Guglielmo I il Conquistatore

 

da

Londraweb.com

 

 

La vicenda di Guglielmo I, primo re normanno d’Inghilterra e duca di Normandia, risale all’incirca all’anno 1000. Ad essa è fortemente legata la storia della monarchia in Inghilterra…

Continua a leggere l’articolo

 

Guglielmo I il Conquistatore (1028-1087)

 

 

               

Incidere la conoscenza: Albrecht Dürer, Rinascimento alla tedesca

 

di

Andrea Dusio

 

 

All’inizio ti senti mancare il terreno sotto i piedi: Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia, la mostra che il Palazzo Palazzo Reale di Milano ospita dal 21 febbraio al 24 giugno 2018, ti proietta direttamente nel pieno della vita dell’artista tedesco, all’anno 1504, quello del suo viaggio documentato in Italia…

Continua a leggere l’articolo

 

Albrecht Dürer (1471 – 1528)

 

Melancholia I (1514)
Staatliche Kunsthalle, Karlsruhe

 

 

 

               

Il giambo in Archiloco: non solo metro

 

di 

Alessia Amante

 

 

Archiloco è tra i primi poeti conosciuti della letteratura greca, e il primo vero autore consapevole della propria arte poetica (è il primo, infatti, ad usare l'”io” nei componimenti). Potremmo definirlo, a tutti gli effetti, l’inventore del giambo nella lirica arcaica…

Continua a leggere l’articolo

 

Busto marmoreo di Archiloco (680 a.C.-645 a.C.)

 

 

 

               

Decifrato il manoscritto di Voynich con l’Intelligenza Artificiale

 

di

Maximilian Ventura

 

 

Wilfrid Voynich era un antiquario e mercante di libri rari polacco. Nel 1912 si recò in Italia e durante il suo viaggio giunse a Frascati. L’Ordine dei Gesuiti voleva restaurare Villa Mondragone, ma non avendo molti fondi a disposizione decise di vendere una parte dei libri antichi in suo possesso. Fu così che l’antiquario divenne proprietario di uno dei manoscritti più controversi che sia mai stato rinvenuto. Del manoscritto non non si conosce l’autore né il titolo, ma quello che lo rende “misterioso” sono i caratteri utilizzati e la lingua…

Continua a leggere l’articolo

 

Alcune pagine del Manoscritto Voynich

 

 

 

 

               

Le cicale

 

Racconto filosofico

 

 

    Da mesi, Bashir e Antonio avevano programmato, su insistenza del primo, una visita al tempio di Minerva sito sull’estrema punta della Penisola Sorrentina, di fronte a Capri, approntando sulle carte l’itinerario per giungervi. Del culto della dea della sapienza e della notte, in quel luogo ultimo della penisola, noto fin dall’antichità perché posto a protezione della navigazione, delle rotte e dell’accesso marittimo al Golfo di Napoli, Bashir aveva sentito parlare fin da bambino e, durante un soggiorno nell’isola sacra di Delos, aveva appreso, altresì, che il santuario della dea fosse stato fondato dallo stesso Odisseo. Antonio ne aveva approfondito, con l’aiuto di padre Torquato, stupito da tanta curiosità dell’allievo per la mitologia greco-romana, i riferimenti storici, consultando gli scrittori classici, come Stazio e Strabone, dai quali aveva era venuto a conoscenza di come a quel famoso santuario fossero addirittura preposti dei magistrati di Minerva. Questi erano deputati ad appaltare e collaudare gli approdi che portavano al santuario, nel quale si svolgevano riti propiziatori alla dea, anche da parte di delegazioni del Senato romano, provenienti, via mare, da Ostia. Queste informazioni avevano stimolato al massimo, nei due, il desiderio di compiere quell’escursione.
     In un paniere molto capiente, sospeso alla sella di Bashir, erano state sistemate due torce, del pane, con formaggio e lardo, e due fiasche d’acqua. I due, usciti dalla porta verso Massa, si avviarono speditamente, attraverso sentieri conosciuti, in direzione del Capo di Santa Fortunata. Procedevano, in quel tardo pomeriggio estivo, tra uliveti e aranceti, in un silenzio rotto soltanto dal nitrito dei cavalli e da qualche domanda che, di tanto in tanto, il giovane rivolgeva a Bashir. Quando furono pervenuti nei pressi del casale di Marciano, il sole, calante tra le isole di Capri e di Ischia, indorava con abbaglianti riflessi la superficie marina.
    “Il sole ha trasformato questo sentiero in un nastro dorato, che cinge il verde della collina”, esclamò Antonio, confortato dal sorriso compiaciuto di Bashir.
    “Hai ragione, Antonio. La potenza del sole è come quella di Allah. Come Dio non finirà mai, così il sole non si esaurirà mai. Allah gli ha conferito il potere di allungare la sua vita all’infinito”.
    “Ma il sole, allora, perché tramonta?”, lo interrogò.
    “Il sole tramonta soltanto ai nostri occhi, ma poi ritorna, perché Allah è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella nicchia in cui si trova una lampada. La lampada è posta in un cristallo. Il cristallo è come un astro brillante. Il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su Luce. Allah guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore. Allah è onnisciente”, gli rispose, recitando un versetto del Corano.
    I due cavalieri, intanto, raggiunsero un agglomerato di capanne, circondato da un lussureggiante limoneto, da un’aia ancora affollata di animali da cortile e da un orto ben coltivato, i cui confini erano segnati da peracciole. Legarono i cavalli ad una staccionata e si avviarono, a piedi, al tempio di Minerva. Vi giunsero scendendo, con grande prudenza, lungo il sentiero scosceso. La prima impressione fu sconfortante: nulla dell’antico edificio era rimasto in piedi, se non un mucchio di pietre che ne delimitavano la pianta. In ginocchio, Bashir, deposto il cesto, esaminò pietra su pietra, finché non diede un grido di gioia. Aveva individuato l’uccello notturno sacro alla dea, la Athenae noctua, scolpito, a dimensione naturale, su un pezzo di marmo. Così, come per compensare, con quel rinvenimento, la delusione di non aver potuto vedere il tempio in piedi, ripose il prezioso cimelio nel cesto, dopo averlo svuotato del cibo. Bashir e Antonio, allora, ammutoliti e immersi nel tramonto incombente, si fermarono a godere della sublimità di quell’incantato scenario, che si manifestava lentamente nello sfolgorio dei riflessi solari: a destra il Golfo di Napoli, a sinistra lo specchio d’acqua antistante la Baia di Jeranto e, di fronte, come un’improvvisa magia, sorta dalle acque, l’isola di Capri. Lo stupore e l’estasi venivano ampliati da una lieve brezza, che scendeva, dall’alto, mescolata ai profumi dei cisti, dei mirti e dei rosmarini e dal frinire delle cicale sparse tra le fronde gli ulivi, che crescevano su quegli scoscesi pendii.
    Quel tardo pomeriggio Bashir ebbe la conferma della suggestione, quasi da incantesimo, che l’occaso suscitava in Antonio, come dialogo dell’anima con il principio della Natura. Percepì le emozioni sognanti, molteplici e mutevoli, che dominavano l’animo del giovane e decise di non profferire parola.
    “Queste cicale sembrano tutte uguali e sembrano frinire allo stesso modo”, sussurrò, dopo un lungo intervallo, Antonio, quando riemerse dal rapimento del tramonto.
    “Non sono uguali”, mormorò Bashir.
    “Allora, se una non è uguale ad un’altra, non è affatto, non esiste. Eppure io le sento e, con un po’ di attenzione, posso anche vederle. Ricordo bene Parmenide di Elea, di cui abbiamo parlato qualche tempo fa: ciò che è, è, e non può non essere, ciò che non è, non è, e non può in alcun modo essere. È così, vero, Bashir?”.
    “Certo”, gli ribatté.
   “Se una cicala non è un’altra cicala, non è affatto neppure essa stessa, quindi, non esiste. Perché, dunque, io le vedo e le posso sentire?”, insistette Antonio.
   “Devi ricordarti di Platone, il discepolo di Socrate, l’autore dei Dialoghi, il filosofo dell’Iper-uranio e delle Idee”.
    “L’Iperuranio!”, sottolineò Antonio, quasi esaltato. “L’Iperuranio, dove Platone collocò le Idee, non potrebbe essere la nostra mente, unica misura delle cose, di quelle che sono, per ciò che sono, e di quelle che non sono, per ciò che non sono?”.
    “Stai citando Protagora di Abdera, un altro fondamento della filosofia greca”, lo riprese Bashir con affetto. “Platone, sempre Platone, potrà dare la risposta al tuo interrogativo e lo farà attraverso un atto criminale, un assassinio, un parricidio. Ammazzerà il padre! Non ti spaventare. I filosofi greci, come tutti i filosofi, amano usare parole disinvolte. Platone, in effetti, non ammazzò mai nessuno. Impressionato dalla ingiusta morte di Socrate, che era stata sanzionata da pavidi politici, timorosi che gli insegnamenti del suo maestro spingessero i giovani a ragionare con la propria testa, si decise ad assassinare, dialetticamente, Parmenide. Nel dialogo sul Sofista, il nostro Platone riporta un dibattito tra i seguaci di Democrito, i materialisti, e gli idealisti, che appella simpaticamente gli amici delle Idee. I primi sostenevano l’esistenza solo delle cose materiali, quelle che sono davanti ai nostri occhi e che si possono vedere con gli occhi e ascoltare con le orecchie, come queste cicale; i secondi, al contrario, asserivano anche l’esistenza delle cose non materiali, cioè delle Idee, in quanto esse vengono pensate e, quindi, conosciute. Gli idealisti, pertanto, mettevano in crisi la concezione delle Idee, come di qualcosa di immobile, di eternamente fisso nell’Iperuranio. Esse, invece, esistono nella misura in cui subiscono l’azione di essere conosciute, che comporta il movimento! Ti risparmio l’esame su tre delle cinque Idee più importanti, ma non posso sottrarmi dal raccontarti delle ultime due, le più significative: l’Idea di Identico e l’Idea di Diverso. Ogni Idea è identica a sé stessa e diversa dalle altre, pur non identificandosi nell’Idea di Identico e di Diverso. L’Idea stessa dell’essere partecipa all’Idea del non essere, perché l’essere è se stesso e, al contempo, non è alcun’altra Idea. Da qui, il parricidio: il non essere, è; il non essere, esiste. Questa cicala non è, lo hai detto poc’anzi, quell’altra cicala oppure non è un cavallo, non è un fiore, non è il sole. Non hai voluto dire, dunque, che questa cicala non esiste, perché la vedi e la senti, ma hai voluto significare che quella cicala non è questo piuttosto che quell’altro, in quanto essa è diversa da questo o da quell’altro. Dire che la cicala non è un cavallo, vuol significare che la cicala è diversa da un cavallo, non che quella cicala non esista. Il non essere, come diversità dall’essere, non come non esistenza: ecco il risultato del parricidio di Parmenide”.
    Antonio assentì e rimase in silenzio a riflettere sulla sorprendente disquisizione di Bashir. Poi, di nuovo rapito, ritornò a fissare il sole.
    “Sempre bello, ma sempre diverso, al tramonto. Mi rapisce anche perché il suo calare è il preannunzio del buio e al buio le cose non sono colte nella loro pienezza, ma appaiono con contorni non definiti”.
    “La notte che segue il crepuscolo è il regno della fantasia, dell’immaginazione e del sogno”, sentenziò Bashir. “Regno anche dell’errore, che soccorre, anch’esso, la conoscenza umana. Platone riteneva più perfetta e sicura la conoscenza intellegibile, l’epistéme, ma non negò valore a quella sensibile, la doxa. La doxa è proprio come la notte, dove le cose percepite non appaiono del tutto chiare nella loro luminosità, in quanto non sono rischiarate dal sole della perfetta conoscenza. Risultano soltanto ombre delle Idee”.
    “Le ombre delle Idee!”, ripeté Antonio. “Chissà se le nostre esistenze siano realmente una proiezione imperfetta di qualcosa che dovrebbe essere, invece, perfetto. Chissà se non abbia ragione il mio precettore, padre Torquato, con tutti quei suoi discorsi su Dio e sull’anima. Io non lo so, ma nelle sue parole non avverto lo spirito, né la poesia, mentre l’universo mondo mi appare tutto poesia, Dio stesso è poesia e l’ha usata, con l’armonia, per creare il mondo. Se così non fosse, il mondo e la vita sarebbero uno stonato ritornello”.
    “Dio non ha colpa se il mondo, che ha così mirabilmente costruito, è governato da uomini che hanno perduto l’idea della poesia e dell’armonia! Ma ora basta, Antonio, riprenderemo il nostro dialogo in futuro. Sta scendendo la notte, dobbiamo ritornare a casa. I tuoi genitori saranno in apprensione”.

 

14397010

Panorama sull’isola di Capri da Punta della Campanella, a Massa Lubrense (NA)

 

 

               

Costituzione e identità: l’ontologia degli artefatti in Aristotele

 

di

Annalisa Arci

 

 

Aristotele non si chiede che cos’è un artefatto e non si pone in maniera esplicita il problema di formulare un’ontologia degli artefatti. Seguiremo il suo percorso attraverso la Fisica, il lessico filosofico di Metafisica Delta e alcuni passi dell’ousiologia di ZetaEta e Lambda per mostrare il ruolo del paradigma artefattuale nella determinazione della naturalità e sostanzialità del vivente…

Continua a leggere l’articolo

 

 

Aristotele (384 a.C. – 322 a.C.)

 

 

               

Leonardo da Vinci, l’Ultima Cena e la scelta della damnatio

 

 

 

Esiste un aneddoto nella storia dell’arte italiana secondo il quale a Leonardo da Vinci mancasse soltanto un ultimo personaggio da dipingere alla sacra mensa dell’Ultima Cena: Giuda. Ebbene, il sommo artista si recò in una taverna malfamata, l’unico luogo confacente, insieme con una galera, dove poter rintracciare il modello cui ispirarsi per ritrarre uno degli uomini più vituperati dell’umanità. Vi trovò un baro ubriaco, col viso e l’anima segnati dagli eccessi. Lo ritenne perfetto. Terminato il suo celeberrimo capolavoro parietale, scoprì che quello stesso uomo, ormai ridotto ad una carogna, gli aveva fatto da modello, precedente-mente, per dipingere, al medesimo desco benedetto, le fattezze di Gesù Cristo
Che sia vero o meno, questo racconto può divenire metafora dell’esistenza di alcuni uomini. Quegli uomini, i quali, seppure destinati all’elezione, hanno scelto di vivere la damnatio, la dannazione!

 

cenacolo100Leonardo Da Vinci, l’Ultima Cena, 1495-1498
Milano, Refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie

 

ultima_cena_da_vinci_partParticolare dall’Ultima Cena
In primo piano, Giuda Iscariota con la mano al collo dell’apostolo Giovanni

 

 

               

Friedrich Schiller, il poeta della libertà

di

Carlo Lottieri

 

 

È sufficiente passare qualche ora a Weimar, visitare la casa in cui visse e farsi conquistare dello magia del luogo per avvertire in che modo Friedrich Schiller ha saputo incarnare lo spirito liberale e borghese di quella Germania che poi verrà spazzata via dalla reazione nazionalista successiva all’invasione napoleonica…

Continua a leggere l’articolo

 

Friedrich Schiller (1759-1805)

 

 

               

Amiamoci

 

 

Amiamoci.
Senza paura.
Amiamoci.
Senza misura.
Amiamoci,
e insieme daremo
nuovi nomi all’amore.
Amiamoci senza controllo.
Amiamoci nel modo più bello.
Amiamoci, come due rondini
incontro al tramonto,
come due stelle marine
intrecciate sul fondo,
come due déi
che si dividono il mondo.
Amiamoci.
Ubriachi d’amore.
Amiamoci per lenire il dolore
del malsano liquore
distillato di false parole
d’amicizia e d’amore.
Amiamoci più di una volta,
amiamoci, e non sarà tolta
quella voglia che rimane irrisolta.
Amiamoci tutta la notte,
fino a che il nostro sudore
diventi rugiada,
sui corpi vinti di ardore.
Amiamoci lungo tutta la pelle,
amiamoci fino alle stelle,
accompagnati dal suono
di quindici vielle.
Amiamoci.
Fino a morire.
Per poi separarci,
e in un battito d’ali,
tornare di nuovo ad amarci.

(Agosto 2010)

 

maxresdefault