Breve storia dell’idea democratica nell’antichità

 

Parte II

 

 

La democrazia è un termine e un concetto che, nella storia del pensiero politico (e delle istituzioni politiche), assume almeno due – ma, per l’esattezza, vedremo subito, tre – distinti significati.
Dal punto di vista delle teorie che vogliono spiegare il fondamento dell’obbligazione politica (cioè l’obbedienza al comando politico), si possono definire “democratiche” quelle che individuano tale fondamento nel consenso popolare, cioè dei “politai”, dei “cives”, dei membri del “commune populi”, dei cittadini in genere di uno Stato contemporaneo in veste costituzionale: in quanto titolari del potere politico legittimo o “autorità”, sono costoro a scegliere come intendono essere governati e, dunque, le forme di governo.

 

 

Perciò si parla di teorie ascendenti del potere perché la giustificazione procede dal basso verso l’alto, in contrapposizione a quelle discendenti, per le quali il fondamento del potere politico procede in senso inverso, dall’alto (dalla divinità, dalla tradizione, dal carisma del capo o leader) verso il basso. Da entrambe le prospettive – ascendente o discendente – si possono in linea puramente teorica e astratta ricavare le stesse forme di governo, per esempio, nel caso che ci interessa, la democrazia, che, cosi, può essere giustificata sia dal basso (i titolari della sovranità decidono di esercitare loro stessi, in qualche modo – diretto o delegato – il potere) che dall’alto (per esempio, da Dio, fonte prima dell’autorità, o dalla tradizione, discende quella legge naturale e/o consuetudinaria in base alla quale i membri della società politica hanno deciso in quanto titolari della sovranità di autogovernarsi secondo certe modalità; oppure – per tipizzare un altro possibile modello – Javhè, mettendosi in qualche modo sul piede di parità col popolo eletto, stipula con questo un patto di alleanza, cui per altro nel caso concreto non pare di per se congeniale – si ripete – un monarca che si frapponga tra le due parti contraenti, avendo Javhè stesso rivendicato la guida del popolo eletto; ecc.).
Con la teoria delle forme di governo siamo, quindi, entrati in un altro ordine di riflessione, che potremmo definire tecnico-istituzionale e che riguarda, appunto, sia soggetti chiamati a governare, secondo la più tradizionale classificazione (l’uno – monarchia – i pochi – aristocrazia – i molti – democrazia), classificazione fondata però su un criterio “quantitativo”, sia i modi con cui e in base a cui governare (principato o repubblica, secondo Machiavelli; dispotismo – cioè governo arbitrario dell’uno – monarchia – governo dell’uno secondo e sotto la legge – repubblica – governo dei più, pochi o molti che siano, sotto la legge – secondo Montesquieu), tipo di classificazione, questo, fondato su un criterio invece “qualitativo”.
Ma anche nella prima più antica classificazione, molti pensatori distinguono fra governo buono – cioè secondo la legge e/o mirato al bene comune – e/o cattivo – cioè arbitrario e/o proteso al bene particolare o di parte e non secondo la legge (che è imparziale e di fronte a cui tutti sono uguali) – dell’uno, dei pochi, dei molti.
Ed è questo il terzo significato (questa volta, valutativo, cui si accennava (per amor di completezza, in riferimento al pensiero politico si possono aggiungere altri due significati di democrazia: quale forma di stato e quale forma di società). Infatti, per quel che ci interessa, in queste classificazioni incontriamo tre volte la democrazia: come titolarità del potere politico sovrano dei molti o tutti (sovranità popolare); come governo – cioè esercizio del potere – sotto la legge o “buono” da parte di questi stessi; infine, (secondo la tradizione classica riprodotta nell’età moderna) come governo autoritario o tirannico o dispotico o anarchico di molti o tutti (in questa forma “cattiva” rientra anche la tirannide – o dispotismo – della maggioranza popolare o democratica).
Nel secondo caso, poi, cioè nella forma di governo secondo e sotto la legge, in cui, nell’esempio che ci interessa, tutti obbediscono alle leggi, ordinarie e fondamentali, che loro stessi si (im)pongono e/o a quelle che ricevono dalla tradizione (nel caso di costruzione non scritta), ci imbattiamo in una quarta forma di governo, quella appunto “temperata” o “moderata” (nella prospettiva qualitativa o del “come” si governa) perché tutta regolata dal “moderamen” della legge, da cui cioè il potere – e, dunque, con esso l’insieme dei governanti – è limitato (la legge, infatti, trattando tutti come uguali ed essendo quindi uguale per tutti ordina – come accennato – secondo l’interesse generale e in generale, perciò secondo giustizia a differenza dell’arbitrio o anche dell’interesse particolare e particolaristico, dell’uno dei pochi e dei molti che siano).
Tale forma, in quanto si presenta ( rispetto alla prospettiva quantitativa, cioè di cui governa) quale autentico governo di tutti, cioè dell’uno, dei pochi, dei molti o “tutti”, insieme presi, incoerenza con le varie politiche e sociali (o almeno di due fra le tre), convenzionalmente con le altre tre (o due, almeno) “parti” della società politica (e, dunque, del “popolo” in senso pregnante e universale, cioè come “universitas”), viene per lo più presentata come combinazione delle tre (o, almeno, due) forme di governo (o degli elementi buoni di ciascuna) e perciò si definisce forma mista. In essa i molti o tutti insieme presi non sono più considerati come “parte” (per esempio, i poveri rispetto ai ricchi, la plebe rispetto ai patrizi, il popolo minuto rispetto al popolo grasso, il cittadino censitario rispetto a quello che non paga i tributi, e così via) che delibera in base al proprio interesse particolare (anche se questo sia dei “molti” o “tutti” ma pur sempre come “parte”), bensì – si ribadisce – come “totalità” o “universalità” (articolata in poteri e organi “rappresentativi” delle tre – o, almeno, due – parti o ordini – uno, pochi, molti), come quella “res pubblica” che è la “res populi”, secondo la definizione ciceroniana: e, non a casa, Roma col suo sistema “patrizio-plebeo” (rappresentato emblematicamente nel “Senatus Polusque Romanus”  e, dunque, misto – costituisce la culla di quella tradizione “repubblicana” che, oggi (dalla rivoluzione nordamericana in qua), si è saldata su quella della “democrazia” ellenica nel modello moderno-contemporaneo di “democrazia”.
E comunque, dal punto di vista della genesi e del concetto – e, naturalmente, dell’originaria esperienza – “demokratia” (a differenza di “isonomia”) secondo una interpretazione autorevole, nella storia greca (e nel pensiero greco), la presa del potere del popolo come parte che si afferma con la forza nella lotta politica: solo successivamente (dopo gli eventi ateniesi del 462-1 a.C.: l’assassinio di Efialte e l’ostracismo di Cimone) passa a designare l’ordinamento costituzionale.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *