “qualitativo”.
Ma anche nella prima più antica classificazione, molti pensatori distinguono fra governo buono – cioè secondo la legge e/o mirato al bene comune – e/o cattivo – cioè arbitrario e/o proteso al bene particolare o di parte e non secondo la legge (che è imparziale e di fronte a cui tutti sono uguali) – dell’uno, dei pochi, dei molti.
Ed è questo il terzo significato (questa volta, valutativo, cui si accennava (per amor di completezza, in riferimento al pensiero politico si possono aggiungere altri due significati di democrazia: quale forma di stato e quale forma di società). Infatti, per quel che ci interessa, in queste classificazioni incontriamo tre volte la democrazia: come titolarità del potere politico sovrano dei molti o tutti (sovranità popolare); come governo – cioè esercizio del potere – sotto la legge o “buono” da parte di questi stessi; infine, (secondo la tradizione classica riprodotta nell’età moderna) come governo autoritario o tirannico o dispotico o anarchico di molti o tutti (in questa forma “cattiva” rientra anche la tirannide – o dispotismo – della maggioranza popolare o democratica).
Nel secondo caso, poi, cioè nella forma di governo secondo e sotto la legge, in cui, nell’esempio che ci interessa, tutti obbediscono alle leggi, ordinarie e fondamentali, che loro stessi si (im)pongono e/o a quelle che ricevono dalla tradizione (nel caso di costruzione non scritta), ci imbattiamo in una quarta forma di governo, quella appunto “temperata” o “moderata” (nella prospettiva qualitativa o del “come” si governa) perché tutta regolata dal “moderamen” della legge, da cui cioè il potere – e, dunque, con esso l’insieme dei governanti – è limitato (la legge, infatti, trattando tutti come uguali ed essendo quindi uguale per tutti ordina – come accennato – secondo l’interesse generale e in generale, perciò secondo giustizia a differenza dell’arbitrio o anche dell’interesse particolare e particolaristico, dell’uno dei pochi e dei molti che siano).
Tale forma, in quanto si presenta ( rispetto alla prospettiva quantitativa, cioè di cui governa) quale autentico governo di tutti, cioè dell’uno, dei pochi, dei molti o “tutti”, insieme presi, incoerenza con le varie politiche e sociali (o almeno di due fra le tre), convenzionalmente con le altre tre (o due, almeno) “parti” della società politica (e, dunque, del “popolo” in senso pregnante e universale, cioè come “universitas”), viene per lo più presentata come combinazione delle tre (o, almeno, due) forme di governo (o degli elementi buoni di ciascuna) e perciò si definisce forma mista. In essa i molti o tutti insieme presi non sono più considerati come “parte” (per esempio, i poveri rispetto ai ricchi, la plebe rispetto ai patrizi, il popolo minuto rispetto al popolo grasso, il cittadino censitario rispetto a quello che non paga i tributi, e così via) che delibera in base al proprio interesse particolare (anche se questo sia dei “molti” o “tutti” ma pur sempre come “parte”), bensì – si ribadisce – come “totalità” o “universalità” (articolata in poteri e organi “rappresentativi” delle tre – o, almeno, due – parti o ordini – uno, pochi, molti), come quella “res pubblica” che è la “res populi”, secondo la definizione ciceroniana: e, non a casa, Roma col suo sistema “patrizio-plebeo” (rappresentato emblematicamente nel “Senatus Polusque Romanus”  e, dunque, misto – costituisce la culla di quella tradizione “repubblicana” che, oggi (dalla rivoluzione nordamericana in qua), si è saldata su quella della “democrazia” ellenica nel modello moderno-contemporaneo di “democrazia”.
E comunque, dal punto di vista della genesi e del concetto – e, naturalmente, dell’originaria esperienza – “demokratia” (a differenza di “isonomia”) secondo una interpretazione autorevole, nella storia greca (e nel pensiero greco), la presa del potere del popolo come parte che si afferma con la forza nella lotta politica: solo successivamente (dopo gli eventi ateniesi del 462-1 a.C.: l’assassinio di Efialte e l’ostracismo di Cimone) passa a designare l’ordinamento costituzionale.

 

 

 

Kafka e la logica dell’assurdo

 

di

Eloise Lonobile 

 

 

La lettura di Kafka è sempre un’esperienza particolare, che richiede una precisa volontà da parte del lettore: confrontarsi con una sensazione generalizzata di malessere. Eppure, Kafka è un autore il cui valore letterario non è misurabile e, credo, nessuno si priverebbe mai del “piacere” di leggerlo e rileggerlo…

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Franz Kafka (1883 – 1924)

 

 

Breve storia dell’idea democratica nell’antichità

 

Parte I

 

 

Popolo e Re

Si racconta nell’apologo biblico pronunciato dall’alto del monte Garizim da Jotham, l’unico scampato alla strage dei settanta fratelli ad opera di Abimelech, che il popolo degli alberi si mosse “per crearsi un re”.
Dopo aver invano offerto la corona all’ulivo, al fico e alla vite, che non vollero rinunciare alla loro funzione naturale – cioè a produrre i frutti – esso si rivolse infine al rovo, pianta infruttifera (per l’uomo), invasiva e pestifera (per le altre): “Se in verità ungete me come vostro re – rispose questi – venite, rifugiatevi nella mia ombra: se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”.

 

Il rovo rappresenta Abimelech figlio della concubina di Gedeone, che ha usurpato il trono e al quale Javhè riservò infine il castigo, per non morire disonorato adopera di una donna che l’aveva pesantemente ferito al capo, di farsi passare a fil di spada dal proprio scudiero.
Si può a buon diritto definire democratica questa procedura per la scelta del re da parte del popolo delle piante?… Ma la corona non designa il governo di uno, in contrapposizione a quello dei molti, c’era la democrazia?
Non è difficle intravedere, dietro la vicenda dell’offerta popolare della corona (che potrebbe anche essere da noi interpretata nella prospettiva di un tipo di democrazia plebiscitaria rovesciata), quel patto fra re e cittadini che potrebbe rinviare all’alleanza fra Javhè e il popolo eletto, ma che, in forme diverse, si ritrova in genere alle origini della società politica nelle fonti più antiche, se non arcaiche; patto che sta alla base (giustificazioni sta) dell’autorità politica stessa. Potremmo, più in genere, parlare di teoria ascendente o consensuale del potere che si contrappone a quella discendente, sia essa trascendente (tutto il potere da Dio) o immanente (la tradizione avita alla base del potere legittimo e della sua trasmissione o le personali qualità carismatiche del leader, ecc.). Non pare scorretto, allora, definire la prima teoria come democratica perché, sulla base dell’uguaglianza e della libertà di tutti i titolari dell’autorità politica – e, dunque, di quella che verrà poi definita “sovranità popolare”, attribuita, ai “tutti” del popolo -, si procede ad una elezione-selezione di colui, o di coloro, a cui si chiede di esercitare il potere, cioè di governare (monarchia o, rispettivamente, aristocrazia o infine democrazia, secondo la più nota classificazione ellenica).
Più spesso, come vedremo, si presenta ulteriormente come democratica la procedura stessa, perché prevede un voto (popolare) a maggioranza per questa prima e primaria decisione sulla forma di governo.
Ma se come democratica viene assunta la teoria generale che sta alla base del potere – autorità (cioè del titolo della sovranità), perché lo legittima con il consenso, ben prima, logicamente, che vengano decisi i titolari investiti della funzione di esercitare il potere-autorità e le modalità di questo esercizio della sovranità, è chiaro, allora, che altro – pur analogo o affine – è il significato specifico e tecnico di quella forma di governo – cioè di esercizio del potere – che passa sotto il nome di “democrazia” (intesa, quindi, in senso stretto).
Democrazia, dunque, sia come titolarità del potere supremo (quella che nel corso dei secoli verrà definita, appunto, sovranità popolare) sia come esercizio effettivo dello stesso.
In breve: usiamo lo stesso termine – democrazia – sia per indicare quella teoria o dottrina del potere volta a giustificare il fondamento e l’origine (consensuali) da un lato, il fine generale implicito, dall’altro, del potere-autorità sia per designare la teoria o dottrina della forma di governo in senso stretto e specifico, con cui si intende l’esercizio del potere (e dunque, si designano coloro cui tale esercizio è affidato e i modi – le istituzioni, le procedure, le regole corrispondenti – in una parola, il sistema politico). Si tratta di due livelli di riflessione che, pur non antitetici, rivelano diverse fasi di sviluppo intellettuale: il primo rimanda ad una prospettiva filosofica ed ansi, più precisamente, metafisica, che, ponendosi il problema politico come problema di fondamento, di fondazione, di origine e di fine del potere dell’autorità, da questo fa derivare più o meno coerentemente i soggetti titolari del potere supremo stesso (Dio, la tradizione dinastica, la leadership carismatica, la comunità, ecc.): questa prospettiva indica contestualmente giudizi di valore (che per la democrazia si identificano con la libertà e l’uguaglianza dei soggetti componenti il popolo); il secondo, invece, opta per una prospettiva scientifica che, da Machiavelli in poi, portando l’attenzione sul fenomeno più vistoso della politica, il potere, di questo studia come – secondo quali leggi e regole – si conquista, si conserva e si perde e ad opera di chi e su chi: questa prospettiva, a differenza della precedente (prescrittiva), è descrittiva, proprio perché prescinde (almeno intenzionalmente e tendenzialmente) da qualunque criterio di valore (che non sia quello politico o della politica – in buona sostanza, del potere – inteso tuttavia in senso autoreferenziale). L’epilogo di tale seconda prospettiva si può storicamente trovare, oggi, nelle teorie elitistiche per le quali chi governa – cioè chi esercita effettivamente il potere – è (ritenuta) sempre una minoranza organizzata rispetto alla maggioranza che subisce in vari modi il comando politico, quale che sia non solo la corrispondente giustificazione o “formula politica”, ma anche la forma di governo – uno, pochi, molti (forma di governo che, così, perde la sua importanza tradizionale). Anche la democrazia – per l’elitismo – è contrassegnata da una minoranza governante, fondata sulla base – e attraverso il controllo – del consenso popolare. Quest’ultimo, in quanto strumento specifico di legittimazione, viene definito (come accennato) dagli elitisti (più precisamente da G. Mosca) “formula politica”, che, in tal modo, prende scientificamente il posto della giustificazione filosofico-metafisica propria della prima prospettiva ( riguardante, cioè, la fonte e il fondamento dell’autorità politica) e che noi abbiamo definito “teoria del potere”.
Ritorniamo ora all’episodio biblico. Abbiamo, anzitutto, un “popolo” (quello degli alberi) che “si muove” “per crearsi un re”: non vi è accennato, ma si può presumere un dibattito in una assemblea che precede l’offerta della corona. Siamo, comunque, in presenza di una implicita (deliberazione) scelta popolare in favore della forma di governo monarchica; c’è, quindi, una seconda fase, quella più empirica della ricerca – e della investitura – del soggetto cui affidare l’esercizio del governo.

 

 

Il Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini, un capolavoro alle origini del barocco

 

 

di

Federico Giannini e Ilaria Baratta

 

 

È quasi incredibile pensare che Gian Lorenzo Bernini (Napoli, 1598 – Roma, 1680), quando si accingeva a realizzare uno dei suoi più celebrati capolavori, il Ratto di Proserpina, aveva soltanto ventitré anni: eppure, nonostante la sua giovanissima età, era già uno scultore affermato, e aveva già avuto modo di lavorare per il potente mecenate che gli aveva commissionato il famosissimo gruppo della Galleria Borghese. 

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Gian Lorenzo Bernini, “Il Ratto di Proserpina” (1621-1622)
Roma, Galleria Borghese

 

Dettaglio della figura di Proserpina

 

Sergio Leone, 90 anni fa nasceva il regista a cui bastarono sette film per raccontare tutto

 

di

Marco Colombo

 

 

Sono bastati sette film a Sergio Leone per lasciare un’impronta indelebile nella storia del cinema. Sette film per attraversare i generi, distruggerli e reinterpretarli. Sette film per piegare la critica al racconto popolare. Sette film per rapire il nostro sguardo e raccontarci tutto. Il 3 gennaio 1929 nasceva a Roma Sergio Leone…

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Sergio Leone (1929-1989)

 

Luisa Casati Stampa, la marchesa che spezzò il cuore a Gabriele D’Annunzio

 

 

di

Giuseppe Scaraffia

 

 

Più vecchio di lei, già calvo e tarchiato, il Vate non riuscì a sottrarsi al fascino di una donna che era “un’opera d’arte vivente”Eccentrica, mondana e animatrice di sedute spiritiche, in un gioco di passione teneva sulle spine l’egocentrico poeta, lasciandolo solo al Vittoriale, in attesa di un languido cenno…

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Luisa Casati Stampa (1881-1957)

 

 

L’effimero e la poesia crepuscolare

 

 

Effimero è qualcosa di fugace e passeggero. E’ ciò che è fragile nel suo essere nel tempo. La sua attrattiva e la sua bellezza, quella che seduce e che si vorrebbe poter fissare, trova la propria ragion d’essere nell’incostanza. Nella mancanza di continuità. Nella negazione dell’eternità e, persino, nella deliberata rinunzia all’Assoluto. Proprio lì, in quell’attimo di non perpetuo, guido_gozzanodavanti alla vacuità del tempo, saltano gli schemi, i piani e tutte le certezze. Si annullano le distinzioni e le consuetudini. Si mandano all’aria le regole. Si sovverte lo status quo ante. I poeti crepuscolari, Guido Gozzano (immagine a destra) (1883-1916), Corrado Govoni (1885-1965), Tito Marrone (1882-1967) e Sergio Corazzini (1886-1907), massimi cantori dell’effimero nella storia della Letteratura italiana, dopo la stagione della poesia celebrativa di Giosuè Carducci e dell’estetismo superomistico di Gabriele D’Annunzio, con il mito del poeta, come animatore della storia e creatore delle forze del futuro, avevano ripiegato su temi e movimenti più semplici, declinanti, smorzati e quasi spenti. Il loro verso si presenta privo di qualsiasi ornamento e fluttua libero dal peso della tradizione formalistica. Tutto è accomunato dal bisogno del compianto e della confessione, nonché da una sorta di rimpianto pascoliano per un tempo che non c’è più e che diviene, giocoforza, fonte di perenne insoddisfazione: un’insoddisfazione che non si trasforma, giammai, in ribellione, piuttosto in rifugio dell’anima. La poesia crepuscolare evoca la tristezza e canta la coscienza infelice, la musica raminga, le canzoni d’amore del tempo perduto, le suppellettili che sanno di polvere, le luci soffuse nelle chiese, dove le candele si consumano lente, gli autunni nostalgici, fatti di addii e, persino, le primavere disadorne, senza alberi in fiore e senza profumi di vita rinnovata. Un lirismo della malinconia, la cui bellezza diventa canto dell’illusione. Quell’illusione che, seppure concepita in un momento di entusiasmo o di disperazione, si trasforma, poi, in verità, in realtà, disvelando, come un lampo improvviso, i misteri più nascosti, gli abissi più cupi della natura, i rapporti più lontani e segreti, le cause più inaspettate e remote, le astrazioni più sublimi, nei confronti delle quali la poetessa, paziente tessitrice di stati dell’animo, per dirla leopardianamente: “si affatica indarno per tutta la vita, a forza di analisi e di sintesi”.

 

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Quantunque la bellezza brilli,
essa cade. Così
in questo mondo chi
potrebbe essere in eterno?
Valicando oggi
le profonde valli dell’esistenza
non farò più vani sogni
né mai più m’illuderò!”.

Così, il monaco buddhista giapponese Kobo Daishi, vissuto tra l’ottavo e il nono secolo d. C., medita sulla fugacità della bellezza. “Cosa bella e mortal passa e non dura”, scrive Francesco Petrarca nel sonetto 248 del “Canzoniere”. E Molière, nel terzo atto della commedia “Le donne sapienti”, ricorda come “La bellezza del viso è un fragile ornamento, un fiore che appassisce presto, il bagliore di un istante”. Il bardo immortale William Shakespeare, in “Sogno di una notte di mezza estate”, si presenta sulla stessa lunghezza d’onda: “Tanto presto, quel che risplende è pronto a sparire”. Riecheggia anche “La canzone di Marinella” di Fabrizio De André: “E come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno, come le rose”. Non valgono patti faustiani con il demonio, oppure trasferimenti wildiani su tavole dipinte! La parola diviene tutto quello che resta. “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, recita l’excipit del romanzo di Umberto Eco, “Il nome della rosa”. La rosa, che era, ora esiste solo nel nome, noi possediamo soltanto nudi nomi! Nomi, parole, versi, specula dell’ispirazione poetica, cifre del vissuto dei poeti crepuscolari, pendoli silenti che oscillano tra la realtà e l’immaginazione, tra l’illusione e il disincanto.

 

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Keith Haring: mille volti di un artista visionario

 

 

di

Maria Letizia Camparsi

 

 

Una maglia bianca con un bambino a gattoni. Sotto, i jeans macchiati di vernice e le Nike Air Force. Sopra, il viso pallido con due macchie livide, i segni della malattia. Gli occhi piccoli, neri, dietro a spesse lenti rotonde. I capelli ricci e radi, lo sguardo fisso, quasi impaurito, e la bocca semiaperta…

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Keith Haring (1958 – 1990)