Per una interpretazione poetica della pittura impressionista

 

 

La poesia, come l’arte figurativa, deve essere interpretabile, deve stimolare sensazioni, emozioni, ricordi, attraverso le parole. Essa è nell’aria, è dentro di noi, è intorno a noi. La poesia libera l’animo e riesce ad esprimerlo, poi, in parole. L’istinto poetico dell’uomo si perde nella notte dei tempi, per alienarsi e ricomporsi in frammentarie bramosie liriche. La poesia svela l’impulso ancestrale, dominato dal sentimento, che diffonde misteri in ogni verso. La poesia diviene schizzo d’immenso e non concede all’autore, né al lettore, autorevoli o ragionevoli garanzie estetiche. La sua potenza, spesso inespressa, deve essere amata coi sensi e carezzata con gli occhi, affinché ci parli.

Claude Monet, “I papaveri” (1873) Parigi, Musée d’Orsay

La poesia dell’arte impressionista diventa soggettiva rappresentazione della realtà. Essa, infatti, evita qualsiasi costruzione ideale, per occuparsi soltanto dei “phoenomena”, quali essi “appaiono” nell’ispirazione artistica. Non c’è, nella pittura impressionista, alcuna evasione verso mondi idilliaci o esotici, quanto piuttosto, la volontà di calarsi interamente nella concretezza estetico-sentimentale che la anima, che l’assedia, evidenziandone le caratteristiche che la compongono. Il soggetto artistico, inanimato o animato, trasborda sulle tele, direttamente dagli occhi e dal cuore del pittore. Il linguaggio pittorico degli impressionisti, ricercato ma sempre poetico, con variegate tonalità, si alimenta, soprattutto, dell’uso del colore e della luce.

Édouard Manet, “Colazione sull’erba” (1862-1863), Parigi, Musée d’Orsay

Luci e colori costituiscono gli elementi fondanti della visione artistica impressionista. Ciò consente allo spettatore, inizialmente, di percepirli e, poi, pian piano, attraverso l’elaborazione concettuale, di distinguere le forme e gli spazi, in cui gli impressionisti li trasfondono e li trasfigurano. Questi “distinguo” costituiscono il riflesso degli “oggetti”, ritratti dagli artisti. La pittura impressionista si nutre principalmente di luce, perché nasce “en plein air”, all’aperto. Non rappresenta il frutto di un chiuso atelier di osservazione e di ispirazione, quanto piuttosto un paesaggio dell’anima, in cui germoglia l’artista. Esso coglie tutti gli effetti luministici che la visione diretta gli fornisce. Le sue pennellate diventano, di conseguenza, estremamente mutevoli, come mutevoli sono i colori e la luce dei paesaggi.

Paul Cézanne, “La casa dell’impiccato” (1873), Parigi, Musée d’Orsay

Questa sensazione di mutevolezza rappresenta la caratteristica più significativa del “modus pingendi” impressionista, che si caratterizza come la pittura dell’attimo fuggente, senza un prima, senza un dopo, in quanto coglie l’assoluto nella realtà, attraverso impressioni istantanee. La realtà, infatti, muta continuamente di aspetto. La luce varia ad ogni istante. Gli oggetti e le cose fluttuano. Si muovono nell’eremo della dimensione interiore dell’artista. Il momento sintetizza la sensazione e la sorprende in una particolare inquadratura, come fosse una fotografia d’autore. 

Pierre-Auguste Renoir, “Le Pont-Neuf” (1872), Washington, National Gallery of Art

La pittura impressionista cattura, anche in poche pennellate, le emozioni dell’artista, contrapponendole in immagini contrastanti, che sfuggono al tempo e al luogo, a fugaci e vivide impressioni, in una sintesi che scoperchia gli strati profondi dell’animo, provocando, così, sensazioni di realismo, di naturalezza, di complicità, ma, al tempo stesso, anche di distaccata e indifferente leggerezza. Lo spettatore, in tal modo, fa ricorso alla sensazione e all’identificazione con le impressioni suggerite. E oblia la ragione! Si libera, adunque, delle sovrastrutture della mente, dei concetti inutili e superflui, i quali si affollano intorno ad una veduta, ad una esperienza. Lo spettatore coglie, così, l’essenza di una visione, la sostanza di un’esperienza, il nucleo di un’emozione.

Edgar Degas, “Cavalli da corsa davanti alle tribune” (1866-1868), Parigi, Musée d’Orsay

 

 

               

Orfeo ed Euridice. Nessuna morale, solo dolore!

 

 

 

Orfeo si girò troppo presto perchè Euridice continuava a chiamarlo. La naiade non sapeva dell’ordine che l’aedo aveva ricevuto da Ade: poterla riportare nel mondo dei vivi dopo l’anabasi dagl’Inferi, accompagnati dal dio Hermes, il controllore, senza mai potersi girare a guardarla prima dell’uscita. Continuava malinconicamente a chiamarlo. Pensava che il suo amato non si voltasse perché era brutta. Appena vide finalmente la luce, Orfeo credette di essere ormai fuori dagl’Inferi e si girò. La caviglia di Euridice, quella morsa a morte dal serpente mentre fuggiva dal bruto Aristeo che voleva possederla, le doleva ancora. Per questo si era attardata. Orfeo aveva trasgredito il comando di Ade. Si disperò. Euridice intese tutto e gli sussurrò parole struggenti: “Grazie, amore mio. Hai fatto tutto quello che potevi per salvarmi!”. Gli tenne entrambe le mani, consapevole che quella sarebbe stata l’ultima volta. Hermes pianse, ma dovette riportarla da Ade. Euridice scomparve negl’Inferi. Orfeo era distrutto. Sarebbe morto poco dopo, fatto a pezzi da alcune baccanti ubriache alle quali, per rimanere fedele alla memoria dell’amata, non aveva voluto concedersi.
La favola di Orfeo ed Euridice non è didascalica. Non ha alcuna morale, solo dolore. Solo dolore!

 

 

 

               

Breviario Filosofico, SteMi Editrice, 2018

 

 

 

Torno, con questa prima delle due pubblicazioni di fine anno, al mio primo amore: la filosofia.
Dall’introduzione al volume del prof. Marco Emanuele:

Medico dello spirito, Riccardo Piroddi ci propone una riflessione filosofica al giorno. È un caso di medico che ritorna, di cura necessaria. Perché il tempo che viviamo ha bisogno di cura. E la filosofia serve, lenta ma radicale, a ricordarci le domande fondamentali sull’uomo e sulla condizione umana. Oggi d’intellettuali c’è bisogno e Riccardo lo è, a tutto tondo. È un appassionato di ricerca, guarda dentro, percorre l’oltre; e lo fa appassionandosi all’arte tutta, a quelle meravigliose sensazioni che ci danno il senso del vivere. La filosofia è in-utile, è dono. Non c’è obiettivo predefinito in questo breviario, che raccoglie pensieri e massime dall’antichità fino a tempi più recenti. Il redattore ci prospetta un viaggio unico, sensibile, per la riflessione. L’invito è a leggere ogni mattina, a meditare, a dimenticare per qualche istante il fare fine a sé stesso per entrare nel meraviglioso mondo del pensiero, e farne tesoro. Il mondo di Riccardo Piroddi è nei suoi occhi sorridenti, in quella malinconia napoletana e decadente che, in me, suscita l’amicizia nella cultura. E la filosofia è anche questo: elogio della decadenza. Nella Napoli dei continui risvegli, nella Napoli che fatica e che rinasce, lì c’è il meraviglioso spettacolo creativo che tutto il mondo cerca e che i troppi ingrati oltraggiano.
L’invito è a leggere questo breviario per trovare un po’ di luce nelle nostre difficoltà. Come dice Paolo Conte, ‘qui, tutto il meglio è già qui‘”.

 

 

               

Il mondo si divide esclusivamente in ricchi e poveri

 

 

Sono sempre stato convinto che il mondo non si divida in bianchi o neri, religiosi o atei, belli o brutti, buoni o cattivi, ma semplicemente in ricchi e poveri
Sentite un po’ Voltaire:

Entrate nella Borsa di Londra, lì l’ebreo, il maomettano e il cristiano si trattano reciprocamente come se fossero della stessa religione e chiamano infedeli solo quelli che fanno bancarotta“. 
“Lettere filosofiche”, 1734

Alla Borsa di Amsterdam, di Londra, di Surat o di Bassora, il ghebro, il baniano, l’ebreo, il musulmano, il deicola cinese, il bramino, il cristiano greco, il cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero trafficano insieme; nessuno di loro leverà il pugnale contro un altro per guadagnare anime alla propria religione. Perché, allora, ci siamo scannati a vicenda quasi senza interruzione, dal primo concilio di Nicea in poi?”. 
“Dizionario filosofico” (voce “Tolleranza”), 1764

 

François-Marie Arouet, detto Voltaire (1694-1778)

 

 

               

‘Na bambulella

 

 

Tu si’ ‘na bambulella
de chelle cu ‘o vestito ricamato de seta janca
tutte a trini e pizzilli
e cu ‘e scarpetelle cusute a ‘mmano
da ‘na femmena gentile.
‘Na bambulella cu ‘na frangia de oro,
ca fa arriva’ ‘e capille
quasi fino all’uocchie
ca luceno pure quanno ha fatto scuro.
Tu si ‘na bambulella
de chelle ca me ‘ncantasse a guarda’ ‘a sera
‘ngoppo ‘o cummo’, primma de piglia’ suonno,
‘na bambulella ca me strigno forte ‘mpietto
ogne ‘bbota ca penzo
ca nun starrai maie cu ‘mmè.
Tu si ‘na bambulella, 
‘a bambola ‘cchiù bella,
de chelle ca ‘sta vucchella de porcellana rosa
‘a regnesse de vasi
pigliannome pe’ fesso
ca ‘e stongo ranno a te.

(Maggio 2018)

 

 

 

               

Edward Hopper e “Nighthawks”: narrare la solitudine in una grande città

 

di

Laura Corchia

 

 

Vi è mai successo di ritrovarvi di notte, in un locale semi deserto, a bere un drink in compagnia di qualche sconosciuto e di avvertire un profondo senso di solitudine? Probabilmente, è ciò che è accaduto ai tre personaggi seduti al bancone del bar raffigurato da Edward Hopper  in Nighthawks…

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Edward Hopper, “Nighthawks”, 1942, Art Institute of Chicago

 

 

               

Cino da Pistoia e la discriminazione territoriale contro i napoletani

 

 

Esistesse una Commissione Disciplinare anche nella Letteratura Italiana, Cino da Pistoia dovrebbe essere sanzionato pesantemente per discriminazione territoriale! Guittoncino, detto Cino, della nobile famiglia dei Sighibuldi, nacque a Pistoia nel 1270. Studiò legge all’estero, prima a Bologna (per un pistoiese del XIII secolo, Bologna era all’estero!), poi, a Orleans, in Francia. Tornato in patria, esercitò l’avvocatura ma pochissimo tempo dopo, nel 1303, fu costretto a lasciare Pistoia perché i guelfi avevano cacciato i ghibellini dalla città. 2Rientratovi dopo tre anni, si dedicò alla scrittura di opere giuridiche, guadagnandosi, così, molti apprezzamenti e la cattedra di diritto presso le Università di Siena, di Perugia e di Napoli. All’ombra del Vesuvio conobbe e frequentò Giovanni Boccaccio, col quale, molto probabilmente, ragionava di donne e di poesia d’amore. L’insegnamento accademico, comunque, non gli impedì di celebrare, in versi, la sua amata, Selvaggia. Compose venti canzoni, undici ballate e centotrentaquattro sonetti (dopo Dante è lo stilonovista di cui ci sono giunte più rime). Quando morì, nel 1337, Francesco Petrarca, suo allievo di stile, gli dedicò un sonetto, Piangete, donne, e con voi pianga Amore. Se lo scontroso, geloso e un po’ invidioso letterato aretino si scomodò per Cino, è la prova che questi era stato un uomo e un poeta di grande valore. Quando lo incontrai al Liceo per la prima volta, mi fu subito simpatico perché il suo nome mi faceva tornare alla mente quello di un personaggio che ho molto amato durante la mia infanzia: il mago Zurlì, il cui vero nome è, appunto, Cino Tortorella. Mia madre aveva regalato a me e a mia sorella Tiziana un cofanetto di musicassette con le più famose fiabe, raccontate proprio dal mago dello Zecchino d’Oro. Ricordo ancora il mangianastri nero con i pulsanti rossi e i pomeriggi trascorsi insieme con Anna, la nostra babysitter, ascoltando Pollicino, La bella addormentata nel bosco, Cenerentola, Biancaneve e i sette nani, Heidi, Lutra la lontra e Raperonzolo. Quando, però, cominciai a ricercare materiali per la mia Storia della Letteratura Italiana, il pistoiese si rese antipatico perché scoprii che aveva scritto, non un semplice sonetto, ma una lunga canzone contro i napoletani, Deh, quando rivedrò ‘l dolce paese, in cui ci conciò davvero male:

“Deh, quando rivedrò ‘l dolce paese
di Toscana gentile,
dove ‘l bel fior si mostra d’ogni mese,
e partiròmmi del regno servile
ch’anticamente prese
per ragion nome d’animal sì vile?
Ove a bon grado nullo ben si face,
ove ogni senso fallace – e bugiardo
senza riguardo – di virtù si trova,
però ch’è cosa nova,
straniera e peregrina
di così fatta gente balduina.
O sommo vate, quanto mal facesti
(non t’era me’ morire
a Piettola, colà dove nascesti?),
quando la mosca, per laltre fuggire, i
n tal loco ponesti,
ove ogni vespa deveria venire
a punger que’ che su ne’ tocchi stanno,
come simie in iscranno – senza lingua
la qual distingua – pregio o ben alcuno.
Riguarda ciascheduno:
tutti compar’ li vedi,
degni de li antichi viri eredi.
O gente senza alcuna cortesia,
la cu’ ‘nvidia punge
l’altrui valor, ed ogni ben s’oblia;
o vil malizia, a te, perché t’allunge
di bella leggiadria,
la penna e l’orinal teco s’aggiunge.
O sòlo, solo voto di vertute,
perché trasforme e mute – la natura,
già bella e pura – del gran sangue altero?
A te converria Nero
o Totila flagello”.

Concluse, poi, passando la palla agli juventini, ai milanisti, agli interisti, agli atalantini e ai veronesi, anche se, oggi, da Roma in su, non c’è tifoseria, tranne quella genoana, che non canti, quasi ogni domenica, “Noi non siamo Napoletani!” o “Vesuvio lavali col fuoco!”:

“Vera satira mia, va’ per lo mondo,
e de Napoli conta
che ritén quel che ‘l mare non vole a fondo”.2

Ad ogni modo, a parte la discriminazione territoriale contro i miei conterranei dell’epoca, Cino fu un rimatore molto bravo che seppe cantare il dolore e l’inquietudine per la mancanza d’amore, in uno stile dolce e armonioso, malinconico e mesto, espresso con un’accuratezza linguistica da grande poeta. Il pistoiese era capace di arrivare al cuore delle donne, di tutte le donne, tranne, evidentemente, a quello della donna bramata (succede sempre così!).

“La dolce vista e ‘l bel guardo soave
de’ più begli occhi che lucesser mai,
c’ho perduto, mi fa parer sì grave
la vita mia ch’i vo traendo guai”.

E ancora:

“Angel di Deo simiglia in ciascun atto
questa giovane bella
che m’ha con gli occhi suoi lo cor disfatto”.

Che tenerezza, poi, la canzone Oïmè lasso, quelle trezze bionde, composta quando l’amata Selvaggia morì. Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi… il viso, il suo sorriso, la morte s’era portata via tutto, pure le sue calzette rosse (W Mogol-Battisti!).

Rifatevi gli occhi!!!

 

 

               

E allora sì

 

 

 

E allora sì,
sì, ca t’abbraccio forte,
t’astregno accussì forte
a te fa ‘mmanca’ ‘o ciato,
ma me l’aie chierere tu
pecchè ‘a quanno te ne si’ ghiuta
so’ addiventato scemo,
e tanta cose nun ‘e capisco cchiu’.
Nun ave’ paura.
Stiennele ‘sti braccia,
io stongo ‘cca’
nun me ne vaco.
Io c’aggio sempe stato.
Vieni, vieni ccà,
fatte leva’ sti capille ‘e oro
annanze all’uocchie,
ca te voglio guarda’ ancora.
M’aggio sfasteriato ‘e te sunnà sultanto.
Io voglio sta’ scetato!

E allora sì,
sì, ca t’abbraccio forte.
Stiennele ‘sti braccia,
fatte ‘na risata
e arape ‘o core,
io stongo ‘cca’
nun me ne vaco.
Io c’aggio sempe stato,
pecchè tu, nenne’, si’ troppa bella,
‘o ‘bbuo’ cape’ o no
ca over si’ ‘a cchiu’ bella,
e chesto m’è abbastato
pe’ me fa ‘nnammura’.

(Novembre 2018)

 

 

 

               

L’inutilità di mandare a memoria le poesie

 

 

 

Riflettendo su La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio, pensavo alla sostanziale inutilità di quella pratica, in voga quando io ero studente elementare, di far imparare a memoria le poesie più famose della Letteratura Italiana. Ecco quanto scrivevo, qualche anno fa, a proposito del mandare le cose a memoria, in una mia pubblicazione sulla Letteratura Italiana: “Che sia maledetto! (riferito a Carducci e alla sua San Martino). Mi ricordo, quando frequentavo la quarta elementare, di aver passato un pomeriggio ad imparare a memoria questa poesia, di essermi svegliato un’ora prima la mattina dopo per ripassarla e, nonostante ciò, davanti alla maestra, piansi perché non la ricordavo tutta. Ho sempre odiato dover imparare le cose a memoria. Che vantaggio c’è a conoscere il testo di una poesia senza poi riconoscerne e capirne i temi?” Per tornare al Vate ed a La pioggia nel pineto, qualcuno riesce a spiegarmi cosa può capirne un bambino dei “freschi pensieri/ che l’anima schiude/ novella,/ su la favola bella/ che ieri/ t’illuse, che oggi m’illude”, oppure, è in grado di sapere che si possa piangere anche di piacere? “Piove su le tue ciglia nere/ sì che par tu pianga/ ma di piacere”. E tantissimi altri esempi potrei addurre, non soltanto relativi a questa poesia. Ecco, allora, a cosa serve la memoria di una poesia se, poi, non se ne capisce il senso? Pensate che un poeta abbia appagamento a che i suoi versi siano mandati a memoria senza intenderne il significato? Non credo proprio!

 

 

 

               

Ed è già domani

 

 

 

Ho provato a inventare
i modi più diversi

per farti brillare,
te, già bella e terribile
come un angelo,
ballando sugli oceani cupi,
torcendomi nell’acqua spumosa,
senza paura d’affogare.
Sono stato lì per giorni,
muovendo le labbra
soltanto per respirare il tuo nome
e restare vivo.
Ho riaperto gli occhi
e mi son trovato solo,
sopra il mare in tempesta
e t’ho annegata nel profondo di me.
Ed è già domani.

(Novembre 2018)