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Cicerone e il destino della res publica

Legge, virtù e potere

 

 

 

 

Cosa tiene davvero in piedi uno Stato? Il potere… o la legge? Marco Tullio Cicerone aveva una risposta chiara: senza giustizia, non esiste libertà. E senza libertà, la politica diventa dominio. In un’epoca segnata da crisi e ambizioni personali, Cicerone immaginò uno Stato fondato sull’equilibrio, dove nessun potere fosse assoluto e la legge valesse per tutti. Difese la res publica come bene comune, non come proprietà di pochi. E affidò al cittadino una responsabilità decisiva: partecipare, scegliere, agire con virtù. Il suo messaggio è ancora attuale: quando il potere smette di avere limiti, la libertà è la prima a scomparire. Queste riflessioni raccontano una visione politica che attraversa i secoli e arriva fino a noi. Non solo come teoria ma come sfida concreta: che tipo di società vogliamo costruire?

 

 

 

Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), filosofo, oratore e uomo di Stato, elaborò una teoria politica che si fonda sulla centralità della legge, sulla difesa della libertas e sulla necessità di un governo misto come garanzia di stabilità. Il suo pensiero, profondamente influenzato dalla filosofia greca, in particolare da Platone, Aristotele e dagli Stoici, ebbe un impatto duraturo sulla tradizione politica occidentale, ispirando filosofi e giuristi fino all’età moderna.
Cicerone concepiva la res publica come un bene comune, non di proprietà di un singolo individuo o di una classe, ma di tutti i cittadini. La sua idea di Stato non si basa su un contratto sociale esplicito, ma sulla convinzione che l’ordinamento politico debba essere conforme alla natura razionale dell’uomo e mirare al bene della collettività. In questo senso, Cicerone sviluppa un’idea di giustizia politica che lega il governo alla moralità e alla virtù dei cittadini e dei governanti.
Secondo Cicerone, la miglior forma di governo è quella che combina elementi della monarchia, dell’aristocrazia e della democrazia, evitando gli estremi delle forme degenerative (tirannia, oligarchia e demagogia). Questo principio, ispirato alla teoria del governo misto di Polibio, si riflette nella struttura politica della Repubblica romana, in cui i consoli rappresentavano il potere monarchico, il Senato quello aristocratico e i comizi popolari quello democratico. Tale equilibrio era per Cicerone essenziale per la stabilità dello Stato e per evitare il rischio della corruzione o della tirannide.
Uno dei concetti cardine del pensiero politico di Cicerone è la supremazia della legge. Egli sostiene che la legge non è una semplice convenzione umana, ma un principio universale, radicato nella natura razionale dell’uomo. Questo lo avvicina alla dottrina stoica del diritto naturale, secondo cui esiste una legge morale eterna e immutabile che precede e vincola le leggi positive create dagli uomini.

Nel De Legibus, Cicerone afferma che “la legge è la più alta ragione insita nella natura”, sottolineando che il diritto positivo deve essere conforme a questa legge superiore. Il potere politico, dunque, non è arbitrario, ma deve essere esercitato nel rispetto della giustizia. Questo principio anticipa concetti fondamentali del pensiero giuridico moderno, come il costituzionalismo e la separazione tra diritto e potere.
Per Cicerone, il buon governo dipende non solo dalla struttura delle istituzioni, ma anche dalla virtù e dall’impegno dei cittadini. La libertas non è solo assenza di oppressione, ma anche partecipazione attiva alla vita pubblica. Il cittadino virtuoso deve essere moralmente integro e capace di mettere il bene comune al di sopra degli interessi personali. In questo contesto, Cicerone assegna un ruolo centrale all’oratore, figura che incarna il perfetto uomo politico. L’oratoria non è solo un’arte tecnica di persuasione, ma uno strumento per difendere la giustizia e guidare il popolo. Nel De Oratore, sottolinea che il vero oratore deve essere anche un filosofo, capace di discernere il giusto dall’ingiusto e di educare i cittadini alla virtù.
Uno degli aspetti più rilevanti del pensiero politico ciceroniano è la critica alla tirannide. Per Cicerone, il governo di un solo uomo privo di vincoli legali rappresenta la più grave minaccia per la libertas e per la stabilità della res publica. La libertà non è solo l’assenza di dominio arbitrario, ma un sistema in cui il potere è bilanciato e regolato dalla legge. La sua opposizione a Giulio Cesare e successivamente a Marco Antonio ne è una dimostrazione concreta. Cicerone vedeva in Cesare un pericolo per la Repubblica, poiché con la sua ascesa al potere assoluto minava l’equilibrio istituzionale. Dopo l’uccisione di Cesare, tentò di contrastare Marco Antonio con le celebri Filippiche, discorsi in cui lo accusava di aspirare alla tirannide. Questa strenua difesa della Repubblica gli costò la vita: fu proscritto e assassinato nel 43 a.C.
L’influenza del pensiero politico di Cicerone si estese ben oltre la sua epoca. Durante il Medioevo, il suo concetto di diritto naturale venne integrato nella filosofia scolastica, soprattutto grazie a Tommaso d’Aquino. Nel Rinascimento, il recupero delle sue opere contribuì a rinnovare l’interesse per la politica e il diritto. Nell’età moderna, pensatori come John Locke e Montesquieu ripresero i suoi concetti di legge naturale e governo misto per sviluppare le loro teorie sul costituzionalismo e sulla separazione dei poteri. La sua concezione della libertas influenzò profondamente il pensiero repubblicano e contribuì alla formulazione delle moderne democrazie costituzionali. Cicerone non fu solo un teorico della politica, ma un uomo d’azione che visse coerentemente con le sue idee, difendendo la Repubblica fino alla fine. Il suo pensiero resta un punto di riferimento fondamentale per chi riflette sul rapporto tra legge, libertà e potere.

 

 

 

 

 

Magistrati, carriere e democrazia

La lezione dimenticata di Montesquieu

 

 

 

Montesquieu lo aveva capito tre secoli fa: il vero problema non è chi ha il potere ma chi lo limita. Oggi quella domanda torna più attuale che mai. Tra equilibri fragili, nomine discutibili e fiducia che vacilla, la separazione dei poteri è il cuore vivo della democrazia. E quando questo equilibrio si incrina, il rischio non è astratto. Si sente. Il referendum sulla giustizia del 2026 è una presa di posizione su che tipo di Stato vogliamo. Su quanto vogliamo che il potere resti davvero sotto controllo. In questo mio articolo, pubblicato oggi su Il Dubbio – Quotidiano di informazione politica e giudiziaria, pongo una domanda, semplice e scomoda: chi controlla chi comanda?

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Magistrati, carriere e democrazia

La lezione dimenticata di Montesquieu

 

 

 

 

Montesquieu lo aveva capito tre secoli fa: il vero problema non è chi ha il potere ma chi lo limita. Oggi quella domanda torna più attuale che mai. Tra equilibri fragili, nomine discutibili e fiducia che vacilla, la separazione dei poteri è il cuore vivo della democrazia. E quando questo equilibrio si incrina, il rischio non è astratto. Si sente. Il referendum sulla giustizia del 2026 è una presa di posizione su che tipo di Stato vogliamo. Su quanto vogliamo che il potere resti davvero sotto controllo. Alla fine, la domanda è semplice e scomoda: chi controlla chi comanda?

 

 

 

Nel suo celebre trattato Lo spirito delle leggi (1748), il filosofo francese Montesquieu formulò un principio destinato a diventare la spina dorsale di ogni sistema democratico moderno: la separazione dei poteri. Sebbene la sua intuizione nascesse dall’osservazione delle monarchie europee del tempo, il suo significato ha superato i confini storici in cui fu elaborata. Montesquieu comprese che il problema centrale di ogni sistema politico non fosse semplicemente chi governa, ma come venisse limitato il potere di chi governa.
Secondo il filosofo, uno Stato libero può esistere solo quando il potere è diviso e distribuito tra istituzioni diverse. Chi scrive le leggi non deve essere lo stesso soggetto che le applica; chi governa non deve poter giudicare; chi giudica non deve dipendere da chi governa. In altre parole, le funzioni fondamentali dello Stato devono essere separate: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Quando questi poteri si concentrano nelle stesse mani, il risultato non è semplicemente una cattiva amministrazione. È la fine della libertà politica. Questo principio non discende da una sfiducia astratta verso gli uomini ma da una consapevolezza realistica della natura del potere. Montesquieu sapeva che ogni potere tendesse naturalmente a espandersi. Chi lo possiede cerca, spesso inconsapevolmente, di rafforzarlo e di difenderlo. Per questo motivo, il potere non può essere limitato solo dalla buona volontà di chi lo esercita. Deve essere limitato da altri poteri.
Da qui deriva il concetto che oggi chiamiamo “pesi e contrappesi”. È un sistema di controllo reciproco in cui ogni potere ha la possibilità di impedire agli altri di oltrepassare i propri limiti. La separazione dei poteri non è, quindi, una divisione rigida e immobile ma un meccanismo dinamico di bilanciamento continuo. Questa struttura è diventata il fondamento degli ordinamenti democratici contemporanei. Anche in Italia, la Costituzione repubblicana riflette chiaramente questa impostazione. Il Parlamento esercita la funzione legislativa, il Governo quella esecutiva e la Magistratura quella giudiziaria. Ognuno di questi poteri opera in modo autonomo, seppure all’interno di un sistema di controlli reciproci che dovrebbe garantire equilibrio e legalità.
Tuttavia, il funzionamento reale delle istituzioni non dipende soltanto dalle norme scritte. Dipende anche dalle pratiche politiche, dalla cultura istituzionale e dal modo in cui vengono occupate le posizioni di responsabilità. Qui emerge un punto delicato, che attraversa molte democrazie contemporanee: la selezione delle classi dirigenti. In teoria, gli incarichi pubblici dovrebbero essere assegnati sulla base della competenza, dell’esperienza e del merito. In pratica, però, spesso entrano in gioco logiche diverse: appartenenze politiche, equilibri tra gruppi di potere, rapporti di fedeltà personale. Quando questo accade in modo sistematico, il rischio è che le istituzioni smettano di essere strumenti imparziali al servizio dello Stato e diventino, invece, parte di un gioco di influenza.
Se ai vertici delle istituzioni vengono collocate persone scelte principalmente per la loro vicinanza politica o per la loro disponibilità a sostenere determinati interessi, il principio della separazione dei poteri si indebolisce. Non è necessario che esista un controllo diretto e dichiarato. Basta che esista una dipendenza implicita. Chi deve la propria posizione a un determinato sistema di relazioni può sentirsi, anche inconsapevolmente, condizionato. Questo fenomeno non riguarda solo la politica. Può coinvolgere qualsiasi istituzione pubblica: organi amministrativi, enti di controllo, organismi di garanzia e, naturalmente, anche il sistema giudiziario. Quando le carriere si costruiscono più attraverso reti di influenza che attraverso criteri oggettivi, l’equilibrio tra poteri si altera. A questo punto, allora, il problema non riguarda soltanto l’efficienza dello Stato. Riguarda la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Se le persone percepiscono che le decisioni pubbliche non dipendono da regole imparziali ma da rapporti di forza, relazioni personali o appartenenze politiche, la legittimità delle istituzioni comincia lentamente a erodersi.


È proprio in questo spazio di tensione tra principio teorico e funzionamento concreto delle istituzioni che si inserisce il dibattito odierno sulla giustizia. In molte democrazie europee, e in Italia in particolare, il rapporto tra politica e magistratura è da tempo oggetto di discussione. Non si tratta di mettere in dubbio l’indipendenza della magistratura come valore fondamentale, piuttosto di interrogarsi su come garantire che questa indipendenza non si trasformi in autoreferenzialità e che, allo stesso tempo, resti protetta da ogni possibile interferenza politica.
Nel sistema costituzionale italiano la magistratura gode di un alto grado di autonomia. I magistrati non dipendono dal potere esecutivo e la loro carriera è regolata principalmente da un organo autonomo, il Consiglio Superiore della Magistratura.
Nel corso degli anni, tuttavia, sono emerse anche alcune criticità. Il funzionamento interno della magistratura, la gestione delle carriere, il ruolo delle correnti associative e il rapporto tra pubblici ministeri e giudici sono diventati temi centrali nel dibattito pubblico. Proprio in questo contesto si colloca il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026. L’iniziativa referendaria deriva dall’idea che alcune parti dell’ordinamento giudiziario debbano essere modificate per rafforzare l’imparzialità del sistema e rendere più chiari i confini tra le diverse funzioni della magistratura.
Uno dei punti più discussi riguarda la distinzione tra il ruolo dei pubblici ministeri e quello dei giudici. Nel sistema italiano entrambe le figure appartengono allo stesso ordine professionale e, nel corso della carriera, è possibile passare dalla funzione requirente (il pubblico ministero che conduce l’accusa) alla funzione giudicante (il giudice che decide). Alcuni ritengono che questa pratica possa creare una vicinanza culturale e professionale tra chi accusa e chi giudica, rischiando di indebolire la percezione di imparzialità del processo. Altri, invece, sostengono che l’appartenenza allo stesso ordine garantisca proprio quell’autonomia dal potere politico che la Costituzione intende tutelare.
Un secondo nodo riguarda i meccanismi di governo interno della magistratura, in particolare il modo in cui vengono scelti i membri del Consiglio Superiore della Magistratura. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico si è acceso dopo alcune vicende che hanno mostrato quanto le correnti interne alla magistratura possano influenzare le nomine e le carriere. Per alcuni osservatori questo fenomeno rischia di trasformare un organo di garanzia in un luogo di mediazione tra gruppi organizzati.
Il referendum del 2026 si inserisce, quindi, in una discussione più ampia, che riguarda il funzionamento delle istituzioni democratiche. In fondo, la questione rimanda proprio all’intuizione originaria di Montesquieu. La separazione dei poteri non è un principio statico che si realizza una volta per tutte. È un equilibrio fragile che deve essere continuamente adattato alle trasformazioni della società e delle istituzioni. Ogni riforma, ogni intervento normativo, ogni referendum inerente alla giustizia tocca inevitabilmente questo equilibrio.
Il referendum del marzo 2026, al di là dell’esito specifico delle singole questioni, rappresenta, pertanto, un momento in cui i cittadini sono chiamati a partecipare direttamente a questa riflessione. Non si tratta semplicemente di scegliere tra “sì” o “no”, ma di prendere posizione su quale modello di rapporto tra poteri dello Stato si ritenga più coerente con i princìpi della democrazia costituzionale.
Alla fine, la domanda di fondo resta la stessa che Montesquieu aveva posto quasi tre secoli fa: come si può organizzare il potere in modo che nessuno possa abusarne? La risposta non è mai definitiva. Ogni generazione è chiamata a cercarla di nuovo, adattando i princìpi fondamentali alle sfide del proprio tempo.

 

 

 

 

 

Il grande inganno

Il falso mito di Nietzsche precursore del nazismo

 

 

 

 

Il presunto legame tra Friedrich Nietzsche e il nazismo ha radici storiche complesse e richiede un’analisi attenta delle circostanze che portarono all’associazione di questi due elementi apparentemente opposti. È importante ricordare che Nietzsche morì nel 1900, molto prima dell’ascesa del nazismo in Germania. Il pensiero del filosofo fu successivamente manipolato e sfruttato per legittimare un’ideologia che lui avrebbe rigettato in modo categorico.
Uno dei principali fattori che contribuì alla nascita di questo mito fu l’influenza di Elisabeth Förster-Nietzsche, sorella del filosofo. Dopo la sua morte, Elisabeth divenne la curatrice del suo lavoro e fu in gran parte responsabile della pubblicazione postuma dei suoi scritti, inclusa l’edizione manipolata del Nachlass, il complesso di appunti e scritti non pubblicati da Nietzsche durante la vita. Elisabeth era una sostenitrice dell’ideologia nazionalista e antisemita, ed era stata coinvolta nel progetto di una colonia tedesca in Paraguay, basata su princìpi razziali (la cosiddetta “Nueva Germania”). Questo bagaglio ideologico condizionò profondamente il modo in cui presentò l’opera di suo fratello.
Elisabeth manipolò e reinterpretò il pensiero di Nietzsche in modo da farlo sembrare compatibile con l’ideologia della superiorità razziale e della lotta per la supremazia. Curò attentamente le edizioni delle sue opere, omettendo o alterando passaggi chiave, per farli sembrare in linea con i concetti di nazionalismo e razzismo. Tra i più noti esempi di questa manipolazione vi è l’edizione alterata di La volontà di potenza (Der Wille zur Macht), un testo costruito postumo, nel 1906, assemblando frammenti degli appunti di Nietzsche in modo da supportare una lettura autoritaria e militarista.
Il regime nazista, in cerca di giustificazioni filosofiche per le proprie politiche, si appropriò della versione del pensiero di Nietzsche fornita da Elisabeth. Adolf Hitler stesso visitò il Museo Nietzsche a Weimar e fu fotografato accanto al busto del filosofo, un gesto simbolico che servì a legittimare il regime agli occhi dell’intellighenzia tedesca. Hitler e i suoi seguaci, come Joseph Goebbels, citarono Nietzsche come fonte d’ispirazione per la loro idea di un “nuovo ordine”, fondato su princìpi di forza e dominazione.
Tuttavia, l’uso del pensiero nietzschiano da parte dei nazisti fu superficiale e strumentale. Essi estrapolarono concetti come l’Oltreuomo e la volontà di potenza dal giusto contesto originale, trasformandoli in slogan per il loro progetto politico. Questa distorsione è particolarmente evidente se si considera che Nietzsche criticava con forza proprio ciò che i nazisti promuovevano: il nazionalismo, l’antisemitismo e il conformismo di massa.
Per comprendere meglio perché l’associazione tra Nietzsche e il nazismo sia non solo falsa ma anche profondamente ingiusta, è utile esaminare nel dettaglio alcuni dei concetti chiave del pensiero nietzschiano e come essi siano stati travisati.
Uno dei termini più spesso associati erroneamente al nazismo è quello di Übermensch, tradotto come Oltreuomo, introdotto da Nietzsche nella sua opera Così parlò Zarathustra. Questo concetto, centrale nella filosofia nietzschiana, è stato profondamente distorto. Nietzsche immaginava l’Übermensch come un essere umano in grado di superare le limitazioni imposte dalla morale tradizionale, dal cristianesimo e dai valori borghesi del suo tempo. Era un ideale di auto-superamento, in cui l’individuo crea nuovi valori per se stesso, senza essere vincolato dalle convenzioni morali e sociali.
I nazisti, invece, interpretarono l’Übermensch come una giustificazione per la loro teoria della razza ariana superiore. Essi vedevano l’Übermensch come una figura che incarnava il potere e la dominazione sugli altri, un prototipo di guerriero forte e spietato che avrebbe governato il mondo. Nietzsche non intendeva affatto l’Oltreuomo in senso biologico o razziale, né tantomeno come figura politica. Piuttosto, l’Übermensch rappresentava un individuo capace di vivere al di là del bene e del male convenzionale, un simbolo di emancipazione personale.
Un altro concetto cruciale nel pensiero di Nietzsche è quello della volontà di potenza (Wille zur Macht), che i nazisti interpretarono come una giustificazione filosofica per il loro imperialismo e la loro politica di dominazione. Per il regime hitleriano, la volontà di potenza significava la forza bruta necessaria per schiacciare i popoli inferiori e conquistare nuovi territori.


Per Nietzsche, invece, la volontà di potenza non aveva nulla a che fare con il dominio politico o militare. Si trattava piuttosto di un principio fondamentale della vita, un impulso creativo che spinge gli esseri umani a superare se stessi e a cercare il proprio miglioramento. Nietzsche vedeva la volontà di potenza come una forza che si esprime nella creazione di nuove idee, nell’arte, nella cultura e nella filosofia. In nessun modo la sua concezione della volontà di potenza poteva essere associata alla brutalità e alla violenza promosse dal regime nazista.
Nietzsche fu uno dei critici più severi del cristianesimo e della moralità tradizionale. Egli riteneva che la morale cristiana fosse una “morale degli schiavi”, basata su valori di debolezza, umiltà e sottomissione. Questa critica alla morale, tuttavia, non implicava l’adesione a un’ideologia di odio razziale o di violenza politica. Al contrario, Nietzsche sosteneva una forma di emancipazione individuale, che fosse in grado di trascendere le dicotomie morali tra bene e male, e non una gerarchia oppressiva.
I nazisti, d’altro canto, tentarono di utilizzare la critica nietzschiana alla morale cristiana per motivare la loro visione di una società in cui i più forti sopprimessero i più deboli. Questa visione è diametralmente opposta a quella di Nietzsche, che rifiutava qualsiasi forma di oppressione collettiva e gerarchica, predicando invece l’affermazione personale e l’individualismo radicale.
Uno dei principali errori nella lettura di Nietzsche come precursore del nazismo è l’ignoranza o la negazione della sua esplicita opposizione al nazionalismo e all’antisemitismo. Il filosofo, infatti, non solo disprezzava il nazionalismo tedesco del suo tempo, ma criticava aspramente gli antisemiti, che definiva “ciarlatani” e “mediocri”. In Ecce Homo, una delle sue opere autobiografiche, egli scrive: “Fatto come sono, per istinto estraneo a tutto ciò ch’è tedesco al punto che basta la vicinanza d’un tedesco per ritardarmi la digestione”.
Questa affermazione sottolinea la sua avversione per il crescente nazionalismo tedesco, che considerava un sintomo di mediocrità e conformismo di massa. Allo stesso modo, in numerose lettere e passaggi dei suoi scritti, prende posizione contro l’antisemitismo dilagante del suo tempo, un atteggiamento impensabile per chi fosse stato veramente un precursore del nazismo.
Quindi, l’idea che Friedrich Nietzsche sia stato un precursore del nazismo è il risultato di una manipolazione intenzionale e di una lettura erronea del suo pensiero. Il nazismo ha sfruttato in modo strumentale e distorto concetti come l’Oltreuomo e la volontà di potenza, ignorando l’opposizione di Nietzsche al nazionalismo, all’antisemitismo e al collettivismo. L’autentica filosofia di Nietzsche è centrata sull’individualismo, sul superamento personale e sulla creazione di nuovi valori, princìpi in completa opposizione all’ideologia totalitaria e razzista del nazismo.

 

 

 

 

 

 

Quando governare significa giustificare tutto

Immanuel Kant e la crisi della politica attuale

 

 

 

 

Se la politica “funziona” ma non può essere giustificata davanti a chi la subisce, è davvero legittima? Prendere Kant sul serio vuol dire smettere di chiamare realismo ciò che è solo abuso della necessità. Legge, libertà, sicurezza, guerra, verità pubblica: in questo articolo, pubblicato su Ilmondonuovo – Magazine digitale della transizione culturale e politica, diretto da Giampaolo Sodano, uso la filosofia kantiana come lama per leggere la politica di oggi, in Italia e nel mondo. Non per dare soluzioni facili, piuttosto per porre un criterio ostico: governare con i cittadini, non sui cittadini. Kant non promette consolazioni. Mette davanti a una scelta netta: politica come progetto di libertà condivisa oppure amministrazione del dominio. E ne chiede conto, senza sconti

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Tommaso d’Aquino e Dante Alighieri

Convergenze dottrinali e trasfigurazione poetica

 

 

 

 

Tommaso d’Aquino non è, per Dante, una semplice fonte tra le tante: è la colonna portante della sua visione del mondo, il sistema attraverso cui l’universo acquista senso, ordine e finalità. La teologia e la filosofia dell’Aquinate offrono al poeta non soltanto un lessico concettuale, quanto una struttura ontologica completa – un’impalcatura che regge la Divina Commedia su più piani: cosmologico, antropologico, morale, epistemologico e politico. Quando Dante guarda al cielo, all’anima umana, alla giustizia divina o alla distribuzione dei poteri terreni, dietro ogni scelta poetica si intravede un quadro teorico rigoroso, spesso riconducibile all’elaborazione tomista della dottrina cristiana. Eppure, sarebbe un errore ridurre il poeta a un mero esecutore di un pensiero altrui. Dante non è uno scolaro che ripete la lezione: è un autore che rilegge, interpreta, piega e, talvolta, sfida l’autorità stessa che lo ispira. Se Tommaso offre la mappa, è Dante che traccia il percorso. Nella Divina Commedia, l’eredità tomista non è mai trasferita in modo meccanico: è rifusa in una forma poetica che ne amplifica il potere immaginativo e ne rivela al contempo i punti di tensione. È all’interno della dimensione visionaria – tra il viaggio oltremondano e la rappresentazione simbolica del reale – che il pensiero tomista si trasforma. Le gerarchie celesti diventano moti d’amore, la legge morale si fa dramma interiore, la razionalità filosofica si intreccia con la grazia, la fede, la profezia. In questo, Dante compie un’operazione radicale: umanizza il pensiero scolastico senza impoverirlo, lo trasfigura senza tradirlo. Accanto al filosofo sistematico, egli pone il poeta profeta; accanto al teologo che ordina il sapere, l’autore che narra la salvezza come cammino personale e collettivo. Il risultato è un’opera che accoglie l’eredità dell’Aquinate, rilanciandola, vivificandola e mettendola in dialogo con l’immaginazione e con le contraddizioni dell’esperienza umana.
Nei canti X e XI del Paradiso, Tommaso compare tra i savi che ruotano intorno a Dante e Beatrice. Non è solo un sapiente, è 
il” sapiente che apre il discorso. Lo fa con misura, chiarezza e reverenza, tratti tipici del suo stile. Dante assegna a Tommaso la funzione di interprete della storia sacra della sapienza. È significativo che sia proprio il domenicano a lodare la vita di san Francesco: una scelta che esprime un desiderio di conciliazione tra gli ordini mendicanti, spesso in contrasto nel Trecento. Ma è anche un riconoscimento della carità intellettuale di Tommaso, in linea con quanto egli stesso scrive nella Summa Theologiae: “Nec benevolentia sufficit ad rationem amicitiae, sed requiritur quaedam mutua amatio, quia amicus est amico amicus. Talis autem mutua benevolentia fundatur super aliqua communicatione. Cum igitur sit aliqua communicatio hominis ad Deum secundum quod nobis suam beatitudinem communicat, super hac communicatione oportet aliquam amicitiam fundari. De qua quidem communicatione dicitur I ad Cor. I, fidelis Deus, per quem vocati estis in societatem filii eius. Amor autem super hac communicatione fundatus est caritas. Unde manifestum est quod caritas amicitia quaedam est hominis ad Deum” (Per l’amicizia non basta neppure la benevolenza, ma si richiede l’amore scambievole: poiché un amico è amico per l’amico. E tale mutua benevolenza è fondata su qualche comunanza. Ora, essendoci una certa comunanza dell’uomo con Dio, in quanto questi ci rende partecipi della sua beatitudine, è necessario che su questo scambio si fondi un’amicizia. E di questa compartecipazione così parla S. Paolo: “Fedele è Dio, per opera del quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo”. Ma l’amore che si fonda su questa comunicazione è la carità. Dunque, è evidente che la carità è un’amicizia dell’uomo con Dio. STh, II-II, q. 23, a. 1). La carità quale fondamento dell’amicizia tra l’uomo e Dio è anche il principio di unità tra scienza e fede in Paradiso, dove la luce dell’intelletto è inseparabile dalla luce dell’amore.

Il cosmo dantesco è un ordine gerarchico e finalizzato, retto da leggi razionali che hanno origine nell’Actus Purus tomista, ossia Dio. In Dante, questa struttura si manifesta nella mirabile armonia delle sfere celesti e nella simbologia della rosa celeste. Tommaso definisce Dio come ipsum esse subsistens: “Substantia enim est ens per se subsistens. Hoc autem maxime convenit Deo. Ergo Deus est in genere substantiae” (La sostanza è di per sé sussistente. Ora, sussistere così conviene soprattutto a Dio. Dunque, Dio è nel genere sostanza. STh, I, q. 3, a. 5). Per Tommaso, ogni ente partecipa all’essere in misura differente, secondo una gerarchia che rispecchia la sua distanza dalla perfezione divina. “Praeterea, quanto aliquod agens est virtuosius, tanto ad magis distans eius actio procedit. Sed Deus est virtuosissimum agens. Ergo eius actio pertingere potest ad ea etiam quae ab ipso distant, nec oportet quod sit in omnibus” (Quanto più potente è un agente, a tanto maggior distanza arriva la sua azione. Ora, Dio è un agente onnipotente. Dunque, la sua azione può giungere anche alle cose che distano da lui; e non è necessario che sia in tutte le cose. STh, I, q. 8, a. 1). Questa idea è trasposta poeticamente nella Commedia, dove i beati appaiono in diverse sfere, non per diversa beatitudine, ma per diversa manifestazione della gloria. Il concetto tomista di ordo universi, cioè che l’universo è più perfetto nella varietà delle creature che non nella uniformità, trova eco nei versi:

… “Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.

(Par., I, vv. 103-105)

La concezione dell’anima in Dante deriva direttamente dalla dottrina tomista dell’anima come forma del corpo e dell’intelletto come sua facoltà più alta. Nella Summa Theologiae si legge: “Anima igitur intellectiva est forma absoluta, non autem aliquid compositum ex materia et forma. Si enim anima intellectiva esset composita ex materia et forma, formae rerum reciperentur in ea ut individuales, et sic non cognosceret nisi singulare, sicut accidit in potentiis sensitivis, quae recipiunt formas rerum in organo corporali, materia enim est principium individuationis formarum. Relinquitur ergo quod anima intellectiva, et omnis intellectualis substantia cognoscens formas absolute, caret compositione formae et materiae” (Perciò, l’anima intellettiva è una forma assoluta, non già un composto di materia e di forma. Infatti, se l’anima intellettiva fosse composta di materia e di forma, le forme delle cose sarebbero ricevute in essa nella loro individualità; e così essa conoscerebbe le cose soltanto nella loro singolarità, come avviene nelle potenze sensitive, che ricevono le forme delle cose in un organo corporeo: la materia infatti è il principio di individuazione delle forme. Rimane dunque che l’anima intellettiva e ogni sostanza intellettuale, che conosca le forme nella loro assolutezza, non è composta di materia e di forma. STh, I, q. 75, a. 5). Nel canto XXV del Purgatorio, Dante riprende la dottrina della generazione dell’anima e del ruolo dell’intelletto possibile e agente in modo estremamente fedele:

Sangue perfetto, che poi non si beve
da l’assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,

prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch’a farsi quelle per le vene vane.

(Purg., XXV, vv. 37-42)

Tommaso, infatti, distingue fra intelletto possibile (recettivo, passivo) e intelletto agente (attivo, astrattivo), una ripartizione fondamentale nella gnoseologia medievale: “Sicut et in aliis rebus naturalibus perfectis, praeter universales causas agentes, sunt propriae virtutes inditae singulis rebus perfectis, ab universalibus agentibus derivatae, non enim solus sol generat hominem, sed est in homine virtus generativa hominis; et similiter in aliis animalibus perfectis. Nihil autem est perfectius in inferioribus rebus anima humana. Unde oportet dicere quod in ipsa sit aliqua virtus derivata a superiori intellectu, per quam possit phantasmata illustrare” (Anche nel mondo degli esseri fisici più perfetti vediamo che, oltre alle cause efficienti più universali, esistono nei singoli esseri perfetti le loro proprie capacità derivate dalle cause universali: infatti non è soltanto il sole che genera l’uomo, ma nell’uomo stesso vi è la virtù di generare altri uomini; così si dica per gli altri animali perfetti. Ora nella sfera degli esseri inferiori non vi è niente di più perfetto dell’anima umana. Perciò bisogna concludere che esiste in essa una facoltà derivata da un intelletto superiore, mediante la quale possa illuminare i fantasmi. STh, I, q. 79, a. 4). Dante assume tale distinzione per spiegare l’ascensione conoscitiva dell’uomo, culminante nella visione beatifica.
Secondo Tommaso, la beatitudine suprema dell’uomo è la visione dell’essenza divina (visio Dei). Questo è il punto d’arrivo sia della teologia sia del cammino dantesco. Nella Summa, Tommaso scrive: “Praeterea, beatitudo est ultimus finis, in quem naturaliter humana voluntas tendit. Sed in nullum aliud voluntas tanquam in finem tendere debet nisi in Deum; quo solo fruendum est, ut Augustinus dicit. Ergo beatitudo est idem quod Deus” (La beatitudine è l’ultimo fine, al quale tende per natura la volontà umana. Ma la volontà non deve avere come fine un oggetto diverso da Dio; poiché di lui soltanto dobbiamo fruire, secondo l’espressione di S. Agostino. Dunque, la beatitudine è Dio stesso. STh, I-II, q. 3, a. 8). Dante realizza questa dottrina nel momento culminante della Commedia:

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

(Par., XXXIII, vv. 142-145)

Qui si conclude il cammino di razionalizzazione tomista della fede. L’amore è l’ultima forma del sapere, non irrazionale, ma illuminato dalla grazia e perfetto nella visione.

Nel De Monarchia, Dante costruisce una visione della monarchia universale che ha molti tratti comuni con il pensiero tomista, ma anche divergenze importanti. Tommaso ammette una subordinazione dell’Impero al Papa (con eco dell’auctoritas spiritualis superiore al potestas temporalis): “Potestas spiritualis distinguitur a temporali. Sed quandoque praelati habentes spiritualem potestatem intromittunt se de his quae pertinent ad potestatem saecularem. Ergo usurpatum iudicium non est illicitum” (Il potere spirituale è distante da quello temporale. Ma talora i prelati che sono investiti di un potere spirituale s’immischiano in affari che riguardano il potere temporale. Quindi il giudizio usurpato non è illecito. STh, II-II, q. 60, a. 6). Dante, invece, scrive: “Per questo l’uomo ha avuto bisogno di una duplice guida in vista di una duplice meta: il sommo Pontefice che guidasse il genere umano alla vita eterna per la via segnata dalla rivelazione, e l’Imperatore, che sugli insegnamenti filosofici dirigesse il genere umano verso la felicità temporale” (De Monarchia, III, 15, 10). Dunque, per Dante, Papato e Impero devono essere autonomi ma armonici, entrambi ordinati a Dio, ma non subordinati l’uno all’altro.
Infine, il vero asse portante comune è la sinergia tra fede e ragione. Secondo Tommaso: “Per gratiam perfectior cognitio de Deo habetur a nobis, quam per rationem naturalem. Quod sic patet. Cognitio enim quam per naturalem rationem habemus, duo requirit, scilicet, phantasmata ex sensibilibus accepta, et lumen naturale intelligibile, cuius virtute intelligibiles conceptiones ab eis abstrahimus. Et quantum ad utrumque, iuvatur humana cognitio per revelationem gratiae. Nam et lumen naturale intellectus confortatur per infusionem luminis gratuiti. Et interdum etiam phantasmata in imaginatione hominis formantur divinitus, magis exprimentia res divinas, quam ea quae naturaliter a sensibilibus accipimus; sicut apparet in visionibus prophetalibus” (Noi mediante la grazia possediamo una conoscenza di Dio più perfetta che per ragione naturale. Eccone la prova. La conoscenza che abbiamo per ragione naturale richiede due cose: cioè dei fantasmi, o immagini, che ci vengono dalle cose sensibili, e il lume naturale dell’intelligenza, in forza del quale astraiamo dai fantasmi concezioni intelligibili. Ora, quanto all’una e all’altra cosa, la nostra conoscenza umana è aiutata dalla rivelazione della grazia. Infatti: il lume naturale dell’intelletto viene rinvigorito dall’infusione del lume di grazia. E talora si formano per virtù divina nell’immaginazione dell’uomo anche immagini sensibili, assai più espressive delle cose divine, di quel che non siano quelle che ricaviamo naturalmente dalle cose esterne; come appare chiaro nelle visioni profetiche. STh, I, q. 12, a. 13). E Dante, nel Convivio, riecheggia questo principio: “Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di propria natura impinta è inclinabile a la sua propria perfezione; onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti” (Convivio, I, 1). L’intero cammino della Commedia è l’attualizzazione di questa potenzialità: dall’ignoranza iniziale dell’Inferno fino alla pienezza luminosa del Paradiso, l’intelletto umano, guidato dalla ragione e dalla grazia, ascende alla contemplazione divina.

La Divina Commedia è il poema della visione: non solo della visione beatifica, ma della visione razionale del mondo, secondo un ordine divino che Tommaso ha tracciato con la chiarezza del teologo e Dante ha cantato con la potenza del poeta. Dove Tommaso costruisce la cattedrale della ragione teologica, Dante la riempie di luce, suono, volto e voce. In questo senso, leggere Dante significa anche ascoltare l’eco del pensiero tomista, trasfigurato in poesia. L’ordine dell’universo, la gerarchia degli esseri, il fine ultimo dell’uomo: tutto ciò che nella Summa appare come architettura concettuale, nella Commedia prende vita, si anima, si fa esperienza sensibile e spirituale. Dante non si limita a recepire il modello di Tommaso; lo reinterpreta, lo rende carne e sangue, visione e cammino. È così che la teologia scolastica diventa teatro dell’anima e il pensiero si fa canto. Questa trasformazione non è semplice ornamento poetico ma un’operazione intellettuale profonda. Dante assume la struttura tomista non per rinchiudervisi ma per mostrarne la forza generativa: la sua poesia non è un commento, è un’estensione, una dimostrazione incarnata del pensiero teologico. Ogni figura che si incontra nel poema, ogni dialogo, ogni paesaggio ultraterreno, riflette una logica interna, un disegno preciso che affonda le radici nella filosofia per giungere alla visione escatologica. La Commedia si presenta, così, come l’altro volto della Summa Theologiae: dove quest’ultima si esprime per argomenti e definizioni, la prima risponde con immagini e movimenti dell’anima. In definitiva, il legame tra Tommaso e Dante non è quello tra un maestro e un discepolo ma tra due costruttori dello stesso edificio: l’uno con gli strumenti della ragione sistematica, l’altro con quelli della fantasia ordinata. E se il fine è lo stesso – mostrare la via che conduce a Dio – allora si può affermare che la Divina Commedia sia il completamento poetico della teologia tomista, il suo specchio narrativo, la sua forma visibile e percorribile. È in questo intreccio vertiginoso di dottrina e arte, di pensiero e visione, che si gioca la grandezza di Dante e l’inesauribile potenza del suo poema.

 

 

 

 

La favola delle api

Genesi del capitalismo e il paradosso morale
di Bernard de Mandeville

 

 

 

E se fossero i nostri vizi, e non le nostre virtù, a far funzionare il mondo? Nel 1714, Bernard de Mandeville sconvolse l’Europa con un’idea semplice e spietata: l’avidità, l’ambizione, il lusso e perfino l’ipocrisia non distruggono la società. La tengono in piedi. Ne La favola delle api, un alveare prospera proprio grazie ai difetti delle sue api. Quando decidono di diventare finalmente oneste e virtuose, tutto crolla. È un paradosso che brucia ancora oggi: ciò che condanniamo a livello morale può essere il motore nascosto dell’economia e del progresso. Con tono ironico e provocatorio, Mandeville mette a nudo l’ipocrisia delle élite, anticipa il pensiero economico moderno e ci costringe a una domanda scomoda: vogliamo davvero una società fondata solo sulla virtù? E a quale prezzo? Un testo breve, tagliente, attualissimo. Da leggere per capire non solo le origini del capitalismo ma anche le contraddizioni in cui viviamo ogni giorno.

 

 

 

Bernard de Mandeville (1670-1733), medico e filosofo di origini olandesi, naturalizzato inglese, pubblicò la sua opera più celebre, La favola delle api: vizi privati, pubbliche virtù (The Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits), nel 1714. Questo poemetto satirico è un testo provocatorio e fondamentale per comprendere le radici del pensiero economico moderno e le tensioni etiche della società capitalistica emergente.
Mandeville si stabilì in Inghilterra durante un periodo di profonde trasformazioni sociali ed economiche. Tra il XVII e il XVIII secolo, l’Europa attraversava una fase di grandi cambiamenti, segnati dall’ascesa della borghesia, dallo sviluppo del capitalismo e dalla nascita delle prime teorie economiche moderne. L’Illuminismo, pur celebrando la razionalità e i princìpi morali, fu anche un’epoca di critica alle istituzioni religiose e alle concezioni tradizionali della virtù. In questo contesto, Mandeville si distinse come una voce provocatoria e cinica, capace di mettere in discussione le fondamenta stesse del pensiero etico e sociale. L’Inghilterra del tempo stava conoscendo una rapida espansione economica, trainata dallo sviluppo del commercio globale, dai progressi tecnologici e dall’incremento del sistema bancario. Questo scenario portò a riflessioni inedite sul ruolo delle motivazioni umane nella prosperità collettiva. Mandeville, con La favola delle api, sovvertì l’idea tradizionale che il benessere della società derivasse dalla virtù, sostenendo invece che il vizio e l’interesse personale fossero il vero motore del progresso economico e sociale.
La favola delle api è strutturata in una combinazione di poesia e saggi filosofici. L’opera si apre con la poesia allegorica The Grumbling Hive: or, Knaves Turn’d Honest (L’alveare brontolone, o i furfanti resi onesti), che racconta in forma simbolica la storia di un alveare prospero, in cui ogni ape agisce in modo egoistico e spesso moralmente riprovevole. Tuttavia, questi vizi individuali si rivelano indispensabili per il benessere collettivo dell’alveare. Quando le api decidono di riformarsi e adottare una condotta morale virtuosa, l’alveare collassa, portando miseria e declino. Accanto alla poesia, Mandeville aggiunse, nelle edizioni successive, una serie di saggi esplicativi e note in cui approfondisce i temi principali, sviluppando riflessioni più articolate sul rapporto tra etica, economia e società. In alcune sezioni dialogiche, l’autore risponde alle critiche ricevute, spiegando la sua visione in modo più dettagliato e cercando di chiarire i malintesi che il suo lavoro aveva generato.
La poesia centrale dell’opera utilizza l’alveare come una metafora della società umana. In questo alveare, ogni ape persegue i propri interessi personali, agendo in modo egoistico e spesso moralmente discutibile, ma il risultato è una prosperità collettiva. L’avidità stimola il commercio, il lusso sostiene l’industria e l’arte e persino i comportamenti illegali creano occupazione, alimentando il sistema economico. Tuttavia, quando le api scelgono di abbandonare i propri vizi e di vivere secondo principi di virtù e onestà, l’alveare crolla. Rinunciando alle attività economiche che erano motivate dai vizi, l’alveare si impoverisce e torna a uno stato primitivo.
Questo paradosso centrale illustra l’idea controversa di Mandeville: ciò che è moralmente condannabile a livello individuale può essere benefico per la società nel suo complesso. La prosperità, secondo questa visione, non deriva dalla virtù, ma dalla gestione funzionale delle passioni e degli interessi egoistici.
Uno dei temi fondamentali dell’opera è il paradosso morale che lega i vizi privati alle pubbliche virtù. Mandeville sostiene che il benessere collettivo si fondi sulla ricerca egoistica del proprio interesse e che i comportamenti moralmente riprovevoli, come l’avidità e l’ambizione, siano in realtà indispensabili per il progresso economico. Questa visione anticipa, in parte, il pensiero di Adam Smith, anche se Mandeville adotta un tono più cinico, evidenziando come i vizi siano parte integrante della natura umana.

Un altro tema cruciale è la critica all’ipocrisia sociale. L’autore denuncia come le istituzioni religiose e politiche condannino ufficialmente il vizio, pur beneficiando implicitamente delle sue conseguenze economiche. L’ipocrisia delle élite viene messa in evidenza come uno dei pilastri su cui si regge la società capitalistica nascente.
Mandeville riflette anche sulla natura umana, descrivendola come intrinsecamente egoistica e passionale. Contrariamente a molti filosofi illuministi, che vedevano nella ragione il fondamento dell’ordine morale, egli sottolinea l’importanza delle passioni e degli istinti. Cercare di eliminare i vizi, secondo Mandeville, significa opporsi alla natura stessa e privare la società del suo principale motore di progresso.
Un altro aspetto importante è l’interdipendenza economica. Mandeville descrive la società come un sistema complesso, in cui ogni attività, anche la più immorale, contribuisce al benessere collettivo. Questa visione anticipa alcune delle teorie economiche moderne, sottolineando l’importanza del consumo e della spesa per sostenere l’economia.
Infine, l’autore mette in discussione l’idea di una società utopica basata esclusivamente sulla virtù. La storia dell’alveare dimostra che un sistema fondato su un’etica rigorosa e sulla purezza morale non è sostenibile. Al contrario, il progresso umano richiede compromessi e l’accettazione delle imperfezioni.
L’opera di Mandeville fu accolta con polemiche e critiche feroci. Molti contemporanei lo accusarono di giustificare il vizio e di promuovere una visione amorale della società. Filosofi come Joseph Butler e George Berkeley criticarono apertamente le sue teorie, considerandole pericolose e distruttive per i valori morali. Tuttavia, nonostante le polemiche, La favola delle api esercitò una profonda influenza sul pensiero economico e filosofico.
In ambito economico, Mandeville gettò le basi per il liberalismo economico, anticipando l’idea che l’interesse personale, se opportunamente incanalato, possa generare benefici collettivi. In filosofia morale, le sue riflessioni stimolarono il dibattito sul rapporto tra etica e politica, mentre in sociologia la sua opera rappresentò uno dei primi tentativi di analizzare le dinamiche sociali in modo realistico, mettendo in evidenza il ruolo delle istituzioni nel gestire i comportamenti individuali.
La favola delle api è un’opera che, nonostante la sua apparente semplicità allegorica, contiene riflessioni profonde e provocatorie sul rapporto tra morale, economia e progresso sociale. Mandeville invita il lettore a confrontarsi con le contraddizioni intrinseche della società moderna, in cui ciò che appare moralmente discutibile può rivelarsi indispensabile per il benessere collettivo. La sua visione, cinica ma realistica, continua a suscitare interrogativi sulla natura umana e sulle dinamiche che governano la prosperità delle società. Sebbene controversa, quest’opera rimane un punto di riferimento fondamentale per chiunque voglia comprendere le origini e le complessità del pensiero economico moderno.

 

 

 

 

 

Da Berlinguer alla Schlein

Breve storia politica e culturale delle metamorfosi
della sinistra italiana

 

 

 

 

Questa non è una storia lineare. È una storia di strappi, rinunce e occasioni mancate. Da Berlinguer a Schlein, la sinistra italiana ha cambiato linguaggio, volto e ambizioni, perdendo pezzi lungo il cammino. Qui non si cercano nostalgie né assoluzioni: si prova a mettere a fuoco dove si è spezzato il filo tra identità, popolo e progetto di trasformazione. Una riflessione netta, scomoda, necessaria, su ciò che la sinistra è stata, su ciò che è diventata e su ciò che rischia di non essere più.

 

 

 

C’è una continuità solo apparente nella storia della sinistra italiana che, a uno sguardo più attento, si scompone in una sequenza di rotture, torsioni e adattamenti spesso contraddittori. Da Enrico Berlinguer a Elly Schlein non corre una linea evolutiva lineare, come se ogni passaggio fosse il naturale sviluppo del precedente. Al contrario, quella storia somiglia a una traiettoria accidentata, segnata da strappi improvvisi, riposizionamenti difensivi, rinunce teoriche e tentativi di rinnovamento rimasti a metà. Raccontarla non significa indulgere nella nostalgia o nel rimpianto sterile, ma prendere atto di una perdita progressiva di identità, di radicamento sociale e di ambizione storica, che ha finito per svuotare di senso l’idea stessa di sinistra come forza di trasformazione.
Berlinguer rappresenta un punto di partenza inevitabile, non solo per ragioni cronologiche ma perché incarna il momento in cui la sinistra italiana raggiunse la sua forma più compiuta di egemonia culturale e morale, pur senza mai riuscire a governare il Paese. Un paradosso che ha inciso profondamente sulla sua eredità. Il Partito Comunista Italiano berlingueriano era un partito di massa nel senso pieno del termine: strutturato, capillare, radicato nei territori, con sezioni nei quartieri popolari, nelle fabbriche, nei piccoli comuni. Non era solo una macchina elettorale ma una comunità politica e culturale. Formava quadri, educava alla partecipazione, costruiva un senso di appartenenza. Parlava ai lavoratori, certo, ma non si limitava a rappresentarne gli interessi immediati. Si rivolgeva a un’idea più ampia di popolo, cercando di elevarne la coscienza, non di inseguirne gli umori o gli istinti.
La “questione morale”, poi, fu il tentativo di rispondere a una crisi profonda dello Stato e dei partiti, che Berlinguer colse con largo anticipo. La corruzione non veniva letta come una deviazione individuale ma come un sistema strutturale, capace di minare la legittimità delle istituzioni democratiche. In quel contesto, la superiorità etica non era un ornamento, bensì il fondamento stesso della ragion d’essere della sinistra. Allo stesso tempo, il compromesso storico rivelava una lucidità tragica: la consapevolezza che la forza del PCI, per quanto enorme sul piano sociale e culturale, non fosse sufficiente a governare da sola un Paese pienamente inserito nel blocco occidentale e nei suoi equilibri geopolitici. Era una politica che conosceva i propri limiti, ma non per questo rinunciava a forzarli. Tragica, appunto, nel senso classico: consapevole dei vincoli eppure determinata a misurarsi con essi.
La fine del PCI, dopo il crollo del Muro di Berlino, segnò il primo trauma irreversibile. La svolta della Bolognina non fu solo un cambio di nome o di simbolo, quanto la rottura esplicita di una tradizione. Il Partito Democratico della Sinistra nacque con l’ambizione di traghettare quella storia dentro una nuova epoca, ma lo fece attraverso una drastica semplificazione. Gran parte del patrimonio teorico e simbolico venne accantonato in fretta, spesso senza una vera elaborazione critica. Il comunismo fu archiviato più come colpa da espiare che come esperienza storica da comprendere, con le sue ombre ma anche con le sue conquiste.
Con il PDS cambiò il linguaggio e cambiò l’orizzonte. La trasformazione radicale della società uscì progressivamente dal vocabolario politico, sostituita dall’obiettivo dell’integrazione piena nella socialdemocrazia europea. Il problema è che questo avvenne proprio nel momento in cui quella stessa socialdemocrazia iniziava a perdere forza, schiacciata dalla globalizzazione e dall’avanzata del pensiero neoliberale. Da qui nacque un equivoco destinato a durare a lungo: l’idea che la modernità coincidesse con la moderazione, che la governabilità fosse un valore superiore al conflitto, che il mercato rappresentasse un dato naturale da correggere solo ai margini, senza mai metterne in discussione le fondamenta.


I Democratici di Sinistra (DS) segnarono un ulteriore passo lungo questa traiettoria. Il partito si allargò, inglobò altre culture politiche, tentò di presentarsi come forza di governo stabile e affidabile. Ma nel farlo si allontanò sempre di più dal suo popolo originario. Le riforme del lavoro, la stagione delle privatizzazioni, il rapporto ambiguo con il neoliberismo produssero una frattura profonda con il mondo del lavoro dipendente. Non si trattò di una scelta improvvisa o di un tradimento consapevole, piuttosto di una deriva graduale, alimentata dall’idea che non esistessero alternative credibili all’economia di mercato globalizzata, se non una sua gestione più efficiente e meno brutale.
Con la nascita del Partito Democratico la mutazione è diventata strutturale. Il PD non si è definito più come partito di sinistra in senso storico ma come forza che ambisce a rappresentare l’intero campo progressista e riformista. L’unione tra ex comunisti ed ex democristiani di sinistra è stata presentata come superamento delle ideologie, ma ha prodotto un’identità debole, spesso contraddittoria. Il partito ha perso definitivamente il carattere di massa, assumendo quello di un soggetto elettorale centrato sulla leadership, sulle primarie, sulla comunicazione. Le sezioni hanno chiuso o si sono svuotate, il rapporto quotidiano con i territori si è assottigliato, la militanza si è trasformata in attivismo intermittente. Il legame con i ceti popolari si è logorato ulteriormente. La sinistra di governo ha iniziato a parlare soprattutto il linguaggio della competenza, della responsabilità, dei vincoli europei. Categorie reali, certo, ma che diventano alibi quando non sono accompagnate da una visione alternativa. Il conflitto sociale ha smesso di essere considerato un motore di cambiamento ed è stato percepito come un problema da contenere. La politica si è ridotta sempre più a gestione dell’esistente, a mediazione tecnica, ad amministrazione dell’inevitabile.
È in questo scenario che è venuta fuori la leadership di Elly Schlein. La sua affermazione è nata come reazione a una lunga stagione di adattamento e di sconfitte elettorali. Ha portato con sé un lessico diverso, più attento ai diritti civili, alle questioni di genere, all’ambiente, alle sensibilità delle nuove generazioni. È stato un tentativo evidente di riaccendere una passione che sembrava spenta, di restituire al partito una tensione ideale. Ma anche qui riemerge il nodo irrisolto che accompagna la sinistra da decenni: come tenere insieme le battaglie simboliche e la questione materiale? Come parlare ai precari, agli operai, ai lavoratori poveri senza ridurre tutto a una questione di rappresentazione o di linguaggio inclusivo?
Il problema, in fondo, non è l’assenza di idee ma la loro frammentazione. Ogni passaggio, dal PCI al PD, ha comportato una sottrazione: meno radicamento sociale, meno conflitto, meno visione di lungo periodo. In cambio si sono ottenuti maggiore flessibilità, maggiore accettabilità istituzionale, maggiore presenza nei luoghi del potere. Ma a un prezzo altissimo: la perdita di una narrazione capace di dare senso alle disuguaglianze e di indicare un orizzonte credibile di trasformazione.
Da Berlinguer a Schlein, la sinistra italiana ha quindi progressivamente smesso di pensarsi come forza storica e ha iniziato a concepirsi come soggetto tra gli altri, costretto a inseguire l’esistente più che a sfidarlo. Questo è il vero dramma. Non le sconfitte elettorali in sé, né la crisi di consenso, ma la rinuncia implicita all’idea che la società possa essere cambiata in profondità. Eppure, come in ogni tragedia, il finale non è scritto una volta per tutte. La memoria di ciò che è stato non serve a costruire un museo ma a riaprire domande scomode. Che cos’è oggi la sinistra? Chi rappresenta davvero? Quali interessi è disposta a difendere anche quando questo costa consenso e potere? Senza affrontare fino in fondo questi nodi, ogni nuova leadership rischia di essere solo un altro atto di una lunga, irrisolta tragica rappresentazione.

 

 

 

 

 

Fra Girolamo Savonarola si imbatte in OnlyFans

Sermone apocalittico sull’algoritmo, il corpo
e il prezzo dell’anima

 

 

 

 

Questa non è una provocazione facile né una morale da bar. È un esperimento mentale affilato: Savonarola come strumento per decifrare il presente, il mercato dell’intimità, la vanità diventata infrastruttura, il desiderio trasformato in KPI. Qui non si giudicano i corpi ma il sistema che li misura, li archivia, li consuma. Non si parla di scandalo ma di potere, solitudine, attenzione venduta e identità messe a listino. Si usa il passato per smascherare il presente e porre una domanda scomoda, impossibile da scrollare via: se tutto è in vendita, cosa resta invendibile?

 

 

 

Girolamo Savonarola capita su OnlyFans e comincia a strillare e a prendere a male parole “le donne perdute”. Beh, questo sarebbe il Savonarola da meme: utile per sentirsi moderni e superiori. Il vero Savonarola, quello storico, era più pericoloso e certamente più interessante: non perché fosse “cattivo” ma perché aveva un talento raro nel capire dove una società racconta bugie e dove, senza accorgersene, scambia la propria febbre per il proprio clima naturale.
La prima cosa che Savonarola farebbe con OnlyFans, probabilmente, sarebbe riconoscere il copione. Non i contenuti ma la struttura.
Ai suoi tempi, la seconda metà del Quattrocento, Firenze era una città ricca e nervosa, brillante e colpevole. Una città che si specchiava continuamente. Era il laboratorio di una modernità nascente: banca, credito, reputazione, immagine pubblica, la politica come teatro, la morale come linguaggio d’uso più che come convinzione. In questo senso, OnlyFans non gli sembrerebbe un pianeta alieno. Gli parrebbe Firenze con una nuova facciata. Lì c’era la “grande bellezza” rinascimentale e sotto, come sempre, le stesse domande: “Chi comanda davvero? Dio? Il denaro? Lo sguardo degli altri?”.
Qui Savonarola inizierebbe a parlare, tagliente nel modo in cui solo un frate moralizzatore può essere: con la causticità di chi non si diverte ma vede. Direbbe: “Figlie, non siete un’eccezione morale. Siete un capitolo economico!”. Perché la sua prima obiezione non sarebbe “sessuale”. Sarebbe teologica e politica. E in teologia come in politica, alla fine, la posta è la stessa: cosa è sacro? E chi decide il prezzo delle cose sacre?
Nel Quattrocento, lui denunciava il lusso, l’avidità, la corruzione, le vanità in generale. Ma “vanità” non era solo il bel vestito o il gioiello. Era l’idea che il valore di una persona stesse nella superficie riconosciuta dagli altri. La vanità è una metafisica tascabile: ti convince che esisti nella misura in cui sei guardato, lodato, desiderato. In questo senso, il salto alla nostra epoca è breve. La differenza è che adesso quel meccanismo ha infrastrutture: piattaforme, abbonamenti, statistiche, notifiche. Il peccato si è fatto user experience.
E qui arriverebbe l’affondo, che non risparmierebbe nessuno. Savonarola, davanti a OnlyFans, non punterebbe il dito solo su chi vende. Lo punterebbe, forse prima, su chi compra. Sugli uomini (e anche sulle donne, certo: il mercato non fa catechismo) che pagano per l’accesso non a un corpo ma a un’illusione di relazione. Perché il capolavoro del nostro tempo non è la pornografia, che è antica quanto il desiderio, ma la confezione affettiva. La promessa implicita: “Non sei solo. Io sono qui per te”. Un surrogato di intimità con ricevuta mensile. E, allora, lui direbbe, con quella capacità di trasformare la spiritualità in anatomia sociale: “Badate bene, non state comprando carne. State comprando attenzione. E l’attenzione, quando diventa merce, trasforma tutto in merce. Anche voi stessi!”.
Poi, si girerebbe verso le creator e farebbe una cosa che spiazzerebbe molti: non userebbe subito il linguaggio del disprezzo. Userebbe il linguaggio della tentazione. Che è più serio e più adulto. Direbbe: “La tentazione non è mostrare il corpo. La tentazione è credere che il corpo sia la vostra unica lingua”. Perché, a differenza di un moralista da bar, Savonarola non era ingenuo sul corpo. La tradizione cristiana è ambigua, sì: da un lato la carne come fragilità e rischio, dall’altro l’incarnazione come scandalo sacro, il corpo come luogo in cui il divino ha osato entrare. Se vuoi essere filosoficamente denso devi ammettere questo paradosso: per un cristiano il corpo non è un oggetto qualunque. È una cosa troppo alta per essere ridotta a un listino. E, infatti, Savonarola colpirebbe proprio qui: non “il corpo è sporco”, ma “il corpo è troppo prezioso per essere svenduto alla volatilità del desiderio altrui”.


Aggiungerebbe una battuta amara, da uomo che conosce bene la psicologia delle folle: “Voi credete di essere libere perché scegliete il prezzo. Ma il prezzo lo decide sempre chi può smettere di pagare”. È una frase crudele, certo, ma non completamente falsa. Il problema della “libertà” in un mercato è che sembra tale finché il mercato ti sorride. Poi, cambia stagione, come cambia l’algoritmo, e tu scopri di aver costruito la tua autonomia su una piattaforma che non ti appartiene. E Savonarola, che aveva visto il potere cambiare maschera mille volte, direbbe che è un’illusione antica: credere di governare ciò che in realtà ti governa. Qui entrerebbe la sua ossessione: la città. Savonarola non parlava mai solo di “peccati privati”. Parlava di una comunità che si ammala. La sua domanda sarebbe: “Cosa succede a una società quando l’intimità diventa industria? Quando ciò che un tempo apparteneva a una relazione concreta, a un rischio reciproco, a una vulnerabilità, diventa un prodotto che puoi comprare e interrompere quando vuoi?”.
E forse direbbe che il punto non è la nudità. È la reversibilità. È l’idea che puoi avere l’altro senza doverci fare i conti come persona. È una forma di potere dolce: l’altro esiste finché ti serve. Quando ti annoi, swipe. Quando ti pesa, unsubscribe. È la stessa logica con cui si trattano i lavoratori precari, le relazioni usa e getta, le amicizie mantenute a colpi di reazioni. Non è un vizio erotico: è una pedagogia dell’ego.
A quel punto, farebbe un confronto storico, che gli verrebbe naturale: “Nel mio tempo vi vendevano indulgenze. Oggi vi vendete indulgenze da sole”.
Nel Quattrocento, l’indulgenza era un modo per trasformare la colpa in transazione: paghi e ti senti in ordine con Dio. Oggi, direbbe lui, la transazione è rovesciata eppure simile: paghi per sentirti desiderabile, paghi per sentirti visto, paghi per sentirti potente. E l’altro paga per sentirsi meno solo o più “meritevole” di attenzione. Tutti comprano qualcosa che non si può comprare. È qui che la faccenda diventa filosofica: il mercato prospera soprattutto vendendo surrogati di beni non mercificabili.
Ed ecco la parte più cupa: il rogo delle vanità digitale. Savonarola organizzava i “falò delle vanità”: oggetti di lusso, giochi, cosmetici, libri considerati immorali, strumenti musicali. L’idea era spettacolare e pedagogica: bruciare pubblicamente ciò che ti possiede. Oggi, davanti a OnlyFans, lui direbbe: “Voi avete inventato una vanità che non brucia”. Anzi: si archivia.
Ai suoi tempi, il peccato aveva una forma effimera. Una notte, un incontro, una lettera strappata. Oggi, invece, la traccia resta. Le immagini restano. Le copie restano. Questa è una novità antropologica seria: non è solo morale, è ontologica. Cambia il modo in cui una persona può cambiare. Perché cambiare significa anche poter essere dimenticati o, almeno, non essere eternamente ridotti a una fase. Invece, la rete spesso è un tribunale che non chiude mai l’udienza.
Savonarola qui farebbe la sua osservazione più profetica: “Il vostro inferno non è il fuoco. È la memoria”. Non la memoria come saggezza, ma la memoria come archivio: una conservazione senza redenzione. Un passato che non si trasfigura, non si integra, non si supera: si ripresenta. È un inferno molto moderno: la ripetizione.
Però, se vogliamo davvero renderlo denso e non solo moralista, dobbiamo concedergli un momento di lucidità contro se stesso. Perché Savonarola si accorgerebbe che una parte di ciò che vede è anche il prodotto della miseria, della precarietà, della solitudine. Che non tutto è “vanità”. Che per alcune donne è denaro necessario, per altre è potere percepito, per altre ancora è un modo di gestire un desiderio che altrove è stato usato contro di loro. E, dunque, forse, direbbe: “Non vi giudico come individui. Vi giudico come segno dei tempi”, che è una frase enigmatica ma interessante, poiché sposta la responsabilità: non cancella la scelta personale, la inserisce in un paesaggio più grande. Un paesaggio in cui la società ha smontato molti luoghi di riconoscimento: comunità reali, lavoro stabile, relazioni durature, fede (per chi ce l’ha), persino il tempo libero non colonizzato. E quando mancano questi luoghi, il corpo diventa uno degli ultimi capitali accessibili. Un capitale immediato, convertibile, misurabile. Allora, con una cattiveria quasi scientifica, direbbe: “Che strano: avete proclamato l’emancipazione e poi avete consegnato l’anima al KPI”.
Il KPI è il rosario del capitalismo: numeri che ti dicono se esisti abbastanza. Like, view, retention, conversione, churn. Preghiere senza Dio, però molto esigenti. E qui lui tornerebbe al suo tema: l’idolatria. Per Savonarola l’idolo non è solo una statua. È qualunque cosa a cui consegni la tua ultima misura di valore. Ai suoi tempi poteva essere il denaro, la politica, l’arte come prestigio. Oggi, direbbe, l’idolo è lo sguardo: la forma più instabile di approvazione, quella che ti nutre e ti consuma nello stesso gesto. E, allora, il suo discorso alle donne su OnlyFans, a sorpresa, diventerebbe un discorso sulla dignità. Non nel senso bigotto: “Copritevi!”, quanto nel senso filosofico: “Non permettete che la vostra identità si esaurisca in ciò che gli altri consumano di voi”. Direbbe: “La libertà non è poter essere viste. È poter essere invisibili quando lo volete”. È un punto sottile e modernissimo, perché oggi l’invisibilità è diventata un lusso. Essere offline, essere non disponibili, non dover “performare”, non dover rispondere, non dover pubblicare. L’invisibilità è diventata una forma di resistenza. E Savonarola, che di resistenza faceva liturgia, la riconoscerebbe. Poi, quasi per chiudere, tirerebbe fuori un’ultima frecciata, più storica che morale: “Voi pensate che il vostro scandalo sia il corpo. Ma i potenti hanno sempre amato che le masse litigassero sui corpi, mentre loro facevano i conti”.
E qui toccherebbe un nervo vero: la guerra culturale, spesso, è un diversivo. Ci si accapiglia su chi mostra cosa, mentre intanto si accetta che tutto diventi mercato: la casa, la salute, l’istruzione, il tempo. OnlyFans diventa il simbolo comodo, perché è visibile e pruriginoso. Ma il sistema che lo rende possibile è invisibile e rispettabile: precarietà, disuguaglianza, solitudine digitale, ipercompetizione.
A quel punto, Savonarola farebbe quello che faceva sempre: non offrirebbe una soluzione elegante. Porrebbe una domanda. Una domanda che sembra religiosa ma, in realtà, è antropologica: “Che cosa desiderate davvero?”. Perché tra desiderare ed essere desiderati c’è uno spazio enorme. E in quello spazio si gioca metà della libertà. Se ti limiti a essere desiderata, sei un oggetto ben curato. Se impari a desiderare, diventi soggetto. Ma desiderare davvero è faticoso: implica rischiare, scegliere, perdere, non piacere a tutti.
E, forse, con un tono meno da tribunale e più da confessore severo, aggiungerebbe: “La vostra vita non è un palcoscenico. È un destino”. Una frase che oggi suona retorica, ma che contiene un’idea forte: non siamo fatti per essere continuamente consumati. Nemmeno da noi stessi.
E, infine, se ne andrebbe, non verso un rogo ma verso un paradosso. Lasciandoci con il dubbio più corrosivo, quello che non si spegne con un “pro” o un “contro” OnlyFans: se tutto può essere venduto, cosa resta invendibile? E se non resta nulla, chi siamo quando nessuno paga?

 

 

 

 

 

Guerra e parodia

Il disincanto eroicomico ne La secchia rapita
di Alessandro Tassoni

 

 

 

 

In questo mio articolo, intitolato Guerra e parodia: il disincanto eroicomico ne La secchia rapita di Alessandro Tassoni, pubblicato sulla rivista quadrimestrale di carattere scientifico INT’L – L’umanizzazione della guerra, diretta da Michele Patruno, propongo una rilettura de La secchia rapita di Alessandro Tassoni, poema che segna una svolta nella tradizione epica del Seicento. Partendo da un episodio marginale – la contesa tra Modena e Bologna per un secchio di legno – Tassoni usa lo stile alto dell’epica per raccontare una materia volutamente bassa. Il risultato non è solo comico: è una critica della retorica eroica, del potere e delle rivalità politiche del tempo. Tra parodia e satira, La secchia rapita smaschera l’illusione della grandezza e inaugura una visione moderna della letteratura come strumento critico.

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