25 ottobre 2023, Roma,
Presentazione del volume “Muta a piedi”

 

 

 

Mercoledì 25 ottobre, alle ore 18.00, presso il Tempio di Adriano in Piazza di Pietra, a Roma, sono intervenuto, come relatore, insieme con l’ex Presidente del Senato, Pietro Grasso, e il vicedirettore de Il Foglio, Salvatore Merlo, alla presentazione dell’interessante volume di Maria Sole Sanasi d’Arpe, “Muta a piedi”, edito da Eurilink University Press.

Un libro che vale davvero la pena di leggere!

 

 

Intervento di Riccardo Piroddi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pillole di Letteratura Italiana

 

 

 

Ho lanciato questa pagina Facebook dal titolo “Pillole di Letteratura Italiana”, per condividere con voi aneddoti, racconti biografici e opere dei massimi protagonisti della nostra letteratura. Tutto in modo molto leggero, cosicché potremo divertirci insieme, pur mantenendo la seriosità che questo tipo di argomenti richiedono. Seguitela e non ve ne pentirete!!!

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Le cicale

 

Racconto filosofico

 

 

    Da mesi, Bashir e Antonio avevano programmato, su insistenza del primo, una visita al tempio di Minerva sito sull’estrema punta della Penisola Sorrentina, di fronte a Capri, approntando sulle carte l’itinerario per giungervi. Del culto della dea della sapienza e della notte, in quel luogo ultimo della penisola, noto fin dall’antichità perché posto a protezione della navigazione, delle rotte e dell’accesso marittimo al Golfo di Napoli, Bashir aveva sentito parlare fin da bambino e, durante un soggiorno nell’isola sacra di Delos, aveva appreso, altresì, che il santuario della dea fosse stato fondato dallo stesso Odisseo. Antonio ne aveva approfondito, con l’aiuto di padre Torquato, stupito da tanta curiosità dell’allievo per la mitologia greco-romana, i riferimenti storici, consultando gli scrittori classici, come Stazio e Strabone, dai quali aveva era venuto a conoscenza di come a quel famoso santuario fossero addirittura preposti dei magistrati di Minerva. Questi erano deputati ad appaltare e collaudare gli approdi che portavano al santuario, nel quale si svolgevano riti propiziatori alla dea, anche da parte di delegazioni del Senato romano, provenienti, via mare, da Ostia. Queste informazioni avevano stimolato al massimo, nei due, il desiderio di compiere quell’escursione.
     In un paniere molto capiente, sospeso alla sella di Bashir, erano state sistemate due torce, del pane, con formaggio e lardo, e due fiasche d’acqua. I due, usciti dalla porta verso Massa, si avviarono speditamente, attraverso sentieri conosciuti, in direzione del Capo di Santa Fortunata. Procedevano, in quel tardo pomeriggio estivo, tra uliveti e aranceti, in un silenzio rotto soltanto dal nitrito dei cavalli e da qualche domanda che, di tanto in tanto, il giovane rivolgeva a Bashir. Quando furono pervenuti nei pressi del casale di Marciano, il sole, calante tra le isole di Capri e di Ischia, indorava con abbaglianti riflessi la superficie marina.
    “Il sole ha trasformato questo sentiero in un nastro dorato, che cinge il verde della collina”, esclamò Antonio, confortato dal sorriso compiaciuto di Bashir.
    “Hai ragione, Antonio. La potenza del sole è come quella di Allah. Come Dio non finirà mai, così il sole non si esaurirà mai. Allah gli ha conferito il potere di allungare la sua vita all’infinito”.
    “Ma il sole, allora, perché tramonta?”, lo interrogò.
    “Il sole tramonta soltanto ai nostri occhi, ma poi ritorna, perché Allah è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella nicchia in cui si trova una lampada. La lampada è posta in un cristallo. Il cristallo è come un astro brillante. Il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su Luce. Allah guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore. Allah è onnisciente”, gli rispose, recitando un versetto del Corano.
    I due cavalieri, intanto, raggiunsero un agglomerato di capanne, circondato da un lussureggiante limoneto, da un’aia ancora affollata di animali da cortile e da un orto ben coltivato, i cui confini erano segnati da peracciole. Legarono i cavalli ad una staccionata e si avviarono, a piedi, al tempio di Minerva. Vi giunsero scendendo, con grande prudenza, lungo il sentiero scosceso. La prima impressione fu sconfortante: nulla dell’antico edificio era rimasto in piedi, se non un mucchio di pietre che ne delimitavano la pianta. In ginocchio, Bashir, deposto il cesto, esaminò pietra su pietra, finché non diede un grido di gioia. Aveva individuato l’uccello notturno sacro alla dea, la Athenae noctua, scolpito, a dimensione naturale, su un pezzo di marmo. Così, come per compensare, con quel rinvenimento, la delusione di non aver potuto vedere il tempio in piedi, ripose il prezioso cimelio nel cesto, dopo averlo svuotato del cibo. Bashir e Antonio, allora, ammutoliti e immersi nel tramonto incombente, si fermarono a godere della sublimità di quell’incantato scenario, che si manifestava lentamente nello sfolgorio dei riflessi solari: a destra il Golfo di Napoli, a sinistra lo specchio d’acqua antistante la Baia di Jeranto e, di fronte, come un’improvvisa magia, sorta dalle acque, l’isola di Capri. Lo stupore e l’estasi venivano ampliati da una lieve brezza, che scendeva, dall’alto, mescolata ai profumi dei cisti, dei mirti e dei rosmarini e dal frinire delle cicale sparse tra le fronde gli ulivi, che crescevano su quegli scoscesi pendii.
    Quel tardo pomeriggio Bashir ebbe la conferma della suggestione, quasi da incantesimo, che l’occaso suscitava in Antonio, come dialogo dell’anima con il principio della Natura. Percepì le emozioni sognanti, molteplici e mutevoli, che dominavano l’animo del giovane e decise di non profferire parola.
    “Queste cicale sembrano tutte uguali e sembrano frinire allo stesso modo”, sussurrò, dopo un lungo intervallo, Antonio, quando riemerse dal rapimento del tramonto.
    “Non sono uguali”, mormorò Bashir.
    “Allora, se una non è uguale ad un’altra, non è affatto, non esiste. Eppure io le sento e, con un po’ di attenzione, posso anche vederle. Ricordo bene Parmenide di Elea, di cui abbiamo parlato qualche tempo fa: ciò che è, è, e non può non essere, ciò che non è, non è, e non può in alcun modo essere. È così, vero, Bashir?”.
    “Certo”, gli ribatté.
   “Se una cicala non è un’altra cicala, non è affatto neppure essa stessa, quindi, non esiste. Perché, dunque, io le vedo e le posso sentire?”, insistette Antonio.
   “Devi ricordarti di Platone, il discepolo di Socrate, l’autore dei Dialoghi, il filosofo dell’Iper-uranio e delle Idee”.
    “L’Iperuranio!”, sottolineò Antonio, quasi esaltato. “L’Iperuranio, dove Platone collocò le Idee, non potrebbe essere la nostra mente, unica misura delle cose, di quelle che sono, per ciò che sono, e di quelle che non sono, per ciò che non sono?”.
    “Stai citando Protagora di Abdera, un altro fondamento della filosofia greca”, lo riprese Bashir con affetto. “Platone, sempre Platone, potrà dare la risposta al tuo interrogativo e lo farà attraverso un atto criminale, un assassinio, un parricidio. Ammazzerà il padre! Non ti spaventare. I filosofi greci, come tutti i filosofi, amano usare parole disinvolte. Platone, in effetti, non ammazzò mai nessuno. Impressionato dalla ingiusta morte di Socrate, che era stata sanzionata da pavidi politici, timorosi che gli insegnamenti del suo maestro spingessero i giovani a ragionare con la propria testa, si decise ad assassinare, dialetticamente, Parmenide. Nel dialogo sul Sofista, il nostro Platone riporta un dibattito tra i seguaci di Democrito, i materialisti, e gli idealisti, che appella simpaticamente gli amici delle Idee. I primi sostenevano l’esistenza solo delle cose materiali, quelle che sono davanti ai nostri occhi e che si possono vedere con gli occhi e ascoltare con le orecchie, come queste cicale; i secondi, al contrario, asserivano anche l’esistenza delle cose non materiali, cioè delle Idee, in quanto esse vengono pensate e, quindi, conosciute. Gli idealisti, pertanto, mettevano in crisi la concezione delle Idee, come di qualcosa di immobile, di eternamente fisso nell’Iperuranio. Esse, invece, esistono nella misura in cui subiscono l’azione di essere conosciute, che comporta il movimento! Ti risparmio l’esame su tre delle cinque Idee più importanti, ma non posso sottrarmi dal raccontarti delle ultime due, le più significative: l’Idea di Identico e l’Idea di Diverso. Ogni Idea è identica a sé stessa e diversa dalle altre, pur non identificandosi nell’Idea di Identico e di Diverso. L’Idea stessa dell’essere partecipa all’Idea del non essere, perché l’essere è se stesso e, al contempo, non è alcun’altra Idea. Da qui, il parricidio: il non essere, è; il non essere, esiste. Questa cicala non è, lo hai detto poc’anzi, quell’altra cicala oppure non è un cavallo, non è un fiore, non è il sole. Non hai voluto dire, dunque, che questa cicala non esiste, perché la vedi e la senti, ma hai voluto significare che quella cicala non è questo piuttosto che quell’altro, in quanto essa è diversa da questo o da quell’altro. Dire che la cicala non è un cavallo, vuol significare che la cicala è diversa da un cavallo, non che quella cicala non esista. Il non essere, come diversità dall’essere, non come non esistenza: ecco il risultato del parricidio di Parmenide”.
    Antonio assentì e rimase in silenzio a riflettere sulla sorprendente disquisizione di Bashir. Poi, di nuovo rapito, ritornò a fissare il sole.
    “Sempre bello, ma sempre diverso, al tramonto. Mi rapisce anche perché il suo calare è il preannunzio del buio e al buio le cose non sono colte nella loro pienezza, ma appaiono con contorni non definiti”.
    “La notte che segue il crepuscolo è il regno della fantasia, dell’immaginazione e del sogno”, sentenziò Bashir. “Regno anche dell’errore, che soccorre, anch’esso, la conoscenza umana. Platone riteneva più perfetta e sicura la conoscenza intellegibile, l’epistéme, ma non negò valore a quella sensibile, la doxa. La doxa è proprio come la notte, dove le cose percepite non appaiono del tutto chiare nella loro luminosità, in quanto non sono rischiarate dal sole della perfetta conoscenza. Risultano soltanto ombre delle Idee”.
    “Le ombre delle Idee!”, ripeté Antonio. “Chissà se le nostre esistenze siano realmente una proiezione imperfetta di qualcosa che dovrebbe essere, invece, perfetto. Chissà se non abbia ragione il mio precettore, padre Torquato, con tutti quei suoi discorsi su Dio e sull’anima. Io non lo so, ma nelle sue parole non avverto lo spirito, né la poesia, mentre l’universo mondo mi appare tutto poesia, Dio stesso è poesia e l’ha usata, con l’armonia, per creare il mondo. Se così non fosse, il mondo e la vita sarebbero uno stonato ritornello”.
    “Dio non ha colpa se il mondo, che ha così mirabilmente costruito, è governato da uomini che hanno perduto l’idea della poesia e dell’armonia! Ma ora basta, Antonio, riprenderemo il nostro dialogo in futuro. Sta scendendo la notte, dobbiamo ritornare a casa. I tuoi genitori saranno in apprensione”.

 

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Panorama sull’isola di Capri da Punta della Campanella, a Massa Lubrense (NA)

 

 

POLITICA E DEMOCRAZIA
Un’epitome filosofico-sociologica

 

 

Il volume presenta riflessioni schematiche sottese da un’intuizione di fondo sulla politica come esperienza e come concetto, che si qualifica in ragione della strutturale asimmetria introdotta dal potere fra i due soggetti – chi comanda e chi obbedisce – di questa specifica relazione sociale: diseguaglianza di posizione (o oggettiva), sulla base di una uguaglianza di fondo (o soggettiva in senso ontologico). Una concezione della politica che rimanda a una più generale antropologia, ovvero a una concezione dell’uomo da cui discendono le caratteristiche della politica stessa (consenso/dissenso, condivisione/divisione, ordine/disordine, pace/guerra, autorità/ effettività-coercizione, più in generale razionalità/volontarietà). Evitando un’impostazione astrattamente teorica, queste pagine si fanno carico anche delle profonde e vaste trasformazioni storico-politiche, tutt’ora in corso, di cui sono state e sono testimoni le generazioni che dal XX secolo si sono affacciate, quando non vi sono nate, nel XXI.

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“I am the Dreamer and you are the dreamed”

 

Recensione

del bestseller The School for Gods di Elio D’Anna

di Riccardo Piroddi

 

 

Il volume The School for Gods, European School of Economics, 2022, di Elio D’Anna,  rappresenta, innanzitutto, un viaggio. Il viaggio del suo Autore che dura da una vita. “La propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose”, scrisse Henry Miller. Quanto è vera questa frase, e quanto è assolutamente vera se riferita a quest’opera, perché ciò che essa offre al lettore non è una meta, seppure ideale e da perseguire, ma, appunto, un nuovo modo di vedere le cose.
This book is a map and an escape plan”, recita l’Autore nell’introduzione. Un intento sic et simpliciter partecipato a quanti intraprendono il viaggio insieme con lui. Una mappa, certo, perché è sempre bene avere chiaro il percorso da seguire, e un piano di fuga, perché, talvolta, si rende necessario fuggire, non già per pavidità o inadeguatezza, ma per poter osservare la realtà da una prospettiva diversa. Come la monade leibniziana, la mente si rappresenta il medesimo universo sotto un aspetto proprio e con una prospettiva particolare. “E così come una medesima città, se guardata da punti di vista differenti, appare sempre diversa ed è come moltiplicata prospetticamente, allo stesso modo, per via della moltitudine infinita delle sostanze semplici, ci sono come altrettanti universi differenti, i quali tuttavia sono soltanto le prospettive di un unico universo secondo il differente punto di vista di ciascuna monade”, scrisse Leibniz nella Monadologia. Questo volume dona, altresì, una prospettiva diversa da cui guardare la realtà.
Una nuova kantiana “estetica trascendentale”, che va, però, ben oltre i processi conoscitivi, è tracciata in questo vademecum per poter affrontare e dominare il reale. Un’estetica che è fondamento di un nuovo pensiero, un pensiero che travalica l’ordinario e si libra verso la straordinarietà. Un folle volo, come quello dell’Ulisse dantesco, il quale naviga oltre le Colonne d’Ercole e varca, con l’animo pieno di audacia e per seguir virtute e canoscenza, il limite imposto da Dio alla conoscenza umana. Ecco, l’Ulisse dantesco è il personaggio princeps, l’idealtipo weberiano di questo Bildungsroman, “romanzo di formazione”. Determinato, ambizioso, conscio della propria potenza, pronto a realizzare i propri desideri. Ma, prima di tutto, sognatore.
I am the Dreamer, he said.I am the Dreamer and you are the dreamed. An instant of sincerity, a crack in the wall of your lies, like a flash of lightning, allowed you to see Me”, si legge nelle primissime pagine. Chi è questo Dreamer, che si palesa in modo così strano, a tratti inquietante, ma del tutto affascinante? Qual è il suo messaggio? Cosa prospetta, cosa delinea e, soprattutto, chi è il dreamed a cui rivolge i propri insegnamenti per plasmare demiurgicamente i leader del futuro, i “filosofi d’azione”? Al lettore la scoperta.
Una scoperta per gradi, come quelli di una scala, perché il volume porta ad ascendere la scala che conduce alla realizzazione di sé. Come non pensare, allora, a un precedente letterario illustrissimo, il Libro della Scala (Kitāb al-Miʽrāǵ), testo escatologico arabo-spagnolo del XIII secolo d.C., che, sviluppando un celebre passo del Corano, racconta la storia del viaggio che Maometto compie nell’aldilà, guidato dall’angelo Gabriele. Salito al Paradiso, attraverso una scala lucente, il profeta supera otto cieli e arriva a Dio, che gli affida il Libro Sacro. Dopo la catabasi alle sette terre infernali, ritorna sulla Terra e rivela ai meccani la sua visione.
Io vi vedo anche ciò in The School for Gods: ascesa, visione, realizzazione, come la triade dialettica hegeliana “Tesi-Antitesi-Sintesi” che ordina il divenire della realtà. E, allora, mi domando: è il Libro della Scala a essere moderno o The School for Gods a essere antico e a rifarsi a modelli antichi? È l’anonimo autore musulmano duecentesco a proporre una visione del futuro o Elio D’Anna a fornire il ritratto di un passato mitico? Né l’una, né l’altra. Entrambe le istanze si fondono. Sono sinolo aristotelico di materia e forma. Passato e futuro che, con i loro portati, concorrono a formare la realtà, la nuova realtà. “Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, scrisse Nietzsche.
Un libro è indubbiamente un oggetto materiale ma, guardato da un’altra prospettiva, diviene l’oggetto spirituale par excellence, perché in ogni libro vi è anche, e soprattutto, l’anima del suo autore, l’auctor, che nella lingua latina deriva dal verbo augēre (accrescere, rafforzare, incoraggiare). Un oggetto spirituale, il libro, che apre ad altri mondi, ad altre dimensioni. Vi è un a battuta, in un film che vidi per la prima volta quando ero poco più che bambino, I predatori dell’arca perduta, di George Lucas e Steven Spielberg, dove l’Arca dell’Alleanza, il manufatto più sacro degli israeliti, viene definita quale “ricetrasmittente capace di mettere in comunicazione con Dio”. Ecco, questo libro-arca mette in comunicazione con gli dèi e tra gli dèì, i Gods del titolo.
E, allora, ripartiamo dall’inizio. Dal God-Dreamer e dai Gods della School. Dio, discepoli, dèi. Chi è, dunque, il God-Dreamer, chi i discepoli, chi gli dèi? E quali sono i rapporti che intercorrono tra loro? Chiamo in aiuto Friedrich Leopold von Hardenberg, meglio noto con lo pseudonimo di Novalis, poeta, teologo e filosofo, eminente rappresentante del Romanticismo tedesco, il quale ne I discepoli di Sais scrisse: “«Io sono tutto ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà e nessun mortale ha ancor osato sollevare il mio velo». Ma un discepolo di Sais ebbe l’ardire di sollevare il velo della dea: Ebbene, che vide? Vide – meraviglia delle meraviglie – se stesso”.
Credo che queste parole di Novalis possano rappresentare una giusta chiave interpretativa del libro The School for Gods, così come dell’esperienza di vita e della visione del suo Autore.

 

 

 

Il folle volo

 

A Dante e Beatrice, a Ulisse e al resto della compagnia

 

 

Due sono le colonne d’Ercole
oltrepassate le quali
la ragione
diventa follia
persa nel deliquio
della tua bellezza.
Osa spingersi
fin dove prima
temeva di andare.
Devastata dal desiderio
fa del tuo corpo
ali per il volo.
E tra le stelle
è al fine
felice.
Ma all’albeggiar
del nuovo giorno
piange.
Come a te piace
precipita
fin dove l’abisso
sopra di lei
richiudi.

 

Icaro_volo

 

Aspetta che arrivi il mio corpo per farti donna.
Aspetta che arrivi il mio dio per farti madre!

 

 

 

Desidero invitarvi a una riflessione, un po’ lunga ma valevole, spero, di lettura. Mi sono sempre accostato ai racconti della Bibbia, Vecchio e Nuovo Testamento, col medesimo distacco e la stessa curiosità intellettuale che manifesto verso altre “mitologie”, da quella greca a quella cinese, da quella egizia a quella degli indiani d’America. Nello specifico della “mitologia” cristiana”, è chiaro come l’impianto dottrinale del Cristianesimo, così come stabilito dai Padri della Chiesa, Agostino in primis, ma anche Origene, Ireneo e altri, sia essenzialmente platonico-neoplatonico. Chi si intende anche poco di filosofia sa esattamente di cosa parlo. Un esempio su tutti: il dogma della Trinità cristiana (Padre, Figlio e Spirito Santo) altro non è che la teoria delle tre ipostasi (Uno, Intelletto e Anima) di Plotino e potrei continuare così con altri esempi.
C’è un “racconto” nella religione cristiana che mi affascina, che amo, come amo il mito di Orfeo ed Euridice o le narrazioni della dea egizia Hathor: quello della madonna. Mi affascina e lo amo perché vi vedo la più meravigliosa celebrazione della donna e della donna-madre che sia mai stata elaborata nella storia del pensiero umano. Dal concepimento per intervento divino, e non per lo sfregamento del budello maschile (aspetta che arrivi il mio corpo per farti donna, aspetta che arrivi il mio dio per farti madre), fino all’assunzione in cielo, che la eleva al di sopra di tutte le creature viventi. La madonna, una donna “mortale”, che partorisce il dio che ha creato il mondo e anche lei medesima (Dante lo ha espresso benissimo: “tu sei colei che l’umana natura/ nobilitasti sì, che il suo fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura”, Par. XXXIII, 4-6). La “mitologia” cristiana, attraverso la madonna, ha così reso poesia ciò che nella realtà pochissimi maschi riescono a comprendere e, ancor peggio, ahimè, molte donne stesse non ne sono capaci.
Ho sempre sostenuto e scritto che ogni donna sia il mondo e che nel cuore di ciascuna vi sia la storia del mondo. La donna-madre, invece, è l’Universo, è la Dea sive Natura. Credo fermamente nel principio femminile di creazione della realtà, che vogliate chiamarlo Dea-madre, femminino sacro, matriarcato, eccetera.
Cos’è una divinità creatrice se non la donna che partorisce la realtà così come partorisce un figlio? Quale occasione ha il maschio di prendere parte alla creazione, divenendo dio egli stesso, se non nell’atto sessuale del concepimento? Il sesso è lo spirito della divinità che si umanizza materializzandosi. Afrodite Pandemia per il maschio, Afrodite Urania è la donna, per dirla con Platone.
La donna-madre rende tutto un unicum, ecco perché il mio appellativo di derivazione spinoziana Dea sive Natura, Dea che è la Natura, il Mondo, l’Universo creato.
La donna-madre deifica il maschio, deifica la creatura che partorisce, deifica l’esistente.
Alla fine, c’è chi crede in dio, nel dio dei preti. Lasciate, dunque, che io creda in questa donna, che, forse, esiste soltanto nella mia mente e nel mio desiderio!

 

 

 

 

Dafne, dove sei?

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

Dafne, delicata come la naiade figlia di Ladone e Creusa, amata dal dio Apollo, che respinge fuggendo via e, inseguita da questi, supplica gli dei e viene tramutata nella pianta d’alloro, le cui foglie, intrecciate in corona, avrebbero poi adornato il capo dei vincitori in gare atletiche, poetiche e militari.
Dafne, malinconica come madonna Fiammetta della omonima elegia di Giovanni Boccaccio, primo romanzo psicologico della letteratura italiana, narratrice in prima persona e protagonista di una storia che racconta la sua storia.
Dafne, dolce come Jenny, quella cantata da Paolo Morelli e gli Alunni del Sole nel brano del 1974 che porta il suo nome, “Jenny era la mente mia/ era dentro le foglie, nel vento/ dentro l’acqua, nel sole sui monti/ e anch’io, io le dormivo dentro”.
Dafne, sensuale come Angelica dell’ariostesco Orlando furioso, che fa innamorare di sé tutto l’esercito cristiano e impazzire d’amore l’eroe eponimo, ma anche risoluta, che alla fine sceglie di amare l’umile paggio Medoro.
Dafne, affamata come Foscarina del dannunziano Il Fuoco, protagonista, con Stelio Effrena, di appassionati amplessi vissuti nella consapevolezza di star creando arte.
Dafne, donna!
Quante Dafne ho incontrato e vissuto nella mia vita! Sì, perché la principale caratteristica della protagonista di questo romanzo di Laura Di Vincenzo (Linea sottile – Il sogno di Dafne, ErosCultura, 2015) è proprio che ella racchiude in sé una sorta di archetipo femminile contemporaneo, che da particolare diventa universale, da immanente diventa trascendente. La Dafne dell’autrice è una donna di oggi, una donna come tante, oggi. Una donna che vive la propria esperienza di vita nella sua unicità, una donna che non può mai essere d’altri ma solamente di se stessa e di questa sua meravigliosa unicità. “L’unica forza che ci permette di risalire dagli abissi è dentro di noi, da essa si trae l’energia che serve. Ognuno di noi deve avere cura della propria anima, nessun altro può farlo per noi”. Quanto è attuale, ma, allo stesso tempo, assoluto, questo pensiero per le donne!
L’autrice presenta la sua Dafne in una sorta di chiaroscuro caravaggesco, secondo l’abilissimo uso di luce e ombra proprio del Merisi. E, infatti, la protagonista si staglia nelle pagine del romanzo illuminata in tutte le sue sfumature di luce, di passione, di voluttà e di erotismo, su uno sfondo quasi buio, la cornice di eventi rapidissimamente appena tratteggiata dall’autrice, proprio per raccogliere l’attenzione del lettore sulla protagonista. Un esercizio di stile di grandissimo impatto narrativo!
Dafne come la Danae di Artemisia Gentileschi, pittrice di scuola caravaggesca. Non cito a caso questo dipinto dell’artista romana seicentesca. Zeus si trasforma in pioggia d’oro per congiungersi con Danae, la bellissima principessa di Argo rinchiusa in una stanza di bronzo dal padre, a cui l’Oracolo di Delfi ha predetto la morte per mano del nipote. La forte carica sensuale di Dafne, descritta dall’autrice con pennellate a volte delicate, a volte più incisive, come quella della Danae gentileschiana, assume accenti erotici che non sono vòlti a compiacere la pruderie dei lettori. La sua nudità, prima spirituale e poi materiale, lascia contemplare il corpo dalle esuberanti e tornite forme e l’anima prossima all’acme del piacere attraverso quello carnale. Nel buio della stanza, dietro il letto in cui Danae consuma il suo simbolico congiungimento con Zeus, è ritratta un’ancella, che si disinteressa completamente a quanto sta accadendo alla sua padrona, intenta com’è ad approfittare della pioggia di monete d’oro, raccogliendone quante più possibile nei lembi rialzati della veste. Non ciò che capita al lettore del romanzo, il quale, invece, dal suo canto nell’ombra, osserva affascinato Dafne e i suoi amplessi amorosi.
Ho finalmente esplorato le terre a me ignote, le mie spaccature e decretato la fine della carestia, non prigioniera del mio mondo, di quelle onde silenti spente su moli lontani dalla mia vista. Ora la brezza del piacere ha accarezzato la mia carne abbracciando la mia riva”.
Dafne sogna? Ha vissuto e vive realmente quanto racconta? Non è chiaro ed è giusto che sia così!
Il mio è un cuore affamato, avvolto dalle fiamme di un ardente fuoco che divampa nell’afflato inquieto della mia anima che ignaro taglia in due il cielo, è un cuore fluttuante tra le spire tempestose di desideri inappagati. In questo viaggio si sono alternate realtà e voli illusori cestiti da volti che hanno brillato come bagliori di un lampo remoto nel cielo, giusto un istante nell’angolo blu della notte per poi dileguarsi nella volta infinita”.

Dafne, dove sei?