Archivi tag: Emozione

Fenomenologia di Lorenzo Tosa

 

 

 

 

Nell’attuale panorama dei sistemi di comunicazione, l’informazione si ibrida progressivamente con l’emozione. I confini tra cronaca, intrattenimento e partecipazione emotiva si fanno sempre più sfumati, trasformando il consumo dei contenuti in esperienza affettiva. I social network non sono più soltanto strumenti di condivisione quanto veri e propri ambienti narrativi immersivi, tanto che i creator digitali spesso agiscono come mediatori affettivi tra il fatto e il pubblico: non si limitano a riportare eventi, li reinterpretano attraverso la lente della propria identità e sensibilità, costruendo narrazioni che mirano non tanto a informare piuttosto a coinvolgere, a scuotere La loro comunicazione bypassa i canali tradizionali del giornalismo, scavalcando la logica della verifica e dell’obiettività, per attivare un circuito più rapido e potente: quello dell’empatia, dove il fatto perde centralità come oggetto neutro di racconto e si trasforma in catalizzatore di emozioni. Il contenuto non è più fine a se stesso ma viene modellato in funzione di un impatto emotivo. Così, ogni post, video o storia assume una valenza rituale: non trasmette soltanto un messaggio, cerca di generare una risposta viscerale, una presa di posizione netta, una reazione intensa, che sia di consenso o di rigetto. Il like, il commento indignato o violento, la condivisione virale non sono effetti collaterali: sono il vero obiettivo. In questo ecosistema narrativo-emotivo, il valore dell’informazione viene ridefinito secondo parametri relazionali e la verità, quando può essere sacrificata sull’altare dell’engagement, diventa sovente negoziabile.

Uno dei casi più emblematici in Italia è rappresentato da Lorenzo Tosa. Per questo, come fatto da Umberto Eco, nel 1961, con Mike Bongiorno, si fissano qui i tratti della “Fenomenologia di Lorenzo Tosa”.

 

 

Lorenzo Tosa è una figura a metà strada tra il cronista e il predicatore laico. Non scrive per raccontare i fatti: scrive per trasmettere un senso: il suo. I suoi post non sono aggiornamenti ma sermoni. Si presentano con l’umiltà del “vi racconto una cosa successa oggi” e si concludono con la solennità di un invito morale dall’esito già direzionato. Ogni contenuto social è costruito come un piccolo rito collettivo, in cui si entra lettori e si esce con la certezza di essere persone migliori, le persone migliori. A differenza del giornalista classico, che rincorre la notizia, Tosa rincorre il (suo) senso di umanità nella notizia. Il fatto in sé non basta: dev’essere trasfigurato in simbolo e in testimonianza. L’importante non è che la storia sia esattamente vera, quanto che sembri vera a chi già la sente tale e collimata con la propria morale, tanto che la verosimiglianza diviene forma superiore di verità, perché si radica nelle emozioni condivise e non nei documenti.
Le storie di Tosa sono a canovaccio fisso: in alcune (poche) ci sono eroi della quotidianità (spesso immigrati, disabili, insegnanti, rider, donne col pancione su un treno regionale, sportivi che compiono un’impresa) o gesti piccoli ma potentissimi (un sorriso, un aiuto, una frase detta col cuore). Nella maggior parte di esse, invece, c’è il nemico esplicito (il governo Meloni, Salvini, i partiti che li sostengono, l’amministrazione Trump, quella Netanyahu e, più in generale, qualunque cosa sulla Terra non sia totalmente dem, liberal, too, matters, woke, peace, eccetera) e si concludono ciascuna nel medesimo modo, ovvero, con la lezione morale: sono tutti brutti, sporchi e cattivi, loro! Non importa se la storia regga o meno a un fact-checking: regge all’incitamento ideologico. Che basta così ed è meglio.
Lo stile di Lorenzo Tosa è emotivo, musicale, ritmico. Le sue frasi non si leggono: si ascoltano nella mente come una voce dolce e partecipe. Ogni post è costruito con una struttura precisa, pensata per far salire la tensione emotiva fino alla catarsi finale. Si comincia con una constatazione semplice, quasi dimessa: “Lo so, ci sono giorni in cui è difficile credere nell’umanità… Poi arriva la svolta: “Ma poi succede qualcosa…”. Infine, la rivelazione: “E allora ho capito che il vero privilegio è non essere come loro”.
Questa forma di scrittura lirico-morale è studiata per generare immedesimazione. Le pause sono strategiche. Gli spazi sono inviti al respiro, al raccoglimento, all’attesa di una verità che, sebbene ritenuta già posseduta da chi l’aspetta, inevitabilmente arriverà e sarà solo quella. Le parole chiave non cambiano mai: “dignità”, “umanità”, “diritto”, “verità”, “vergogna”, “incapacità”. Non sono concetti ma segnali. Servono a dire al lettore: “Sei nel posto giusto. L’unico posto giusto!”.
Chi segue Lorenzo Tosa non cerca informazioni, cerca conferme emotive. Il suo pubblico è composto da militanti-credenti. Non combattono battaglie, coltivano le proprie certezze. Il follower tipo ha il profilo con la bandiera della Palestina o quella arcobaleno, oppure entrambe. Condivide i suoi post con un’introduzione tipo “Leggete. E riflettete.” Oppure semplicemente: “❤”.
La comunità che lo sostiene è affettuosa, quasi liturgica. Ogni post riceve processioni di commenti in cui lo si ringrazia, ci si indigna, si amplifica l’offesa e l’odio verso chi non è ideologicamente allineato. Il rapporto tra autore e follower è simile a quello tra predicatore e fedeli: chi scrive indica la via, chi legge si sente parte di una comunità di eletti in un mondo al contrario.
Lorenzo Tosa non vuole convincere e non ne ha invero bisogno, perché convinti già lo sono tutti quanti lo seguono. È il balsamo di chi ha il cuore a sinistra ma non ha il coraggio di ammettere a se stesso che questa sinistra deve essere ripensata e ricostruita. È la coperta emotiva di chi non ha smesso di credere nella rivoluzione, eppure non la farà mai perché non è più di moda.
Tosa non fa notizia. Fa sentire. E oggi, nel mercato social, questa è l’unica merce che non va mai in saldo!

 

 

 

 

 

Per una interpretazione poetica della pittura impressionista

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

La poesia, come l’arte figurativa, deve essere interpretabile, deve stimolare sensazioni, emozioni, ricordi, attraverso le parole. Essa è nell’aria, è dentro di noi, è intorno a noi. La poesia libera l’animo e riesce ad esprimerlo, poi, in parole. L’istinto poetico dell’uomo si perde nella notte dei tempi, per alienarsi e ricomporsi in frammentarie bramosie liriche. La poesia svela l’impulso ancestrale, dominato dal sentimento, che diffonde misteri in ogni verso. La poesia diviene schizzo d’immenso e non concede all’autore, né al lettore, autorevoli o ragionevoli garanzie estetiche. La sua potenza, spesso inespressa, deve essere amata coi sensi e carezzata con gli occhi, affinché ci parli.

Claude Monet, “I papaveri” (1873) Parigi, Musée d’Orsay

La poesia dell’arte impressionista diventa soggettiva rappresentazione della realtà. Essa, infatti, evita qualsiasi costruzione ideale, per occuparsi soltanto dei “phoenomena”, quali essi “appaiono” nell’ispirazione artistica. Non c’è, nella pittura impressionista, alcuna evasione verso mondi idilliaci o esotici, quanto piuttosto, la volontà di calarsi interamente nella concretezza estetico-sentimentale che la anima, che l’assedia, evidenziandone le caratteristiche che la compongono. Il soggetto artistico, inanimato o animato, trasborda sulle tele, direttamente dagli occhi e dal cuore del pittore. Il linguaggio pittorico degli impressionisti, ricercato ma sempre poetico, con variegate tonalità, si alimenta, soprattutto, dell’uso del colore e della luce.

Édouard Manet, “Colazione sull’erba” (1862-1863), Parigi, Musée d’Orsay

Luci e colori costituiscono gli elementi fondanti della visione artistica impressionista. Ciò consente allo spettatore, inizialmente, di percepirli e, poi, pian piano, attraverso l’elaborazione concettuale, di distinguere le forme e gli spazi, in cui gli impressionisti li trasfondono e li trasfigurano. Questi “distinguo” costituiscono il riflesso degli “oggetti”, ritratti dagli artisti. La pittura impressionista si nutre principalmente di luce, perché nasce “en plein air”, all’aperto. Non rappresenta il frutto di un chiuso atelier di osservazione e di ispirazione, quanto piuttosto un paesaggio dell’anima, in cui germoglia l’artista. Esso coglie tutti gli effetti luministici che la visione diretta gli fornisce. Le sue pennellate diventano, di conseguenza, estremamente mutevoli, come mutevoli sono i colori e la luce dei paesaggi.

Paul Cézanne, “La casa dell’impiccato” (1873), Parigi, Musée d’Orsay

Questa sensazione di mutevolezza rappresenta la caratteristica più significativa del “modus pingendi” impressionista, che si caratterizza come la pittura dell’attimo fuggente, senza un prima, senza un dopo, in quanto coglie l’assoluto nella realtà, attraverso impressioni istantanee. La realtà, infatti, muta continuamente di aspetto. La luce varia ad ogni istante. Gli oggetti e le cose fluttuano. Si muovono nell’eremo della dimensione interiore dell’artista. Il momento sintetizza la sensazione e la sorprende in una particolare inquadratura, come fosse una fotografia d’autore. 

Pierre-Auguste Renoir, “Le Pont-Neuf” (1872), Washington, National Gallery of Art

La pittura impressionista cattura, anche in poche pennellate, le emozioni dell’artista, contrapponendole in immagini contrastanti, che sfuggono al tempo e al luogo, a fugaci e vivide impressioni, in una sintesi che scoperchia gli strati profondi dell’animo, provocando, così, sensazioni di realismo, di naturalezza, di complicità, ma, al tempo stesso, anche di distaccata e indifferente leggerezza. Lo spettatore, in tal modo, fa ricorso alla sensazione e all’identificazione con le impressioni suggerite. E oblia la ragione! Si libera, adunque, delle sovrastrutture della mente, dei concetti inutili e superflui, i quali si affollano intorno ad una veduta, ad una esperienza. Lo spettatore coglie, così, l’essenza di una visione, la sostanza di un’esperienza, il nucleo di un’emozione.

Edgar Degas, “Cavalli da corsa davanti alle tribune” (1866-1868), Parigi, Musée d’Orsay