Infinito

 

 

Un poeta, ogni vero poeta, non compone mai da solo. Lo fa sempre a due mani e a due cuori, insieme con la sua ispirazione (qualunque o chiunque essa sia). Questa, infatti, detta e il poeta scrive. Ecco perché il poeta non è mai solo. Ecco perché il poeta, nell’atto di scrivere, soltanto nell’atto di scrivere, si ricongiunge veramente, materialmente e spiritualmente, con la sua ispirazione! (R. P.)

 

Dedicata a S.

 

C’è un cofanetto
nel mio cuore, piccolo.
Con un penna da calamaio
incisa sopra.
Lì dentro ci sei tu.
Ho dovuto chiuderlo
per molto tempo.
Ma è sempre lì.
Quando lo apro
risuona una musica dolce.
È la tua voce,
che legge i miei versi.
La delicata armonia
sono le tue mani
che accarezzano la mia testa,
le mie
che sfiorano il tuo corpo nudo
e i nostri occhi,
lucidi, che arrivano fin sotto la pelle.
Il bene non ha tempo
e tu sarai sempre
il mio infinito…

(Giugno 2016)

 

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Angeli custodi

 

 

Alla fine del 1980 avevo otto anni e una mattina mia madre crollò sulla sedia alla notizia dell’omicidio di John Lennon. Lei che i Beatles li aveva visti all’Adriano. Per la prima volta in vita mia presi coscienza dell’impatto senza eguali che certi artisti musicali hanno sull’umanità. Elvis, Janis, Jim, Bob, Freddie, Michael, Kurt, Amy, Whitney, David, Prince. Ho sempre creduto che quando si parla di angeli custodi, sotto sotto si pensa a queste creature fuori dal comune, slegate dall’ordinario, potentissime, fragilissime, per metà votate ai paradisi artificiali, per l’altra al campo delle grandi e ferocissime lotte fatte in nome del progresso. Se oggi siamo persone migliori, se non ci siamo ancora ammazzati, se resistiamo al passaggio sopra le nostre teste dell’immenso pachiderma, il merito va a loro che sono stati creatori di una bellezza da cui difficilmente riusciremo a separarci. Fermiamoci oggi a pensare a quanta ragione per vivere ci hanno dato queste persone. A quante volte ci hanno preso loro per i capelli, a quanto gli dobbiamo. Non sono i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli, i nostri figli. Sono semplicemente loro. Loro. I soli veri motivi per cui invece di morire siamo stati incomparabilmente felici.

Patrick Gentile

 

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Il racconto di un’epoca

 

 

Sapete perché il vero racconto di un’epoca non si fa mai con le maiuscole dei fatti iperbolici ma con le robette di poco conto, gli apparenti e miseri cascami? Perché le cose grandi ci saranno sempre e narreranno ogni tempo possibile fin dal loro incominciamento. Recuperate i margini invece e comprenderete chi realmente eravate. Comprenderete Proust. Comprenderete Bergson. Comprenderete che siamo la sola generazione al mondo ad aver vissuto prima il futuro e poi il passato.

Patrick Gentile

 

futuro

 

Quel che resta per sopravvivere

 

 

Ogni giorno, riaprendo gli occhi, facendo colazione, dando carezze al cane, lavandomi i denti, mi chiedo quanto ancora ne avrò. E se ho consumato troppo ossigeno e me ne restasse perciò una dose irrisoria per il tempo avvenire. Quando cioè, nella seconda metà della mia esistenza, dico, dovrò sopportare la morte dei miei genitori, la ricerca di un nuovo posto in cui stare, l’assenza di qualcuno al mio fianco solo perché non voglio fare la fine dei miei amici. Io sono un uomo che insegue unicamente il benessere. Per me il benessere è lo scopo primo, la sola arma che dovremmo tutti possedere per contrastare l’assurdità del vivere. Non sono più quel che ero fino a qualche anno fa. E a volte soffro per non essere una persona tranquilla. Ma è come se non fossi più idoneo all’analisi del contingente. Di ogni singola stupida inutile cosa che accade a me e a voi scorgo ormai solo lo smisurato abisso appena dietro. Lo smisurato abisso. Ed ecco, poi penso: dovrà pur esserci un modo per cavalcarlo. Un modo. Per sopravvivere.

Patrick Gentile

 

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19 giugno 2016. Sorrento. Palazzo Marziale

 

 

Una raffinatissima lunch reception, sotto l’accorta regia di Paola Savarese Ravenna, ha concluso, a Sorrento, nell’incanto di Palazzo Marziale, la manifestazione di presentazione del pamphlet di Raffaele LauroIl Palazzo Marziale di Sorrento”, edito da GoldenGate Edizioni, realizzato con i contributi del professor Salvatore Ferraro e di Fabrizio Guastafierro, per le ricerche storiche, e di Riccardo Piroddi, per il coordinamento editoriale. L’evento è stato onorato dalla partecipazione di autorità locali, rappresentanti istituzionali, manager, personalità della cultura, giornalisti, blogger e amici dei padroni di casa, provenienti anche da Roma e dall’Argentina. Nel loro indirizzo di benvenuto, Salvatore e Paola Ravenna hanno voluto sottolineare il valore dell’iniziativa, finalizzata ad esaltare, in termini di qualità, l’offerta turistica sorrentina. Hanno portato il saluto e la condivisione delle rispettive amministrazioni comunali,  il sindaco di Sant’Agnello, Piergiorgio Sagristani, il neo-sindaco di Piano di Sorrento, Vincenzo Iaccarino, e il vice sindaco di Massa Lubrense, Giovanna Staiano. Ha coordinato l’incontro pre-conviviale, Antonino Pane, già capo redattore de “Il Mattino”, il quale ha lanciato una precisa proposta agli altri imprenditori alberghieri di Sorrento e della Penisola Sorrentina: “Questa benemerita iniziativa non può rimanere isolata, come un fiore prezioso nel deserto, ma deve diventare la prima di una lunga serie, puntando ad una collana di pamphlet di analoga fattura, nei contenuti rigorosi e nell’elegante veste editoriale, plurilingue, sui numerosi palazzi patrizi sorrentini. In modo da consentire agli ospiti di Sorrento di riportare, alla fine del loro soggiorno, un prezioso documento tascabile, di facile lettura, che illustri la storia di quelle nostre prestigiose residenze, adibite all’arte dell’accoglienza”. Ha preso la parola, infine, Raffaele Lauro, il quale ha ricordato l’antico vincolo di affetto che lo lega, da decenni, ai padroni di casa, e ha esaltato il rapporto sinergico tra cultura e turismo, tra cultura e gastronomia: “La cultura di un territorio non può essere confinata in un museo o in una biblioteca, che, pur essendo importanti, come custodi del passato, non esauriscono la dimensione spirituale di una comunità speciale, dal punto di vista antropologico, come la nostra. A maggior ragione, in una terra, che ha fatto dell’arte dell’accoglienza, da secoli, il suo specifico socio-economico, il nostro patrimonio identitario si arricchisce anche del rapporto con le colture del territorio e con il legame strettissimo con la qualità e la varietà del cibo, offerto agli ospiti di tutto il mondo”. Il fastoso lunch, ideato e preparato dal giovane chef Andrea Napolitano, ha suggellato una indimenticabile festa sorrentina, veramente di classe e insieme sobria, come nello stile della casa.

 

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Foto di Adriano Gorgoni

 

 

Se oggi morissi

 

 

Esattamente come la nenia infantile incornicia il climax omicida nella mente dell’assassino di Profondo Rosso, così a volte partono canzoni che mi riportano di prepotenza a Claudio. Era il 1998, era il 1999. Se oggi morissi saprei per certo che la mia esistenza ha raggiunto il suo apice estremo in quei due anni. I due anni in cui sono stato disperatamente, follemente innamorato di una persona che non fossi io. Il mondo mi invase ed io smisi di aderire alla pianura bianca e grigia del Kansas per finire dritto nel technicolor zuccheroso di Oz. Fu l’inferno anche. Luciferino, fiammeggiante. Vidi lacerti del mio corpo sparsi per la strada, budella rovesciate di fuori, come ne La Terza Madre. Eppure. Eppure se oggi morissi saprei di aver vissuto la totalità universale delle emozioni l’unica volta che ho avuto un amore: tragico malato pazzo scriteriato, ma fatto d’amore. Dopo è stata di nuovo la saggia buona landa della vita: lavoro soldi sesso amici film libri. Dopo di nuovo è stato il Kansas. E ora ditemi. Ditemi voi.

Patrick Gentile

 

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Lettere, versi

 

 

Lettere.
Un alfabeto inventato
che inizia col niente
e finisce con te.
Sillabe.
Unioni di lettere
che scandiscono il tempo
di queste mie ore prive di te.
Parole.
Legami di sillabe
che compongono lemmi
che sanno ripetere soltanto il tuo nome.
Versi.
Serie di parole che danzano
in una partitura superba
di un solenne canone barocco.
Poesia.
Insieme di tempo, di lettere,
di sillabe e musica,
di nomi e parole.
Di versi.
Di te.

(Giugno 2016)

 

 

 

Dante Alighieri: il fabbro fiorentino della lingua italiana

 

 

Il sommo Dante è stato, senza dubbio alcuno, avanti Francesco Petrarca, Pietro Bembo e Alessandro  Manzoni,  il  primo e più abile  fabbro della  nostra  lingua.  Proprio  a  lui, infatti, si  deve la forgiatura dei caratteri della parlata italiana. Voglio fornirvi degli incredibili dati numerici, tratti dalla mitica enciclopedia multimediale Treccani.it: è stato calcolato che il 90% 1del lessico fondamentale dell’italiano oggi in uso (cioè, il 90% delle 2000 parole più frequenti, che a loro volta costituiscono il 90% di tutto ciò che diciamo, leggiamo o scriviamo ogni giorno), sia già nella Divina Commedia. La sua opera principale è invero a tal punto vasta, da potersi considerare un’epitome dell’intero sapere antico e medievale. E’ così piena di parole, anche specialistiche, che Dante ha temprato, non solo la nostra parlata comune, ma anche quelle tecniche. Lungo le tre cantiche del divino poema, infatti, sono molte le micro lingue presenti, come si definiscono, in linguistica, i lessici propri di una specifica disciplina, che, ad elencarli tutti, riempirei qualche pagina. Anche parolacce e bestemmie non mancano, appunto per non lasciar fuori nulla. Eccovi qualche esempio: Inferno, canto XVIII, vv. 133: “Taide è, la puttana che rispuose”; Inferno, canto XXI, v. 139: “Ed elli avea del cul fatto trombetta”; Inferno, canto XXV, vv. 1-3: “Al fine de le sue parole il ladro/ le mani alzò con amendue le fiche,/ gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”). Prima di Dante, il vocabolario italiano era alquanto povero ma dopo di lui, è diventato tra i più ricchi al mondo. Prima, si poteva parlare soltanto di poche cose. Dopo, di quasi tutto. Anzi, di tutto! 2Pose le basi, inoltre, affinché il latino, presto o tardi, fosse messo in soffitta, soprattutto come registro scritto per la trasmissione della cultura, tanto buono era stato, nella sua opera, il lavoro compiuto sul linguaggio. Grazie al sommo poeta  (immagine a sinistra)  e alla lingua della Divina Commedia, noi tutti, ancora oggi, possiamo affermare: “Il fiorentino è il dialetto che di più si avvicina all’italiano perfetto!”. Ciò è accaduto perché la vastissima diffusione del sublime poema, già immediatamente dopo la morte del suo Autore, veicolò anche la lingua con il quale era stato composto. Quest’ultima, infatti, funse da modello linguistico per tutti coloro che lo lessero. La Divina Commedia ha insegnato agli italiani a leggere e a scrivere correttamente, permettendo loro, dalle Alpi alla Sicilia, di comprendersi reciprocamente. Potrei, dunque, proclamare che l’Italia sia stata unita da Dante più di cinquecento anni prima di Garibaldi, Cavour e i Savoia, ma questa, per chi, come me, è meridionale, è un’altra storia!

 
 
 

Fallimenti

 

 

La mia lente non mi porta mai ad analizzare i fallimenti ideologici e sociali come un vuoto di coscienza, politica o teoretica che sia. Nel fallimento di un’opportunità si riflette ben più tristemente la grande depressione collettiva di cui parlo ogni giorno. La passiva accettazione che il male abbia gettato radici nel giardino dietro casa nostra. Sartre sorriderebbe davanti a un tale scenario, un po’ come si sorride quando un pronostico sciagurato trova poi riscontro. Un sorriso tanto amaro, certo, quanto ineludibile. Viviamo un’epoca di completa asfissia etica. Giorni fa una mia collega positivista ha ricordato con orrore gli anni di piombo. Le ho risposto che almeno allora serpeggiava ferocia intellettuale, non l’abulia generalizzata di oggi. Ma io voglio credere in un futuro migliore, ha detto, senz’altro pensando alla sua bambina. No, le ho risposto, il futuro è finito diversi anni fa, questo è il buio della civiltà e noi, meglio mettersi l’anima in pace, saremo costretti ad attraversarlo interamente fino al giorno della nostra morte.

Patrick Gentile

 

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Questa analisi può apparire catastrofica, certamente triste. Ma è onesta! Amo i cantori della realtà quale essa è e non quale si vorrebbe fosse. L’ottimismo è, senza dubbio, un buon esercizio della mente. Ma rimane tale! Il vero delle cose è tutt’altro. E questo tutt’altro, oggi, corrisponde alla presente descrizione! (R. P.)